SANANDA MAITREYA “Return To Zooathalon”

SANANDA MAITREYA

Return To Zooathalon

Treehouse Publishing

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Superstar internazionale, a cavallo tra gli anni ’80 e ’90 col nome di Terence Trent D’Arby, all’età di 33 anni SANANDA MAITREYA dice basta. Basta coi compromessi che l’industria musicale vuole imporgli, basta con le pressioni che gli arrivano dal successo e coi tentativi di censurargli le sue idee. E’ il 1995 quando cambia, musicalmente e legalmente, nome ed inizia la sua nuova carriera musicale e, di conseguenza, la sua nuova vita. Oggi Sananda vive a Milano con moglie e due figli e, in tutti questi anni, ha continuato a comporre, suonare e pubblicare musica in quella totale libertà tanto cercata. Non farò finta di conoscere tutto quello che ha fatto nella sua carriera, perché non sarebbe vero, però, quello che posso dirvi, è che Return To Zooathalon, suo nono album in studio, il diciottesimo se contiamo anche i live, è un disco per molti versi sorprendente. Opera mastodontica (22 brani per oltre 75 minuti di musica) e sorta di concept dedicato allo Zooathalon (la parata degli archetipi psicologici che si relazionano al progresso della mente umana attraverso la “ruota del tempo”, nientemeno), questo nuovo album è una girandola di canzoni dove rock, blues , pop e soul si fondono in un melange black, dove l’inconfondibile voce di Sananda ha modo di rifulgere. Interamente scritto, prodotto e suonato da Maitreya stesso – che dà prova di essere un polistrumentista coi controfiocchi, il disco è tutt’altro che minimale – Return To Zooathalon colpisce inoltre per la verve dinamica di cui sono intrisi la maggior parte degli episodi: dal soul psichedelico di DFM (Don’t Follow Me) alla propulsione melodica di Save Me, dalla doppietta intitolata Stagger Lee (funky nella prima parte, come dei Beatles virati black nella seconda) alla solarità a là Garland Jeffreys di Albuquerque, passando per ballate pulsanti come Ornella Or Nothing o Where Do Teardrops Fall?, davvero non si conoscono pause. Belli i numerosi pezzi rock in scaletta (Tequila Mockingbird, She’s Not Right, la title-track, ad esempio), così come quelli dove si mischiano un po’ le carte (l’insolita Mr. Grüberschnickel, l’eterea e notturna Walkaway). Forse fin troppo lungo e dispersivo, comunque un piacevole sentire. Per info qui.

Lino Brunetti

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