DIECI ANNI DOPO: M. WARD “Transfiguration Of Vincent”

Giugno 2003, usciva “Transfiguration Of Vincent”, ancora oggi uno dei dischi più belli tra quelli realizzati dal cantautore americano M. Ward. Ecco cosa scrivevamo al riguardo.
M. WARD

Transfiguration Of Vincent

Matador / Self

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Sembrerebbe una leggenda ma pare che le cose siano andate proprio così; è il 1999 a Seattle, durante un concerto dei Giant Sand. Un tizio avvicina Howe Gelb e gli allunga il proprio demo per farglielo ascoltare. Gelb non solo lo ascolta, ma rimane così colpito da quello che sente da far esordire quel ragazzo sulla Ow Om, la sua personale etichetta discografica. Il disco si intitola Duet For Guitars #2 e il nome di quel tizio M. Ward (per i più curiosi M. sta per Matt, ma lui preferisce così). Basterebbe questa storiella per far rizzare le orecchie, ma prima di parlare di musica completiamo le note biografiche. Prima di questo incontro con il leader dei Giant Sand, Ward aveva fatto parte di un trio californiano chiamato Rodriguez, il quale, in sei anni di attività, era riuscito a pubblicare un solo album, Swing Like A Metronome, registrato da Jason Lytle dei Grandaddy (altro nome che a Gelb deve più di qualcosa). Il suo secondo disco solista, End Of Amnesia, esce nel 2001 per un numero infinito di etichette diverse (da noi apparve grazie alla Glitterhouse) e il nome di M. Ward inizia ad essere conosciuto ed apprezzato, tanto che lo si ritrova in tour con gente del calibro di Cat Power, Lambchop, Bright Eyes etc. Ed ora è il turno di questo Transfiguration Of Vincent che, statene certi, lo lancerà definitivamente. Con bene in mente numi titolari importanti quali Tom Waits e il John Fahey meno ostico – senz’altro due delle sue più importanti influenze – la musica di Ward viaggia sui binari di un cantautorato roots dagli accenti lo-fi e dall’indole, comunque, modernista. Per intenderci, suoi probabili compagni di viaggio sono proprio quei gruppi che pur rifacendosi al suono delle radici musicali americane – folk, blues, country – le rivedono secondo un’ottica rock moderna e personale; parlo di gruppi quali Giant Sand (of course), Sparklehorse, Grandaddy e cantautori come Joseph Arthur o Elliott Smith, giusto per fare qualche esempio. Registrato con Mike Coykendall degli Old Joe Clarks e con ospiti quali Gelb e Adam Selzer dei Norfolk + Western, Transfiguration Of Vincent pare l’album in cui Matt, pur non rinunciando all’attitudine lo-fi, è riuscito a sintetizzare e centrifugare al meglio le proprie idee ed influenze musicali in una collezione di canzoni realmente eccezionali. Il disco si apre con Transfiguration #1, bucolico quadretto agreste speziato da suoni ambientali e da un piano honky-tonk. La successiva Vincent O’Brien associa ad un testo tra il disperato e l’ironico (He only laughs when he’s sad and he’s sad all the time/So he laughs the whole night through) una musica che a me – sarò pazzo? – ha fatto pensare ai Giant Sand che coverizzano i Pixies. Bellissima la notturna Sad Sad Song, così come la dolcezza malinconica di Undertaker, cantata in falsetto. Duet For Guitars #3 è uno strumentale bluegrass, Outta My Head un country-rock westcoastiano di quelli che anche i Grandaddy sanno, Involontary un’accorata folk-song dagli umori country. Helicopter, uno dei pezzi più belli dell’album, è una border song dal ritmo cadenzato, com un turbinio di corde arpeggiate e percosse, su cui si distende l’angelica melodia vocale del Nostro. Viene bissata da una Poor Boy, Minor Key che pare uscita dal songbook di Tom Waits, dalla frizzante armonia sixties di Fools Says, dalle sgangheratezze di Get To The Table On Time, dal feeling soul di A Voice At The End Of The Line, dall’old time lo-fi di Dead Man. Ma la vera sorpresa arriva alla fine; provate ad ascoltare la rilettura di Let’s Dance, vecchio successo di uno dei peggiori David Bowie che si ricordino. Il ritmo danzereccio scompare, la musica viene prosciugata fino a che non rimane solo un arpeggio di chitarra ed un’armonica e la voce canta dolente e triste come solo il miglior Ben Harper. Eccezionale! Chiude, ed è la quadratura del cerchio, Transfiguration #2, strumentale per piano e contrabasso. Altamente consigliato!

 Lino Brunetti

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