THE KNIFE live @ Alcatraz 29 aprile 2013

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Non ci sono dubbi circa il fatto che Shaking The Habitual, l’ultimo album degli svedesi The Knife, sia uno dei dischi più interessanti ed artisticamente rimarchevoli tra quelli usciti negli ultimi tempi. Un moloch, in tre LP o due CD, in cui il pop elettronico del duo formato da Karin e Olof Dreijer, si atomizza fra momenti di sperimentazione isolazionista, tribalismi tutt’altro che accomodanti ed un gusto per la sottolineatura inquieta e tagliente. Un album notevole insomma, di cui potrete leggere più dettagliatamente sul numero di maggio del Busca. Sta di fatto che, proprio perché avevo apprezzato il disco così tanto – è fuori discussione, fin da adesso, il fatto che troverà un posto tra i miei migliori del 2013 – mi sono mosso subito per procurarmi un accredito per andarli a vedere dal vivo all’Alcatraz di Milano, data, tra l’altro, andata quasi subito sold out (del resto, erano ben sei anni che The Knife mancavano dal palco, sette dal disco che aveva preceduto quest’ultimo). Sono un ascoltatore eclettico; a parte pochissimi generi specifici a me indigesti, sono capace di ascoltare ed apprezzare musica proveniente dagli ambiti più disparati. Dico ciò per sottolineare che non ho nessuna preclusione nei confronti della musica elettronica, anche se magari posso ammettere che, dal vivo, la scena offerta da chitarre e batterie sia più esaltante di quella offerta da tastiere e laptop. Qualsiasi cosa potessi aspettarmi dal concerto dei The Knife, però, si è andato ad infrangere contro l’allucinante serata che mi sono trovato a vivere. Arrivo all’Alcatraz con la migliore predisposizione d’animo verso le 20.30. Fuori c’è un sacco di gente e pure dentro sta incominciando a riempirsi. Il pubblico è piuttosto giovane, ma non mancano i quarantenni. Quando sono all’incirca le 21.15 si spengono le luci, dalle nostre spalle arrivano le urla di un imbonitore che, per circa venti minuti, urlerà come un gallo strozzato sopra una base dance, nel tentativo di caricare il pubblico, inducendolo a ballare ed urlare. La faccenda non mi gasa per niente ed anzi, alla lunga, mi irrita pure un po’. Il tipo continua ad urlare: Are you alive? We are not afraid to die! e, per quanto sia ormai distratto, mi pare faccia pure una sorta di discorsetto sulla vita della gente ai tempi della crisi e sulle reazioni che possono avere le persone per tentare di cambiare le cose, intimandoci di non dimenticarcene mai. Parrebbe una cosa fuori posto, ma visto quello che è successo dopo, la cosa assume un senso. L’imbonitore smette di urlare, la musica cessa di martellare e dal palco partono fasci di luce e delle frequenze bassissime spacca cervello. Sul palco appaiono le indistinguibili silhouette della band, che si presenta con una formazione a sette. E’ A Cherry On Top ad aprire il concerto, in una versione plumbea e tutt’altro che festosa, doppiata subito dopo da un’iper percussiva Raging Lung. Ammesso e non concesso che anche quest’inizio non sia stata in realtà una finzione, il concerto finisce qui. Dal pezzo dopo, il palco viene velocemente sgomberato da tutti gli strumenti che vi si trovano sopra, e i sette iniziano a ballare. Nessuno canta, nessuno suona, quello che sentiamo, basilarmente è il CD. Non bastasse questo, le coerografie sono imbarazzanti, pare stiano facendo una lezione d’aerobica e persino male. Sembrano pure un po’ in debito d’ossigeno e mi aspetto che prima o poi qualcuno stramazzi a terra. In alcuni pezzi fanno finta di suonare strumenti immaginari o cantano palesemente in playback, in altri (ad esempio su Full Of Fire) si piantano come belle statuine a guardare impassibili il pubblico o a mimare con i gesti gli andamenti della musica, altre volte ancora non stanno neppure sul palco, lasciando il campo libero ai giochi di luce! Il mio disagio è indescrivibile, non riesco a credere a quello che sta succedendo. Attorno a me, il pubblico balla, ride e applaude felice come se sul palco ci fosse veramente una band a suonare. Ed è qui che finalmente capisco: non è quello che sta succedendo sul palco ad essere sbagliato, ma quello che sta accadendo sotto al palco! Da quella band politicizzata ed iconoclasta che sono, The Knife hanno messo in piedi un’enorme truffa, una provocazione gigante nei confronti del loro stesso pubblico, come a voler creare un’enorme metafora di quello che succede nella vita reale. Per entrare qua dentro, c’erano da pagare la bellezza di 25€, non proprio pochi al giorno d’oggi. Questo semplice passaggio sancisce un contratto: 25€ in cambio di un concerto. Ma se il concerto alla fine non avviene, se viene sostitutito da un puro surrogato, non avrebbero dovuto esserci proteste, urla, incazzature? Come nella vita reale, l’1% della popolazione si tiene tra le mani la fetta più grossa delle ricchezze del pianeta, ben sapendo che il 99% rimanente inspiegabilmente accetterà la situazione, facendo poco o nulla per cambiarla, qui sette persone hanno preso letteralmente per il culo le migliaia accorsi a vederli, i quali si son prestati al gioco ben felici, in larga parte non applicando il benché minimo senso critico ed anzi applaudendo e gioiendo beota. Se era davvero questo l’intento dei The Knife, l’esperimento (situazionista?) può dirsi riuscitissimo. In me è rimasto però un senso di sconsolata tristezza, di profonda e disillusa amarezza. Davvero non gliene frega niente a nessuno? Davvero siamo così ciechi ed addomesticati? Chi sono queste persone – che magari poche settimane prima avevano riempito lo stesso posto per i Mumford & Sons, ad esempio – che sono così platealmente cascati nella trappola dei The Knife? Che risposta dare a queste domande? Non lo so, davvero non lo so…

