END OF THE ROAD FESTIVAL 2013

Dopo aver assistito al Primavera Sound di Barcellona, quest’anno chiuderemo idealmente la stagione dei festival partecipando anche all’End Of The Road, da cui vi faremo avere impressioni, foto ed un completo report. Qui sotto trovate il programma completo, più una serie di link attraverso i quali potrete acquistare gli ultimi biglietti disponibili (nel caso vogliate chiudere le vostre vacanze con un bel festival nel sud dell’Inghilterra), ascoltare dei mixtapes con gli artisti in cartellone, avere tutte le informazioni al riguardo. L’End Of The Road 2013 si terrà dal 30 agosto al 1 settembre nei Larmer Tree Gardens, nel North Dorset.

Per i biglietti qui

Per tutte le info qui, ed in particolare qui per avere informazioni su come raggiungere il festival da Londra

Mixtape #1

Mixtape #2

Mixtape #3

Mixtape #4

EOTR2013_runningorder_final

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DIECI ANNI DOPO: RADIOHEAD “Hail To The Thief”

Mentre Thom Yorke è in questi giorni in giro con gli Atoms For Peace, ecco cosa scrivevamo, dieci anni fa, dell’allora nuovo album dei Radiohead.

RADIOHEAD

Hail To The Thief

Emi

hailtothe_theif

Chi si aspettava – magari al seguito delle parole di Jonny Greenwood, chitarrista della band che, interrogato circa la direzione presa dal nuovo album, aveva parlato di canzoni da tre minuti con una più forte presenza delle chitarre – che i Radiohead con Hail To The Thief effettuassero un passo indietro, magari tornando alle origini, forse rimarrà deluso. Il fatto è che Thom Yorke e compagni sono una band la cui portata artistica, la cui serietà d’intenti e il cui encomiabile percorso musicale, sono tali da rendere un’opzione di questo genere semplicemente impensabile. Del resto, dopo aver dato alle stampe con The Bends uno dei capolavori del britpop, che senso avrebbe avuto continuare a muoversi per quei lidi? Il viaggio intrapreso dapprima con OK Computer, poi attraverso due dischi realmente epocali come Kid A e Amnesiac, è approdato in territori, quantomeno in ambito “mainstream”, realmente inesplorati, da un lato effettuando un’operazione di sintesi stupefacente e nel contempo spostando in avanti il limite di ciò che abitualmente passa attraverso radio, MTV e affini, proponendo quindi in ambiti commerciali una musica flirtante con forme di avant rock e elettronica radicale. Messo come è ormai consuetudine anzitempo in Internet (in una versione però non definitiva e, alcuni sostengono, con il beneplacido della band stessa), Hail To The Thief (splendido titolo che riprende lo slogan tormentone degli avversari di Bush in campagna elettorale) è quindi il nuovo capitolo di una storia avvincente e creativa che, diciamolo subito, non delude. Prodotto da Nigel Godrich, meno estremo e maggiormente comunicativo rispetto ai diretti predecessori, è un disco che comunque non rinuncia alla sperimentazione e al rimescolare elementi diversi all’interno delle sue canzoni, cercando un suono che sia al tempo stesso più diretto ma non scontato, valido supporto alle liriche stilizzate e impressioniste del leader. Apre il disco 2 + 2 = 5, elaborato brano dall’intro pacato che nel seguito scoppia in una sfaccettata deflagrazione elettrica. Sit Down. Stand Up. è un ipnotico delirio in crescendo che ha il suo apice nel finale, dove batteria e ritmo elettronico si fondono in un tutt’uno. E’ seguita dalla ballata notturna Sail To The Moon e dalle espansività in salsa digitale della splendida Backdrifts. Per contro Go To Sleep ha il piglio del folk-rock psichedelico ed è sorretta dalla chitarra acustica; viene bissata dall’epica rock di Where I End And You Begin che invece precede l’antro oscuro in cui vive la pianistica, plumbea mestizia di We Suck Young Blood. The Gloaming è uno dei momenti più sperimentali dell’album, vista la parentela col glitch e con il rumorismo elettronico, appropriato scenario per la melodia paranoica di Yorke. There There, il singolo, messa subito dopo, col suo forte impatto elettrico e con dei toni maggiormente distesi, finisce con l’essere quasi catartica. I Will, altro lento emotivamente intenso, si gioca le sue carte su un raddoppio vocale, A Punchup At A Wedding è un alieno R’& B’, Myxomatosis un bad trip elettro-futurista, Scatterbrain una dolce ballata malinconica. Chiude l’album A Wolf At The Door, un’evanescente talking-blues dall’andamento cadenzato. Disco come sempre non facile e bisognoso di diversi ascolti, Hail To The Thief è album completamente calato nella contemporaneità, sia a livello sonoro, col suo alternare organico e digitale, che a livello lirico, immerso com’è in quest’epoca di guerre e sbando senza direzioni. I Radiohead si confermano cantori dei nostri tempi confusi e lo fanno con un album la cui reale portata ci verrà data solo dal passare del tempo.

