B. FLEISCHMANN “I’m Not Ready For The Grave Yet”

B. FLEISCHMANN

I’m Not Ready For The Grave Yet

Morr Music/Goodfellas

Chissà se intendeva in qualche modo riferirsi allo stato di salute del suo genere d’elezione, l’indietronica, B. Fleischmann, intitolando il suo ultimo album, Non sono ancora pronto per la fossa? Si sa che il connubio tra indie-rock (inteso nel senso più ampio, e quindi pop, folk etc.) ed elettronica, è stato in passato foriero di ottimi dischi ed altrettanto ottime formazioni; col tempo, però, la vena si è esaurita e questo tipo di suono si è un po’ adagiato su una serie di cliché che hanno smorzato gli entusiasmi anche dei fan più accaniti. Fleischmann, da sempre un protagonista nell’ambito, mostra tutta la sua intelligenza in queste nuove dieci canzoni, da una parte perché non rinnega affatto né il suo passato né la sua sostanziale appartenenza al filone indietronico, ma dall’altro perché riesce a superarne i limiti proponendo una scrittura in qualche modo universale. E’ vero, continua l’interazione tra strumenti suonati ed elettronica, ma questo è solo un dettaglio in un songwriting maturo, oscillante tra pop e cantautorato intimista. Il suo modo di cantare rimane distaccato e molto tedesco, qua e là da fumoso crooner o vicino ad un talking rilassato, ma il calore portato dagli arrangiamenti dettagliati e pure da un pugno di strumentali che ancor più definiscono le sottili ambizioni di questa musica, ci mostrano un autore con ancora qualcosa da dire. In definitiva, quindi, sì, il titolo del tuo nuovo album è davvero azzeccato Bernhard!

Lino Brunetti

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THREE SECOND KISS “Tastyville”

THREE SECOND KISS

Tastyville

Africantape/Goodfellas

Quando si dice la classe! E’ facile rilevare che la musica suonata dai THREE SECOND KISS non sia più, oggi, a là page come in quel 1996 in cui iniziarono a muovere i primi passi. Oggi i June Of 44 non ci sono più, gli Shellac continuano a suonare in giro ma è dal 2007 che non pubblicano qualcosa di nuovo, e per Ian Williams, sia i Don Caballero che gli Stormandstress, sono un ricordo, visto quanto oggi è impegnato in quella sorta di prog mutante che sono i Battles. Faccio questi nomi giusto per arginare, dovesse esserci qualcuno che non li ha mai sentiti nominare, quali sono i lidi sonori della band bolognese. Dicevamo di classe, però, e non si può non rilevarla nelle nove canzoni che compongono Tastyville, album numero sei per una formazione che buon ben dirsi ormai veterana dell’indie-rock italiano. La musica dei Three Second Kiss ha la rimarchevole qualità di essere contemporaneamente istintiva e di pancia e, nello stesso tempo, a suo modo, cervellotica. Solo così si spiega il fatto di come le loro canzoni riescano a darti una sensazione di grandissima energia, suonando vigorosamente punk a livello d’attitudine, ma lo facciano con delle strutture ritmiche e armoniche tutt’altro che convenzionali. I loro pezzi sono un continuo attorcigliarsi di spigolosi fraseggi chitarristici, un coacervo di ritmi in libera uscita, un caleidoscopio di cambi di tempo e ritmo, una gara a seguire l’umorale svolgimento di un estro che non si pone confini che non siano quelli della creatività. Potrei citarvi uno qualsiasi di questi nove episodi, in cui a tratti fa capolino pure qualche passaggio che diresti melodico, ma sarebbe un puro esercizio di stile. Ciascuno di essi è il fulgido tassello di una storia che continua a colpire con immutata forza.

Lino Brunetti

GODSPEED YOU! BLACK EMPEROR “Allelujah! Don’t Bend! Ascend!”

GODSPEED YOU! BLACK EMPEROR

‘Allelujah! Don’t Bend! Ascend!

