SALUTI DA SATURNO: intervista a MIRCO MARIANI

SALUTI DA SATURNO

Intervista a MIRCO MARIANI

di Lino Brunetti

foto © Pietro Bondi

Dancing Polonia, il terzo disco di Saluti da Saturno, progetto musicale del multistrumentista Mirco Mariani – un passato, per lui, nella band di Vinicio Capossela ed in formazioni quali Mazapegul e Daunbailò – è per il sottoscritto uno dei dischi italiani più belli dell’anno. Nelle sue canzoni, un cantautorato classico, per certi versi rimandante alla tradizione dei Paoli, degli Endrigo, dei Tenco, s’ibrida con un gusto musicale più visionario, in cui arrangiamenti inusuali spostano il tutto verso una lateralità mai spocchiosa, ma solo limpidamente specchio della fantasia al potere. Mirco stesso ha presentato la sua musica quale “free jazz cantautorale”. Ci è parso quasi un obbligo, ma soprattutto un piacere, approfondire con lui le ragioni della sua musica.

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Presentando Dancing Polonia, hai parlato del passaggio dal “pianobar futuristico elettromeccanico” dei dischi precedenti, al “free jazz cantautorale” di questo. Descrizioni suggestive senz’altro, ma più nel dettaglio, in cosa è profondamente diverso il nuovo album dal tuo punto di vista? Qual’era l’idea forte che gli sta alla base?

L’idea era quella di partire da una forma canzone più definita, che può stare in piedi anche con solo il pianoforte, per poi vestirla con sfumature di free jazz romantico, leggeri disturbi, rumori o tensioni. Ti confesso che questo passaggio è risultato più difficile del previsto, perché  inserire dei disturbi sulla forma canzone, a volte, mi suonava banale e scontato; allora è nato il Free Jazz Cantautorale, che prevede di potersi muovere su delle note non sempre giuste, ma che descrivono lo stato d’animo della canzone. Ora forse sarei più consapevole di questo processo e prevedo un secondo capitolo.

In maniera trasversale lo erano anche i tuoi dischi precedenti, però Dancing Polonia è infatti un disco dalla più forte e marcata impronta cantautorale, forse meno “pop” e senza dubbio più “classica”. Sei d’accordo con questa affermazione?

Dancing Polonia, a mio avviso, ha delle storie da raccontare più visionarie e cinematografiche, là dove nulla c’è ma tutto può accadere, dove si incontrano personaggi spettinati ma con uno sguardo bruciante e dove ci si ritrova all’interno di un bar trattoria e ad un certo punto si spostano i tavoli al lato della stanza e ci si mette a ballare abbracciandosi. È un disco che ha bisogno di unione, condivisione e divertimento sincero, di rompere dei canoni a volte troppo autoreferenziali del concerto standard.

Credo infatti che il classicismo delle canzoni di Dancing Polonia sia in qualche modo ingannevole… Mi spiego: se le melodie, le parti cantate, rimandano senz’altro alla tradizione cantautorale italiana degli anni sessanta – ti pare un azzardo se ti dico che a tratti mi è venuto in mente anche Gino Paoli, per fare un nome? – dal punto di vista musicale, il disco è tutt’altro che tradizionale, con arrangiamenti insoliti e brulicanti di suoni. Faceva parte delle tue intenzioni creare una tale dicotomia?

La canzone italiana di Paoli, Tenco, Endrigo ma anche Celentano sono senza ombra di dubbio la mia grande passione insieme a quella per il Jazz bianco di Paul Desmond, Chet Baker o Charlie Haden fino al  Free Jazz, senza dimenticare l’insegnamento più importante: quello della musica Romagnola dei miei inizi dove fondamentale è la figura del capo orchestra, che deve capire qual è il momento del walzer o della polka. Insomma da tutto questo miscuglio è evidente che la sonorità può soffrire di qualche disturbo di bipolarità. E’ però un miscuglio sincero e sentito, non ricreato per inseguire chissà mai quale ultima moda.

Avevi in mente dei modelli quando sei partito a scrivere le canzoni di questo disco, oppure è stato un processo più spontaneo e naturale?

