MOGWAI live @ Alcatraz, Milano – 31 marzo 2014

MOGWAI

ALCATRAZ

MILANO

31 MARZO 2014

Negli anni, mi è capitato di vedere dal vivo gli scozzesi Mogwai diverse volte, fin dai loro esordi, ma quando penso ad un loro concerto, inevitabilmente me ne viene in mente uno che tennero all’ormai defunto Rainbow di Milano, ormai tanti anni fa: i volumi di suono e la potenza che vennero sprigionati dal palco in quell’occasione furono tali che, ricordo bene ancora oggi, il pubblico un po’ alla volta si spostò verso il fondo del locale, nel tentativo di difendersi dalle sciabolate di white noise provenienti dal palco. Un’esperienza sensoriale al limite del dolore vero, una di quelle cose che provata una volta non la dimentichi più. Oggi, quei Mogwai lì non esistono quasi più, se non a tratti, quasi a testimoniare il fatto che, al contrario del luogo comune che li vuole sempre uguali a loro stessi, negli anni la loro musica ha continuato a cambiare e ad affinarsi, magari tramite la politica dei piccoli passi. Il recente, ottimo Rave Tapes, addirittura rinuncia quasi totalmente alle loro ondate e ai loro crescendo mastodontici, lavorando per sottrazione, giocando più sulla creazione di atmosfere che non possono che essere definite introspettive. In qualche modo, è quello che si è visto anche sul palco dell’Alcatraz, dove il quintetto di Glasgow ha offerto le varie facce della propria espressione musicale, ricorrendo però meno che al solito all’offensiva chitarristica. Scaletta varia che, pur concentrandosi soprattutto sugli ultimi due album – quattro pezzi ciascuno – ha finito col saccheggiare quasi tutta la propria discografia. In alcuni momenti – diciamo quelli più pop, i rari in cui compare la voce – a livello di mood si sono avvicinati a certe cose a là Sigur Ros. Ottimo il modo in cui in diversi pezzi hanno lavorato sui suoni, miscelando con chirurgica precisione chitarre, tastiere, ritmi ed elettronica. I momenti a mio parere più emozionanti sono stati però tre ben precisi: il crescendo epico, sia pur privo di rumore, ed anzi affidato alle tastiere, della bellissima Remurdered; il vibrare potentissimo di tre chitarre e un basso distorti in Rano Pano, arrivato ad interrompere una sequenza iniziale più atmosferica; i classicissimi pianissimo/fortissimo di una sempre sconvolgente Mogwai Fear Satan, anche in un caso come questo in cui s’è fermata sui dieci minuti anziché andare avanti almeno per il doppio del tempo, come accaduto in altre occasioni. Un’ora e quaranta di grande musica, che ancora non smette di essere visionaria ed evocativa, oggi come oltre quindici anni fa.

Lino Brunetti

mogwai

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