CASE STUDIES “This Is Another Life”

CASE STUDIES

This Is Another Life

Sacred Bones/Goodfellas

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Dietro il nome CASE STUDIES si cela il progetto musicale di Jesse Lorts, cantautore, chitarrista ed artista di Seattle, un tempo membro dei The Dutchess & The Duke. Con This Is Another Life, arriva a pubblicare il suo secondo album, dopo l’esordio di un paio d’anni fa. Con la produzione e la collaborazione di Greg Ashley dei Gris Gris ed il contributo di musicisti come Jon Parker (chitarra, piano), Oscar Michel (basso), John Haener (batteria), Carey Lamprecht (violino e viola) e Shawn Alpay (violoncello), qui ha allestito una malinconica ed avvolgente collezione di ballate, magistralmente inserite nel solco di una Americana capace di occhieggiare al folk come al country, di spolverare con un pizzico di timida psichedelia elettrica un paio di episodi, soprattutto di tratteggiare un mood romantico e profondamente introspettivo. Le sue belle liriche vengono valorizzate dall’intimismo delle melodie, dal sapido impasto degli arrangiamenti; a volte è il piano a guidare le danze, altre il discreto frinire degli archi, altre volte ancora, un passo più rock e chitarristico, intento a movimentare le acque. Dieci canzoni ottimamente scritte ed arrangiate, che senza grandi proclami riescono a farsi ricordare. In Villain c’è anche un bel duetto con Marissa Nadler. Da sentire.

