STONE JACK JONES “Ancestor”

STONE JACK JONES

Ancestor

Western Vinyl/Goodfellas

Stone-Jack-Jones-Ancestor-large

Chi è Stone Jack Jones? Forse l’uomo misterioso che, sulla copertina del suo ultimo disco, cammina verso un paesaggio sconosciuto, tra le brume di una sterminata pianura americana? Discendente di quattro generazioni di minatori di carbone, provenienti dalle rive del torrente Buffalo (WV), dopo essere stato respinto dal servizio militare al tempo della guerra del Vietnam a causa dell’epilessia, e dopo essere rimasto deluso dagli affari nell’ambiente minerario, scelse la vita da girovago. Questo lo portò a svolgere i lavori più disparati: giostraio, illusionista, ballerino, suonatore di liuto, fino ad avere un numero in un club notturno di Atlanta. Dopo tutto questo peregrinare, approdò infine a Nashville, dove incontrò le persone giuste per dare finalmente forma al suo talento artistico in personaggi quali il produttore Roger Moutenot e musicisti come Patty Griffin e Kurt Wagner. Il risultato di questo fruttuoso incontro è Ancestor, terzo disco di questo ancora sconosciuto artista. L’album si apre con poche precarie note di banjo che ci portano subito in un mondo fatto di vagabondi e cantastorie in piena tradizione folk, anche se il brano prende subito un andamento più cupo, vuoi per la voce che velatamente ricorda Mark Lanegan, vuoi per la lenta cavalcata notturna, quasi gotica, sostenuta da un coro di voci maschili. Questa era O Child, un’invocazione forse al bambino che è dentro di noi, punto di partenza e punto di arrivo di questo viaggio  che è l’esistenza. Stone Jack Jones ha scelto di realizzare questa ricerca attraverso un trip autobiografico introspettivo, servendosi dell’arte e, in questo caso, delle undici ballate di Ancestor. La romantica e nostalgica Jackson è la seconda tappa del nostro viaggio: le stelle non cadono dall’alto su Jackson è quello che il ritornello sostenuto da un controcanto femminile, in pieno ambiente country, tra chitarre acustiche, piano elettrico ed un organetto quasi circense, ci rammenta. Storie di sbornie e di sbandamenti e della speranza di una storia d’amore, a Jackson. Black Coil ci trascina invece giù nei sotterranei delle miniere di carbone, ambiente famigliare all’autore: cori e armoniche insieme ad un incedere pressante delle chitarre ci fanno esplorare le gallerie e le miserie di questa categoria di lavoratori. La tranquilla State I’m In ci conferma il carattere notturno di quest’opera: fa un’apparizione una tromba e un sottofondo di voci ricrea l’ambiente di un club fumoso. Voci e presenze si sovrappongono e contrastano col cantato intimo che è appena cessato. Ci si risveglia con Joy, più colorata e ottimistica: questa volta il banjo suona in maniera più netta, accompagnato dall’armonica e da un coro gospel.  Non si fa in tempo a credere a Joy, che la bella Red Red Rose, cantata a denti stretti, riporta un tono più drammatico e solenne; inevitabile qui un’accostamento a Wovenhand. Un rullante, sul finale, sottolinea questo sentimento, cadenzando una marcia che non lascia nell’aria buoni auspici. Way Gone Wrong, nonostante il titolo, fila via liscia: altra bella canzone, con un più sostanziale piglio rock, diurna se vogliamo contrapporla a quelle più oscure e crepuscolari. Se la notte segue il giorno, con Anyone vi ripiombiamo: introdotta da un organo, questa volta il dramma si fa più vicino, meno declamato, intimo. Anyone ha l’aria di essere una sorta di confessione, nonché il punto cruciale del percorso.  Pianoforte e organo per Good Enough For Me, insieme ad un coro per intonare un gospel sofferto e molto personale. Con  Marvellous ci avviciniamo alle pacate considerazioni finali, un chiaro inno all’amore nel rispetto della tradizione americana: ritorno verso casa, l’amore e cose semplici e buone. Chiude Petey’s Song che ha proprio l’aria di un commiato, in mezzo ad arpeggi acustici e nostalgiche armoniche in dissolvenza. Gli undici brani sono molto coerenti tra loro e fanno del disco un corpo unico, da ascoltare sempre dall’inizio alla fine. È grazie a dischi come questo che il genere folk rivive e si rinnova continuamente.

Maurizio Misiano

 

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