ONE MAN 100% BLUEZ “Psycho Voodoo”

One Man 100% Bluez

Psycho Voodoo

Autoprodotto

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“…se oggi qualcuno facesse della musica per l’oggi che avesse il potere trasformativo che gli Who o Hendrix avevano al loro tempo rispetto alla storia della musica, non suonerebbe come niente di quello che abbiamo sentito. Ci diremmo “E questo che cazzo è?”. Forse la gente direbbe “Questa mica è musica”, ma sarebbe potente e vagamente ipnotica…”: è possibile che qualcuno possa porsi gli stessi interrogativi espressi da Gerald Casale, ascoltando per la prima volta Psycho Voodoo, ma è molto probabile che il pensiero del cantante dei Devo racchiuda proprio l’idea esatta che gli One Man 100% Bluez avevano in mente quando hanno realizzato il loro nuovo album. Se la storia del blues sta già tutta nei dischi di Robert Johnson, Muddy Waters e John Lee Hooker ed è anche difficile raccontarla meglio (del resto gli One Man 100% Bluez la conoscono bene e ne sono consapevoli), Psycho Voodoo cerca di scovare lo stesso stato d’animo in una scarica di breakbeat elettronici; in una sequenza di parole cantate in italiano e perfino in un successo dei Daft Punk, dando vita ad una musica che può sembrare aliena e straniante, almeno quanto in passato devono esserlo sembrati i gutturali ululati di Howlin’ Wolf o le astruse geometrie di Captain Beefheart. Per quanto lo conoscano e lo rispettino, gli One Man 100% Bluez, il progetto del cantante e chitarrista Davide Lipari e del batterista Ruggero Solli, a cui si aggiunge ora il fantomatico Low Chef al basso e all’elettronica, non sembrano interessati al blues in quanto identità storica, ma lo vivono come materia per l’oggi e quindi ancora capace di trasformarsi, cambiare pelle ed accogliere il nuovo, attraverso il sound mutante e febbricitante, o citando Casale, potente e vagamente ipnotico, di Psycho Voodoo. Amplificando le intuizioni della Electro side del precedente album Shock!, gli One Man 100% Bluez frantumano i classici canoni delle 12 battute, dando vita ad un’entità psichedelica, tribale e visionaria: il suono che potrebbe echeggiare da un rave-party in un juke-joint del profondo nel Mississippi. E’ il feroce ribollire di un voodoo cibernetico ed allucinante  ad esplodere dalle casse, quando partono le prime note della venefica titletrack, un futuristico big-bang di chitarre, armonica e ritmi sintetici; ma in generale, tra grasse pennellate di nero, tutto Psycho Voodoo porta a galla una prospettiva del blues poco manieristica ed ortodossa, a partire dalla bellissima Deep Black Moon, che pare scaturita dall’intreccio  tra i Los Lobos di Kiko ed il Tom Waits di Heartattack and Vine; dal selvatico boogie della crampsiana Her Sister; passando per l’allucinata spirale di Around the World; per la fantastica Marcorre, per sentire cosa avrebbe suonato R.L. Burnside se fosse nato a Roma; fino all’ipnosi kimbroughiana di Hold You; allo sferragliare mantrico di The Same Man; alla lisergica Changed; ed al delizioso cameo acustico della conclusiva Intreccio, seconda traccia che combina alla perfezione i suoni del Delta alla lingua italiana. Certo, si può anche sostenere che Psycho Voodoo non sia affatto blues; oppure si potrebbero porre gli stessi quesiti sollevati poco sopra da Gerald Casale; ma forse ciò che più conta è che in tempi mediocri come quelli che stiamo vivendo, si tratta di un disco assolutamente coraggioso e pieno di idee  e sopratutto è fondamentale e sorprendente che a produrlo sia una band tutta italiana.

Luca Salmini

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