NINE INCH NAILS “LIVE – Milano, Forum, 28 agosto 2013”

NINE INCH NAILS

Forum Assago

Milano

28 agosto 2013

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La delusione di Hesitation Marks sarebbe arrivata da li a pochi giorni, ma in sostanza a date posticipate, cioè il concerto dopo l’uscita dell’album, nulla sarebbe cambiato per quanto riguarda lo show dei NIN e a nessuno sarebbe fregato comunque dell’ultimo album. A prescindere da quanto sia bello (o brutto) l’ultimo disco a vedere i NIN ci si va e basta. Dal vivo per loro le cose sono sempre state diverse, sin dalle prime esplosive esperienze live a supporto di Pretty Hate Machine. Infatti il concerto, al solito, è una bomba sonora e visiva che pochi altri gruppi si possono permettere. In un Forum ancora distratto e con le luci accese Trent si presenta in solitario sul palco e comincia a snocciolare le prime frasi di Copy Of A. Progressivamente si aggiungono gli altri musicisti, tutti in fila davanti e quando al secondo ritornello si spengono le luci della sala ed esplodono quelle sul palco lo spettacolo, in un boato, ha inizio. Sanctified e Come Back Hounted proseguono questo inizio particolare che si conclude con la deflagrazione di 1,000,000 e March Of The Pigs. Sembra impossibile ma il suono del Forum è decente, la musica esce bene dagli amplificatori e la band suona compatta, anche se la furia selvaggia degli scorsi tour è solo un ricordo. I Nine Inch Nails sono attenti e non si lasciano andare troppo, Trent si fa un giro tra le prime file e la scaletta ora va a pescare nel passato (recente e remoto) registrando una fase centrale del concerto ad alto tasso energetico. Le coreografie sono come sempre di livello superiore (e non avete ancora visto quello che è l’impressionante impianto luci del Tension Tour appena cominciato negli USA) coinvolgendo lo spettatore in un caleidoscopio di colori e raggi laser da far girare la testa. Reznor manda al diavolo i festival che si è dovuto sorbire e aggiunge qualcosa in scaletta. La sequenza Closer, Gave Up, Help Me I’m In hell, Me I’m Not è strepitosa mentre in un crescendo costante si arriva alla devastazione di Wish, alla potenza di Survivalism, al grido lacerante di Only per concludersi con la consuesta festa che Head Like A Hole scatena in platea. Chiusura con la classica Hurt e tutti contenti la si canta in compagnia (anche se la canzone è di una tristezza inenarrabile). Proprio qui faccio il mio personalissimo appunto (e ciascuno avrà il suo): avrei preferito Hurt spostata in un’altra posizione perché come ultima canzone desidererei qualcosa di decisamente più violento per spendere le ultime energie e quindi (secondo appunto visto che non le hanno fatte!) ci metterei Reptile, Mr. Self Destruct, Somewhat Damaged o la fine ideale cioè We’re In This Together. Per il resto negli occhi rimarrà un concerto dal grande impatto visivo e un Trent Reznor che non ha perso un grammo del suo carismatico vigore, mettendo in bella mostra bicipiti da culturista e pose da consumato showman. E’ un lavoro sporco ma qualcuno deve pur farlo, lui al suo pubblico si concede sempre con generosità e le quasi due ore portate a termine sono trascorse in un attimo.

Daniele Ghiro

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NINE INCH NAILS “Hesitation Marks”