Constellation/Goodfellas

Spero che mi scuserete se, per una volta, parlando del nuovo disco dei Godspeed You! Black Emperor sfocerò in parte nel personale. Non posso fare altrimenti però, perché c’è stato un tempo – sarà successo anche voi, con altri nomi ovviamente – in cui ero veramente ossessionato dai dischi della compagine canadese. Un tempo in cui non passava giorno senza che li ascoltassi, un tempo in cui mi sobbarcavo delle belle sgroppate in macchina per andarli a vedere dal vivo, anche se magari di lì a poco avrebbe suonato pure dietro casa. Naturalmente ero stato conquistato dalla loro musica: in piena era post-rock avevano portato un mirabolante senso dell’epica, capace di passare dalla più inquieta malinconia alla più catartica delle esplosioni rock, inglobando inoltre elementi cameristici, dissonanze provenienti da ambiti più avanguardisti, la capacità di narrare senza far uso delle parole, se non di qualche voce raccolta per le strade, chissà dove. C’era poi tutta la questione delle loro indipendenza e del loro essere estremamente politicizzati: ve li ricordate gli screzi col regista Danny Boyle, colpevole di essersi fatto distribuire un film (per il resto indipendente) da una major, un film nella cui colonna sonora c’erano proprio dei pezzi dei GYBE? Oppure, ancora meglio, andate a riguardarvi il grafico sul retro copertina di Yanqui U.X.O., dove venivano ben visualizzate le connessioni tra le multinazionali discografiche e l’industria bellica.  Ce n’era d’avanzo per la creazione di un mito, per me come per molti altri. Poi, ad un certo punto, senza in realtà sciogliersi mai, scomparvero. Brandelli della loro musica e alcuni loro musicisti continuarono a far sentire la loro voce nei molti dischi targati Constellation – i Silver Mt. Zion, i due album con Vic Chesnutt, ad esempio – e, in fondo, al ritorno dei Godspeed non ci si pensava proprio più. Ed invece, in sordina, com’è loro abitudine, prima un tour mondiale che li ha visti passare anche dall’Italia (nel 2010) ed ora un disco nuovo, in uscita proprio a metà ottobre senza troppi proclami. ‘Allelujah! Don’t Bend! Ascend! è un disco che fa finta che non siano passati dieci anni dall’ultima volta. Anzi, volutamente si riconnette a dove si erano interrotti, riprendendo e sviluppando due pezzi composti nel 2003, suonati a volte dal vivo, ma mai incisi fino ad ora. Conosciute un tempo come Albanian e Gamelan, queste due composizioni appaiono oggi rinnovate e reintitolate Mladic e We Drift Like Worried Fire: sono la parte più consistente e pulsante del nuovo album, due brani che si spingono oltre i venti minuti di durata ciascuno, ponendosi come uno dei momenti più intensamente rock della loro carriera (la prima, tra scansioni kraute, melodie dal sapore mediorientale, massimalismo epico chitarristico) e affrontando il consueto lirismo fatto di momenti attendisti, alternati ad altri più “sinfonici” (la seconda). L’album è poi completato da altri due brani che ne allungano di un altro quarto d’ora la durata, due drones minimalisti e dal sapore intensamente cinematico. Sarebbe facile criticare quest’album come un puro, nostalgico tuffo nel passato. In parte, ovviamente, così è. Però, allo stesso tempo, al di là del fatto che di musica comunque splendida stiamo parlando, a me piace pensare che i GYBE abbiano deciso di tornare proprio adesso, in questo 2012 di crisi mondiale, perché della loro energia, delle loro idee, del loro rifiuto di un sistema che è sempre più solo un ingranaggio stritolante, c’era un gran bisogno. I Godspeed sono tornati, evviva!

Lino Brunetti

THE MAGNETIC NORTH “Orkney: Symphony Of The Magnetic North”

THE MAGNETIC NORTH

Orkney: Symphony of The Magnetic North

Full Time Hobby

La Scozia è notoriamente terra di spiriti e fantasmi, ma è probabilmente la prima volta che tali presenze si manifestano attraverso una manciata di canzoni, nello specifico quelle concepite dal progetto The Magnetic North, una band appositamente creata per dar corpo ad un sogno. Degna di un romanzo di Stephen King, la genesi del concept intitolato Orkney: Symphony of the Magnetic North, nasce da una fantasia onirica del cantante e chitarrista Erland Cooper della formazione folk-rock londinese Erland and The Carnival, risvegliatosi un mattino da un’esperienza poltergeist che lo esortava a recarsi nelle isole Orcadi, un’arcipelago situato al largo delle coste scozzesi, per la realizzazione di un nuovo disco. Suggestionato da tale apparizione, Cooper mette insieme un trio con Simon Tong, ex chitarrista dei Verve ed oggi multistrumentista dei Carnival, e con la cantautrice ed arrangiatrice Hannah Peel, e parte per le fantomatiche isole seguendo gli intinerari di un’antica guida. L’esperienza viene tradotta in musica dalle dodici canzoni che compongono questo album, dedicato ai luoghi, alla storia, alla geografia delle isole ed alle sventure di Betty Corrigall, la fanciulla suicidatasi nel 1770, che pare essere la musa ispiratrice del progetto: una sinfonia atmosferica e rarefatta che intreccia cantautorato folk, musica da camera e melodia pop con leggere orchestrazioni d’archi ed un parco impiego d’elettronica, da cui trapelano l’etereo indie-pop dei Belle and Sebastian, la folktronica dei Tunng o la sulfurea magia di un lavoro come Spirit of Eden dei Talk Talk. Affascinante e raffinato, Orkney Symphony of the Magnetic North sembra evocare stati d’animo più che paesaggi, galleggiando sulla malinconica dolcezza di spettrali ballate dall’aura folk come l’intensa Bay of Skaill o la toccante Betty Corrigall; sull’eleganza cameristica dell’atmosferica Nethertons Teeth; sulle contaminazioni elettro-pop di Hi-Life e della pulsante Ward Hill; sulla memoria di antichi canti marinari con la corale Orphir; o sulla modernità di curiose contaminazioni folktroniche come Rockwick e Yesnaby. Suggestivo come i brumosi paesaggi a cui si ispira, il progetto dei The Magnetic North è un piccolo gioiello sospeso tra il sentire melodico di diverse generazioni di folksingers.

