ONE MAN 100% BLUEZ “Psycho Voodoo”

One Man 100% Bluez

Psycho Voodoo

Autoprodotto

cover-psycho-voodoo

“…se oggi qualcuno facesse della musica per l’oggi che avesse il potere trasformativo che gli Who o Hendrix avevano al loro tempo rispetto alla storia della musica, non suonerebbe come niente di quello che abbiamo sentito. Ci diremmo “E questo che cazzo è?”. Forse la gente direbbe “Questa mica è musica”, ma sarebbe potente e vagamente ipnotica…”: è possibile che qualcuno possa porsi gli stessi interrogativi espressi da Gerald Casale, ascoltando per la prima volta Psycho Voodoo, ma è molto probabile che il pensiero del cantante dei Devo racchiuda proprio l’idea esatta che gli One Man 100% Bluez avevano in mente quando hanno realizzato il loro nuovo album. Se la storia del blues sta già tutta nei dischi di Robert Johnson, Muddy Waters e John Lee Hooker ed è anche difficile raccontarla meglio (del resto gli One Man 100% Bluez la conoscono bene e ne sono consapevoli), Psycho Voodoo cerca di scovare lo stesso stato d’animo in una scarica di breakbeat elettronici; in una sequenza di parole cantate in italiano e perfino in un successo dei Daft Punk, dando vita ad una musica che può sembrare aliena e straniante, almeno quanto in passato devono esserlo sembrati i gutturali ululati di Howlin’ Wolf o le astruse geometrie di Captain Beefheart. Per quanto lo conoscano e lo rispettino, gli One Man 100% Bluez, il progetto del cantante e chitarrista Davide Lipari e del batterista Ruggero Solli, a cui si aggiunge ora il fantomatico Low Chef al basso e all’elettronica, non sembrano interessati al blues in quanto identità storica, ma lo vivono come materia per l’oggi e quindi ancora capace di trasformarsi, cambiare pelle ed accogliere il nuovo, attraverso il sound mutante e febbricitante, o citando Casale, potente e vagamente ipnotico, di Psycho Voodoo. Amplificando le intuizioni della Electro side del precedente album Shock!, gli One Man 100% Bluez frantumano i classici canoni delle 12 battute, dando vita ad un’entità psichedelica, tribale e visionaria: il suono che potrebbe echeggiare da un rave-party in un juke-joint del profondo nel Mississippi. E’ il feroce ribollire di un voodoo cibernetico ed allucinante  ad esplodere dalle casse, quando partono le prime note della venefica titletrack, un futuristico big-bang di chitarre, armonica e ritmi sintetici; ma in generale, tra grasse pennellate di nero, tutto Psycho Voodoo porta a galla una prospettiva del blues poco manieristica ed ortodossa, a partire dalla bellissima Deep Black Moon, che pare scaturita dall’intreccio  tra i Los Lobos di Kiko ed il Tom Waits di Heartattack and Vine; dal selvatico boogie della crampsiana Her Sister; passando per l’allucinata spirale di Around the World; per la fantastica Marcorre, per sentire cosa avrebbe suonato R.L. Burnside se fosse nato a Roma; fino all’ipnosi kimbroughiana di Hold You; allo sferragliare mantrico di The Same Man; alla lisergica Changed; ed al delizioso cameo acustico della conclusiva Intreccio, seconda traccia che combina alla perfezione i suoni del Delta alla lingua italiana. Certo, si può anche sostenere che Psycho Voodoo non sia affatto blues; oppure si potrebbero porre gli stessi quesiti sollevati poco sopra da Gerald Casale; ma forse ciò che più conta è che in tempi mediocri come quelli che stiamo vivendo, si tratta di un disco assolutamente coraggioso e pieno di idee  e sopratutto è fondamentale e sorprendente che a produrlo sia una band tutta italiana.

Luca Salmini

LIGHT BEARER “SILVER TONGUE”

