LUMINANCE RATIO “Honey Ant Dreaming”

LUMINANCE RATIO
Honey Ant Dreaming
Alt.Vinyl

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Accantonata (momentaneamente?) la serie di 7” split che li ha visti affiancarsi a personaggi quali Steve Roden, Oren Ambarchi e Yannis Kyriakides, i Luminance Ratio tornano con il loro terzo album, pubblicato solo in vinile in una confezione bellissima dalla prestigiosa etichetta inglese Alt.Vinyl, a definitiva testimonianza che le nostre cose più sperimentali sono conosciute ed apprezzate anche all’estero. Honey Ant Dreaming vede il quartetto trarre ispirazione dal quasi omonimo dipinto effettuato dagli aborigeni Papunya nel 1971. Forse la loro cosa migliore di sempre, è un disco visionario e potentissimo, un autentico trip oscuro e luminoso allo stesso tempo, miscuglio di drones, elettronica, rumorismo, ritmi e chitarre. Apre il viaggio la psichedelia etno ritualista di Honey Ant Dreaming; I Am HE And She Is SHE But You Are The Only YOU è un drone maestoso ed abbagliante come un fiume in piena; Splinters Of Rain è più rarefatta e circospetta, mi fa venire in mente la profondità di un foresta pluviale, la sua vita brulicante, spezzata da bruitiste distorsioni a spezzare la quiete, a dar corpo ai pericoli nascosti; Passage D’Enfer ci porta tra scansioni industrial noise, con squarci free; Great White’s All Around mette un battito sordo a tenere assieme i layers sonori, le lamine perfettamente orchestrate con dronico moto ascensionale verso la luce più pura; infine Blood Vessels proietta un’elettronica afasica e singultante nel selvaggio tripudio percussivo finale. Tra le cose migliori sentite nel genere da un bel po’ di tempo a questa parte. Ottimo!

Lino Brunetti

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JESUS FRANCO & THE DROGAS “Damage Reduction”

JESUS FRANCO & THE DROGAS
Damage Reduction Ep
Bloody Sound Fucktory

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È solo un EP di quattro brani – ovviamente unicamente in vinile – Damage Reduction, ma si merita tutta la vostra attenzione, specie se siete fan del rock’n’roll più distorto ed abrasivo, quello di etichette come la In The Red per intenderci, nel cui catalogo farebbe una porchissima figura. Del resto, Jesus Franco & The Drogas non sono mica dei novellini e già col precedente Alien Peyote avevano dimostrato di essere un gruppo coi controcazzi, potentissimo, visionario il giusto, inoltre giustamente celebrato quale imperdibile live band. Questo EP pone un ponte con quanto fatto precedentemente ed inizia a mostrare le possibili evoluzioni. In particolare il lato A pare essere ancora più cattivo e convulso che al solito: la lunga 6025 si stende come un carrarmato sonico fatto di feedback, dissonanze chitarristiche, ipnosi ritmica, un muro del suono inscalfibile contro cui lottano le urla belluine di Sonny Alabama. Più o meno sulla stessa linea la più concisa Money (Won’t Change Me), nuovamente oscura ed ennesimo calcio in culo alle belle maniere. Il lato B, lungi dal rallentare, è però più in linea con il sound di Alien Peyote, e quindi dalle parti di un punk’n’roll anfetaminico, con qualche screziatura vagamente psych e un bel tocco di sempre sana ironia. Se il rock ha ancora ragione d’essere, il suo spirito non può che vivere che in pezzi come The Wrong Side Of El Paso e Austin. Ottimo lavoro ragazzi, ci si vede (spero presto) nei pressi di qualche palco.

Lino Brunetti

THE GREAT SAUNITES “Nero”

THE GREAT SAUNITES
Nero
Hypershape-Il Verso del Cinghiale-Hysm?-Neon Paralleli

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Un passo alla volta The Great Saunites, il duo lodigiano formato da Atros (bassi) e Leonard Layola (tamburi), continua nella ridefinizione della propria musica. Non che dagli esordi ad oggi siano cambiate le coordinate – che rimangono quelle di una heavy psichedelia con innesti stoner, kraut e space-rock, con punti di contatto con la musica degli Om – ma ogni disco ha saputo aggiungere un tassello in più, una nuova sfumatura di suono, ha evidenziato la voglia costante di continuare a sperimentare sulla propria essenza e sui propri moduli compositivi. Nero, che è il loro quarto album, è stato registrato, mixato e masterizzato da Riccardo “Rico” Gamondi di Uochi Toki e La Morte, personaggio che credo abbia dato al duo una mano nell’aggiungere quella che è la novità principale di questo nuovo lavoro, ovvero l’innesto di field recordings ed elettronica tra i loro tribalismi sonori. Sorta di unica suite divisa in tre parti, la musica di Nero consta infatti delle ipnotiche linee di basso e del tambureggiare della batteria, a cui s’aggiungono textures organiche di rumori d’ambiente, elettroniche infiltrazioni di suoni altri, messi a mò di completamento, ma pure di pausa e contrappunto allo srotolarsi ossessivo delle composizioni. Cangianti e fatti di pause e ripartenze i quasi 19 minuti della prima parte; attraversati da vibrazioni muezziniche i 9 della seconda; più concisi, duri e dritti al punto nella terza. Per i fan del genere, ma non solo, un bell’ascolto.

