KILLING JOKE Live

KILLING JOKE

Live Club

12 aprile 2012

Non ci sono compromessi di sorta, o si è con loro oppure no. I Killing Joke hanno dato tanto, hanno deragliato, sono sprofondati, e poi, alla fine, risorti dalle proprie ceneri. Ma sono ancora tra noi. E gli ultimi due album, Absolute Dissent  e MMXII, sono due dignitosissimi album che ancora, in alcuni brani, fanno addirittura sussultare. Il loro punk, mischiato new vawe, mischiato industrial, mischiato metal, mischiato… chi più ne ha più ne metta, è ancora di facile lettura e ancor più di facile ascolto per chi, come me, certi suoni ce li ha nel dna. E’ quindi con lo spirito del tempo che fu ma anche di quello che è, che una discreta moltitudine decide di recarsi al Live Club per celebrare il loro rito, non c’è il sold out ma il locale è pieno. Reduci dark, sopravvissuti punk, quaranta/cinquantenni che si ritrovano a distanza di tanti anni ancora li, davanti ad un palco. Uomini e donne che hanno fatto famiglia, che hanno figli ormai grandi, con i tatuaggi sbiaditi, i capelli rasati, gente che probabilmente avrò incontrato ai tempi al Plastic o al Motion, ma con ancora vivo all’interno del loro cuore il sacro fuoco della devastazione. Jaz Coleman è un sopravvisuto che ancora ha voglia di fare il pazzo sui palchi di mezzo mondo, la band segna il tempo trascorso con le rughe evidenti sui volti, perché noi siamo abituati a guardarci allo specchio ogni giorno e non ci accorgiamo di quanto tempo sia passato fino a quando non guardiamo una fotografia, per confrontarci, per capire che di acqua sotto i ponti ne è passata tanta. L’unico giovane è un tastierista che dà il suo contributo consentendo di variare ulteriormente il sound, che rimane caratterizzato, anzi marchiato a fuoco, dalla chitarra granulosa e industriale di Geordie Walker. La tetra introduzione di Eyes Wide Shut saluta l’ingresso della band e lo stentoreo riff di Requiem incendia subito la folla. Suoni perfetti (come al solito del resto al Live Club) luci cupe e un Jaz in tenuta militare che si muove come un’automa. E’ lui indubbiamente che catalizza l’attenzione e nonostante probabilmente non da tutti ancora assimilate anche le canzoni dell’ultimo disco vengono apprezzate. Ma è ovviamente con i classici che si scatena la bagarre, le canzoni sono trattate in maniera moderna, ritmiche e potenti, è così che si alternano una dopo l’altra (Asteroid distrugge tutto) fino alla doppietta finale di The Wait e Pssyche. Pochi attimi d’attesa e Wardance più una versione monumentale di Pandemonium galvanizzano un’audience che attenta e coinvolta ha tributato onore ad una delle pietre miliari della musica rock. Vecchi si, ma non bolliti e sinceramente me ne frega poco di quanti anni ha un musicista se la sua proposta è ancora viva e pulsante.

Daniele Ghiro

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