LIGHT BEARER

SILVER TONGUE

Alerta Antifascista/Halo Of Flies/Moment Of Collapse

cover

I Light Bearer meritano più di una recensione. Mi scuso in anticipo per la lunghezza ma il gruppo merita di essere spiegato e merita di essere conosciuto, quindi partiamo da lontano e dai Fall Of Efrafa, cult band ormai defunta, nei quali militava Alex, personaggio poliedrico, scrittore, illustratore (sue sono le copertine della band) e non ultimo cantante. Gran gruppo dalle cui ceneri si genera una nuova entità, fatta però di sei distinti elementi che portano il proprio personale background all’interno della band. Quindi, ci tiene a ribadire il frontman, “Non è la mia band, non siamo la continuazione dei Fall Of Efrafa, siamo un gruppo amalgamato a tutti gli effetti, con altre cinque persone che stanno arricchendo e sviluppando la mia idea iniziale, vale a dire Matteo (chitarra, pianoforte, voce), Gerfried (basso, voce), Jamie (chitarra), Lee (soundscapes, voce), Joseph (batteria)”. Il concept che stà alla base del gruppo nasce dalla penna di Alex, che ha creato e sviluppato una storia in quattro atti, che saranno i prossimi dischi del gruppo: Lapsus, pubblicato due anni fa, Silver Tongue, uscito ora e poi i successivi Magisterium e Lattermost Sword. E’ già tutto pronto a livello di tematiche e di liriche, la musica intanto si adegua e si evolve, lasciando pian piano che si riveli ai nostri occhi una delle migliori realtà del post metal, in attesa di ulteriori sbandamenti. La storia parte da Lucifero (per tutti l’incarnazione del male, per loro la metafora della ricerca della conoscenza e della verità) e poi procede con Eva per andare in seguito a toccare il libro della Genesi, alla creazione della chiesa e soprattutto dell’oppressione religiosa, il tutto condito da citazioni e riferimenti ai lavori di Philip Pullman, al Paradiso Perduto di John Milton, alla Divina Commedia di Dante e alla mitologia persiana. Le tesi alla base del plot sono a mio giudizio affascinanti e da me condivisibili: perché ci sono più chiese che scuole? Perché chi è vessato dal potere invoca la misericordia di un Dio al posto di ribellarsi? Perché la scienza è ancora messa alla berlina in determinati ambienti affidandosi a dottrine che non hanno un benchè minimo contatto con la realta? I Light Bearer cercano di attaccare la religione sulla terra, ritenendola responsabile di molti misfatti, della rovina dell’umanità, cercando di rompere il dominio di una ideologia basata sull’odio, sulla paura e sulla superstizione. A tutto questo aggiungono di conseguenza tutte le relative vessazioni che queste ideologie hanno instillato nelle menti dei popoli: la demonizzazione delle donne e la loro riduzione a essere inferiore, il teismo assoluto, il razzismo, l’omofobia e si scagliano di conseguenza contro ogni forma di specismo. Senza se, senza ma. Ideologie che dovrebbero essere ormai abortite da secoli e che invece permangono forti nelle società di potere. Il riflesso di tutta questa ideologia sui loro album è evidente, i Light Bearer non scrivono semplici canzoni ma film musicali con una storia all’interno, preziose gemme di limpida musicalità che si frammentano in tragici movimenti di deprimente bellezza, superbe costruzioni armoniche destrutturate e polverizzate da tremendi assalti frontali. Già Lapsus aveva uno spessore notevole, ma Silver Tongue va incredibilmente oltre, polverizzando la bellezza del predecessore. A tutto questo devo aggiungere una nota puramente personale: lo scorso anno a Milano, davanti a non più di 30 persone, il gruppo ha sfornato un’esibizione impeccabile, come se di fronte ne avesse tremila, come se spazio e tempo non avessero nessuna logica, imperversando sul palco minuscolo del LO-FI come una grande band: le persone presenti saranno state anche poche ma sono state completamente convertite al loro volere e la missione del Portatore di Luce si potrebbe benissimo definire un succeso. Beautiful Is The Burden parte con archi che imperversano su sporcizia sonica di sottofondo e che si infrangono sul consueto muro di sludge melodico, epico, catartico. Una voce stupenda che nel growl riesce a dare un‘incredibile impronta musicale, ben supportata da chitarre che non si limitano ad un didascalico lavoro di costruzione e supporto bensì si danno duramente da fare, colpendo ai fianchi, infilando durissimi colpi alla figura che nella metafora della boxe lasciano completamente stremati. Sono passati diciassette minuti e mezzo e non me ne sono neanche accorto. Amalgam: atmosferico e tetro inizio, lampi, tuoni, chitarra acustica ed eruzioni che puntualmente si manifestano. Ritmi lenti e cadenzati, potentissimi, inframmezzati da sospensioni glaciali che non lasciano spazio alla speranza, letteralmente spazzata via dalla progressione finale. Matriarch è lenta, oscura, melmosa. Alex abbandona il growl e la voce si trasforma in tranquilla, limpida e melodica, la struttura compositiva è particolare, tempi sospesi che creano una sorta di mantra cupo che lascia intravvedere squarci dei Tool più lisergichi. Clarus è un intermezzo che ci introduce al meglio del disco che, incredibile davvero, deve ancora arrivare. I due pezzi finali sono la summa della loro musica, entrambi lunghi ed articolati, uno quasi dolce, l’altro ferocissimo. Una ritmica serrata e violenta introduce Agressor & Usurper, con quella voce che vomita violenza, melodie rarefatte e quasi assenti. Qui imperversano solo potenza pura, aggressione e usurpazione e anche gli archi che compaiono nel mezzo sono cupi e sinistri preludendo alla devastazione finale fatta di un crescendo ritmico e metallico da paura. Stremati da questo tour de force lungo diciassete minuti non possiamo prendere respiro perché incominciano i venti della title track. Un introduzione molto delicata, ma con inaspettate ed interessanti aperture meno compresse, quasi “gioiose” che vengono progressivamente sporcate dalle scorie della paura e della tensione nuda e cruda. Tensione che che raggiunge il climax e si manifesta dopo sette minuti e spiattella riff macinatutto ipercompressi, posizionando su differenti livelli liricità a profusione nella stupenda parte centrale che si libra alta su melodie affascinanti e strepitosi crescendo chitarristici degni di un gruppo post rock triturato da volumi indicibili. Poi la voce si fa normale e torna ad essere dolcissima su un tappeto di violino solitario, con gli echi post rock che si manifestano maggiormente, ma Alex ritorna ad essere cattivo, le chitarre riprendono corpo e si incendiano nuovamente. Un brano semplicemente fantastico, assolutamente il migliore che io abbia ascoltato quest’anno. Un concentrato supremo di Godspeed You! Black Emperor, Neurosis, sludge e hardcore. Il loro pregio è quello di non stancare, nonostante la lunghezza media dei brani elevata, non risultano essere prolissi nemmeno per un attimo. Ovvio che una certa dose di staticità è insita in questo tipo di proposta musicale, ma la voglia di renderla scorrevole e fruibile fa dei Light Bearer uno dei pesi massimi del genere. Affrontate con pazienza l’ascolto di questo disco, non è semplice, non è immediato, ma vi ripagherà alla grande del tempo che gli avrete dedicato.

