CAT POWER @ CARROPONTE, SESTO SAN GIOVANNI, 7 luglio 2013

CAT POWER

CARROPONTE

SESTO SAN GIOVANNI

7 LUGLIO 2013

Un concerto di Cat Power alla fine è sempre un evento, un po’ perché la bellezza delle sue canzoni è indiscutibile, un po’ perché non sai mai cosa succederà sul palco durante la serata. Le cronache sono piene dei racconti delle bizzarrie di Chan Marshall on stage e, anche se i wild years sono forse e si spera definitivamente alle spalle, sempre di fronte ad un personaggio sregolato ed irregimentabile ci si trova davanti (e lo sanno bene quelli che l’hanno vista la sera successiva a Roma). Smessi i panni a mio parere a lei poco consoni della soul singer, quelli con cui s’era presentata nei suoi tour precedenti, Chan ha finalmente recuperato i concerti cancellati l’anno scorso per motivi di salute ed è calata in Italia per presentare dal vivo le canzoni del suo Sun. Disco discusso e non da tutti giudicato riuscitissimo, devo dire che dal vivo, le sue canzoni, funzionano in maniera eccellente. Accompagnata da una band dall’assetto rock – chitarra, basso, batteria, tastiere/chitarra – minimale e velvettiana nei suoni, penalizzata in parte a causa della solita assurda regola sui decibel, Cat Power s’è presentata sul palco verso le 22:45, un po’ in ritardo sul previsto orario d’inizio, con capigliatura bionda, una tazza in mano, il suo bel sorriso ed il consueto passo ciondolante. L’attacco è con una superlativa e stravolta in senso rock The Greatest, giusto il primo di una serie di momenti emozionanti e memorabili. In rare occasioni come con i concerti di Cat Power il pubblico si divide: chi cerca la perfezione formale, lo stacco musicale che sorprende e l’ineccepibilità tecnica, quasi sempre rimane deluso; Chan è personaggio privo di sovrastrutture, sul palco è fondamentalmente se stessa, o almeno in questo modo appare, ed è più alla ricerca di un feeling, di un contatto emotivo, che non propensa alla costruzione di una spettacolo organicamente perfetto. Rispetto al suo periodo soul, stavolta mi sembra che abbia ripreso in mano, ma con molta meno follia e sgangheratezza del passato, questa sua caratteristica unica. In questo modo rifulgono come non mai le canzoni dell’ultimo album, intento a far la parte del leone nella scaletta, sottoposte in linea di massima ad una cura più rusticamente rock – ci piace tra esse ricordare una bellissima Manhattan, Nothing But Time, Ruin e Cherokee – ma pure tuffi nel passato come la magica e toccante Metal Heart o riletture di brani altrui quali l’intensissima e straziante Angelitos Negros o l’inattesa Shivers dei Boys Next Door di Nick Cave e Rowland S. Howard. La sua voce è calda e più a suo agio sui toni bassi, un po’ meno quando cerca i vocalizzi su più alti registri. Un’ora e un quarto di show – questa la maggior rimostranza che possiamo fare, troppo poco! – interrotto a mezzanotte in punto come da norme comunali. Alla fine Chan rimane sul palco altri dieci minuti a lanciare rose e tutto ciò che trova sul pubblico, godendosi l’abbraccio con esso. Da menzionare almeno l’apertura di concerto ad opera del cantautore australiano Scott Matthew, impegnato per una mezz’oretta ad offrirci una serie di sognanti cover di pezzi di Neil Young, Kris Kristofferson e Joy Division, ma pure di Bee Gees e Whitney Houston, tratti dal suo recente Unlearned, resi con voce e chitarra o ukulele.

Lino Brunetti

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