Lino Brunetti

16 thoughts on “THE KNIFE live @ Alcatraz 29 aprile 2013

  1. allucinante….la dimostrazione che alla gente non frega nulla, nemmeno di essere presa per il culo, nemmeno davanti al “fatto reale” che sta accadendo di fronte a loro… un pò la metafora di quello che sta succedendo in Italia. Ecco, forse, il vero “perchè” dell’assurda e senza senso esibizione…avranno pensato che, agli italiani, anche la merda fa bene, anzi piace.

  2. suppongo e sottolineo suppongo che sia la loro naturale evoluzione! credo che siano convinti della loro “maturazione” artistica! non credo che un aglomerato di stile come the knife porti nel mondo uno spettacolo che non li rappresenti la sua ispirazione attuale!
    il disco nuovo non mi piace e dal vivo uguali!

    Marco

  3. noi eravamo in sette, eravamo in sette e li seguivamo (sì, sto usando il passato) da immemore tempo, come sette nanetti laboriosi e ingenuotti ognuno si piazzò davanti al computer appena aprirono le prevendite, alle nove di mattina, mi pare, nella speranza di accaparrarsi i biglietti, soffrimmo, sudammo, ci telefonammo ansiosi e alla fine gioimmo quando uno di noi riuscì nell’impresa, e come amanti speranzosi volammo alla volta di milano, una macchina, tre treni, quattro città diverse,innumerevoli prosecchi e birrette, eccitati, spaventati, entusiasti. ora abbiamo il cuore spezzato e siamo anche piuttosto incazzati.

  4. è difficile accettare che qualcuno che stimi si prenda gioco di te. io ne ho esperienza, come fratello mi è capitato Loki. Mi piace pensare che molta gente abbia deciso di divertirsi forzatamente, perchè erano i knife, perchè era impossibile che lo stessero davvero facendo, perchè doveva essere un concerto strafigo. Credo, leggendo anche altri commenti in rete, che poi si siano arresi a quella voce interiore che diceva loro “sì, sta accadendo, prima di tutto questo non è un concerto, e poi ti stanno pigliando pure per il culo”. meglio tardi che mai. certo, una bella rivolta del pubblico pagante che rivendica il suo diritto alla qualità sarebbe stata giusta e divertente, ma non è la prima volta che le persone dimostrano cieca comprensione verso talentuosi cazzoni, ricordo ancora una cat power ubriaca che fece per una buona oretta l’imitazione dell’italo-americano senza sfiorare un tasto del pianoforte. personcine adoranti le mandavano bacini mentre io tenevo a bada un’ira tuonante tipica del dio col grosso martello. non me la sento di arrabbiarmi con il pubblico mio collega, che è un essere delicato e credulone, alle volte, ma mi fa rabbia chi di quel pubblico non mostra il benchè minimo rispetto.

  5. Io non credo che lo spettacolo messo su dai Knife fosse fine a se stesso o semplicemente una truffa/provocazione. Sono però rimasto anche io sconvolto dal fatto che a tutti andasse bene una cosa del genere e nessuno si sia lamentato. Forse ci sarei andato lo stesso, ma avrei voluto saperlo prima che il “concerto” si sarebbe svolto in questo modo…

  6. Avevo letto la tua bella e suggestiva recensione… Magari hai ragione, non è improbabile; io però alla domanda “Ci sarei andato se lo avessi saputo prima?”, risponderei probabilmente no! Loro sono legittimati ad eseguire la loro “performance concettuale”, io a considerarla fondamentalmente fuffa.. Ciao!

  7. Posso solo dire con sollievo che ho trovato qualcuno che sa realmente di cosa sta parlando! Lei sicuramente sa come portare un problema alla luce e renderlo importante. Altre persone hanno bisogno di leggere questo e capire questo lato della storia.

  8. Trovo solo ora questi commenti, e vi dico che io ho vissuto l’esibizione in modo un po’ disverso, infatti la serata all’alkatraz è stata un’esperienza unica e travolgente; in quell’ora e mezza hanno espresso arte in diversi linguaggi, ovviamente non è stato un concerto vero e proprio, ma è stata una performance artistica,
    fatta di azioni, gesti, luci, corpi, immobilità e movimento,energia, pubblico,suoni, rumori, musica. E’ in questa direzione che l’arte si deve muovere, con la fusione di linguaggi differenti tra di loro, ma che esprimono la stessa IDEA (in questo caso anarchica e rivoluzionaria).

    • Chissà, forse se avessi saputo prima che stavo andando a vedere qualcosa che non era un concerto, sarei rimasto meno contrariato e l’avrei vissuto come te… Anche se a me, pure come spettacolo di per sé, non m’è parso nulla d’eccezionale… Ciao!

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