Daniele Ghiro

FUORI LUOGO FESTIVAL

FUORI LUOGO FESTIVAL

14-15-16 giugno 2013

San Damiano d’Asti (AT)

ingresso gratuito

www.fuoriluogofestival.com

FuoriLuogo Festival è ideato e organizzato dall’Associazione Culturale Officine Carabà

Il comitato organizzatore della seconda edizione è composto da: Marco Avoletta, Rudy Calabrese, Marco Ferrero, Silvia Migliarino, Luca Pozzi e con Marta Rabbione e Federico Sacchi

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Dopo la prima edizione dello scorso anno torna, organizzato dall’Associazione Culturale Officine Carabà, il FuoriLuogo festival, un evento unico in Italia all’insegna della multiculturalità e con un programma di respiro internazionale che attinge dai “salotti buoni” della migliore letteratura, arte e musica europea. Tre giorni ad ingresso gratuito nella splendida cornice del borgo medioevale di San Damiano d’Asti, trasformato per l’occasione in una vera e propria città dell’arte, per un’esperienza a 360 gradi con eventi e mostre che si snoderanno per tutte le sue vie e piazze. Tra gli ospiti musicali diverse band di riferimento a livello internazionale che porteranno sul palco del FuoriLuogo le atmosfere ed il sound dei migliori club europei. Tra di loro Turin Brakes (unica data estiva italiana), Marble Sounds (prima data assoluta in Italia), Smoke Fairies (prima data assoluta in Italia) e James Walsh (già cantante degli Starsailor), affiancati a nomi italiani che hanno saputo conquistarsi seguito e credibilità oltre i confini nazionali, quali Fabrizio Cammarata e King of The Opera. Anche la sezione dedicata agli incontri pomeridiani sarà ricchissima, con ospiti quali l’ex calciatore e commentatore sportivo Jose Altafini, la modella e conduttrice olandese Ellen Hidding, la scrittrice irlandese Catherine Dunne, la storica firma di Rolling Stone UK Peter Murphy, il fumettista belga Philip Paquet e moltissimi altri.

 

Per rendere il festival un’esperienza a 360 gradi non mancherà un’offerta enogastronomica di primissimo livello, a partire dal  “Fuori Menu” proposto ogni sera dalla Proloco di San Damiano, un viaggio culinario del tutto “fuori luogo” tra sapori che non ci si aspetterebbe mai di trovare da una Proloco su una piazza di paese. A completare l’offerta, le zone “Asti Hour” dove si potranno gustare cocktail e ascoltare i concerti a pochi metri dal palco, “Barbera Lounge” uno spazio – incontri in cui ci si può fermare a conversare sorseggiando un calice di vino rosso. Inoltre, Wine Lab in collaborazione con Coldiretti Asti, un workshop che permette di lasciarsi guidare in un viaggio attraverso la conoscenza del vino.

 

Da un punto di vista concettuale gli incontri saranno divisi in sezioni tematiche: “fuori di testo” è la sezione dedicata agli incontri per i bambini, mentre “il pesce fuor d’acqua” vedrà l’incontro con un personaggio che si racconta o esprime una posizione controcorrente per stimolare dibattiti. “Luoghi non comuni” prevede convegni e seminari che conducano alla scoperta di nuovi punti di vista, “trappola per topos” racconterà personaggi attraverso incontri, reading e esibizioni originali, mentre “visioni e revisioni” racchiude  esposizioni e installazioni di illustratori, fotografi e artisti accomunati dal gusto per la sorpresa e la rielaborazione visiva. Infine “stereo-tipi” proporrà concerti ed esibizioni live di band e musicisti in grado di portare al festival le atmosfere e il sound dei migliori club europei. Un focus particolare verrà dedicato anche ai due paesi ospiti, l’Olanda e l’Irlanda (in collaborazione con le rispettive ambasciate), con le sezioni “Tuliplano” e “Il cielo sotto l’Irlanda”.

 

In tutto il borgo di San Damiano durante i tre giorni del festival sarà presente grazie a PlaceJam il free wi-fi, con alcune interessanti iniziative collegate tra cui “Instareportage”, in cui saranno gli stessi spettatori a diventare reporter del festival pubblicando le proprie foto su Instagram, le migliori delle quali verranno premiate e “Under my Umbrella” in cui Davide De Martis, resident artist del Festival, realizzerà una serie di inusuali ritratti fotografici degli ospiti del Festival. Anche i più piccoli potranno trovarsi infine a loro agio nello spazio “Il vizio del gioco”, pensato appositamente per loro.

