KADAVAR “Abra Kadavar”

KADAVAR

Abra Kadavar

Nuclear Blast

Kadavar-Abra-Kadavar

I Kadavar (nome completamente sbagliato, che evoca trucidi combo di black metal e invece…) sono Berlinesi e sono tre tipi che sembrano sopraggiungere da epoche lontane, in un miscuglio non troppo sofisticato di metal tedesco della prima ora, tanto blues, tanto hard rock e una sana propensione a costruire semplici ma intriganti brani musicali che hanno nella forza e nella potenza, più che nella psichedelia, la loro forza maggiore. Sarà per questo che la Nuclear Blast li ha voluti tra le proprie fila, continuando un percorso di diversificazione che stà dando buoni frutti, inserendo accanto ai gruppi più metal in senso stretto anche altre derive decisamente più psichedeliche e “fumose”. In questo secondo disco i Kadavar non scoprono di certo l’acqua calda ma ci danno dentro a testa bassa senza troppi arzigogoli, andando dritti al sodo (tipico di queste band teutoniche) posizionando riff brutali in stile doom (Black Snake), conditi da decisi assalti della chitarra solista, che imperversa in ogni brano con tremende scorribande. I brani spaziano (ma non troppo) tra la tradizione metallica tipicamente europea e in effetti Doomsday Machine ci riporta per esempio alla prima era del metal, verso quegli Accept ancora acerbi di Restless and Wild, Come Back To Life è invece un trascinante hard in tipico stile seventies, Dust per contro sono i Black Sabbath più metallici, Fire rimanda a quanto fatto dai Pentagram, un brano incalzante e sostenuto da quei riff epici e marziali che tante volte abbiamo ascoltato. La precisione ferrea nella quale si muove il trio è la loro dote maggiore, tutto sembra fatto nella maniera migliore e nulla è lasciato al caso, con la chitarra scrocchiante vecchia maniera e la batteria che senza strafare si infila in un vorticoso accompagnamento. Le sorprese migliori arrivano comunque nella parte finale del disco, che si abbandona su livelli più psichedelici con il metronomico riff Hawkwindiano di Liquid Dream, e le spinte psichedeliche ricche di fuzz e riverberi di Rythm For Endless Minds che trascinanano le proprie spire nel sixtie sound liquido e debordante di Abra Kadabra. Non dei fuoriclasse assoluti ma degni alfieri di un sound che stà prepotentemente imponendo la propria capacità di coinvolgere nuovamente orecchie, come le mie, abituate da trent’anni ad ascoltare, senza stancarsi, la solita formula: ma attenzione, se questa è la qualità del risultato, assolutamente non c’è alcuna ragione per andare a scovare difetti, ma ce ne è a sufficienza per esaltarne i pregi.

Daniele Ghiro

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