Lino Brunetti

EVASIO MURARO “Scontro tempo”

EVASIO MURARO

Scontro Tempo

Vololibero – NdA/Self

SCONTRO TEMPO

C’era grandissima attesa per questo nuovo disco di Evasio Muraro, un po’ perché i suoi due ultimi album – Canzoni Per Uomini Di Latta e O Tutto O L’amore – avevano raccolto il plauso incondizionato della critica e il caloroso apprezzamento del pubblico, e poi perché finalmente si inizia a considerare Muraro per quello che è, ovvero uno dei più talentuosi cantautori della sua generazione, un musicista capace di usare il linguaggio del rock all’interno della grande tradizione della canzone d’autore italiana. Del resto, non è certo un novellino Evasio Muraro; tutti gli appassionati di rock italiano non possono certo dimenticare i suoi esordi con i Settore Out, un gruppo che già in epoca non sospetta, cioè a cavallo tra gli anni ’80 e ’90, era precursore nel farsi carico del tentativo d’ibridare influenze New Wave e canzone d’autore, così come non ci si può dimenticare della sua militanza nei Groovers o dei dischi realizzati in partnership col di loro leader Michele Anelli. A partire dal 2000, però, il tramite più importante con cui ha espresso le sue idee e la sua arte musicale sono i dischi pubblicati esclusivamente a suo nome che, oggi, con Scontro Tempo, giungono a quota cinque. E’ un lavoro importante Scontro Tempo, curatissimo in tutti i suoi aspetti, siano essi quello dei testi, delle musiche, fino ad arrivare alla confezione elegantissima, arricchita da un libro di 96 pagine, con tutti i testi, molte belle fotografie ed un racconto ad opera di Marco Denti, sul quale torneremo più avanti (un plauso va senz’altro alla Vololibero e a NdA per l’impegno produttivo messo in campo). Tematicamente, il centro focale di buona parte dei testi è il tempo (il nostro ovviamente), affrontato secondo le più diverse angolazioni: il tempo sospeso e non lineare del percorso di una vita (Infinito Viaggio), quello necessario alla riflessione (Scontro Tempo), le malinconiche attese dell’amore (Venti Volte), l’incredibile diversità fra i giorni dei primi e quelli degli ultimi (Giorni), la fuggevolezza e la fragilità della memoria (Il Mondo Dimentica) o quelle dei sogni e del frustrato desiderio di libertà (Contiene Il Cielo), la lunga agonia di chi non ha nulla (Puzzo Di Fame, idealmente dedicata anche al problema degli esodati), il ricordo dolce di un vecchio Maestro (Il Maestro E La Sua Chitarra), la poesia insita nel rimpianto di parole mai dette (Lettera Da Spedire Prima O Poi), la voglia di superarlo il tempo, di andare oltre ogni cosa (Un Grido). Alle canzoni si lega poi Radar, il racconto di Marco Denti citato prima, non un semplice omaggio alle canzoni di Evasio, offerto tramite l’affascinante racconto di un lattoniere che si ritrova a viaggiare nel tempo e a far la conoscenza di personaggi capaci di aprire alla consapevolezza, ma un vero compendio ad esse, con cui si ritrova a cortocircuitare, allargandone confini e significati. Ma anche musicalmente Scontro Tempo è un disco rimarchevole. Prodotto da Chris Eckman dei Walkabouts (con Muraro stesso ed Anelli), propone una musica spesso intima, splendidamente arrangiata, dalle timbriche e dalle sonorità avvolgenti ed affascinanti, merito anche di una band che vede allineate le chitarre di Fabio Cerbone, il basso di Marco “Cucu” Denti, la batteria di Cesare Bernasconi, il sax baritono di Lorenzo Rota e le voci dei Gobar (Cristina Gambalonga, Renato Pacchioni, Paolo Ronchetti), oltre al piano e all’organo di Eckman nella title-track e alla voce recitante del giornalista Gianni Del Savio in Contiene Il Cielo. Bello l’intrecciarsi di chitarre acustiche ed elettriche nella romantica ed elegiaca Venti Volte, esemplare nel fondere rock e canzone d’autore Infinito Viaggio, bellissima e tesa Scontro Tempo, capace di lasciarci perennemente in attesa di un’esplosione elettrica che però non arriva mai. Giorni ha una melodia che rimane subito impressa, Il Mondo Dimentica è intimistica, quasi in punta di piedi, in contrasto col dinamismo rock di Contiene Il Cielo e Puzzo Di Fame, col sax a borbottare tra le righe; all’insegna della semplicità due bellissimi pezzi come Il Maestro E La Sua Chitarra e la conclusiva Il Grido. Davvero un gran disco in definitiva, assolutamente da non perdere.