 

“Il principio ispiratore del FuoriLuogo è quello della divulgazione della cultura come elemento indispensabile al miglioramento della qualità della vita. Cultura generatrice di stimoli e curiosità. Cultura come arricchimento. Clichè e luoghi comuni da sfatare e suggestioni da contrapporre a una crisi ormai non solo economica – raccontano gli organizzatori del festival -, a partire dall’idea di portare un festival di stampo internazionale in un comune di 8000 abitanti. Se a posteriori la prima edizione può essere letta come una sorta di episodio pilota, di esperimento utile a mettere a fuoco gli obiettivi e per capire la direzione da intraprendere, con la sua seconda edizione il FuoriLuogo Festival desidera mantenere una continuità con quanto di positivo e apprezzato c’è stato, lavorando sulla crescita e lo sviluppo di nuovi aspetti e percorsi creativi. Musicisti, scrittori, artisti e ospiti internazionali di ogni genere, alcuni di fama riconosciuta e altri forse meno noti al grande pubblico, ma con una certezza ad accompagnare le intenzioni degli organizzatori e una linea guida del festival precisa: è attraverso il contatto con nuovi linguaggi e l’ibridazione scaturita da viaggi inediti che si crea dialogo e crescita culturale. Al festival parteciperanno musicisti di caratura internazionale, presenze fisse nei più importanti festival europei, con anteprime esclusive e prime esibizioni italiane; sarà possibile seguire incontri e dibattiti con esponenti di primo piano della letteratura, artisti, giornalisti e personaggi che riveleranno aspetti inediti della propria storia, senza tralasciare l’approfondimento di argomenti sensibili. Due Paesi Europei ci faranno conoscere meglio la loro cultura, ci sarà la possibilità di partecipare a laboratori, attività, mostre e performance visuali che potranno coinvolgere anche il pubblico, senza far mancare l’attenzione per i più piccoli. Tutto con un progetto di crescita consapevole e costante, mantenendo forte il legame con il territorio e l’atmosfera intensa e raccolta dell’esordio, ma con l’ambizione di inserirsi nel circolo dei piccoli festival europei caratterizzati da una forte identità. Questa è la nostra sfida e se passerete a trovarci ne farete parte anche voi. Benvenuti.”

 

PROGRAMMA DEL FUORI LUOGO FESTIVAL 2013

 

VENERDI 14 GIUGNO

 

ore 17.30 IL BATTESIMO DEL PESCE ROSSO (Piazzetta Giroldi)

ore 18.30 “Tuliplano” – LE MIE FINESTRE NON HANNO BISOGNO DI TENDE con Ellen Hidding e Lorenzo Scoles

(Piazzetta Giroldi)

ore 19.30 “Il pesce fuor d’acqua” – INCREDIBILE AMICI! con Jose Altafini e Nicola Roggero (Piazzetta Giroldi)

ore 20.30 “Fuori menu” (Piazza Alfieri)

ore 21.30 “Stereo-tipi” – KING OF THE OPERA (Piazza Libertà)

ore 22.45 “Stereo-tipi” – TURIN BRAKES (Piazza Libertà) unica data Italiana

 

SABATO 15 GIUGNO

 

ore 10.30 WINE LAB (Cortile Via Carlo Botta)

ore 16.30 “Sotto il cielo d’Irlanda” – GIORNATACCIA A BLACKROCK con Kevin Power e Stefano Calafiore

(Piazzetta Giroldi)

ore 17.30 “Fuori di testo” – LA MIA PICCOLA OFFICINA DELLE STORIE con Davide Ruffinengo (Cortile Via Carlo Botta)

ore 17.30 “Tuliplano” – VISTI DA LORO E VISTI DA NOI” con Ronald Giphart, Aart Heering e Pier Luigi Vercesi

(Piazzetta Giroldi)

ore 18.30 “Sotto il cielo d’Irlanda” – DONNE ALLA FINESTRA con Catherine Dunne e Noemi Cuffia (Piazzetta Giroldi)

ore 19.30 “Il pesce fuor d’acqua” – TITOLO con Paolo Maggioni e Nicola Roggero (Piazzetta Giroldi)

ore 20.30 “Fuori Menu” (Piazza Alfieri)

ore 21.30 “Stereo-tipi” – FABRIZIO CAMMARATA feat. PAOLO FUSCHI e ADAM DAWSON (Piazza Libertà)

ore 22.45 “Stereo-tipi” – SMOKE FAIRIES (Piazza Libertà) unica data Italiana

ore 00.29 “Stereo-tipi” – PSYCHOTIC INDIE REACTION dj set con LELE ROMA (Piazzetta Giroldi)

 

DOMENICA 16 GIUGNO

 

ore 10.30 WINE LAB (Cortile Via Carlo Botta)

ore 16.30 “Tuliplano” – MATRIMONIO AL MARE E ALTRE STORIE con Abdelkader Benali e Stefano Calafiore