NINE INCH NAILS

Hesitation Marks

Null Corporation/Columbia

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A volte, per capire come vanno le cose, si potrebbe partire da quei particolari marginali, che nessuno nota se non dopo un po’ di tempo, o da quelle canzoni che non sono tra i singoli e magari poste in chiusura dell’album. Ecco, partiamo da questi presupposti e scorriamo le note che accompagnano il booklet allegato ad Hesitation Marks, tra le quali è evidente che Trent Reznor praticamente ha fatto un altro album solista, componendo e suonando (anche da solo) buona parte delle canzoni. Questa non è una novità perché la frase “I NIN sono Trent Reznor” è in bella vista sui suoi dischi sin dall’inizio della sua avventura, ma io speravo in qualcosa di diverso. Speravo in un ritorno della “band”, speravo in un netto taglio con le seppur belle colonne sonore che lo hanno portato all’oscar, e un taglio anche con le melodie avvolgenti del suo progetto con la moglie a nome How To Destroy Angels. Questo non solo non è avvenuto, ma sembra che certe sonorità si siano ormai cementificate nel suo processo compositivo. Prendiamo ad esempio, a proposito di marginalità, la penultima canzone del disco, While I’m Still Here, che avrebbe potuto essere un ottimo spunto, visto che è praticamente la riproposizione di Weary Blues From Waiting di Hank Williams, mi sarei aspettato una bomba blues trattata in chiave moderna ed invece si dimostra un fiacco trascinarsi di beat elettronici con una buona dose di noia di sottofondo. Noia che purtroppo prende troppo spesso il sopravvento durante l’ascolto, pur essendo questo un disco, diciamolo chiaramente, formalmente perfetto e non poteva essere altrimenti al cospetto di un genio della musica, o meglio, del trattamento dei suoni. Eppure l’album esplode con la potenza elettronica di Copy Of A, una trascinante canzone che se ascoltata ad alto volume spacca le finestre della tua stanza, isolazionismo sonico da paura. Come Back Haunted riporta Trent direttamente dalle parti di Pretty Hate Machine con la potenza che gli riconosciamo da sempre, anche se le chitarre, come del resto in quasi tutto l’album, rimangono semi nascoste. A proposito di chitarra, il maestro Adrian Belew consegna le sue trame eteree a Find My Way che è un buon pezzo e che sarebbe stato benissimo incastonato tra i capolavori dell’era The Fragile. Anche All Time Low vede Belew alla chitarra e il suo marchio è decisamente evidente, riuscendo a dare carisma ad un brano che fa la sua figura. A questo punto, al posto di spiccare il volo, o quantomeno proseguire su queste coordinate, Hesitation Marks si tuffa in una involuzione di contenuti che non mi aspettavo. Disappointed è noiosa e trascinata a dismisura, Everything è in assoluto il brano più brutto scritto dai NIN, un’accozzaglia senza capo ne coda dove Enola Gay si scontra con chitarre inutili. Satellite e Various Methods Of Escape sopravvivono entrambe allo stesso ritmo per troppo minutaggio. Running cerca di dare un po’ di movimento ma ci riesce poco. I Would For You invece riesce perlomeno a sfoggiare un buon ritornello ed una costruzione interessante, cosa che fa anche In Two, recuperando atmosfere cupe e cibernetiche, con un buon ritmo ed una buona melodia. Troppo poco a mio avviso per salvare il disco, anche se ho sentito pareri discordi e le rimostranze maggiori da parte dei sostenitori di questo album mi pare che si possano riassumere in una domanda, che qualcuno mi ha fatto: “Ma perché per essere un buon disco i Nine Inch Nails devono per forza fare casino? Questo è un buon album elettronico”. Il punto è che la loro peculiarità è sempre stata questa, elettronica e chitarre si sono sempre integrate alla perfezione e qui questo non è avvenuto, non dico che io voglia sempre ascoltare una versione aggiornata di Broken ma nemmeno addormentarsi a metà perdendo il filo delle canzoni. Tanto più che in molte parti di The Fragile, tanto per fare un esempio, le chitarre scomparivano quasi completamente ma l’atmosfera e il coinvolgimento che quelle canzoni riuscivano a dare erano proprio di un altro spessore. Mi si può dire che il tempo passa e gli interpreti invecchiano, cambiando doverosamente registro, e ci stà anche questo, ma quello che cantava Trent vent’anni fa in Heresy io l’ho preso per buono allora e mi resta dentro tale e quale nonostante gli anni trascorsi (Your God is dead, And no one’s care, If there is a hell, I will see you there) la tremenda forza erotica di Reptile io la sento ancora oggi (Oh my beautiful liar, oh my precious whore, my disease my infection, I’m so impure) e di quella sinistra e opprimente atmosfera che pervadeva quelle canzoni qui non ne rimane traccia alcuna. A voler insistentemente continuare a scarnificare i suoni si arriva ad avere solo l’osso, che per forza di cose è meno succulento di una sostanziosa coscia. Ammetto le mie debolezze nei loro confronti e riuscirò ad ascoltarlo ancora trovando conforto in quei cinque o sei pezzi che mi stuzzicano, da vero estimatore del gruppo sin dai tempi dei loro primi singoli però non posso far altro che riporre Hesitation Marks tra i punti più bassi della loro discografia, non tanto perché sia un disco inascoltabile (già detto che è confezionato in maniera sublime) ma quanto perché di Nine Inch Nails, qua dentro, c’è veramente poco.

