SLEEP live

SLEEP

Fillmore Club

Cortemaggiore PC

17 maggio 2012

Tanto per essere sintetico parto dall’antipasto. Quello vero e proprio, cioè salumi piacentini con sottacenti e gutturnio a profusione. A seguire pisarei e fasoi fatti in casa e a conclusione una dose pantagruelica di sbrisolona. Il tutto servito dalla trattoria in piazza vicino alla chiesa di Cortemaggiore. Siamo partiti da Milano presto presto e mi lasciavo scappare l’opportunità di incominciare un concerto in questo modo? No di certo, anche la panza vuole la sua parte e fa da contorno a un concerto che difficilmente dimenticherò. Dopo aver acquistato i biglietti ci si trova fianco a fianco con un Al Cisneros evidentemente rilassato che si gusta tranquillamente seduto una birra e l’esibizione degli A Storm Of Light. Che per inciso rosolano per benino le orecchie agli astanti, in virtù di un suono che è sì altamente debitore di quanto fatto sino ad ora dai Neurosis ma che ultimamente comincia ad avere gambe proprie. Infatti il loro concerto è tutto concentrato sull’ultimo album, che è decisamente il loro più personale: mi piacciono un bel po’, complice il mio stato di completa eccitazione e forse un po’ di gutturnio di troppo… ma è indubbio che ci sanno fare e i loro tre quarti d’ora me li godo volentieri.

A questo punto c’è il momento della catarsi. Mi guardo intorno e addocchio un bel posto appena dietro il mixer, il palco dei gruppi precedenti, sul quale posso praticamente sdraiarmi non prima di aver fatto rifornimento di birra. E intanto penso a questi tre visionari che avevano già anticipato molto di quello che in seguito sarebbe venuto e che per motivi vari non hanno mai potuto far conoscere a tutti, anche se poi tutti effettivamente li hanno conosciuti e hanno decretato a loro il riconoscimento di band seminale. Li ho ascoltati tanto tanto, avrei voluto vederli live, ma praticamente si erano già sciolti appena conosciuti e questo tour di reunion (senza Chris Haakius alla batteria, sostituito da Jason Roeder dei Neurosis) lo aspettavo da molto tempo. La popolazione sotto palco e quasi tutta ultratrentenne, qualche sporadico metal heads di nuova generazione e qualche rocker ultraterreno ancora in gamba. Il tributo/ovazione al loro ingresso saluta la partenza panzer della prima parte di Dopesmoker ed è subito uno sconquasso sonico di notevoli proporzioni. Matt Pike è sorridente e disponibile, Al Cisneros è un druido monolitico, entrambi hanno forse una ventina di chili di troppo, ma a noi ce ne frega meno di zero perché è subito chiaro che il carisma non è regredito di una goccia. I suoni calano possenti e limpidi, si sente tutto benissimo, il volume è molto alto e non potrebbe essere altrimenti ma è giusto una tacca sotto il limite del dolore. A seguire Holy Mountain, Aquarian, fino al potentissimo riff di Dragonaut che stende letteralmente tutti. Un buco nero nel quale vengo risucchiato e non so più dove sono, la circolarità di questa musica, la voce di Al, le sue movenze che sono un tutt’uno con il suo basso, suonato spesso direttamente sulla tastiera, una testa che va continuamente e aritmicamente su è giù, tutto contribuisce a sospendere il trascorrere del tempo fino alla ripresa finale della seconda parte di Dopesmoker ed è la chiusura di un cerchio aperto vent’anni fa e sigillato solo oggi, con questa esibizione. Chi aveva dubbi sulla reunion se li è visti frantumare davanti agli occhi (e dentro le orecchie) e a questo punto sono veramente indeciso se sperare nella pubblicazione di nuovo materiale o attendermi la fine. Una voce dentro di me propende per la seconda ipotesi, rendendo tutto questo ancora più mistico e leggendario, senza dover magari maledire pubblicazioni non all’altezza del loro passato. Anche se… mah, staremo a vedere. Il viaggio di ritorno in autostrada serve a distendere i muscoli e quando finalmente mi corico sul mio letto la nuvola di fumo che fino a quel momento mi aveva avvolto scompare definitivamente intorno a me, rifugiandosi direttamente dentro di me.

Daniele Ghiro

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