MY BLOODY VALENTINE “M B V”

MY BLOODY VALENTINE

MBV

My Bloody Valentine

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Novembre 1991. Entro dal mio spacciatore vinilitico preferito, ovviamente Carù Dischi, e mi compro, non uno, bensì due LP, diversissimi fra loro, in un colpo solo: uno è Levelling The Land dei Levellers, l’altro è Loveless dei My Bloody Valentine. Tornato a casa, li metto sul piatto e me li ascolto uno via l’altro. All’epoca ho diciott’anni, l’assurda convinzione di saperla lunga e, a primo ascolto, fra i due preferisco il disco dei Levellers; pensate fino a che punto può arrivare la coglionaggine! Passano i giorni e, nonostante la caratteristica di cui sopra, pure io mi rendo che non c’è proprio paragone e Loveless diventa una droga. Oggi, nonostante abbiano continuato a pubblicare un sacco di dischi (l’ultimo nel 2008), dei Levellers non si ricorda più nessuno, i My Bloody Valentine, invece, sono ancora un mito. L’abbiamo aspettato ventidue anni il seguito di Loveless, ventidue anni! Diciamoci la verità: eravamo tutti convinti che non sarebbe davvero mai arrivato, nonostante i tour degli anni recenti, nonostante l’uscita dal suo isolamento da parte di Kevin Shields, nonostante il programma di ristampe messo a punto l’anno scorso. E invece, infine, c’è, eccolo qui, esiste! Loveless fu un disco di portata letteralmente epocale: per la formazione irlandese trapiantata a Londra era soltanto il secondo album ma, in esso, il perfezionista Kevin Shields, aveva cristallizzato tutte le sue idee rivoluzionarie e aveva dato forma alla sua musica, nello stesso modo in cui uno scultore estrae delle figure dalla nuda pietra. Per far ciò erano stati necessari diciotto (!) ingegneri del suono (tra cui Alan Moulder) e centinaia di migliaia di sterline (c’è chi dice 350000, chi 500000) che mandarono praticamente in bancarotta la Creation di Alan McGee. Pet Sounds che incontra Metal Machine Music, la più famosa ed azzeccata definizione di questo ambizioso capolavoro, senza dubbio uno dei capisaldi della musica degli anni novanta, in cui  un angelico pop dalle ascendenze spectoriane, si calava in mezzo a stratificazioni di feedback estatico. Ovvio che dare un seguito ad un’opera del genere era cosa da far tremare letteralmente i polsi. Negli anni, a più riprese si è parlato dell’uscita del seguito di Loveless, nel 1997 una prima volta, dieci anni dopo una seconda. Dalle 23.58 di sabato 2 febbraio, quando è stato messo ufficialmente in vendita sul sito della band, quel seguito, MBV, è diventato realtà. E com’è, allora, questo tanto agognato disco? Non è e non poteva essere un capolavoro pari a Loveless, ovviamente, però non è neppure quella delusione che in molti temevamo. Scritto e forse registrato in un arco di tempo enorme, alla fine questo è, il resoconto di ventidue anni di esperimenti e ripensamenti, nonché di cambi di passo. Questa lettura critica è confermata dall’ascolto del disco. La prima traccia in scaletta, She Found Now, è la più diretta connessione con il lavoro precedente, tanto da sembrarne una outtakes: melodia Beach Boys seppellita in una nuvolaglia noise, mood avvolgente ed onirico. Only Tomorrow parte con un potentissimo basso fuzz e continua seppellendo la sua melodia sotto reiterate stratificazioni di distorsione, spesse come colate laviche, e un po’ lo stesso fa Who Sees You, avendo però dalla sua un tratteggio più indistinto, quasi astratto. Ci si inizia ad allontanare dai My Bloody Valentine più noti con Is This And Yes, dove Bilinda Butcher canta su di uno spesso bordone d’organo, con la batteria, ipnotica, a scandire il tempo sui tom. Decisamente pop i due pezzi seguenti: If I Am pare una melliflua ed intrigante loro versione degli Stereolab, mentre New You espone addirittura una leggerezza zuccherina priva di spigoli e rumore. Arriviamo così agli ultimi tre pezzi, quelli presumibilmente concepiti in tempi più recenti: In Another Way incalza con un tambureggiare ritmico mentre attorno ad esso i suoni s’irradiano come lamine taglienti, Nothing Is ha un andamento tra techno e kraut-rock, con la batteria tribale raddoppiata da distorsioni ossessive, da vero trip psichedelico – peccato solo che si fermi dopo neppure quattro minuti, questo era uno di quei pezzi che poteva andare avanti all’infinito. Il brano più sconvolgente è però proprio l’ultimo, Wonder 2, una cosa davvero aliena, che dà le stesse sensazioni che potrebbe dare il prendere il volo per lo spazio siderale su di una giostra impazzita: la melodia pare ricostruita da un collage di nastri in reverse, l’amfetaminico tessuto ritmico pare estrapolato dai dischi di Aphex Twin ed il tutto è contornato da sfasatissimi echi e da grasse pennellate di rumore. Se è questo quello su cui stanno lavorando, fin da adesso non vediamo l’ora di sentire il loro prossimo disco. Tra ventidue anni…

Lino Brunetti

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