Lino Brunetti

BLUR @ Ippodromo San Siro, Milano – 28 luglio 2013

BLUR

IPPODROMO SAN SIRO

MILANO

28 LUGLIO 2013

Di tutte le bands d’era Britpop, sono sempre stati loro, i Blur, la mia band. Non che non ce ne fossero anche altre e pure molto brave, ma l’unica che ho amato davvero è quella di Damon Albarn e Graham Coxon. Innanzitutto per le loro canzoni e i loro dischi, ovviamente, e poi perché è sempre stato meno facile di quello che poteva sembrare ad ascolto distratto, incasellarli tramite una semplice ed univoca etichetta. Lo dimostrano i loro sette album, progressivamente sempre più complessi, sia musicalmente che a livello d’influenze, testimonianza d’un talento ineccepibile; lo dimostrano le personalità dei due membri principali, anche loro non così facilmente inquadrabili (Albarn l’anima pop e Coxon quella più sperimentale? Spesso, anche in questo, certe certezze son state piacevolmente scompaginate, dai dischi stessi e dalle carriere post Blur). Il loro ultimo album risale ormai a più di dieci anni fa ma, da qualche tempo, hanno ricominciato a calcare i palchi di mezzo mondo, riportando migliaia e migliaia di persone a (ri)cantare i loro inni. Chissà se tutto ciò sarà preludio a del materiale nuovo, attesissimo, oppure no? Nell’attesa che il dubbio venga sciolto, siamo andati a goderci la data milanese del loro più recente tour, in una delle serate probabilmente più torride dell’anno. L’affluenza di pubblico è quella del grande evento, con gli ampi spazi dell’Ippodromo di San Siro colmi in ogni dove. I Blur di quest’ultimo tour sono in versione extra-large, con tanto di sezione fiati e coristi, e quando appaiono sul palco giocandosi fin dall’inizio la carta Girls And Boys, col suo ritmo danzereccio e la sua melodia appicicaticcia, è subito apoteosi. Appare chiaro che il feedback tra pubblico e band darà una marcia in più al concerto e, difatti, Albarn, tra l’altro ottimo frontman, apparirà per tutto lo show pimpante e galvanizzato. La prima fase è roboante, con una caleidoscopica Popscene, una chitarristica There’s No Other Way, tratta dal primissimo album, e la sempre bellissima Beetlebum. Parte qui una sezione un po’ più per fan, chiamiamola così, con pezzi forse meno conosciuti e soprattutto meno platealmente pop: le sinuosità di Out Of Time, le cangianti atmosfere di Trimm Trabb, le allucinazioni psichedeliche di una lunghissima ed appassionante Caramel, con un Coxon chitarrista sfavillante e spesso tendente alla dissonanza. Nella seguente Coffee & TV, Coxon prende il microfono in prima persona; è uno dei momenti più divertenti della serata, anche grazie ad un ragazzo del pubblico vestito da cartone del latte (!), subito prontamente soprannominato “Milky Man”, invitato a salire sul palco a ballare e protagonista di un siparietto surreale. La musica dei Blur rimane attualissima e per nulla invecchiata: emozionantissima Tender col suo coro gospel, una bella sorpresa per il pubblico milanese il ripescaggio di To The End, suonata per la prima volta durante questo tour. Country House, con Albarn in mezzo al pubblico, è sempre una gioia, mentre Parklife è invece sempre un colpo al cuore. Su This Is A Low scendono le luci, ma c’è ancora tempo per qualche altra perla nei bis – Under The Westway, For Tomorrow, The Universal – prima che il pogo su un’indiavolata Song 2, nel quale anche il vostro cronista s’è entusiasticamente gettato, suggellasse nel più scatenato e festoso dei modi una serata da non dimenticare.

Lino Brunetti

Blur

Blur