Le storie che viaggiano all’interno di questo disco sono storie semplici, come una passeggiata in piena estate sul monte Fumaiolo (dove nasce il Tevere)  con le mie due bambine dove improvvisamente veniamo colti da un freddo imprevisto e ci si ritrova attorno ad un tavolo con una candela accesa e ci sembra di avere tutto e mentre si ritorna verso casa si canticchia la nascita di una Canzone di Cera. L’altra forte ispirazione è il cinema spettinato di Aki Kaurismaki, con i suoi colori saturi e una poesia quasi sfacciata o la tanta neve bianca  di Hiner Saleem in “Vodka Lemon”, dove la miseria è vissuta con dignità e ti costringe a dover vendere tutto: l’armadio, l’uniforme militare, il televisore, il pianoforte… ma no! Il pianoforte no! Quello non si può vendere, serve per sognare e in questo caso fa anche viaggiare.

Anche se poi, nell’economia generale del disco, non è neppure lo strumento predominante, ho avuto la sensazione che queste siano canzoni nate essenzialmente proprio al pianoforte… E’ così?

Si, è proprio cosi. Sono brani nati tutti al pianoforte ed è proprio il pianoforte il responsabile della struttura. Gli strumenti che uso con maggiore frequenza, li sento e li vedo un po’ come le stagioni che cambiano il colore del paesaggio e che fanno vestire le persone in maniera più o meno pesante. Il loro ruolo è molto importante, rivestono  i brani e regalano un immaginario, una personalità, anche grazie alle infinite possibilità sonore che ti mettono a disposizione.

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Vorrei che mi parlassi un po’ del lavoro con i musicisti che hanno suonato con te nel disco, tra i quali figurano molti nomi importanti… Quanto sei aperto alle idee da loro apportate? Porti delle parti già scritte o è un lavoro che viene fatto tutti assieme quello degli arrangiamenti?

Alla base della mia idea di Saluti da Saturno c’è la ricerca della  libertà più assoluta, visto che in passato mi è capitato di dover mettere in discussione la mia più grande passione, che mi ha investito fin da bambino, che è quel gioco meraviglioso della musica. Proprio quando si passa dalla passione, istintiva e incosciente e la si trasforma in professione, si rischia di entrare in formule ripetitive e chiuse per garantirsi un applauso sicuro. Penso invece che il rischio e l’improvvisazione inserite in un idea ben definita  siano degli elementi che donano una vita più lunga ad un’ esecuzione. Per quando riguarda i musicisti che suonano spesso nei miei dischi, c’è sempre un passato alle spalle di nottate passate insieme in piccoli Jazz Club o su palchi più grandi, ma dove è successo sempre qualcosa e che crea uno spazio dove navigare magari senza neppure il bisogno di dover spiegare o parlare più di tanto.

Mi puoi raccontare come è avvenuto il coinvolgimento nelle sessions di un grande quale Arto Lindsay?

Tutto il merito è di Massimo Simonini. Io gli dissi che sarebbe stato il mio sogno poter collaborare con Arto Lindsay, che reputo un genio su vari aspetti musicali. Alla mia richiesta Massimo mi risponde dicendo: “guarda, da quello che so, Arto non accetta di fare collaborazioni cosi, però ci proviamo”, e così gli abbiamo spedito due brani. Nel giro di una settimana ci sono ritornati indietro con le sue chitarre! EVVIVA! È la musica a volte… ma la cosa ancor più importante, per me, è stata quando pochi mesi dopo è venuto in concerto a Bologna e ha voluto incontrarmi. Abbiamo passato tre giorni insieme a suonare, parlare ed addirittura abbiamo festeggiato il suo sessantesimo compleanno al ristorante, con torta e candeline! Quei giorni mi hanno regalato consapevolezza e fiducia, ho compreso ancor di più l’importanza di calarsi fino in fondo dentro ogni idea, senza cercare le mezze misure… per accontentare chi?

Mi ha molto incuriosito la dedica del disco a Casadei ed Ornette Coleman, anche perché non è certo così evidente la loro influenza su queste canzoni. In cosa il loro spirito è secondo te presente in esse?

