KATAP “Bullet”

KATAP

Bullet

Nut Label/Audioglobe

Secondo album per i napoletani KATAP – da leggersi Cut Up – Bullet è un disco che tenta di rinnovare la musica del gruppo, rispetto a quanto messo in mostra nell’esordio, grazie ad un’iniezione d’energia live (in pratica è stato concepito sul palco). Band guidata e sostanzialmente composta dal solo Fabio Di Miero (voce, synth e computer) – in questo album accompagnato da Vinci Acunto (synth, computer, piano) e Massimo Cordovani (chitarre), mentre diversa è la formazione che suona dal vivo – i Katap sono autori di un electro-rock dal feeling punk e chiaramente intenzionati a far divertire e ballare. Nonostante sia il loro secondo lavoro – il terzo contando un EP in vinile di un paio di brani – le ingenuità sono però ancora molte, a partire da un cantato in inglese la cui pronuncia è ampiamente al di sotto di un livello accettabile e passando per delle canzoni che, pur non essendo un disastro evidente ma, anzi, in qualche frangente risultando pure piacevoli, sono contrassegnate da schematicità compositive e da arrangiamenti fin troppo semplificati. Ci fossero state delle idee sonore un po’ più brillanti di una batteria elettronica metronomica, di un riffeggiare di synth doppiato dalla chitarra e di un cantato cadenzato e vagamente poppeggiante – soluzione adottata praticamente per ogni pezzo, esclusa la ripresa pianistica di un loro vecchio brano, Notorious Heart, posta in chiusura – forse queste canzoni avrebbero anche portato a casa il risultato. Alcune di esse, prese singolarmente, funzionano, come dicevamo. Nell’insieme, però, il tutto è troppo poco per far considerare questa goffa rimasticatura dell’electro-clash e degli MGMT un qualcosa di riuscito.

Lino Brunetti

JOWJO “Out Of The Window Into The House”

JOWJO

Out Of The Window Into The House

Riff Records

Fino ad oggi, Sergio Carlini è stato conosciuto essenzialmente quale chitarrista e compositore nei Three Second Kiss, una delle migliori band hardcore-punk italiane. Oggi è lui che si nasconde dietro l’enigmatica ed onomatopeica sigla JOWJO. In questa nuova avventura è un diverso lato della personalità artistica di Carlini a venire alla luce, un lato più quieto, rarefatto, introspettivo e cinematico. E’ musica interamente strumentale quella contenuta in Out Of The Window Into The House, costruita attorno alla sei corde acustica o elettrica del leader, ma non solo ad essa relegata, visto l’importantissimo apporto del violinista Giovanni Fiderio innanzitutto (già in bands quali Tapso II e Mushrooms), ma anche di altri validi collaboratori quali Stefano Pilia (Massimo Volume, ¾ Had Been Eliminated, alla chitarra in un brano), Paolo Iocca (Franklin Delano, Blake e/e/e, Boxeur The Coeur, al banjo e ai pedali) e Julien Fernandez (Chevreuil, Passe Montagne, alla batteria). Le basi di partenza sono il folk ed il finger-picking indefinibile di giganti quali John Fahey e Robbie Basho, ma da lì, Carlini e compagni, partono per esplorazioni a ben più largo raggio di quanto potrebbe apparire ad un primo ascolto. Nel dialogo fra le sei corde ed il violino e la viola di Fiderio è riscontrabile lo sconfinamento in territori che di volta in volta assumono le fattezze dell’avant-folk, del minimalismo, con qualche passaggio addirittura cameristico. Ascoltatevi in questo senso un’accoppiata fantastica quale Il Seme Sui Sassi Non Cresce e Fiddler, con pure l’apporto del banjo folk di Iocca a dare ulteriore speziatura al piatto. Oppure sentitevi la Strains con cui il disco si chiude, con una viola dissonante che, inevitabilmente, non può che portare alla mente quella di John Cale nei Velvet Underground. Nei due brani in cui compare la batteria di Fernandez si allarga ancora un po’ lo spettro musicale: Ancora Nessun Messaggio è convulsa e nervosa e porta il germe del post/math-rock di bands quali June Of 44 o Gastr del Sol; Crispy Garanteed è invece attraversata da un più marcato spirito avant, tanto che oltre alla band di Grubbs e O’Rourke, m’ha fatto venire in mente un gruppo mai dimenticato quale i San Agustin. E’ un disco, questo, che, pur dotato di grande coerenza interna, si muove, come abbiamo visto, in più direzioni. Il suono è eccezionale – merito anche della masterizzazione di Bob Weston degli Shellac – ed il piacere d’ascolto è assicurato. Gran bell’album in assoluto, per i fan degli artisti citati ovviamente è un must.