(Piazzetta Giroldi)

ore 17.30 “Fuori di testo” – LA MIA PICCOLA OFFICINA DELLE STORIE con Davide Ruffinengo (Cortile Via Carlo Botta)

ore 17.30 “Il pesce fuor d’acqua” – IL PARADISO DEI DIAVOLI con Franco di Mare e Sergio Miravalle (Piazzetta Giroldi) (da confermare)

ore 18.30 “Sotto il cielo d’Irlanda” – JOHN IL VISIONARIO con Peter Murphy, Fabrizio Cammarata e Carlo Bordone (Piazzetta Giroldi)

ore 19.30 “Il pesce fuor d’acqua” – DIRECTION HOME (VIAGGIO NELL’ITALIA DI ADRIANO OLIVETTI) con Le Voci del Tempo (Piazzetta Giroldi)

ore 20.30 “Fuori menu” (Piazza Alfieri)

ore 21.30 “Stereo-tipi” – MARBLE SOUNDS (Piazza Libertà) unica data italiana

ore 22.45 “Stereo-tipi” – JAMES WALSH from STARSAILOR (Piazza Libertà)

LUOGHI ED INIZIATIVE DEL FUORI LUOGO FESTIVAL 2013

VISIONI E REVISIONI

LINUSTRAZIONI
Dal giugno 2009 a oggi, quattro anni esatti di illustrazioni firmate ogni mese da Sergio Ponchione per la storica rivista “LINUS”. Politica, costume, scienza, sport, sesso e molto altro ancora sono i protagonisti delle sue immagini, per la prima volta presentate in una mostra che raccoglie le più memorabili.

IL GIRO DELLE FIANDRE
Philip Paquet, Leen Van Hulst e Judith Vanistendael. Tre artisti tra i piu apprezzati e innovativi dell’attuale panorama belga. Immagini, tavole e illustrazioni in una selezione inedita realizzata appositamente per il festival, per un viaggio visivo nel caleidoscopico mondo della narrazione per immagini e della Bande dessinée.

UNDER MY UMBRELLA
Se durante il festival doveste imbattervi in un tizio con un ombrello in mano in una giornata di sole, non vi allarmate, si tratta di Davide De Martis (Agenzia Phos). Influenzato dai caravaggeschi e dalla scuola fiamminga, il ritrattista sardo si pone l’obiettivo di indagare l’animo umano attraverso i suoi scatti. Come Resident Artist del FuoriLuogo Festival, De Martis aka DeFuntis realizzerà una serie di inusuali ritratti fotografici degli ospiti della manifestazione.

WINE LAB
Nelle mattine di sabato e domenica FuoriLuogo Festival, in collaborazione con Coldiretti Asti, presenta un mini corso per avvicinarsi al vino in maniera consapevole. Wine Lab vuole essere un’occasione per scoprire e condividere la passione, l’amore e la cultura che c’è alle spalle di uno dei prodotti d’eccellenza del nostro territorio. Un workshop di quattro ore in cui si vuole offrire un approccio sano e appassionato al consumo del vino, strumenti di conoscenza di base da raggiungere attraverso il racconto, la spiegazione e l’assaggio. Quasi una suggestione sensoriale per ricordare che il vino è cultura, è entusiasmo, è piacere, è un corollario di orizzonti che hanno a che fare con il bello e il vivere bene. Che insomma, in nessun modo può essere trasformato in un mezzo per eccedere perché significherebbe non aver capito nulla di quello che c’è nella bottiglia.

Per iscrizioni scrivere a info@officinecaraba.com

IL VIZIO DEL GIOCO
Dal cuore del festival, bastano pochi passi sotto i portici di via Roma per ritrovarsi in un cortile tramutato in un’oasi d’intrattenimento e apprendimento ludico per bambini dai 3 ai 99 anni. Un laboratorio didattico a cura dell’associazione Gam che durante i tre giorni, dalle 18,00 alle 22,00, sarà il riferimento per i più piccoli ma non solo.

INSTAREPORTAGE AND PHOTOWALK
Muniti di smarthphone e installata l’applicazione Instagram, FuoriLuogo Festival, InstagramersASTI e weLand vi invitano a partecipare a due eventi nell’evento. Per tutta la durata della manifestazione sarete una sorta di reporter del festival attraverso i vostri scatti, ognuno dei quali dovrà essere pubblicato su Instagram e dovrà contenere i tags #igersfuoriluogo + #igersasti. Le foto raccolte verranno proiettate durante il festival e nei giorni successivi le cinque fotografie più belle saranno pubblicate sui nostri profili social e premiate. Alle 10,00 di domenica, appuntamento per il Photowalk alla scoperta degli scorci suggestivi di San Damiano. Le fotografie del Photowalk potranno partecipare al concorso internazionale Wiki Loves Monuments di settembre 2013. Maggiori informazioni su queste iniziative sui nostri account social network.

ASTI HOUR – L’aperitivo di frutta
Asti Hour è lo spazio che fronteggia il main stage. Un cocktail-bar sulla piazza dove alla sera è protagonista la musica. È una zona dove ritrovarsi e intrattenersi prima dell’inizio dei concerti, oppure dove fermarsi per ascoltare e scoprire le band ospiti del festival restando in un ambiente dall’atmosfera rilassata anche se a pochi passi dal palco. Nel tambler drink a bassa gradazione, attorno il piacere di stare insieme e godersi al meglio quello che accade al festival. Qui la giornata del festival allo stesso tempo vive il suo momento focale e si conclude.

