SoloMacello Fest

Magnolia

Milano

26 giugno 2012

Amo il Magnolia. Un locale unico che ha una marcia in più. Strategicamente posizionato all’interno del parco dell’idroscalo di Milano, con una programmazione estremamente varia ed interessante, sempre in grado di attirare un pubblico assortito che va da quello delle serate danzanti di liscio a quello dei più brutali gruppi grind, in mezzo c’è tanta roba e al Magnolia c’è tutta. Nelle gelide serate d’inverno, quando la nebbia avvolge sinistramente gli alberi che lo circondano sembra di andare a finire nel nulla, fino a quando il covo rosso si materializza tra la bruma ed è pronto ad inghiottirti. Piccolo ma con la dependance per i concerti più numerosi, economico ed accogliente, caldo e fuoco quando fuori i gradi vanno sottozero. Poi d’estate, come il bruco che diventa farfalla, si espande a dismisura sfoggiando tre palchi, tanto spazio e una cucina pronta a fornire vettovaglie e beveraggio con anche il portafoglio che respira, e questo non è un fatto secondario. In questo contesto, prendendo la palla al balzo, una congrega di loschi figuri dediti al turpiloquio e alla blasfemia si sono inventati un festival dedicato alla musica metal, e relative derivazioni. Solo Macello, questa la denominazione dell’organizzazione, nel 2009 ci ha regalato grandi gruppi italiani (ZU, Cripple Bastards, Morkobot) e nel 2010, andando oltre, ha deciso di trasformarlo in un piccolo festival internazionale. Insieme a Ufomammut, Lento, Fine Before You Came arrivano Amen Ra e i fantastici 16 autori di un concerto dall’intensità pazzesca. Il 2011 è l’anno della consacrazione: insieme a una nutrita schiera di piccole e grandi realtà italiane si arriva a proporre Kylesa, Church Of Misery, Russian Circles, Eyehategod e i fantastici Boris che l’anno scorso mi hanno letteralmente ipnotizzato per tutta la durata del loro breve set. Questo è (stato) il MIODI. A sorpresa, e non ne conosco il motivo, quest’anno si cambia denominazione e il festival precedentemente conosciuto come MiOdi si trasforma in SoloMacello Fest. Ma non cambia assolutamente nulla. Il bill è di tutto rispetto e quindi ci approcciamo al Magnolia con ottime prospettive, incontrando i soliti stand goduriosi dai quali attingiamo a piene mani, riuscendo a scovare sempre qualcosa di interessante. Purtroppo mi scuso con Maso e O ma il lavoro mi ha impedito l’arrivo alle ore 19 e quindi mi presento proprio quando i Tons stanno sfrigolando per benino le orecchie ancora distratte dei presenti. Grande impatto il loro e un concerto che conferma live gli ottimi due CD (uno mini) finora pubblicati dalla band. Manco il tempo di riprendersi che sul main stage esplodono i Big Business e sono una bomba sonora. Scott Martin macina riff e se la ride, Jared Warren pompa il basso e urla nel microfono ma non guarda in faccia a nessuno, Coady Willis al solito è una furia e il risultato è una mezz’ora intensissima. Dopo di loro contemporaneamente Johnny Mox e Rise Above Dead, questi ultimi già visti di recente e sempre in continua costante crescita, mentre il noise sperimentale del primo è ben accolto. Arriva il momento dei Gandhi’s Gunn che si confermano un gruppo dalle enormi potenzialità ma che ancora devono aumentare presenza scenica. Le canzoni che hanno da proporre sono però talmente belle che il pubblico applaude e gradisce. Sorry, mi sono perso i Mombu per mangiarmi qualcosa e poi vedermi l’incredibile set di due olandesi, Dead Neanderthal, batteria e sax, che letteralmente distruggono le orecchie dei presenti con la loro proposta anomala ed intrigante. A questo punto sono dispiaciuto ma devo abbandonare purtroppo i bravissimi Squadra Omega (mi rifarò appena possibile perché meritano) a favore dei dirompenti Unsane. Devo ammettere che se proprio devo dire il gruppo che non mi sarei perso stasera avrei detto il loro nome e mi hanno ripagato con tre quarti d’ora sanguinanti ed intensi, di una compattezza senza confini e che confermano Chris Spencer e Dave Curran una macchina da guerra imbattibile. Nicola Manzan con il suo monicker Bologna Violenta riceve ovazioni e scalda a dovere la folla per l’avvento dei Napalm Death. Il main stage del Magnolia, e questa è la sua unica pecca, deve sottostare alle inutili e idiote leggi della limitazione di decibel per spettacoli all’aperto, penalizzando non poco questo tipo di gruppi che fanno dell’impatto sonoro la loro forza. Ma gli inglesi non si perdono d’animo e pettinano a dovere gli ormai stremati metallari, che non paghi di nulla sfogano la loro delusione con buuuu di disapprovazione alla chiusura puntuale delle dodici e trenta. Ma nel frattempo mi sono fatto un giretto anche dai Grime che nel palco esterno riescono a raccogliere una discreta schiera di transfughi dagli headliner e si dimostrano assolutamente in palla. A questo punto il festival è finito, ma Christian (e il nome non poteva essere più inopportuno) continua con la selezione di musica direttamente dalla più scalcinata cantina del SoloMacello, per chiudere la serata ancora ad alto volume. Che dire, una serata prestigiosa e perfettamente organizzata, un concerto che è stato una delizia e senza aver detto che il tutto ci è stato servito alla cifra di quindici eurini. Insomma, perfetto e come ogni evento che si rispetti speriamo di rivederci anche l’anno prossimo. Capisco che la logistica invernale non permette l’organizzazione di un evento del genere a dicembre, ma se magari si riuscisse a farne uno anche all’inizio dell’autunno, tanto per riprenderci dalla fatica delle ferie estive, beh, due SoloMacello all’anno sarebbero ben accetti.