Lino Brunetti

IL DISORDINE DELLE COSE “La Giostra”

IL DISORDINE DELLE COSE

La Giostra

Cose In Disordine Dischi/Audioglobe

Basta una semplice occhiata all’artwork e alla confezione in cui è inserito il CD, per rendersi conto di quanto impegno e passione IL DISORDINE DELLE COSE mettano in quello che fanno: fatto in cartoncino, con un formato 14×19 e con all’interno un libretto con i testi e delle bellissime foto del paesaggio islandese – l’album è stato registrato poco fuori Rejkjavik, nello studio dei Sigur Ros – l’involucro è specchio della sostanza contenuta qui dentro. Il Disordine Delle Cose è un sestetto piemontese, attivo dal 2007 e con già un disco alle spalle che gli ha permesso di girare in tour con gruppi come Marlene Kuntz, Perturbazione, Paolo Benvegnù. A tre anni da quell’esordio, escono ora con La Giostra, opera per la quale hanno pure fondato la loro etichetta personale. Poco fa abbiamo citato l’Islanda; per iniziare a metter giù le coordinate del loro suono, le latitudini del nord Europa indubbiamente sono un riferimento importante. Nella loro musica, infatti, convivono mirabilmente sia le sonorità di un gruppo come i Sigur Ros – dichiaratamente una delle loro band preferite – che quelle del pop-rock e del cantautorato italiano. Si può anzi dire che, proprio in questo melange, risiedano i motivi d’apprezzamento per la loro proposta. Sono canzoni introspettive ed avvolgenti quelle de Il Disordine Delle Cose, arrangiate con cura certosina attorno ai testi, dotati di qualità anche letteraria, di Marco Manzella, e contrassegnate dai suoni del pianoforte e degli archi, con ulteriori sfumature date da tromba, trombone, harmonium, glockenspiel, metallofono. Dicevamo quindi della loro abilità a mescolare elementi italiani e nordeuropei: il primo elemento lo si ritrova nella scansione delle melodie, nella metrica dei testi, nel tono pop vicino a quello di una band quale gli Amor Fou (abbastanza palesemente evocati in un brano come Addio e qui e là lungo la scaletta), il secondo in un uso evocativo ed impressionista delle campiture strumentali (a mò d’esempio, ascoltatevi il tessuto sonoro dell’ottima title-track, dove tra l’altro collabora il noto quartetto d’archi delle Amiina). Forse, in un album lungo quasi un’ora e composto da quattordici canzoni, sarebbe stato lecito aspettarsi qualche variazione d’atmosfera e un po’ di movimento in più (si discostano in parte dal mood generale solo la più ariosa Marionette, la cadenzata La Preda ed uno strumentale intitolato Improvvisazione n.9), ma anche così La Giostra è un album largamente riuscito, che mi auguro faccia conoscere il nome di questa band ad un pubblico il più ampio possibile.

Lino Brunetti

THE MANTRA ATSMM “Ghost Dance”

THE MANTRA ATSMM

Ghost Dance

Rare Noise/Goodfellas

THE MANTRA ATSMM (che sta per Above The Spotless Melt Moon), sono un quartetto napoletano, già fattosi notare in passato per un EP ed un primo album pubblicati dall’inglese Rare Noise. Ghost Dance è quindi il loro secondo full lenght ed è qui a riconfermare, quando non a rilanciare, quanto di buono avevano fatto vedere in passato. Le radici del loro suono rimangono quelle esposte nei lavori precedenti: il post-rock, una certa fascinazione per il prog inglese, il rock visionario di Jeff Buckley, quest’ultimo evocato soprattutto dalle linee vocali di una sempre bravissima Adriana Salomone. Iniziano ad esserci però dei cambiamenti nel loro pentagramma. Innanzitutto, mi pare che in queste nuove canzoni abbiano ricercato se non una maggior semplicità, quantomeno il desiderio di suonare più diretti e concisi, di far respirare un po’ di più le melodie e di giostrare gli arrangiamenti in modo più funzionale. In seconda istanza, hanno tentato d’inserire in maniera organica elementi come l’elettronica, preponderante ad esempio in un pezzo come Slow Motion, la cui prima parte sembra estrapolata dall’era malinconica del trip-hop, prima che nella coda ci si abbandoni platealmente al beat. Un pezzo come Constellations si fa notare sia per il bel tessuto sonoro (pianoforte, delle ottime chitarre) che, soprattutto, per un refrain che verrebbe quasi da dire pop. Rispetto a certe loro cose del passato, Death Baby Chicco ha una struttura decisamente più classica e da rock song, mentre pezzi come Heads Or Tails, Trieste e Blue Army si pongono in un crocevia dove reminiscenze post, impennate buckleyane, incastri prog-radiohediani e peregrinazioni space, si fondono prendendo posto al centro del palco. Non male anche quelle che potremmo considerare le ballate del disco: la liquida, pinkfloydiana e notturna The Wolf, la sognante Harlequin e la conturbante chiusa di Manao Tupapau. Rimangono una band interessante The Mantra ATSMM, abbastanza distanti da ciò che va per la maggiore oggigiorno e, forse anche per questo, nonostante qualche prolissità qui e là, un ascolto tutto sommato fresco e coinvolgente.