Ornette Coleman è la libertà di far diventare ogni strada da percorrere quella giusta, dove la regola a volte può essere solo un limite per chi sta sognando e magari in quel momento sta guardando molto più lontano della regola stessa. Per quanto riguarda Secondo Casadei, io ci vedo l’aspetto più alto della musica fatta da chi suona per la gente che ascolta o che balla. E i ricordi che mi vengono in mente di quando suonavo nelle orchestre da ballo, sono che si suonava fino a delle ore impensabili e fin che c’era gente che si divertiva non si smetteva, un brano poteva durare tre minuti come quindici. Uno dei miei primi capo orchestra (che la sapeva molto lunga) mi disse: “tutti hanno diritto di cantare, ma sottovoce”! Questo mi sembra un aspetto di grande libertà e di grande divertimento, che è quello che io vorrei rivivere con la mia Orchestra.

Mi piace davvero molto anche il modo in cui hai interpretato, dal punto di vista canoro, queste canzoni. Perché all’inizio eri restio a cantare le tue canzoni in prima persona?

Sinceramente penso di non essere un bravo cantante, ma penso di poter cantare le mie canzoni, soprattutto quando queste raccontano delle emozioni vissute sulla mia pelle. E’ una fiducia che sto raccogliendo ultimamente, anche per quanto riguarda i concerti, e la  chiave di questa porta penso proprio me l’abbia data  Arto Lindsay, per il discorso che si faceva prima della ricerca della assoluta sincerità con pregi e difetti.

Anche i testi mi piacciono molto. Mi piace il modo in cui procedono per immagini che sono quasi pennellate impressioniste; non si palesano in forma di racconto ma, inevitabilmente, comunicano in maniera forte. Quali sono le cose che maggiormente ti ispirano?

La semplicità è senza dubbio il mio punto fermo, anche perché non posso troppo allontanarmi per paura di perdermi. La vita delle persone nella realtà o nella finzione del cinema. Mi piace anche partire da un granello di sabbia, per trasformarlo poi in una piccola montagna completamente inventata.  A volte capita che sia proprio un inizio di storia a raccontarti la storia stessa e a far nascere qualcosa di cui solo alla fine scopri il significato; penso che il caso non esista e che spesso i viaggi più belli siano quelli dove si decide solo la partenza.

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Alcune canzoni sono ispirate da film, e questo si ricollega a quanto ti chiedevo nella domanda precedente. Immagino quindi tu sia un appassionato di cinema. Quanto la componente “visiva” è fondamentale nella tua musica?

Spesso penso che più che una passione sia un’ossessione, tanto è il mio accanimento nel guardare e riguardare un solo film, tanto da liberarmi della storia e concentrarmi di volta in volta su mille altri aspetti che ci girano attorno. Spesso quando parlo di Dancing Polonia, penso più a delle immagini che a dei suoni, un pò come una musica da vedere, dove si può sognare liberamente, e chissà mai se un giorno si potranno mai fare dei dischi muti con delle immagini che suonano.

Volevo farti una domanda su Vinicio Capossela, con cui in passato hai suonato, che ha cantato sul tuo primo album e che in qualche modo aleggia su alcune delle canzoni del disco. Quali sono i maggiori insegnamenti che hai tratto dal collaborare con lui?

Vinicio è da molti anni un amico, mio e della mia famiglia, è il mio primo grande maestro,  mi ha insegnato tante cose e gli sarò sempre grato.  Abbiamo passato molte notti insieme ad ascoltare musica e a parlare della bellezza del suono, una grande passione che ci ha sempre legato… L’ultima volta che ci siamo visti,  ci siamo scambiati dei titoli di film da vedere….

Hai fatto parte di bands quali Mazapegul e Daunbailò, hai suonato con altri musicisti: pensi che Saluti da Saturno si ponga sulla scia di una storia musicale evolutiva, la tua, il cui approdo non poteva che essere questo, oppure credi di esserti mosso più per scarti e seguendo un percorso più rabdomantico?

La differenza è che Saluti da Saturno è il mio primo progetto pensato e creato tutto da me, mentre i progetti passati erano fatti insieme al mio amico Valerio Corzani, dove io mi occupavo della musica e lui dei testi. Con Saluti da Saturno, sono riuscito ad entrare dentro una mia visione più personale, sia musicale che di vita.