Daniele Ghiro

-(16)- “Deep Cuts From Dark Clouds”

-(16)-

Deep Cuts From Dark Clouds

Relapse

Non c’è alcun bisogno di andare a creare nuove sonorità o inserire inutili orpelli, non c’è alcun bisogno di mettere la nostra musica al servizio del mainstream (come hanno fatto i Mastodon per esempio), non c’è alcun bisogno di spostarsi dalle nostre posizioni. Questo devono aver pensato Cris Jerue e soci nel mettere insieme il loro sesto album, perché la staticità delle loro composizioni non lascia spazio a nient’altro. Il loro possente e micidiale approccio alla musica è immutato e immutabile, se desiderate novità rivolgetevi altrove, se intendete rilassarvi avete sbagliato disco, se urge un momento di gioia e spensieratezza fate una drastica inversione a U. Qua dentro è tutto nero, al massimo grigio scuro, e lo si capisce immediatamente dalla partenza bruciante di Theme From “Pillpopper” con le loro bocche da fuoco già immediatamente allineate e …ready for border! Riff serrati che tolgono il fiato e dai rallentamenti paurosi (Parasite), basso killer pulsante e un assalto sonico senza paragoni (Her Little “Accident”), durissimi e lenti fino all’esasperazione, momenti che ti aspetti finalmente un’accelerazione liberatoria e invece no, loro non te la concedono (Bowels Of A Baby Killer). C’è una cattiveria che è propria del gruppo e se avete avuto la fortuna di vederli dal vivo ne capirete il motivo. Io li ho visti due volte, una davanti a centinaia di persone e l’altra davanti a pochi fans: beh, non è cambiato assolutamente nulla, Cris è un animale che non si risparmia, suonare davanti a 30 persone a lui non importa, la sua intensità, la sua fede, i suoi rantoli saranno sempre esageratamente gli stessi. Ecco perché amo questa band, amo la loro attitudine e non me ne frega un cazzo che il disco a qualcuno possa sembrare tutto uguale, per me va bene così. E poi, se proprio vogliamo vedere, qualcosa che si muove c’è: The Sad Clown è più veloce della media, se non altro per una chitarra che spacca a ripetizione, Ants In The Bloodstream le formiche te le fa effettivamente circolare nelle vene, Beyond Fixable è la più “accessibile”, oserei dire melodica, per quanto si possa discernere sul concetto di melodia nella musica dei 16. E poi che dire della conclusiva Only Photographs Remain?: la For Those About To Rock dei 16 (ah ah ah), un anthem sinistro e coinvolgente e mentre l’ascolto la immagino nella sua versione live e mi scricchiolano già le ossa. Averne di gruppi così. Nessuna luce alla fine del tunnel.