Lino Brunetti

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SOLO MACELLO FESTIVAL

SOLO MACELLO FESTIVAL

Circolo Magnolia

Milano

26 giugno 2013

Ok, per prima cosa bisognerebbe recuperare una bella pila di Marshall, portarli davanti a Palazzo Marino e accenderli a palla sistematicamente, per fare in modo che quelli del comune la smettessero di rompere il cazzo con stà storia dei decibel. Detto questo, passiamo alle cose serie e vediamo un po’ cosa hanno combinato quest’anno in quel del Parco dell’Idroscalo gli organizzatori di questo splendido evento, quest’anno dedicato alla memoria di Jeff Hanneman, chitarrista degli Slayer, che recentemente e andato ad occupare il posto che gli spetta nel suo South Of Heaven. Il Magnolia si presenta, al solito, in splendida forma: il main stage (grande grandissimo), il palco messicano (piccolo e infuocato) e la “gabbia” (piccolo spazio all’entrata), poi tre bar che scaraffano birra a fiumi e la cucina che sforna pizze e stuzzichini. Un capannone pieno di stand (dischi, CD, DVD, serigrafie, mailorder, spille, teschi, magliette), uno stand di merchandising delle band. In mezzo (e intorno) tanto spazio per fare un po’ quello che si vuole. E in effetti c’è ne è per tutti i gusti e tutti i colori. C’è l’infoiato che non vuole perdersi nemmeno un minuto di musica e sgomma nervoso per i vari palchi, c’è quello che è venuto solo per una band e aspetta con noia che arrivi il suo momento, c’è chi sembra sia venuto solo per mangiare e bere e passa tutto il tempo o a ingurgitare pizza o a bere birre una dietro l’altra. C’è anche chi dorme sulle sdraio, chi si imbosca sulle collinette, chi non gliene frega un cazzo di niente e chi si chiede cos’è tutto quel casino visto che probabilmente ci è capitato per caso. E il bello di questa location fantastica è proprio questo, cioè che ti lascia libero di vagabondare dove vuoi e con chi vuoi, incontrando amici, amiche, parenti e conoscenti, senza sottovalutare il fatto che tutto questo ha come sottofondo la musica, in ogni istante, per sei ore ininterrotte, dalle 18,30 alla mezzanotte e mezza. Eh già, la musica, metal ma non solo, perché il pubblico del Solo Macello ormai non si accontenta, siamo zozzi e ignoranti (ascoltiamo metal, persatana) ma c’è anche dell’altro che non si disdegna, tutt’altro. Perché è una questione di attitudine e, faccio un esempio, Diego Deadman Potron, all’opera nella gabbia è tutto tranne che metal, ma ha quel quid che lo rende super appetibile a tutti coloro che di musica alternativa se ne intendono riuscendo con il suo blues spurio a far scuotere capelli (per chi ce li ha ancora), lo stesso vale per Graad, decisamente più metallico quest’ultimo che in solitaria fa scuotere le teste dei presenti con le sue cavalcate ai confini del black. Piccole, ma intense, realtà. Però tutto era cominciato con i Veracrash ai quali spettava l’infame compito di aprire il festival (la peggior posizione possibile, diciamolo) e non hanno deluso le attese perché la compattezza della loro esibizione ha scaldato a dovere il discreto pubblico che già cominciava ad affluire. Appena dopo partono i Black Moth, da Leeds, che a mio giudizio hanno fatto un ottimo album (The Killing Jar, tra l’altro prodotto da Jim Sclavunos, non il primo pirla che passa per strada) e complice l’accattivante voce (e presenza) della singer Harriet Bevan (maglietta degli Sleep: bonus) hanno completato un set onesto e coinvolgente, tutto su ritmi doom-stoner che devono ai Black Sabbath praticamente tutto. A seguire quattro braccia rubate all’agricoltura: gli Zolle arano il palco del messicano manco fosse un campo di grano, chitarra, batteria e via andare su volumi indicibili. Mi vado quindi a vedere i primi dieci minuti dei Nero di Marte sul main stage, tecnicissimi, precisi e penalizzati un po’ dal contesto (il sole e la luce) ma capaci di offendere pesantemente gli amplificatori. Mi sposto verso la gabbia e vengo ipnotizzato dai Gordo. Voce, basso, batteria, tastiere, armonica: una versione di Mr. Crowley che è tra le più belle in assoluto che io abbia mai sentito, suoni perfetti (per forza, siamo a mezzo metro) e pure la Wrathchild maideniana che si trasforma in un blues malato con l’armonica che fa la chitarra… quando parlavo di attitudine… eccola qui! Ovviamente vado al loro banchetto e mi trovo di fronte due pezzi di legno serigrafati con in mezzo il CD chiuso da vite e bullone: packaging dell’anno! I Fuzz Orchestra nella classica uniforme in giacca e cravatta aizzano con corna a profusione e metal a valanga. I loro straordinari audio sample di Pasolini e Volontè scombinano le carte e creano quel tocco originale che li rende una delle realtà più accattivanti ed originali della penisola. A questo punto il piccolo evento della serata, direttamente dal Botswana, per la prima volta al di fuori del loro paese, con tanto di colletta per il viaggio, arrivano i Wrust alfieri della scena metal dello stato africano (esiste davvero!) con al seguito le telecamere che stanno registrando il documentario March Of The Gods. Evidentemente emozionati, sopperiscono con grande entusiasmo a canzoni e capacità tecniche non certo di prim’ordine, ma questo non è assolutamente un problema o un freno, scatenando il proprio black metal thrash per l’orda sotto il palco che supporta e gradisce. Alla fine arriva addirittura l’urlo one more song! ma i tempi stretti non lo permettono e i quattro africani si presentano a vendere magliette (brutte, quindi bellissime) raccogliendo cinque e strette di mano. Gli In Zaire sono particolari, suonano bene e suonano pesante. Il loro è uno stoner psych a tratti lisergico e a tratti durissimo, con confini che musicalmente potrebbero allagarsi a dismisura. Non conosco i motivi per i quali il bassista Mullins era assente, ma rimane il fatto che i rimanenti Karma To Burn, vale a dire Mecum e Oswald, sono saliti sul main stage come se nulla fosse e hanno devastato le orecchie con il loro stoner ultra amplificato come se fossero in cinque. Hanno pescato (bene) dal loro repertorio fatto di numeri e senza nessun fronzolo, asciutti e monolitici, si sono imposti alla grande. Praticamente la loro continuazione sono stati gli Zeus! e che dire ormai su questi due pazzi che scatenano sul palco un’energia mozzafiato da morte istantanea e dopo averli già visti un discreto numero di volte mi ritrovo sempre a domandarmi come facciano a fare tutto quel casino. Sono le 23.30, lo spazio davanti al main stage è già tutto saturo in attesa dei simpaticissimi Red Fang. Nell’ora a loro disposizione sfornano tutte le canzoni migliori dei loro due lavori, riescono a scatenare un pogo selvaggio e cattivo, fanno alzare le braccia al cielo a tutti e suonano dritti, diretti e concentrati. Uno show un po’ meno cazzone del solito, meno stronzate dette al microfono da quel simpaticone di Aaron (che praticamente si è visto sotto i palchi delle varie band per tutta la durata del festival) ma tanta energia sprigionata da una band che ha qualcosa in più di molte altre. La fine giunge quindi inaspettata perché di roba buona non si è mai stanchi ed è bello passare la serata in mezzo a questa sana bolgia che come al solito è stata ben organizzata, solidamente impiantata e gioiosamente portata a termine. Quando si arriverà ad avere tre(centosessantacinque) Solo Macello all’anno sarà un gran bell’anno.