 Luca Salmini

PRETEEN ZENITH “Rubble Guts And BB Eye”

PRETEEN ZENITH

Rubble Guts and BB Eye

Good Records Recordings

E’ molto probabile che musicalmente poche o punte tracce dell’esistenza dei The Polyphonic Spree riescano ad affiorare anche nella mente dell’ascoltatore più attento, ma è impossibile dimenticare una rock’n’roll band composta da 20 elementi e vestita di candide tuniche quasi si trattasse di una comunità evangelica. Formati a Dallas, Texas nel 2000, da Tim DeLaughter, i Polyphonic Spree sbocciano nel panorama indie-pop americano, proponendo una musica sinfonica e corale come se Pet Sounds fosse il loro vangelo: in breve tempo guadagnano una discreta popolarità attraverso un trittico di album di studio, piazzano qualche canzone in colonne sonore di spot commerciali e film indipendenti e intraprendono una prospera attività concertistica, ricominciata proprio quest’anno dopo una lunga pausa. Salvo un paio di recenti singoli, dall’ultimo lavoro The Fragile Army del 2007, nessuna nuova pubblicazione ha più visto la luce, lasciando intendere che la band attraversasse un periodo di stallo almeno dal punto di vista compositivo: la ragione è probabilmente racchiusa in Rubble Guts and bb Eye, esordio dei Preteen Zenith, il nuovo progetto concepito da DeLaughter insieme all’amico Phillip E. Karnats, con cui aveva già condiviso l’esperienza Tripping Daisy nel corso degli anni ’90. Dal 2009 infatti, DeLaughter incomincia a registrare tracce sul proprio computer con il solo scopo di fissare delle idee, appunti che si trasformano in canzoni quando Karnats lo invita a Chicago, dove il nuovo progetto assume gradualmente forma concreta. I due si chiudono in studio con una pletora di strumenti e con le idee sempre più chiare, cominciano a registrare il materiale per Rubble Guts and bb Eye, mentre alle sessions si aggiungono sempre nuovi collaboratori ed amici tra cui Julie A. Doyle alle voci, Erykah Badu effimero ospite al canto in Damage Control, Jason Garner e Stuart Sikes alla batteria, Dylan Silvers alla chitarra.  Il risultato è davvero sorprendente anche riuscendo ad immaginare quello che potrebbe scaturire da una fantomatica session tra Brian Wilson, Spiritualized e Brian Eno: una musica dove si intrecciano pop, psichedelia ed elettronica in una visionaria alchimia di melodia, campionamenti ed orchestrazioni, capace di evocare i Mercury Rev più barocchi, i più onirici Grandaddy, gli ultimi Sparklehorse o gli Arcade Fire più magniloquenti. Intrecci vocali, singhiozzi lo-fi, bolle ambient, lampi acustici, cambi di tempo improvvisi, ronzio di nastri e lisergiche esplosioni melodiche riempiono le nove tracce di questo debutto, dove nennie a bassa fedeltà si trasformano in vaporose volute armoniche come nell’iniziale Breathe; o nebulosi elettro-pop in minimali code ambient come in Life o Late; dove scintillano memorie psyco-wave in Relief, che potrebbe stare tanto in un disco dei Dr. Dog quanto in uno degli Echo & The Bunnymen; contaminati synth-pop come Damage Control o il monumentale wall-of-sound di Maker; crepuscolari ballate che sembrano sempre sul punto di scivolare nel caos come la splendida Peddling o la sinistra Meat, sospese tra la malinconia di Mark Linkous e le visioni prog del primo Peter Gabriel. Trasformando la melodia in avanguardia, i Preteen Zenith sembrano costituire l’ultima frontiera dell’intellighenzia pop: nulla di quanto contenuto in Rubble Guts and bb Eye potrebbe passare con serenità su una qualsiasi radio, ma di certo si farà apprezzare da chi ha venerato la lungimiranza di dischi come Kid-A dei Radiohead o Loveless dei My Bloody Valentine.