Daniele Ghiro

OFF! + TRASH TALK Live

OFF! + TRASH TALK

Circolo Magnolia

4 giugno 2012

Ah sì… è la stessa sera in cui all’Arena di Milano Rho suonano i Soundgarden… aspetta un attimo che decido… ok, vado al Magnolia, decisione facile facile. Avere l’occasione di ritrovarsi di fronte Keith Morris, fondatore e prima voce dei Black Flag, non capita tutti i giorni. Keith è del 1955, quindi signori fate i vostri calcoli e stupitevi di quanto ancora quest’uomo stà dando all’hardcore. La sua band, OFF! è una sorta di supergruppo composto da Shane McDonalds dei Red Kross (a proposito, sembra che stiano per ritornare insieme), Mario Rubalcaba degli Earthless e Dimitri Coats dei Burning Brides. Niente da dire, una band con i controcazzi e il loro set non delude le aspettative. Una scaletta che praticamente comprende tutta la loro produzione, anche perché i pezzi “lunghi” arrivano al minuto e mezzo, un hardcore vecchia scuola che più vecchia non si può. L’essenza di questa musica viene raccolta in un’ora di concerto, tra serratissimi riff di chitarra, batteria instancabile e le divertenti cazzate di un Morris per nulla stanco, vecchio o intimorito, a suggellare, se mai ce ne fosse bisogno, che la carta d’identità non conta assolutamente nulla se lo spirito è lo stesso… chissà se quei quattro che stanno suonando all’Arena di Milano Rho la pensano così… a vederli non sembrerebbe. Quindi grande serata, OFF! notevoli se non fosse che… prima di loro i Trash Talk da Sacramento, California. Ammetto di averli ascoltati e un po’ snobbati, ma questa sera mi hanno letteralmente aperto gli occhi sulla loro musica, un hardcore moderno, velocissimo, potente e suonato con una violenza devastante. Chitarrista e bassista sono di colore e il primo ha un fisico a dir poco pauroso, è un animale invasato che non sta fermo un attimo, supportato dal cantante che sembra uscito da un gruppo thrash degli anni ’80 e che invece urla come un lupo feroce tra la folla (?) sotto il palco. Si mette in mezzo alla gente, aizza la rissa, si arrampica sulle strutture, porge il microfono a chi vuole cantare. Un set breve ma intenso che ha reso la performance degli OFF! quasi soft (proporzioni, please). Grande serata spaccaossa, due band che insieme se la godono e che mi sono gustato senza rimpianti nei confronti dei quattro spoonman.

Daniele Ghiro

GANDHI’S GUNN “The Longer, The Beard, The Harder, The Sound”

GANDHI’S GUNN

The Longer, The Beard, The Harder, The Sound

Taxi Driver

Thirtyeahs del 2010 mi aveva favorevolmente impressionato, ma sinceramente mai mi sarei aspettato (mea culpa) che i Gandhi’s Gunn progredissero ad una velocità così elevata tanto da proporre in questo loro secondo lavoro una musica che sembra uscire da un vicino deserto e che invece sbuca a tradimento dal capoluogo ligure e sinceramente a occhi chiusi e senza sapere nulla avrei detto che certi suoni avrebbero potuto provenire da una delle migliori produzioni targate USA.
Haywire e Under Siege è un uno-due iniziale di potentissima materia hard’n’roll tirata giù a rotta di collo. Breaking Balance è una song dall’inusitata potenza, profonda e senza respiro, che deborda fragorosamente in un mix tra Fu Manchu e Clutch, e proprio tra le gesta di questi ultimi si inserisce alla perfezione la partenza tranquilla di Flood fino almeno al momento in cui il devastante inserto centrale del desertico ritornello non invade e satura gli amplificatori. Adrift e Rest Of The Sun si muovono sulle bollenti sonorità stoner care ai Kyuss, cadenzate, ritmate, solleticanti. La voce è un potentissimo e melodico strumento aggiunto, anche perchè la sezione ritmica e la chitarra fanno talmente tanto casino che ci vuole un’ugola allenata per controbatterle. Infatti nella conclusiva Hypothesis si materializza potente dalle profondità dando ulteriore spessore e calore ad una grande canzone, perché dopo un deliquio iniziale psichedelico si parte a tutta come dei Baroness in trip stoner, e si raggiungono i dieci minuti con una parte finale che è una delle cose più belle che io abbia ascoltato ultimamente. Non vedo l’ora di gustarmeli al Solo Macello, un festival che gli appassionati del genere non possono assolutamente perdere.