Quanto è difficile, al giorno d’oggi, portare avanti un progetto musicale di sostanza ed indipendente quale Saluti da Saturno? Sei soddisfatto dei riscontri avuto fino ad ora?

Ero più contento prima di tornare da un piccolo Tour Europeo, che ha toccato nel mese di ottobre Lipsia, Berlino e Cracovia. Li è avvenuto un pò l’impensabile per una piccola realtà come la nostra; ho avvertito un rispetto, una curiosità sana ed entusiasta. Nessuno ci conosceva e non capivano la nostra lingua ma…  volevano conoscere, sapere, partecipare, farsi coinvolgere dalla nostra follia, in concerti dove l’improvvisazione e lo spettacolo la fanno da padroni. In Italia spesso si sente e si avverte l’idea che tutti sanno tutto di tutto, ma non è mica vero!

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L’ultima domanda è una piccola curiosità: ho notato che tra la penultima e l’ultima canzone dei tuoi dischi, lasci una ventina di secondi di silenzio. C’è una ragione precisa?

Si, in effetti è una caratteristica di tutti e tre i dischi. E’ venuta per caso e mi è piaciuto ripeterla, un pò come un marchio di fabbrica, visto che io mi ritengo un artigiano della musica… Le cose come vedi non vengono mai per caso. Ti ringrazio tanto Lino, per l’amore che mi hanno trasmesso le tue domande.

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CESARE BASILE non ritirerà la targa del Tenco

Cesare Basile non ritirerà la Targa assegnatagli dalla Giuria del Tenco per il miglior disco dialettale 2013.
Noi di “Backstreets of Buscadero”, solidali, ne diffondiamo le motivazioni:

Perché non ritirerò il Premio Tenco 

Credo che un artista abbia il dovere di schierarsi piuttosto che sottrarsi ai conflitti. È l’unica regola alla quale ho cercato di essere fedele come individuo e come musicista nel corso della mia oramai lunga carriera.

Viviamo da troppo tempo e con sconcertante naturalezza l’era delle tre scimmie, la viviamo adeguandoci alla goffaggine che genera complicità, paghi del piatto di minestra che la carità del Potere ritiene di assegnarci ai piedi della sua tavola. 

Non vedo, non sento, non parlo. Tuttalpiù faccio un salto di fianco e lascio che la cosa passi. 

Strana pratica per un mestiere che è fatto esclusivamente di vedere, sentire e parlare. Strana pratica per chi ha scelto il racconto come segno della propria esistenza.

Faccio parte da due anni dell’assemblea del Teatro Coppola Teatro dei Cittadini, un teatro occupato e autogestito, uno spazio sottratto all’incuria e alla magagna della Pubblica Amministrazione, frutto gioioso e libero di un altrettanto gioioso e libero atto illegale. Rivendico quotidianamente la legittimità di questa pratica come risposta a un sistema di gestione dell’arte e della cultura verticistico, monopolista, clientelare. Questo non mi rende migliore o peggiore di altri, né fa di me un eroe, mi vede solo parte attenta di una scelta e come parte attenta di una scelta non posso fare a meno di vedere, sentire e parlare.

I recenti attacchi del presidente della S.I.A.E., Gino Paoli, e del suo direttore generale Gaetano Blandini contro il Teatro Valle occupato e le altre esperienze autogestite sul territorio italiano (il Teatro Coppola Teatro dei Cittadini fra queste) mi hanno profondamente disgustato per toni e arroganza; attacchi dai quali traspare, tra l’altro, una chiara e ben orchestrata richiesta autoritaria di ripristino della legalità che altro non è che un’esortazione allo sgombero. 