Daniele Ghiro

MOTORHEAD “Aftershock”

MOTORHEAD

Aftershock

UDR Records/Warner

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Ci sono domande difficili alle quali non so rispondere (E’ nato prima l’uovo o la gallina?), domande che non ha nessun senso porre (Ciao, come va con il tuo tumore?), domande che non me ne frega niente della risposta (Cosa farà domani il presidente della Repubblica?). Poi ci sono le domande inutili e la domanda più inutile di tutte è: Uè, ho letto che è uscito il nuovo disco dei Motorhead, com’è? E’ come chiedere se le banane sono sempre storte o il basilico è ancora verde. Il nuovo disco dei Motorhead è sempre quello, da sempre, vale a dire una garanzia di rock’n’ roll ad alto volume. A volte Lemmy (poche a dire la verità) si è adagiato su coretti che non avevano nessun appeal per la sua voce, qualche singolo che non centrava nulla l’ha anche piazzato, ma quando si dimentica certe cazzate riesce sempre ad essere un credibile rocker. E non potrebbe essere altrimenti per uno che ha vissuto una vita come la sua, sopravvivendo a una lunga, lunghissima, serie di eccessi, tour, droghe, alcol e donne, arrivando alla veneranda età di 68 ancora con la voglia di fare dischi e soprattutto tour. Le cose quest’anno non sono andate per il meglio però perchè per problemi di salute i Motorhead hanno dovuto cancellare una consistente parte del loro tour, interrompendo dopo mezz’ora anche la loro esibizione al Wacken Festival. Nell’attesa della sua completa guarigione ecco che arriva Aftershock e il copione non cambia di una virgola. Fatta eccezione per l’orecchiabile singolo Crying Shame (comunque una buona AC/DC song), il resto sono pelli pestate a sangue da Mikkey Dee, incendiari assolo chitarristici del sempre sottovalutato Phil Campbell e rozzi ululati da parte di Lemmy. Si potrebbe quindi chiudere qui ma invece voglio segnalare Do You Believe con Campbell al top in un classico del loro repertorio, un paio di bluesati pezzi ad alto tasso alcolico (Lost Woman Blues, Dust and Glass) e infine i pezzi che fanno sostanza, quelli tirati nudi e crudi, quelli che sono la vera anima motorheadiana, vale a dire Heartbreaker, End Of Fire, Going To Mexico, Queen Of The Damned, Paralyzed, brani che già dal primo riff sai già come si sviluppano e come finiscono, rassicuranti come la mamma. Ed è garantito che loro sono la mamma di molti di noi.

Daniele Ghiro

REV REV REV “Rev Rev Rev”

REV REV REV

Rev Rev Rev

Autoproduzione

revrevrev

Sono italiani, di Modena, ma fortunatamente non si sente. Questi ragazzi hanno nel cuore e nell’anima lo shoegaze più duro e crudo, quello che ti bombarda le orecchie senza lasciarti respirare. Perché appena partono i liquidi rintocchi e le dilatate voci di PS_Cube ci si immerge in melodie fantasma che ipnotizzano e che non ti preparano all’abrasivo intervento della chitarra distorta che scompagina le carte. Con Honey Sticky Fingers si cambia registro e le atmosfere si fanno decisamente più cupe e claustrofobiche che finiscono in un delirio di riverberi, fuzz e distorsione. Gran pezzo davvero. Se la deriva è chiaramente quella di Jesus And Mary Chain, My Blody Valentine e la vecchia scuola new wave più sporca, il quartetto modenese sguazza a suo piacimento in questo marasma sonoro incontrando però anche le traiettorie più moderne calcate da gruppi quali A Place To Bury Strangers: Catching A Buzz e Wave Speech lo stanno a dimostrare chiaramente. Per i loro standard di decibel Moonlight Soundscape è quasi soft e Rip The Veil si può considerare una ballata, che però è completamente andata a male, malata, infarcita di chitarre acidissime che destabilizzano la, relativa, quiete. Palma come miglior pezzo dell’album a Blue And Red un elettro/rock che a un certo punto viene letteralmente spazzato via da un riff punk spurio che deflagra nelle orecchie. Un disco sorprendente, ed è bello che ancora ci si riesca a sorprendere ascoltando un disco di una band italiana, che per me era sconosciuta. Ora non più e se amate il genere dovreste perlomeno dare un ascolto anche voi, troverete pane per i vostri denti.