Daniele Ghiro

SLEEP live

SLEEP

Fillmore Club

Cortemaggiore PC

17 maggio 2012

Tanto per essere sintetico parto dall’antipasto. Quello vero e proprio, cioè salumi piacentini con sottacenti e gutturnio a profusione. A seguire pisarei e fasoi fatti in casa e a conclusione una dose pantagruelica di sbrisolona. Il tutto servito dalla trattoria in piazza vicino alla chiesa di Cortemaggiore. Siamo partiti da Milano presto presto e mi lasciavo scappare l’opportunità di incominciare un concerto in questo modo? No di certo, anche la panza vuole la sua parte e fa da contorno a un concerto che difficilmente dimenticherò. Dopo aver acquistato i biglietti ci si trova fianco a fianco con un Al Cisneros evidentemente rilassato che si gusta tranquillamente seduto una birra e l’esibizione degli A Storm Of Light. Che per inciso rosolano per benino le orecchie agli astanti, in virtù di un suono che è sì altamente debitore di quanto fatto sino ad ora dai Neurosis ma che ultimamente comincia ad avere gambe proprie. Infatti il loro concerto è tutto concentrato sull’ultimo album, che è decisamente il loro più personale: mi piacciono un bel po’, complice il mio stato di completa eccitazione e forse un po’ di gutturnio di troppo… ma è indubbio che ci sanno fare e i loro tre quarti d’ora me li godo volentieri.

A questo punto c’è il momento della catarsi. Mi guardo intorno e addocchio un bel posto appena dietro il mixer, il palco dei gruppi precedenti, sul quale posso praticamente sdraiarmi non prima di aver fatto rifornimento di birra. E intanto penso a questi tre visionari che avevano già anticipato molto di quello che in seguito sarebbe venuto e che per motivi vari non hanno mai potuto far conoscere a tutti, anche se poi tutti effettivamente li hanno conosciuti e hanno decretato a loro il riconoscimento di band seminale. Li ho ascoltati tanto tanto, avrei voluto vederli live, ma praticamente si erano già sciolti appena conosciuti e questo tour di reunion (senza Chris Haakius alla batteria, sostituito da Jason Roeder dei Neurosis) lo aspettavo da molto tempo. La popolazione sotto palco e quasi tutta ultratrentenne, qualche sporadico metal heads di nuova generazione e qualche rocker ultraterreno ancora in gamba. Il tributo/ovazione al loro ingresso saluta la partenza panzer della prima parte di Dopesmoker ed è subito uno sconquasso sonico di notevoli proporzioni. Matt Pike è sorridente e disponibile, Al Cisneros è un druido monolitico, entrambi hanno forse una ventina di chili di troppo, ma a noi ce ne frega meno di zero perché è subito chiaro che il carisma non è regredito di una goccia. I suoni calano possenti e limpidi, si sente tutto benissimo, il volume è molto alto e non potrebbe essere altrimenti ma è giusto una tacca sotto il limite del dolore. A seguire Holy Mountain, Aquarian, fino al potentissimo riff di Dragonaut che stende letteralmente tutti. Un buco nero nel quale vengo risucchiato e non so più dove sono, la circolarità di questa musica, la voce di Al, le sue movenze che sono un tutt’uno con il suo basso, suonato spesso direttamente sulla tastiera, una testa che va continuamente e aritmicamente su è giù, tutto contribuisce a sospendere il trascorrere del tempo fino alla ripresa finale della seconda parte di Dopesmoker ed è la chiusura di un cerchio aperto vent’anni fa e sigillato solo oggi, con questa esibizione. Chi aveva dubbi sulla reunion se li è visti frantumare davanti agli occhi (e dentro le orecchie) e a questo punto sono veramente indeciso se sperare nella pubblicazione di nuovo materiale o attendermi la fine. Una voce dentro di me propende per la seconda ipotesi, rendendo tutto questo ancora più mistico e leggendario, senza dover magari maledire pubblicazioni non all’altezza del loro passato. Anche se… mah, staremo a vedere. Il viaggio di ritorno in autostrada serve a distendere i muscoli e quando finalmente mi corico sul mio letto la nuvola di fumo che fino a quel momento mi aveva avvolto scompare definitivamente intorno a me, rifugiandosi direttamente dentro di me.

