MARTHA TILSTON “Machines Of Love And Grace”

MARTHA TILSTON

Machines Of Love And Grace

Squiggly Records

martha-tilston-machines-of-love-and-grace2

Confesso questa mia mancanza: fino a quando non ho ricevuto a casa una copia di Machines Of Love And Grace, Martha Tilston non l’avevo mai sentita neppure nominare. Eppure, basta una piccolissima ricerca su internet per scoprire che, dal 2000 ad oggi, sono diversi i dischi che la vedono protagonista. Inizialmente col duo Mouse (in pratica lei più il chitarrista Nick Marshall), poi attraverso una serie di dischi solisti che, con quest’ultimo, arrivano a quota cinque. Da aggiungere rimangono un ennesimo album (in free download), accreditato a Martha Tilston And The Woods, e la collaboraziione al disco degli Zero 7, Year Ghost. Inglese, figlia del cantautore Steve Tilston e figliastra della folk singer irlandese Maggie Boyle, Martha ha dunque un bel curriculum alle spalle ed anche una certa esperienza, come appare chiaro all’ascolto di queste sue nuove undici canzoni, che sono bellissime, tanto vale dirlo subito. La Tilston è la tipica cantautrice folk – ipotizziamo qualcosa tra Beth Orton ed Alela Diane – e se c’è un problema nella sua musica, è solo quello di giocare in un campionato affollato quanto mai. Peccare di sufficienza e liquidarla come l’ennesima cantautrice acustica, però, potrebbe davvero risultare uno sbaglio. La sua scrittura, magari non sempre definibile come originale, è a dir poco eccelsa, sia dal punto di vista strettamente melodico, che in rapporto al modo oculato con cui vengono gestiti i suoni che, in linea di massima, si mantengono minimali ma assai variegati nelle timbriche e nelle diverse sfumature che si susseguono. E’ così che a volte vieni colpito da un insieme particolarmente aggraziato (Stags Bellow), altre dal ricamare di una chitarra solista (quella del citato Marshall nella splendida Silent Women), altre ancora da un semplice backing vocal maschile (Blue Eyes) o da un insolito intro quasi psichedelico quale quello di Survival Guide. Lo svisare di un violino, il tocco di un pianoforte, l’intrecciarsi di corde elettriche ed acustiche, l’apparire di un autoharp o di un bouzouki, il felpato passo di qualche percussione o quello più impegnativo di un contrabbasso, sono gli elementi tipici di queste canzoni. Qualche pezzo farebbe la propria figura anche arrangiata da rock song, portandone chiaramente in vista i connotati (Wall Street, la memorabile More, Shiny Gold Car), qualcun’altra azzarda qualche sconfinamento, comunque sempre misurato (gli archi e quel pizzico d’elettronica che appaiono in Suburbia, le congas che accompagnano Butterflies, gli arrangiamenti più marcati di una psichedelica Let Them Glow, resa pulsante da un basso quasi dub). Come che sia, sono tutti esempi di un disco privo di cadute di tono, che sarebbe davvero un peccato far passare sotto silenzio. Il consiglio implicito mi pare chiaro: non fatelo!

Lino Brunetti

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...