Daniele Ghiro

PUBBLICO

Pubblico

VERACRASH

Veracrash

BLACK MOTH

Black Moth

ZOLLE

Zolle

NERO DI MARTE

Nero Di Marte

GORDO

Gordo

FUZZ ORCHESTRA

Fuzz Orchestra

WRUST

Wrust

GRAAD

Graad

IN ZAIRE

In Zaire

DIEGO DEADMAN POTRON

Diego Deadman Potron

KARMA TO BURN

Karma To Burn

ZEUS

Zeus!

RED FANG

Red Fang

QUEENS OF THE STONE AGE “…Like Clockwork”

QUEENS OF THE STONE AGE
…Like Clockwork

Rekords Rekords/Matador

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E’ andato avanti per la sua strada il buon Josh Homme, molti lo davano ormai per defunto, impantanato senza scampo con le sue regine in un vicolo cieco di scarsa creatività, di velenose diatribe, di manie di grandezza. Non aiutava certo il fatto che in questo disco venivano annunciati ospiti quantomeno “atipici”, numerosi, incongruenti. Alla fine, ora che le carte sono sul tavolo, aveva ragione lui perché è riuscito a dar vita a una nuova era dei Queens Of The Stone Age, cercando di tenersi stretto il buono del passato e muovendosi nel futuro in una direzione che scontata non è. Sarà la sua voce, sarà la sua chitarra, sarà quello che volete ma i suoi pezzi, pur essendo a volte lontani anni luce dalle sue prime mosse, suonano sempre e comunque come Queens Of The Stone Age. Proprio per questo dal mazzo possiamo pescare un po’ a caso e ci troviamo a confrontarci con un disco che cresce, inevitabilmente, alla distanza. Questo perché la scelta di non percorrere le facili vie del già conosciuto, ma per contro percorrere le tortuose strade della sperimentazione lasciano all’inizio leggermente interdetti. The Vampyre Of Time And Money è una ballata che potrebbe benissimo ricercare la semplice melodia ma che appena sembra pronta ad esplodere si racchiude su se stessa, If I Had A Tail vede Dave Grohl alla batteria, scura, dura e lunatica. Keep Your Eyes Peeled è pesante e spuria con Jake Shears dei Scissor Sisters di supporto alla voce. Sat By The Ocean è incredibilmente viziosa, sexy e calda, con una chitarra che sembra cantare. My God Is The Sun è un’autentica bomba sonica, desertica, solare, potente. Kalopsia vede Trent Reznor e Alex Turner in un carosello a metà strada tra musica easy listening ed esplosivo rock ad alto voltaggio. In Fairweather Friends c’è pure Elton John, insieme a Mark Lanegan e Nick Olivieri… beh, un viaggio nel nome del rock. Che dire poi di Smooth Sailing? Io ci vedo un Prince in pieno trip hard funky. Grandissima melodia per I Appear Missing e finale che non ti aspetti con la dolcissima …Like Clockwork. I QOTSA tornano quindi con un gran disco, completamente diverso dallo zoppicante Era Vulgaris, ma perfettamente riconducibile alla lucida mente di un Josh Homme che si priva di funambolismi chitarristici per mettersi al servizio, più funzionale, di un album ricco, completo e dalle molteplici sfaccettature che a me hanno ricordato a volte il Rocky Erickson era Evil One, o comunque con quelle caratteristiche di musica fatta da gente che non sceglie la via facile bensì procede, a fatica, in salita. Non chiamatelo più stoner o desert rock perché siamo su paralleli diversi, ma la lucida follia della terra cotta al sole ancora spazia tra i solchi (o le tracce) di questo suo nuovo lavoro.

Daniele Ghiro

BLACK SABBATH “13”