Daniele Ghiro

ANCIENT VVISDOM “A Godlike Inferno”

ANCIENT VVISDOM

A Godlike Inferno

Prosthetic

Può un gruppo heavy metal suonare prevalentemente acustico? C’è una contraddizione in termini, ma è più che altro frutto ormai della nostra assuefazione a determinare categorie, rigide e che non possono essere modificate. E invece questo è un disco di heavy metal suonato senza chitarre elettriche, o meglio, le chitarre elettriche ci sono ma vengono dominate da quelle acustiche e la cosa, incredibilmente, funziona. Gli Ancient VVisdom hanno quell’aurea oscura di certe creature degli anni 70 (High Tide, Black Widow), hanno fosche partiture fortemente influenzate dalla new wave, si rifanno al black metal (quantomeno per i testi, decisamente oscuri e satanici), ma posizionano tutta la propria musica su un piano sfalsato rispetto alle convenzioni. La batteria (quando c’è) è ritmo e basta, niente rullatone o doppia cassa, i riff elettrici fanno da contorno e sostengono le due componenti principali: la chitarra acustica e la voce, bella, possente, suggestiva. I brani sono ben costruiti, molto melodici ma scurissimi, Necessary Evil ad esempio è solo per voce e chitarra ma è tremendamente pesante nell’atmosfera, Forever Tonight è più ritmata, una sorta di rivisitazione della tradizione americana, addirittura potrebbe ricordare il grunge folk di Sap degli Alice In Chains. Lost Civilization è più elettrica ma in modo diverso dal comune, contenuta e controbilanciata sempre da quei tocchi acustici che la fanno da padrone, bello l’assolo lirico e classico. Devil Brain è la più dura del lotto, inquietante e tetra con quel folk sinistramente sbagliato. Sono le atmosfere che rendono appetibile la musica degli Ancient VVisdom, è il mood dell’album a colpire e coinvolgere intensamente e la riprova arriva con il bellissimo epitaffio di Children Of The Wasteland dalla delicatezza assurda in un contesto così catastrofico.

Daniele Ghiro

BEHOLD! THE MONOLITH “Defender Redeemist”

BEHOLD! THE MONOLITH

Defender Redeemist

Self Released

 

Los Angeles, tra Harley e birra, tra deserto e inferno si muovono questi tre corridori della brutalità. Non fine a se stessa, incanalata nello scranno infernale del doom, nella ricerca di uno stoner deviato, nella personale rivisitazione del metal classico degli anni 80, dai quali proviene come un asteroide l’intro di Guardian Procession. A quel punto Halv King materializza un thrash metal vecchia scuola con voce gracchiante e riff di metal puro. Desolizator si accaparra i riff più lenti degli Slayer era Hell Awaits. Ma da qui in poi le cose si fanno serie perché partono gli undici minuti di Redeemist che sono pregni di doom, quasi scolastico a dire il vero, ma la contrapposizione finale tra durezze metalliche e arpeggi acustici è notevole. We Are The Worm è metal, veloce, melodico, pesante, cosa che sembra anche dalle prime note di Witch Hunt Supreme fino al punto che l’atmosfera si blocca in pozza di fango putrido e la lentezza esasperante di questo pezzo sfianca anche la pazienza dei più allenati a certe non-velocità. Cast On The Black bazzica là dove i Black Sabbath hanno fatto scuola e poi i Melvins ci hanno piazzato in mezzo i loro riff tamarri: quattordici minuti ben strutturati. Sembrerebbe che sia tutto finito ma invece c’è ancora spazio per Bull Colossi che parte alla Sleep, si movimenta su puntate nello sludge dei primi Mastodon e compagnia bella, per terminare con un finale epico dopo l’intermezzo acustico centrale. Non so per quale motivo siano ancora senza contratto (almeno questo mi risulta) ma di certo sono una band da tenere sott’occhio.

Daniele Ghiro