Lino Brunetti

GIANLUCA CHIARADIA “Sogni Al Microscopio”

GIANLUCA CHIARADIA
Sogni Al Microscopio
Babao Dischi

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Gianluca Chiaradia, classe 1991, è un chitarrista e cantautore veneziano, esordiente qualche anno fa con Seriamente Ironico, ora giunto al secondo lavoro con l’album Sogni Al Microscopio. Il suo è un cantautorato molto classico, tutto basato su arrangiamenti precisi ed eleganti, sulla solidità di testi ben scritti e in equilibrio tra leggerezza e serietà dei sentimenti, su quel pizzico di varietà che rende l’ascolto sufficientemente eclettico e piacevole (Metodi dal substrato un po’ più rock; Lettera Da Londra che tra violino e fisarmonica ha trama e passo da folk popolare; le infiltrazioni jazz e funk di Cose Che Finiscono; quelle sottilmente reggae di Cinepanettone; una ballata notturna e pianistica come la toccante In Fondo A Me). Chiaradia scrive bene, ha un bel tocco sulla chitarra (acustica in particolare) ed è aiutato da una bella squadra di musicisti (rifulgono il piano di Marco Ponchiroli e le linee di basso di Alessandro Fedrigo). Se un appunto vogliamo fare, problema tra l’altro comune a moltissimi dischi di questo genere, è la constatazione di un’adesione fin troppo ligia agli stilemi dell’universo cantautorale, la mancanza di un pizzico d’azzardo, del coraggio (anche produttivo) di uscire dal seminato, dell’intenzione d’immetere l’elemento alieno capace di spiazzare, prendendosi il rischio di rovinare la perfezione formale. Così com’è è un buon disco, intendiamoci, e credo che tutti gli appassionati del cantautorato italiano ci si possano ritrovare facilmente.  Io, però, ho la netta sensazione che ci possano ancora essere ampi margini di manovra e le capacità per poter intraprendere un percorso ancor più personale.  Staremo a vedere.

Lino Brunetti

SPARKLE IN GREY “Brahim Izdag”

SPARKLE IN GREY
Brahim Izdag
Old Bicycle

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Brahim Izdag è il titolo del nuovo album degli Sparkle In Grey e prende il suo nome da quello dello sciatore marocchino che, nelle olimpiadi invernali di Albertville nel 1992, durante la sua gara cadde più volte, decidendo alla fine di non attraversare neppure la linea del traguardo. La sua figura viene presa a simbolo di coloro che non riescono a trovare il proprio posto nel campo in cui investono tutto se stessi e, allargando ulteriormente il campo, a tutti coloro che mostrano perseveranza, coraggio, resistenza. In un disco ancor più privo di steccati musicali del solito, gli Sparkle in Grey mettono in musica l’ennesimo attestato di coerenza politica, un messaggio ancor più forte e chiaro in quest’epoca di disperate migrazioni e riaccendersi di tensioni razziste e voglia di confini chiusi. In queste tracce, invece, i suoni del mondo vengono accolti senza fatica e inglobati tra le maglie post e sperimentali della formazione. In Samba Lombarda assistiamo al contrasto tra le percussioni e il lirisismo del violino, in un pezzo in cui la samba è giusto uno spettro tra le scansioni post-rock. Iurop Is A Madness è una cover di Linton Kwesi Johnson, con la voce del senegalese Zacharia Diatta intenta in un talking su una base inafferabilmente dub, percorsa da stilizzazioni psichedeliche. Non l’unica cover, visto che Gobbastan è un tradizionale uzbeko (bellissimo, con la musica ad assecondare i sottotitoli delle sue tre parti – arrival, unwelcome, cohabitation – all’inizio cupa ed elettrica, più aperta nel finale); Grey Riot è una trasfigurata e multietnica versione della White Riot dei Clash; Minka Minka è una canzone tradizionale ukraina (che ovviamente ci trasporta tra sonorità est-europee); mentre la There’s A Riot Goin’ On di Sly & The Family Stone è indicata nel booklet, ma è pudicamente assente dalla scaletta del disco. Stupendi comunque anche i pezzi autografi, da una Tripoli dal super malinconico mood; passando per una cinematica ed impressionista Song For Clair Patterson (lo scienziato che si batté per l’eliminazione del piombo tetraetile dai carburanti); per le affascinanti tre parti della title-track, poste a chiusura d’album. Ancora una volta grandissimi gli Sparkle in Grey che, in contemporanea all’uscita di questo disco, annunciano l’uscita del prossimo – che vedrà cambiamenti musicali e sarà intitolato Milano – e purtroppo, pare, anche la chiusura della Old Bicycle Records. I nostri migliori auguri al patron Vasco Viviani per quello che vorrà fare prossimamente.

Lino Brunetti