Sabato 30 Novembre avrei dovuto partecipare, insieme ad altri musicisti, a una manifestazione organizzata dal Club Tenco e dal Teatro Valle. In seguito allo scontro con la S.I.A.E. il Club Tenco ha cancellato questa manifestazione dalla sua agenda con la seguente motivazione: «Il Club Tenco di Sanremo, preso atto del forte contrasto emerso negli ultimi giorni tra il Teatro Valle di Roma occupato e la Siae, ha deciso di annullare la manifestazione “Situazioni di contrabbando” programmata al Teatro Valle nei giorni 29 e 30 novembre. Non avendo la competenza tecnica per entrare nel merito dei gravi motivi di contrasto, il Club ritiene comunque di non dover alimentare, per la sua parte, attriti e polemiche, e per questo rinuncia serenamente ad un evento che potrebbe acuire il dissidio tra le due parti».

Essendo la S.I.A.E. partner importante del premio Tenco non viene difficile capire il perché di questo passo indietro.

Ma se il Club Tenco ritiene di dover sottostare a un ricatto e fare un passo indietro per non «acuire il dissidio tra le due parti», io reputo opportuno farne uno in avanti per sottolinearlo questo dissidio: conflitto fra chi vuole una cultura liberata e chi, invece, la cultura vuole amministrarla per mantenere privilegi. 

Ecco perché, ringraziando tutti quelli che mi hanno votato, non ritirerò la targa Tenco 2013 per il miglior album in dialetto e non parteciperò alla premiazione dell’8 dicembre al Petruzzelli di Bari.

                                                                

                                                                   Cesare Basile

ARCTIC MONKEYS & THE STRYPES live @ Mediolanum Forum, Assago (MI) – 12 novembre 2013

ARCTIC MONKEYS + THE STRYPES

MEDIOLANUM FORUM

ASSAGO (MI)

13 NOVEMBRE 2013

Che gli Arctic Monkeys siano una delle band più brillanti, intelligenti e capaci del rock contemporaneo, non credo possa essere messo in discussione. Lo ha dimostrato recentemente anche l’uscita del loro quinto album, l’ottimo AM, fin dal titolo un piccolo omaggio agli immensi Velvet Underground, ma poi disco capace di accostamenti arditi, in grado di essere sintesi tra l’energia dei primi dischi e la maggior raffinatezza e ambiziosità di quelli successivi, colmo inoltre di canzoni in grado di piacere al pubblico più raffinato, così come a quello che un po’ meno si dedica alla scoperta di gemme nascoste. E’ anche per questo che, nonostante la sua perfezione, l’inappuntabilità della musica scaturita dal palco, la cura con cui è stato seguito ogni aspetto – vedi il tutto sommato semplice ma efficace spettacolo delle luci – il loro concerto mi ha lasciato almeno in parte dubbioso. Perché da una band come loro, mi aspettavo qualcosa di più di un bel compitino di un’ora e venti (andiamo, con cinque album alle spalle?) e di una resa delle canzoni sì potente e spesso esaltante, ma pure sempre fin troppo ligia a ricalcarne la versione su disco. Il solito rimbombo del Forum c’ha messo poi del suo, livellando a sonorità boombastic tutte le sfumature che eppure c’erano. Scaletta in buona parte incentrata sull’ultimo disco, ma con ovvie puntate nel repertorio precedente, che ha senza dubbio trafitto il cuore di buona parte del, come al solito, calorosissimo pubblico milanese, il quale, proprio per questo, a mio parere meritava qualcosina di più. Discorso diverso per i giovanissimi The Strypes, che la serata avevano aperto. Sia pur meno estrosi e creativi musicalmente di Turner e soci, i quattro irlandesi hanno infiammato la platea con un sound che, dal vivo, è ancora più ruvido, selvaggio ed eccitante che su disco. Il batterista martella senza posa come un ossesso, il bassista gli va dietro accrescendo più il tasso elettrico che non segnando il ritmo, mentre il chitarrista svisa, si lancia in assoli infuocati e fa fluire feedback ed elettricità quasi come un novello Jimmy Page. Bravo anche il cantante, solo giusto un po’ troppo impalato e statico come frontman. Quarantacinque minuti al fulmicotone per loro, dove al loro repertorio ultra sixties, come anche su disco, hanno aggiunto qualche cover, lasciandosi andare, tra l’altro, pure a qualche momento jammante, che ha dimostrato, semmai ce ne fosse stato bisogno, la solidità di una band che non è un fuoco di paglia. Immagino cosa possano combinare tra le mura di un club, probabilmente la loro dimensione ideale!

