ORNAMENTS “Pneumologic”

ORNAMENTS

Pneumologic

Tannen Records/Audioglobe

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Quartetto formato da membri di The Death Of Anna Karina, Nicker Hill Orchestra e Workout, gli ORNAMENTS si erano fatti conoscere attraverso l’attività live ed un demo venduto ai concerti, stampato in mille copie. L’esordio vero e proprio arriva oggi con Pneumologic, disco assai interessante, a partire dalla curatissima confezione in cartoncino e dallo splendido artwork di Luca Zampriolo. In quasi un’ora di durata, i quattro – coadiuvati da qualche ospite – danno vita a sette, mediamente lunghe composizioni, fatta eccezione che per due episodi, interamente strumentali. Partiamo da questi ultimi: in Breath, il cantato scuro ed affascinante di Silvia Donati, dona sfumature notturne e fumose, quasi mitteleuropee, al sound del quartetto. Diverso il contributo di Tommaso Garavini, autore anche del testo, in L’ora Del Corpo Spaccato, un urlo neurosisiano in bilico tra potenza e rabbia trattenuta. I restanti pezzi stanno tra pesanti reminiscenze post-rock – genere a cui gli Ornaments senza dubbio appartengono – e deviazioni pulsanti in odor di doom: le cavalcate elettriche post sono in prima linea in pezzi ipnotici come Pulse, Aer e Galeno – le ultime due vicine anche a certa epica Godspeed You! Black Emperor – mentre soprattutto in Pneuma le chitarre si inspessiscono riffeggiando metalliche e plumbee. Non è un suono inedito quello degli Ornaments, ma la materia la sanno maneggiare bene, tanto che Pneumologic si rivela un must per gli appassionati dei generi citati.

Lino Brunetti

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THE CRAZY CRAZY WORLD OF MR. RUBIK ” Urna Elettorale”

THE CRAZY CRAZY WORLD OF MR. RUBIK

Urna Elettrorale

Locomotiv/Audioglobe

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Trio insolito fin dal nome che si sono scelto, quello composto da Gabriele Ciampichetti (chitarra, basso, electronics, voci), Matteo Dicembrio (synth, campionamenti, voci) e Stefano Orzes (batteria, percussioni). Con Urna Elettorale – poteva esserci titolo più attuale di questo, sto mese? – THE CRAZY CRAZY WORLD OF MR. RUBIK pubblicano il loro secondo album, disco impregnato, nei temi, di questi assurdi tempi che viviamo, mentre musicalmente è ancora una volta orientato a mescolare rock, elettronica e percussivismi etno. Le si ritrovano subito, queste ultime, in Sebele, sorta di filastrocca wave che apre il disco, ma pure in Pabababè, altrimenti attraversata da liquide chitarre psichedeliche. La Nona Rivoluzione Silenziosa (Del Lighi Gighi Gi) scurisce i propri riff di chitarra, forse in linea con quanto racconta e pure Cambiamo Forma, brano wave ipnotico, guidato da una tastiera ovattata, ha un tono abbastanza dark. Per il resto, Fantasamba, di samba ha assai poco, in compenso espone un ossessivo fraseggio chitarristico, la lunga title-track ha un andamento tribalistico e la rilettura di Live In Punkow dei CCCP, in salsa etno-sintetica, anticipa la chiusa visionaria di E’ Tempo Di…. Assai piacevole nella gran parte dei suoi episodi, il disco non mantiene, però, tutto quanto promesso. Non so se è una faccenda di registrazione o di produzione, ma nell’insieme suona un po’ troppo piatto e freddo, come se la band avesse viaggiato con il freno a mano tirato. Quello che qui s’intuisce grande – e che probabilmente lo diventerà dal vivo – con un approccio più deciso avrebbe potuto esserlo ancora di più. Bravi comunque…

Lino Brunetti

PLATONICK DIVE “Therapeutic Portrait”

PLATONICK DIVE

Therapeutic Portrait

Black Candy/Audioglobe

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Il debutto dei livornesi PLATONICK DIVE ci pone di fronte al più tipico dei dilemma critici: un’opera va valutata semplicemente per la qualità della musica che contiene o, piuttosto, per come essa viene inserita in un quadro più ampio? E’ una domanda retorica, ovviamente, che però ci aiuta a parlare del contenuto di Therapeutic Portrait. L’apertura dell’album è affidata ad un brano intitolato Meet Me In The Forest: l’inizio è all’insegna di un’elettronica pulsante, fino a che non entrano in scena le chitarre e tutto si muove verso il più classico crescendo post-rock. In linea di massima, queste sono le coordinate su cui si muoverà tutto il loro lavoro, tra momenti di stasi seguiti alle classiche detonazioni chitarristiche, inframmezzate da diversi momenti in cui ha un maggior predominio qualche passaggio d’elettronica al confine con la glitch music. Il tutto è ben fatto e non si può dire che le tracce – una per tutte, l’ottima Wall Gazing – lascino indifferenti. Nello stesso tempo, però, l’ascoltatore più smaliziato (ma forse neanche tanto) non potrà che ricondurre quanto ascoltato, in quel dato passaggio ai Mogwai, in quell’altro agli Explosion In The Sky, in quell’altro ancora ai 65DaysOfStatic, e così via discorrendo. Mancano un po’ della capacità di sorprendere, per farla breve, le canzoni dei Platonick Dive, rendendo il loro album più che un film già visto, il classico esempio di “disco di genere”. Ben fatto, ribadisco, ma ancora troppo prevedibile nelle soluzioni adottate e troppo ligio alle “regole”.

Lino Brunetti