Lino Brunetti

BLACK BANANA “Sonic Death Monkey”

BLACK BANANA

Sonic Death Monkey

Il Verso del Cinghiale/Goodfellas

Da non confondere con i quasi omonimi Black Bananas, dell’ex Royal Trux Jennifer Herrema, tra l’altro esordienti quasi in contemporanea, i BLACK BANANA sono un quintetto italianissimo dedito ad un’infuocato punk’n’roll, tinto d’hard stradaiolo e che punta direttamente alla pancia, bypassando qualsiasi considerazione sull’originalità della loro proposta. Si, perché qui, come in un cartoonesco B movie, tra l’altro evocato dalle immagini della copertina, quello che conta è soprattutto l’approccio diretto, selvaggio, sferragliante ed assai divertente. Un cantante che si sgola affrescando melodie a pronta presa, due chitarre che riffeggiano e riempono d’elettricità ogni solco – tranne nell’acoustic blues Delta Blondie – ed una sezione ritmica ad alto fattore energetico, gli ingredienti di un piatto speziato al punto giusto, magari non per palati troppo fini, ma adattissimo ai maniaci del rock’n’roll.

Lino Brunetti

MOSQUITOS “Socialhaze”

MOSQUITOS

Socialhaze

Fosbury/Audioglobe

I MOSQUITOS arrivano da Frosinone. I Mosquitos, dal 1999 ad oggi, hanno pubblicato, compreso quest’ultimo, cinque album (uno con Giancarlo Frigieri) e due EP. I Mosquitos sono un quartetto voce, due chitarre, basso e batteria, innamorato del rock americano. Soprattutto, i Mosquitos, scrivono ed eseguono delle grandi canzoni. Dovrebbero bastare queste semplici informazioni a spingervi ad ascoltare Socialhaze ma, mi rendo ben conto, probabilmente ne vorrete sapere di più. E allora sappiate che i quattro sono bravissimi nel tenere desta l’attenzione dell’ascoltatore e ad emozionare con un pugno di brani dalla scrittura sostanzialmente tradizionale, ma pure terribilmente partecipe ed emotiva, sincera e, permettetemi, autentica. Non ci sono effetti speciali qui dentro, non si va alla ricerca del suono trendy o dell’accostamento azzardato (tranne forse in Been A Tripper). Nello stesso tempo non c’è mestiere o blando manierismo. C’è la solidità di un songwriting classico, di melodie cantate con accorta energia, di un’impasto chitarristico elettroacustico posto su di una sezione ritmica solida come roccia. Ci sono delle storie da farsi narrare e da ascoltare con la giusta attenzione. Una band d’eccellenza i Mosquitos, che appassionati di rock come voi dovrebbe proprio conoscere.

Lino Brunetti

VALERIO BILLERI E I PEZZI D’ASSEMBLAGGIO “Vintage Radio”

VALERIO BILLERI E I PEZZI D’ASSEMBLAGGIO

Vintage Radio

Faip-Crisalide

Il nuovo album del cantautore romano VALERIO BILLERI esce col patrocinio della FAIP, la Federazione Associazioni Italiane Paraplegici, e concorre, attraverso la sua vendita, a sostenere la ricerca scientifica per la rigenerazione delle cellule nervose. Opera meritoria insomma, specie considerando che in Italia sono oltre 80000 le persone, nella maggioranza dei casi in un età compresa tra i 20 e i 40 anni, ad essere colpite da lesione al midollo spinale. I motivi per portarsi a casa Vintage Radio, però, non si limitano a questo comunque importante fattore benefico, visto che si tratta anche di un signor disco rock. Nel petto di Valerio batte un cuore che palpita per i grandi scenari del rock americano, per le sue storie blue collar, per quelle ballate illuminate dalle luci al neon di un bar, dove rifugiarsi alla ricerca di un’argine alla solitudine. Perfettamente inserito nella più classica tradizione da storyteller americano, Billeri ed i suoi PEZZI D’ASSEMBLAGGIO – un solido quartetto chitarra, basso, piano, batteria – ci consegnano quindi una toccante e vibrante collezione di canzoni, dove s’alternano le trame elettriche dell’ottima Trenta Giorni e una ballata al piano come La Santa Rossa, il dialogo tra le chitarre ed il pianoforte di Vintage Radio e la limpida atmosfera della notevole Nuovo Giorno (con ospite Max Larocca), le derive waitsiane di Gemma e quel profumo da primo Springsteen da coffee house di Resta Sveglia. In conclusione, a mo’ di bonus track, una cover di Have I Right degli Honeycombs, dove si uniscono anche le voci di Antonio Zirilli e Willie Nile.

Lino Brunetti