Lino Brunetti

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Arctic Monkeys

The Strypes

The Strypes

 

THERE WILL BE BLOOD in streaming

THERE WILL BE BLOOD – WITHOUT. Da oggi in anteprima streaming su Stereomood

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Da oggi è possibile ascoltare in anteprima streaming il nuovo album dei There Will Be Blood “Without” su STEREOMOOD

La versione digitale dell’album è in preorder su Bandcamp da oggi e fino al 17 novembre al prezzo esclusivo di 5 € (sarà poi in preorder al prezzo di 9 €); chi lo ordinerà potrà scaricare gratuitamente il singolo Ain’t No Places, No Matter.

Uscirà lunedì 2 dicembre Without (con distribuzione a cura di Self), il secondo album dei There Will Be Blood, due chitarre e una batteria che suonano un rock blues sporco e graffiante. Registrato come gli altri lavori a La Sauna Recording Studio di Varese, per questo album il trio si è avvalso della collaborazione di Giulio Favero, che ha masterizzato le tracce.
I There Will Be Blood (Riccardo Giacomin, Davide Paccioretti e Mattia Castiglioni) nascono nel 2009 in provincia di Varese con la passione per la musica blues del Mississippi e le atmosfere polverose e aride del West America. Un gruppo che lavora assieme allo sviluppo dei testi che diventano storie sempre più complesse, oscillando fra il noir ed il western, attingendo a piene mani dall’horror e dall’iconografia del cinema di genere.

Whithout è un album con una trama dalla svolta decisiva, che professa la fede della “mancanza”, il sottrarre per aggiungere, lo spogliare per svelare la pelle, soffiando via la polvere per far passare la luce, abbandonando le 4 corde del basso per spingere il ritmo fin nello stomaco, alla ricerca di quell’unico riff che da solo è una canzone, di quell’unico istinto che lega assieme 14 brani in un unico disco.
“Without, senza. With, out. Una parola che significa mancanza, ma che nella sue sillabe ne nasconde un altra: with, che significa presenza. Una dicotomia che dipinge l’intima essenza del protagonista, diviso e dimezzato: per metà vivo e segnato dal tempo, mortale, peccatore ma redento; nell’altra metà, senz’anima, eterno, immortale, demoniaco. Una mano nelle braci, l’altra nell’acqua battesimale”.

RED FANG “WHALES AND LEECHES”

RED FANG

Whales And Leeches

Relapse

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I Red Fang sono una live band e i loro dischi sono solo la scusa per andare nuovamente a spaccare le ossa sui palchi di mezzo mondo. Non sono mai stati dei geni nello scrivere canzoni, non hanno la raffinatezza degli odierni Mastodon né la profondità degli ultimi Baroness, ma che ci volete fare, forse proprio per questo, per quella loro aria cazzona e per quella attitudine a fregarsene di ricerche musicali sopraffine, questo disco mi piace parecchio. Tra le loro composizioni si annida una sfacciata componente hardcore che trascende il genere nel quale si muovono, la partenza urticante di Doen ne è un chiaro esempio esplicativo. Sulle stesse coordinate si muovono anche la breve Murder The Mountains e la pesante No Hope. Spesso sento dire che le loro canzoni non hanno profondità, non hanno ritornelli accattivanti, ma poi sbucano pezzi quali Blood Like Cream con un refrain da capogiro o la intensa Behind The Light con quel ritornello malato che ti trovi involontariamente a canticchiare. La collaborazione con Mike Scheidt degli Yob poi genera il miglior brano dell’album: Dawn Rising è lenta, epica, pesantissima e spossante, con soluzioni melodiche e vocali per loro inedite. Che poi riescano anche a sfornare degli stoner stomp nel senso più stretto del termine è evidente in Crows In Swine e Voices Of The Dead. Con Failure e Every Little Twist dimostrano che anche quando rallentano sanno immergersi in deliqui più psichedelici, pur rimanendo sempre tetri e pesanti. Se vogliamo criticarli perché la Relapse li stà pompando non poco facciamolo pure, se vogliamo considerarli un gruppo più scarso dei Clutch o degli Orange Goblin va bene anche quello, ma a me sembrano questioni di lana caprina, perché poi appena ti vedi le loro facce davanti durante un loro concerto riesci sempre ad innamorarti di loro. Hanno potenza da vendere, vanno dritti per la loro strada, sono duri, crudi e pesanti, ancora con i vestiti sporchi e le magliette sudate, per me l’attitudine vale più di mille canzoni.