BLACK SABBATH
13

Vertigo/Universal

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Non voglio parlare di quello che è stato. Non voglio parlare del senso di una reunion che magari una quindicina d’anni fa avrebbe avuto più forza, voglio solo parlare di quello che sono, anno 2013, i Black Sabbath. E sono, ne più ne meno, i profeti del metal, quelli che ne hanno scritto la storia, quelli che hanno creato praticamente tutto il movimento, a sessant’anni. Lascio da parte tante cose, una su tutte la triste diatriba con Bill Ward, lascio da parte soldi e contratti (l’hanno fatto per i soldi, dicono, come se non ne avessero abbastanza, dai…), lascio da parte insomma praticamente tutto e mi concentro solo sulle 8 tracce (+ 3 nella deluxe, + 4 nella best buy) e viene fuori, non ci posso credere, un gran bel disco. Con il fatto, chiaro, che c’è un uomo solo al comando. Brad Wilk è un martello metronomico, il meglio dei turnisti ultralusso che potessero scegliere, Geezer Butler è valorizzato oltremisura dalla ricca produzione di Rick Rubin e non è certo un comprimario, Ozzy Osbourne dopo incendi da dementi alla casa, problemi alla gola, inopinate e tristissime serie televisive ritorna con una voce settata su toni nettamente più bassi, arrochita, ma sempre e comunque da brividi lungo schiena. E poi viene lui, sua maestà Tony Iommi, l’uomo riff, o la chitarra fatta persona, vedete voi, che imperversa come uno schiacciasassi per tutta la durata dell’album. Quante volte abbiamo sentito il riff dell’iniziale The End Of The Beginning? Centinaia, certo, ma l’originale è suo e quindi giù il cappello, zitti e basta. Lui ha il marchio, può fare quello che vuole e non mi importa un fico secco che la canzone è praticamente costruita tale e quale a Black Sabbath (anche se la parte finale è tipicamente ozzyana): è un gran pezzo e tanto mi basta. Prendete il suo assolo in punta di dita di Zeitgeist, e stramazzate al suolo dopo aver ascoltato quello che combina in Age Of Reasons. Il cancro se ne può andare affanculo, e se ritornerà sarà solo per prendersi la sua anima nera, come la pece, come i suoi riff catacombali che sforna senza la minima coscienza, senza soluzione di continuità. Non c’è nulla di sbagliato in questo disco, i detrattori possono dire quello che vogliono, ma la musica è inattaccabile perché è quella che hanno sempre sfornato, se avreste il coraggio di eliminare tutto il contorno e concentrarvi solo su questa manciata di canzoni non avreste argomenti per obiettare, perché esse suonano esattamente come dovrebbero suonare delle canzoni dei Black Sabbath, quindi tutto il resto sono solo chiacchiere. Vecchi? Si. Ricchi? Si. Permalosi? Si. Bastardi (con Bill)? Si. Grandi? Si. Punto.

Daniele Ghiro

FEDERICO CIMINI “L’importanza Di Chiamarsi Michele”

FEDERICO CIMINI

L’importanza Di Chiamarsi Michele

MK Records/Audioglobe

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È una sorta di concept record, questo esordio del cantautore calabrese Federico Cimini, nato dall’incontro, all’estero, con tale Michele, un personaggio scappato dal Sud Italia perché non gli riusciva più di riconoscersi e di sentirsi rappresentato dalla società che gli stava attorno. Dalle considerazioni nate dopo questo incontro, scaturiscono oggi le storie narrate nelle quattordici canzoni che compongono L’importanza Di Chiamarsi Michele, un disco intento a raccontare l’Italia di oggi e le sue storture con la giusta dose d’indignazione, ma pure con una certa leggerezza che mai si traduce in disimpegno. Volendo, si può partire dalle note interne del booklet, dove Federico, alla sua prima prova discografica in assoluto, cita Simone Cristicchi e Cisco quali maestri inconsapevoli: leggerezza e impegno fusi assieme, come appunto dicevamo. Ascoltando il disco, potremmo proprio considerare che, alla fine, il risultato raggiunto è migliore di quello dei maestri stessi. Mentre, a livello tematico, le canzoni parlano di omosessualità e dei nostri militari all’estero, della rivoluzione da social network e dell’eterna voglia di “essere qualcuno”, della gente che conta e, di riflesso, di quelli che non contano nulla, musicalmente il disco propone una musica frizzante e sempre piuttosto movimentata, sostanzialmente rock nelle sue sonorità. Per rendere più vivido il racconto, sorta di favola dei giorni nostri – e non a caso, fra le varie voci che si rincorrono tra i pezzi, ci sono anche degli estratti da “Promemoria” di Gianni Rodari – cosa meglio di un sound chitarristico, al servizio dell’indole a là Rino Gaetano, ricordato anche nella vocalità, di Cimini? Ottimi gli arrangiamenti del multistrumentista e co-produttore Valerio Fujian, che rendono il sound vario e pulsante, con inserti folk-blues (la bellissima Insieme A Te), qualche tempo in levare e, in generale, la voglia di non essere puro fondale per le belle melodie delle varie canzoni. Federico Cimini, dal canto suo, dimostra di avere un approccio scanzonato e già abbastanza personale, che ben fa sperare per il proseguio di carriera. Un esordio fresco e bello insomma, che gli amanti del cantautorato pop-rock italiano dovrebbero proprio ascoltare.