BARBERA LOUNGE
Barbera Lounge è lo spazio in cui si svolgono gli incontri del pomeriggio ma non solo questo. Si tratta di un luogo raccolto in cui sostare per conversare sorseggiando un calice di Barbera d’Asti d.o.c.g. Situato in modo che ci si possa sentire nel cuore del festival pur trovandosi in una piccola piazza che si svela all’improvviso, dove è impossibile non volersi fermare. Un contesto leggero e rilassato eppure caldo come i colori che lo tratteggiano, un’enoteca sotto le stelle in cui è possibile lasciarsi guidare in un viaggio attraverso la Barbera d’Asti d.o.c.g., oppure fare nuovi incontri, ritrovare gli artisti al termine di un incontro o rimanere a chiacchierare fino a tardi. È qui che ci si può ritrovare al termine della giornata per dirsi buonanotte.

CESARE BASILE @ Bloom, Mezzago 5 maggio 2013

Cesare Basile Foto © Lino Brunetti

Cesare Basile
Foto © Lino Brunetti

Nel contesto di una qualsiasi conversazione riguardo lo stato della musica italiana, è probabile che il nome di Cesare Basile sollevi nient’altro che espressioni di perplessità, eppure il cantautore siciliano è uno dei pochi artisti italiani di caratura internazionale (al momento il solo altro nome che mi viene in mente è quello di Vinicio Capossela), con una discografia ed un repertorio senza il minimo calo d’ispirazione: forse l’unica cosa che manca a Basile è proprio una carriera, anche se in tutti i modi ha cercato di costruirsela, formando e disfando rock’n’roll band, lasciando l’amata Catania per Roma, Berlino ed infine Milano, lavorando con John Parish e Hugo Race e pubblicando dischi come Gran Calavera Elettrica, Storia di Caino o l’ultimo omonimo, di certo annoverabili tra i momenti più ispirati della canzone italiana degli ultimi anni. Eppure nell’arco di un ventennio, a stento è riuscito ad uscire dall’anonimato, custodito come un segreto da un piccolo pubblico di appassionati che hanno saputo cogliere la poesia delle sue parole spesso dolenti, amare e scomode, così come il fascino di quei suoni magici e misteriosi, sospesi tra l’America e la Sicilia, tra una tarantella ed un disco dei Giant Sand. La tenacia comunque non sembra mancare a Cesare Basile e per promuovere l’ultimo splendido lavoro di studio, giustamente mette insieme una formazione straordinaria, composta dalle tastiere di Manuel Agnelli e dal violino di Rodrigo D’Erasmo degli Afterhours; dalle ance di Enrico Gabrielli; dal basso di Luca Recchia e dalla batteria di Massimo Ferrarotto, per una manciata di date nelle principali città italiane. In Lombardia la location prescelta è il Bloom di Mezzago, ma seppur affollata, la sala non registra il sold-out che la musica di Basile meriterebbe e che la presenza di una parte degli Afterhours lasciava supporre: chi invece non ha deluso le aspettative sono stati i sei musicisti sul palco che hanno suonato un concerto fantastico, giusto al limite della perfezione, con un meraviglioso impasto di suoni sospeso tra rock, blues e musica popolare. Tra polverose atmosfere folk e furiose tempeste rock, Basile ha cantato di peccati e malinconia, di disagio e morte, d’amore e politica, alternando l’uso schietto e a volte crudo della lingua italiana alla musicalità del dialetto siciliano, una cadenza con cui ha pensato buona parte del suo ultimo disco. Gentile e generoso, Cesare Basile è un folksinger profondo ed intenso, ma anche un rocker trascinante e dall’animo scuro, assecondato dal superlativo violino di D’Erasmo, capace di lirici stacchi come di improvvise esplosioni soniche; dai mille superlativi fiati di Gabrielli; dal corposo basso di Recchia e dai precisi tamburi di Ferrarotto, mentre Agnelli da fondopalco riversa fraseggi di tastiera e cori sulle canzoni. Si parte con la nenia folk Presentazione e Sfida e un paio d’ore passano in un lampo tra momenti che evocano le atmosfere sghembe e desertiche di Howe Gelb; tra parole che seducono o commuovono come poesie, quasi fossero state messe in fila da Fabrizio De Andrè; tra sfuriate elettriche che profumano di oscurità e di Cattivi Semi, quando in sala risuonano le note della potente e bellissima Parangela; dell’aspra Canzone Addinucchiata, dell’impegnata Nunzio e La Libertà; della lirica A tutte ho chiesto meraviglia; della toccante ed intensissima ballata I Camminanti, di un’ombrosa Dite al Corvo che va tutto bene e di una grandiosa versione elettrica della splendida Fratello Gentile. In sala scrosciano gli applausi e Manuel Agnelli, dopo aver letto una poesia dello scrittore John Dos Passos, uno dei momenti più alti dello show, a sottolineare l’impegno che affiora in molte canzoni di Basile, guadagna il proscenio e regala alla platea Ballata per la mia piccola iena dei suoi Afterhours, con Cesare seduto alla batteria. Fosse nato a Londra o a Brooklyn, Cesare Basile sarebbe forse una rock’n’roll star; nel nostro curioso paese riesce almeno ad essere la voce più forte e profonda dell’underground italiano.

