LIGHT BEARER “SILVER TONGUE”

LIGHT BEARER

SILVER TONGUE

Alerta Antifascista/Halo Of Flies/Moment Of Collapse

cover

I Light Bearer meritano più di una recensione. Mi scuso in anticipo per la lunghezza ma il gruppo merita di essere spiegato e merita di essere conosciuto, quindi partiamo da lontano e dai Fall Of Efrafa, cult band ormai defunta, nei quali militava Alex, personaggio poliedrico, scrittore, illustratore (sue sono le copertine della band) e non ultimo cantante. Gran gruppo dalle cui ceneri si genera una nuova entità, fatta però di sei distinti elementi che portano il proprio personale background all’interno della band. Quindi, ci tiene a ribadire il frontman, “Non è la mia band, non siamo la continuazione dei Fall Of Efrafa, siamo un gruppo amalgamato a tutti gli effetti, con altre cinque persone che stanno arricchendo e sviluppando la mia idea iniziale, vale a dire Matteo (chitarra, pianoforte, voce), Gerfried (basso, voce), Jamie (chitarra), Lee (soundscapes, voce), Joseph (batteria)”. Il concept che stà alla base del gruppo nasce dalla penna di Alex, che ha creato e sviluppato una storia in quattro atti, che saranno i prossimi dischi del gruppo: Lapsus, pubblicato due anni fa, Silver Tongue, uscito ora e poi i successivi Magisterium e Lattermost Sword. E’ già tutto pronto a livello di tematiche e di liriche, la musica intanto si adegua e si evolve, lasciando pian piano che si riveli ai nostri occhi una delle migliori realtà del post metal, in attesa di ulteriori sbandamenti. La storia parte da Lucifero (per tutti l’incarnazione del male, per loro la metafora della ricerca della conoscenza e della verità) e poi procede con Eva per andare in seguito a toccare il libro della Genesi, alla creazione della chiesa e soprattutto dell’oppressione religiosa, il tutto condito da citazioni e riferimenti ai lavori di Philip Pullman, al Paradiso Perduto di John Milton, alla Divina Commedia di Dante e alla mitologia persiana. Le tesi alla base del plot sono a mio giudizio affascinanti e da me condivisibili: perché ci sono più chiese che scuole? Perché chi è vessato dal potere invoca la misericordia di un Dio al posto di ribellarsi? Perché la scienza è ancora messa alla berlina in determinati ambienti affidandosi a dottrine che non hanno un benchè minimo contatto con la realta? I Light Bearer cercano di attaccare la religione sulla terra, ritenendola responsabile di molti misfatti, della rovina dell’umanità, cercando di rompere il dominio di una ideologia basata sull’odio, sulla paura e sulla superstizione. A tutto questo aggiungono di conseguenza tutte le relative vessazioni che queste ideologie hanno instillato nelle menti dei popoli: la demonizzazione delle donne e la loro riduzione a essere inferiore, il teismo assoluto, il razzismo, l’omofobia e si scagliano di conseguenza contro ogni forma di specismo. Senza se, senza ma. Ideologie che dovrebbero essere ormai abortite da secoli e che invece permangono forti nelle società di potere. Il riflesso di tutta questa ideologia sui loro album è evidente, i Light Bearer non scrivono semplici canzoni ma film musicali con una storia all’interno, preziose gemme di limpida musicalità che si frammentano in tragici movimenti di deprimente bellezza, superbe costruzioni armoniche destrutturate e polverizzate da tremendi assalti frontali. Già Lapsus aveva uno spessore notevole, ma Silver Tongue va incredibilmente oltre, polverizzando la bellezza del predecessore. A tutto questo devo aggiungere una nota puramente personale: lo scorso anno a Milano, davanti a non più di 30 persone, il gruppo ha sfornato un’esibizione impeccabile, come se di fronte ne avesse tremila, come se spazio e tempo non avessero nessuna logica, imperversando sul palco minuscolo del LO-FI come una grande band: le persone presenti saranno state anche poche ma sono state completamente convertite al loro volere e la missione del Portatore di Luce si potrebbe benissimo definire un succeso. Beautiful Is The Burden parte con archi che imperversano su sporcizia sonica di sottofondo e che si infrangono sul consueto muro di sludge melodico, epico, catartico. Una voce stupenda che nel growl riesce a dare un‘incredibile impronta musicale, ben supportata da chitarre che non si limitano ad un didascalico lavoro di costruzione e supporto bensì si danno duramente da fare, colpendo ai fianchi, infilando durissimi colpi alla figura che nella metafora della boxe lasciano completamente stremati. Sono passati diciassette minuti e mezzo e non me ne sono neanche accorto. Amalgam: atmosferico e tetro inizio, lampi, tuoni, chitarra acustica ed eruzioni che puntualmente si manifestano. Ritmi lenti e cadenzati, potentissimi, inframmezzati da sospensioni glaciali che non lasciano spazio alla speranza, letteralmente spazzata via dalla progressione finale. Matriarch è lenta, oscura, melmosa. Alex abbandona il growl e la voce si trasforma in tranquilla, limpida e melodica, la struttura compositiva è particolare, tempi sospesi che creano una sorta di mantra cupo che lascia intravvedere squarci dei Tool più lisergichi. Clarus è un intermezzo che ci introduce al meglio del disco che, incredibile davvero, deve ancora arrivare. I due pezzi finali sono la summa della loro musica, entrambi lunghi ed articolati, uno quasi dolce, l’altro ferocissimo. Una ritmica serrata e violenta introduce Agressor & Usurper, con quella voce che vomita violenza, melodie rarefatte e quasi assenti. Qui imperversano solo potenza pura, aggressione e usurpazione e anche gli archi che compaiono nel mezzo sono cupi e sinistri preludendo alla devastazione finale fatta di un crescendo ritmico e metallico da paura. Stremati da questo tour de force lungo diciassete minuti non possiamo prendere respiro perché incominciano i venti della title track. Un introduzione molto delicata, ma con inaspettate ed interessanti aperture meno compresse, quasi “gioiose” che vengono progressivamente sporcate dalle scorie della paura e della tensione nuda e cruda. Tensione che che raggiunge il climax e si manifesta dopo sette minuti e spiattella riff macinatutto ipercompressi, posizionando su differenti livelli liricità a profusione nella stupenda parte centrale che si libra alta su melodie affascinanti e strepitosi crescendo chitarristici degni di un gruppo post rock triturato da volumi indicibili. Poi la voce si fa normale e torna ad essere dolcissima su un tappeto di violino solitario, con gli echi post rock che si manifestano maggiormente, ma Alex ritorna ad essere cattivo, le chitarre riprendono corpo e si incendiano nuovamente. Un brano semplicemente fantastico, assolutamente il migliore che io abbia ascoltato quest’anno. Un concentrato supremo di Godspeed You! Black Emperor, Neurosis, sludge e hardcore. Il loro pregio è quello di non stancare, nonostante la lunghezza media dei brani elevata, non risultano essere prolissi nemmeno per un attimo. Ovvio che una certa dose di staticità è insita in questo tipo di proposta musicale, ma la voglia di renderla scorrevole e fruibile fa dei Light Bearer uno dei pesi massimi del genere. Affrontate con pazienza l’ascolto di questo disco, non è semplice, non è immediato, ma vi ripagherà alla grande del tempo che gli avrete dedicato.

Daniele Ghiro

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