Daniele Ghiro

ORCHID “THE ZODIAC SESSIONS”

ORCHID

The Zodiac Sessions

Nuclear Blast

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Amo gli Orchid, incondizionatamente. Sono gli unici, dopo i mitici Witchfinder General, ad avermi dato le stesse sonorità dei Black Sabbath di inizio carriera. E non stò parlando di influenze, stò proprio parlando della fedele riproposizione di quel suono, di quelle atmosfere e praticamente delle stesse canzoni, al limite del plagio. Anzi, senza limite, sono proprio uguali ai BS di Sabbath Bloody Sabbath e Sabotage. Ma le canzoni sono perfette, l’attitudine dei californiani (San Francisco) è pura al 100%, con contorno di pantaloni a zampa, baffoni e capigliatura seventies. Questo Zodiac Session raccoglie il primo EP (Through The Devils Doorway) e il primo album (Capricorn) rimasterizzati per l’occasione, visto il discreto successo dell’ultimo, fenomenale, The Mouths Of Madness. Come già detto molte band ci hanno provato, ma in pochi hanno saputo trovare il giusto feeling con queste sonorità e loro sono tra quelli perché, fondamentalmente, sanno scrivere delle grandi canzoni. La voce di Theo Mindell è meno acuta di quella di Ozzy ma il suo modo di cantare lo ricorda molto, Mark Thomas Baker alla chitarra si è studiato Tony Iommi fino al midollo e Keith Nickel (basso) e Carter Kennedy (batteria) si compattano in una sezione ritmica senza iperboli ma dura e granitica. Ci sono tante belle canzoni ma vi segnalo solo i primi due brani: Eyes Behind The Wall e Capricorn fanno letteralmente balzare sulla sedia tanto sono pesanti e presenti nonostante il suono chiaramente derivativo. Se li avete visti dal vivo saprete già che in loro non c’è nulla di costruito, sembra veramente di sprofondare nella Birmingham chè fù e quindi, se siete fan del sabba nero, non esitate e fateli vostri, non ne rimarrete delusi.

Daniele Ghiro

MY HOME ON TREES “MY HOME ON TREES”

MY HOME ON TREES

My Home On Trees

Autoproduzione

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Da Milano ecco un nuovo gruppo affiliato alla folta congrega dello stoner italiano. Che poi si dice stoner per comodità ma si può declinare in tantissimi modi diversi. I MHOT piuttosto che battere la strada di pesanti assalti all’arma bianca (che non mancano) scelgono la via del rock più lisergico ed occulto, andando a spolverare le oscure librerie di castelli abbandonati, guardati con sospetto dai neri corvacci dello splendido disegno di copertina. Infatti le loro canzoni si allacciano e intersecano con quel filone di rockers dalla mano pesante ma che hanno anche la sensibilità di spostarsi verso atmosfere più rarefatte. Silence è proprio costruita in questo modo, con un’andamento altalenante che si muove tra violenza e quiete. Call The Doctor è più incalzante e sinistra (un complimento alla chitarra solista). Earth è un hard’n’roll più classico e Night Flower prende gli AC/DC del riff iniziale sottobraccio e li porta giù da basso in cantina, lì proprio nel sottoscala buio, dove ci sono nascosti i cadaveri. Chiudono questi 35 minuti di debutto i 9 e mezzo di Countdown, a mio avviso il loro brano migliore per intensità e forza psichedelica. L’ottima voce di Laura Mancinica inoltre non può fare a meno di farci notare le notevoli somiglianze con la maga Jex Thoth e questo è un bene. Aspettiamo il debutto vero e proprio dopo questo demo perché una produzione un po’ più consistente e qualche limatura ad alcuni arrangiamenti, potranno portare i My Home On Trees veramente a ottimi livelli.

Daniele Ghiro