Luca Salmini

Rodrigo D'Erasmo Foto © Lino Brunetti

Rodrigo D’Erasmo
Foto © Lino Brunetti

Enrico Gabrielli Foto © Lino Brunetti

Enrico Gabrielli
Foto © Lino Brunetti

Manuel Agnelli Foto © Lino Brunetti

Manuel Agnelli
Foto © Lino Brunetti

 

MELVINS LITE @ Bloom, Mezzago 1 maggio 2013

Foto © Lino Brunetti

Foto © Lino Brunetti

Non è certo la prima volta che i Melvins passano dal nostro paese ma, ogni volta, è una sorta di festa a cui è doveroso presenziare. E così abbiamo fatto anche stavolta, recandoci allo storico Bloom di Mezzago per farci sventagliare le orecchie dalle staffilate soniche della band che, proprio in questi giorni, torna nei negozi con un divertente disco di covers, Everybody Loves Sausages. La serata non è sold out ma, comunque, la presenza e la partecipazione del pubblico non manca di certo. Ad aprire le danze ci pensano i Big Business, power trio di Seattle, molto amico di Buzzo e soci. Il loro stoner sludge iper compresso e potentissimo è quanto di meglio per introdurre la serata; Jared Warren e compagni, per circa una quarantina di minuti, assalgono il pubblico con le loro canzoni schiacciasassi e tiratissime, dalle sonorità selvagge e fangose. Un bell’inizio, niente da dire! Sono passate da poco le 23 e 30, quando sul palco arrivano i Melvins, come nel loro recente Freak Puke, in formazione Lite, ovvero a tre, con King Buzzo a voce e chitarra, Trevor Dunn a contrabbasso e cori e Dale Crover alla batteria e ai cori. La presenza del contrabbasso rende abbastanza particolare le sonorità del trio, aggressive e tonitruanti ma, allo stesso tempo, non prive di una certa raffinatezza, che sposta l’asse sonoro verso territori a tratti quasi avant. E’ un po’ quello che era successo proprio nel Freak Puke sopra citato che, guarda caso, viene eseguito quasi per intero. Trevor Dunn è un istrione, un musicista versatile che dai Mr. Bungle ai lavori con John Zorn, ha dimostrato di saper suonare di tutto; in questa serata martoria il suo strumento con l’archetto e con le dita, ne tira fuori suoni di tutti i tipi, gigioneggia con gli sguardi e gioca facendo la seconda voce. Naturalmente è ben assistito da quella macchina da ritmo che è Dale Crover, un picchiatore di pelli che non conosce riposo (e che ancora di più si sentirà in dovere di non mostrare cedimenti quando, nell’ultimo quarto d’ora di show, verrà raggiunto da Coady Willis dei Big Business alla seconda batteria, per un tripudio tribale d’assalto). Buzz Osborne, invece, assomiglia sempre più ad un personaggio burtoniano, con la sua inconfondibile chioma a fungo mossa dall’aria di un ventilatore, il suo camicione nero e con la sua aria sempre un po’ allucinata. Alla voce e alla chitarra ci dà però ancora dentro di brutto e, specie quando sfilano classici come Hooch, Set Me Straight o Shevil, il Bloom si trasforma in una bolgia dal pogo scatenato. Non tutto il concerto è stato così, come dicevamo, con anche momenti meno d’impatto e più orientati al loro versante “sperimentale”. Ciò non toglie che alla fine dell’ora e mezza di show, le orecchie ronzassero non poco e che i sorrisi sulle facce della gente testimoniassero l’ottimo stato di salute della band. Insomma, grandi come sempre.

Lino Brunetti

Foto © Lino Brunetti

Foto © Lino Brunetti

KVELERTAK “MEIR”