Daniele Ghiro

IL NIDO “I piedi della follia”

IL NIDO

I Piedi Della Follia

Gaiden Records

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Ritornano i funambolici abruzzesi che dopo l’EP dello scorso anno anno si chiudono nello studio di registrazione e in una settimana sfornano I piedi della Follia. E folli lo sono veramente, mischiando con una non misurata dose di pazzia tanti generi che si intrecciano e si rincorrono follemente. Tra aperture sinfoniche (L’inutile epicità) e chitarre punk rumorose (Lex Intro) si innestano sax tromba e tastiere che vagano inquiete in improbabili swing jazzati (Danza Cutturu). Suonato egregiamente e altrettanto egregiamente prodotto, il disco lascia semplicemente sbigottiti, se non perplessi, al primo ascolto. Ma poi si entra in sintonia con questi personaggi che vanno a rispolverare Squallor e Mr. Bungle, il disco si ascolta come puro divertimento, scoprendone a più riprese gli anfratti nascosti. Sorprendenti ma di non facile assimilazione, non abbandonateli con un ascolto superficiale perché potrebbero riservarvi soprese.

Ascoltatelo dal link qui sotto in streaming!

Daniele Ghiro

https://w.soundcloud.com/player/?url=http%3A%2F%2Fapi.soundcloud.com%2Fplaylists%2F10669924

PINS “Girls Like Us” + LA LUZ “It’s Alive”

PINS

Girls Like Us

Bella Union/[COOP]

LA LUZ

It’s Alive

Hardly Art/Audioglobe

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Già chiacchieratissimo prima ancora di essere sentito – grazie all’EP che l’aveva preceduto e alle esibizioni live – il debutto delle PINS, quartetto tutto al femminile da Manchester, arriva finalmente nei negozi. E’ un disco che non s’inventa nulla Girls Like Us, ma siamo pronti a scommettere che, magari per una sola stagione, il suo segno in effetti lo lascerà. E non solo per una questione di immagine delle ragazze: le loro canzoni sono un sapido melange di garage rock abrasivo, punk velvettiano, surf music tarantiniana, guitar pop virato wave, reminiscenze Jesus & Mary Chain. Con canzoni che raramente superano i tre minuti, anzi, che a volte stanno sotto i due, Girls Like Us è un disco diretto ed eccitante, minimale e stilizzato, colmo in ogni suo angolo di canzoni contrassegnate dalla tipica urgenza giovanile e che a modo loro potrebbero essere tutti singoli perfetti. Sta soprattutto in questo, nella bontà dei loro pezzi killer, la forza delle Pins. Provare per credere!

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Altro quartetto femminile, stavolta però californiano, sono le LA LUZ. Anche loro al debutto, ed anch’esse forti dell’appoggio della stampa locale, con It’s Alive mettono a punto un album con qualche punto di contatto con quello delle Pins, anche se alla fine più platealmente di genere. Riprendono in mano la lezione di gruppi quali Ronettes e Crystals e la inseriscono in elettriche canzoni surf dove ad essere protagonista sono chitarre twanging, strati d’organo e ritmi minimali. Le melodie angeliche poste su ronzii elettrici, a volte, spostano l’asse quasi verso il dream pop (vedi Morning High o What Good Am I?, dove la voce pare essere quasi quella della Sandoval) ma, nell’insieme, a segnare l’album sono le chitarre tremolanti e a rotta di collo di una It’s Alive e le melodie sixties di una memorabile Call Me In The Day. Niente male, ad ogni modo.

Lino Brunetti