Lino Brunetti

ESKINZO “Eskinzo”

ESKINZO

Eskinzo

Libellula Label/Audioglobe

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Un debutto davvero coi controfiocchi questo degli Eskinzo – il nome deriva da quello di una spiaggia presente nelle Isole Canarie – band nata nel 2009 sull’asse Torino-Londra, per mano di Luca Cognetti e Matteo Tambussi. La loro musica è un cangiante concentrato di psichedelia pop, elettronica e alternative-rock, ma è difficile irreggimentarne i confini in un unico recinto. Provate ad immaginarvi certe melodie degli …A Toys Orchestra, intrappolate però in un sound che guarda ai Radiohead più conturbanti o ai Nine Inch Nails migliori e, forse, potrete iniziare a farvi un’idea. Nelle loro canzoni, anche i passaggi più melodici, sono sempre sposati ad una inquietudine ritmica pressante e a sonorità tutt’altro che accomodanti che prevedono inserti noise, glitch elettronici, strati di tastiere, e una mescolanza acustico-sintetico sempre esaltante. Ne viene fuori un suono teso e chiaroscurale, continuamente in bilico tra la comunicabilità di certe melodie e l’apprensiva oscurità veicolata invece da certi passaggi musicali contrastati. Non bastasse ciò a farvi venire un po’ di curiosità, sappiate che qui è altissimo anche il livello delle canzoni stesse, a partire dall’ottima Toys che apre il disco, passando per l’enfasi melodica del primo singolo Jesus Honeyfly, per l’ombrosa 4th Day Pray, per l’avvolgente The Lonely Soul In The Sugar Bowl, per una Kyotolove ipnotica, per una Mighty You che pare uscita da The Downward Spiral o per la doppietta Western Fuzza e Eastern Fuzza, in cui la seconda è la versione glitch ed isolazionista dell’affondo elettronico-rock propugnato dalla prima. Gran disco, di assoluto livello internazionale. Segnatevi il loro nome!!!

Lino Brunetti

THE FALL “Re-Mit”

THE FALL

Re-Mit

Cherry Red/Goodfellas

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Da sempre, i Fall sono una diretta emanazione della dittatoriale gestione di Mark E. Smith, il risultato delle sue scelte, il frutto schizzato dei suoi continui cambi d’umore e delle susseguenti ricombinazioni in una formazione che ha cambiato line up innumerevoli volte. Da un po’ di anni a questa parte, l’irascibile deus ex machina della band, pare essersi acquietato, mantenendo sostanzialmente stabili i suoi compagni di viaggio, tanto che quella attuale è probabilmente la più longeva delle incarnazioni tra quelle avute dai Fall (ben quattro album di fila senza cambiamenti!). In Re-Mit, disco numero trenta per la compagine inglese, il cinquantaseienne Smith è ancora attorniato dalle tastiere della moglie Elena Poulou, dalle chitarre di Peter Greenaway e da una sezione ritmica formata da David Spurr (basso) e Keiron Melling (batteria). Il sound rimane più o meno quello degli ultimi dischi: molto rock e chitarristico, con puntatine nel più schietto e ruvido garage rock, con la dimensione post-punk ancora evidente in figure ritmiche metronomiche ed ipnotiche e, ovviamente, nello sputacchioso stile declamatorio del leader. Nelle dodici canzoni qui contenute dimostrano di essere ancora in buona forma e, anche se probabilmente non verrà ricordato come uno dei loro dischi migliori, neppure verrà inserito tra le loro cose più deboli. L’uno-duo dato da pezzi vagamente sixties e velenosi come Sir William Wray e Kinder Of Spine sanno ancora come colpire l’ascoltatore, così come conquistano senza mezzi termini i semplici fraseggi chitarristici di brani come Hittite Man o Loadstones. Qui e là appare qualche estemporanea improvvisazione (la ronzante Noise, l’allucinata Pre-MDMA Years, la più sostanziosa Jam Song, dove Smith accenna un tentativo di canto), in altri casi la base sonora assume forme ripetitive ed ossessive, con stratificazioni di chitarra e tastiera (l’incalzante No Respects Rev., Victrola Time, la Jetplane letteralmente tenuta in piedi dal connubio basso/batteria). Nessuna vera novità, questo è vero, però è altrettanto vero che Re-Mit, in quanto attestato di buona salute, svolge molto più che egregiamente il suo compito. C’è di che esserne felici!

Lino Brunetti

thefallpromo2005