KVELERTAK

MEIR

Roadrunner

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Io mi aspetto che prima o poi i Kvelertak facciano il botto. Alcune avvisaglie ci sono già, il fatto di firmare per la Roadrunner significherà pur qualcosa, e ti aspetti che nell’album i cambiamenti siano evidenti. Poi però scopri che il produttore, Kurt Ballou (Converge) è sempre lo stesso e anche l’affascinante copertina è sempre disegnata dal John (Baroness) Baizley, che i testi non sono in inglese ma ancora in lingua originale e che la musica… ti esplode dentro con una deflagrazione impressionante. Questo non è un disco major, probabilmente (anche se non glielo auguro) saranno scaricati l’anno prossimo, ma intanto mi godo questo secondo lavoro che è sì diverso dal loro debutto ma che ha al suo interno una carica energica in grado di polverizzare una buona quantità dei loro nuovi compagni di etichetta. L’intro pauroso e metallico di Apenbaring è foriero dell’apocalisse che a breve si scatenerà dagli amplificatori, cosa che puntualmente accade dopo 110 secondi e i restanti 80 sembrano durare un’eternità tanto sono intensi. Snilepisk è un’assalto brutale e senza prigionieri nei territori dell’hardcore, con un assolo di chitarra quasi trattenuto in sottofondo. Poi lasciano cadere qua e là bombe violentissime (Trepan, Manelyst) che si dipanano su territori ultra hardcore ma lasciando spazio ad un liricismo di chiara ispirazione maideniana, con le chitarre (tre) che giocano a rincorrersi nei fulminanti assoli. Bruane Brenn è il primo singolo, un’esplosione metal intransigente, un ritornello da pogo nudo e crudo che scatenerà tonnellate di sudore sottopalco: messa in apertura di concerto renderà subito bollente la temperatura, messa in chiusura invece ucciderà i superstiti. Gli svedesi hanno la commistione dei generi alla base della loro proposta sonora. La voce è hardcore, le chitarre sono metal, la ritmica è hard rock, tre chitarre che creano uno strepitoso muro sonoro e sigillano a chiusura stagna ogni centimetro di musica, non lasciando aperto nessuno spiraglio. Prendete ad esempio Necrokosmos un mid tempo (!!??) che mescola post qualcosa, accelerazioni thrash, spruzzi di puro sludge vomitato senza ritegno, decelerazioni hard rock, assoli, cambi di ritmo e di melodia, incubi morriconiani su ritmi vorticosi e finale tribale: sei minuti e mezzo di pura follia. Poi possono tranquillamente omaggiare i Judas Priest e il metallo puro rivisitandoli a modo loro nella lunga e monolitica coda strumentale di Undertro così come immergersi nell’epico hard rock era Physical Graffiti nel caso ai tempi i Led Zeppelin avessero deciso di suonare l’hardcore che ancora non c’era. Spring Fra Livet è intensissima nelle sue parti veloci e riesce anche ad abbassare il volume di scontro prima di colpirti nuovamente. Kvelertak, il loro main theme? Melodia da AC/DC compressa e sputata da una betoniera, non si può fare a meno di alzare le braccia e fare le corna, un brano da stadio pieno di gente con voglia di fare a testate. Non paghi di tutto ciò hanno anche il coraggio di sfornare i quasi nove minuti di Tordenbrak, che è l’estasi finale, il compendio, il loro bignamino. Agguantate gli Iron Maiden di Phantom Of The Opera e violentateli, assumete un gruppo sludge qualsiasi per massacrare i Thin Lizzy, assoldate mercenari hardcore per far fuori gli AC/DC di Thunderstruck, sarete giunti al termine e potrete goderverli da dietro le sbarre. In questo momento, per questa proposta musicale, la band di Stavanger è semplicemente irraggiungibile.

Daniele Ghiro

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MOTORPSYCHO “STILL LIFE WITH EGGPLANT”

MOTORPSYCHO

Still Life With Eggplant

Stickman

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Bisogna dare ai Motorpsycho quello che è dei Motorpsycho e riconoscerne il valore. Dal 1991, anno in cui pubblicarono Lobotomizer, passando per almeno un capolavoro (Timothy’s Monster) e qualche caduta (The Death Defying Unicorn) fino ai giorni nostri hanno sempre saputo mantenersi ad un livello creativo e compositivo notevole. Sono d’accordo nel dire che spesso si guardano allo specchio e indulgono nell’autocelebrazione, che a volte si dilungano un po’ troppo in jam fini a se stesse, ma ai detrattori posso solo dire che bisognerebbe averne un bel lotto di gruppi che ancora riescono ad essere pulsanti dopo così tanti anni on the road. E poi, quando si mettono in testa di trasporre in musica quello che sanno fanno fare meglio, cioè buttare giù la testa e tuffarsi a bomba nella psichedelia hard degli anni settanta, possono essere veramente imbattibili. Ho già detto che il precedente The Death Defying Unicorn è stato per me una delusione, prolisso sino all’esasperazione, colmo di parti sinfoniche poco centrate e quello che si salvava non era moltissimo. Ma il nuovo disco dei norvegesi è, come spesso ci hanno abituati, ancora una cosa differente. Decisamente breve per i loro standard, 45 minuti per cinque canzoni e l’aggiunta di un secondo chitarrista. Hell, part 1-3 è la loro classica incursione nella storia dello stoner rock visto dal lato più prettamente psichedelico, chitarre che partono sabbathiane, poi condito da coretti al limite del sixtie pop, commistioni con il prog, ma anche robuste sezioni strumentali che dal vivo spesso si trasformano in incendiari momenti di puro hard rock psichedelico. August è la loro particolarissima rivisitazione di un brano dei Love. Barleycorn è invece molto più progressiva in senso stretto, prendete i Genesis dei primi album (si si, è così) e iniettate massicce dosi intramuscolari di proteine heavy rock, che lasciano partire emboli psichedelici in ogni parte del corpo della canzone. Ratcatcher invece è il loro caratteristico monolite: diciassette minuti che sanno fondere psichedelia sixties alla Grateful Dead e decise incursioni nell’hard hendrixiano. Un’altro brano che va ad aggiungersi alla lunga lista di quelli che dal vivo sanno fare faville. La ballata semi-folk The Afterglow chiude delicatamente un album che segna il loro ritorno su territori più concisi, concreti e meno estemporanei. Questo è esattamente quello che si aspetta di trovare quando esce un nuovo album dei Motorpsycho e bastano pochi ascolti per far proprie queste nuove canzoni aggiungendole alla lunga lista di quelle che fanno parte della loro storia, confondendosi, mischiandosi, sovrapponendosi. Fate un gioco, una prova: andate ad estrapolare a caso un brano per ogni disco pubblicato ad oggi dalla band norvegese e avreste una compilation con la stessa vivacità mostrata da ogni singolo disco, anche in questo senso la loro è una jam totale e i continui sold-out ai loro concerti lo confermano appieno.

Daniele Ghiro