Luca Salmini

TU FAWNING live @ Twiggy Club, Varese, 6 ottobre 2012

Varese non è una città (ed una provincia) facilissima per la musica indipendente. Forse sconta non poco la sua eccessiva vicinanza a Milano; forse, semplicemente, gli appassionati ed i frequentatori di locali e concerti non sono abbastanza per garantire sempre e comunque una buona partecipazione. Varese, che pure grazie alla Ghost Records, in passato era giunta agli onori delle cronache grazie alla sua scena cittadina, non ha insomma, al momento, quella stessa brillantezza che, solo per rimanere in ambito lombardo, hanno invece città come Brescia o Bergamo. In questo contesto, da qualche anno, a contrassegnarsi come autentico baluardo di resistenza, c’è il Twiggy, un locale portato avanti con passione e con, immagino, tanto impegno e fatica, proprio da Francesco Brezzi e Giuseppe Marmina della Ghost. Posto proprio nel centro cittadino, il Twiggy, nel corso del tempo, ha coraggiosamente visto sfilare tra le sue accoglienti mura, non solo grandi bands italiane come Il Teatro Degli Orrori, gli Amor Fou, Dente o i Ronin (per non dirne che una piccolissima parte), ma pure artisti di assoluto livello internazionale come The Silver Mt. Zion, Crippled Black Phoenix, Barzin, Jackie-O Motherfucker, Sin Ropas. Ultimi, per ora, ad aver calcato le assi del suo palco, i bravissimi TU FAWNING, tra l’altro al loro secondo passaggio varesino, visto che anche in occasione dello scorso tour erano passati da qui. Con alle spalle la recente pubblicazione del loro secondo album, il bellissimo A Monument (su City Slang), la band di Portland, Oregon, per nulla sconsolata da una presenza di pubblico inferiore alle aspettative (a grandi linee un centinaio di persone), ha dato vita ad uno show dinamico e frizzante, dove le loro contaminazioni alchemiche hanno avuto modo di dispiegarsi in maniera assolutamente compiuta. Che siano una band speciale, lo dimostra già il modo col quale i quattro si muovono sul palco, scambiandosi gli strumenti e dando vita a sfumature musicali che pure dal vivo, pur con l’ovvia energia ed istintività dell’esibizione live, non vengono perse. Al centro di tutto c’è ovviamente Corrina Repp, affascinante cantante, esuberante performer, indifferentemente brava sia alla chitarra che alla batteria. Le sue melodie sono ovviamente il cuore pulsante della musica dei Tu Fawning, la quale poi diventa qualcosa di originale e fresco grazie alle cangianti pennellature date dalla band tutta. In questo senso è fondamentale l’apporto di un musicista capace come Joe Haege (ex Menomena e 31Knots), autentico regista della formazione, diviso fra batteria, chitarra e samples, anche se non si possono certo minimizzare neppure l’apporto della bella e brava Lisa Rietz (violino e tastiere) e dello stranito ed allampanato Toussaint Perrault (fiati, tastiere, percussioni, chitarra). Non cambiano particolarmente rispetto ai dischi le loro canzoni in concerto, ma la loro grande comunicatività, il loro calore ed una musica che rimane comunque intensa e fantasiosa, non possono che colpire favorevolmente. Nell’ora abbondante di show, hanno fatto sfilare brani di entrambi i loro album, a cui, nel bis, s’è aggiunta una bella ed esplicativa cover di Love Will Tear Us Apart dei Joy Division. Il gran finale è stato poi all’insegna della gioia festosa, con tutti i membri della band a suonare percussioni tra il pubblico, cantando in coro con chi voleva unirsi a loro. Una gran bella serata, che la prossima volta vi consiglio di non perdervi. E tenete d’occhio la programmazione del Twiggy, ne vale sempre la pena!

Lino Brunetti

Corrina Repp

Lisa Rietz

Joe Haege

Toussaint Perrault

Lisa Rietz

Corrina Repp

Joe Haege

All photos © Lino Brunetti