PIER BERNARDI “Re-Birth”

PIER BERNARDI
Re-Birth
XY Label/ARV Music

covere-esempio

Disco piuttosto strano questo esordio del bassista emiliano Pier Bernardi – fino ad oggi collaboratore con altri musicisti anche di fama internazionale – e non perché strana sia la musica qui dentro contenuta, ma perché così lontana da qualsiasi tendenza, indie mainstream che sia, da non riuscire quasi ad immaginarsi quale potrebbe essere il pubblico di riferimento. Diciamo che posso supporre che potrebbero trovarlo interessante coloro che mettono la tecnica prima del feeling, un’immagine che io associo al classico amico chitarrista che potrebbe stare per ore a parlarti di scale e arzigogolati passaggi sonori, ma che poi di dischi a casa ne ha davvero pochi. Re-Birth è un album completamente strumentale realizzato da una band in cui, oltre al basso di Bernardi, figurano la chitarra di Ace degli Skunk Anansie, la batteria di Michael Urbano (uno che ha suonato con Sheril Crow, Ligabue, Zucchero), i synth analogici di Giovanni Amighetti, quest’ultimo responsabile anche della luccicante produzione. Ora bisogna intendersi sul come valutare questi pezzi. Dal punto di vista tecnico sono ovviamente ineccepibili; sia Bernardi che tutti gli altri padroneggiano i loro strumenti e non hanno alcun problema a dar vita alle loro idee musicali. È l’idea di musica e di suono che viene fuori da questi brani, però, ad essere vecchia e stantia, non essendo né sperimentale o comunque sufficientemente personale, né così forte da farsi ricordare per il suo versante pop. Di certo è un’idea di musica lontanissima dalla mia (tenetene conto): tutto troppo pulito, nessun guizzo inatteso, con gli assoli al posto giusto, i rimandi subito identificabili e troppo aderenti ai modelli (qualche esempio: l’alt-rock anni ’90 di I’m Ready Now, il sound pinkfloydiano (nel senso di quelli di Gilmour, però) di Little Square Of Miracles), qualche passaggio pericolosamente vicino alla fusion, per potersi dire un ascolto appagante. Qualche momento in cui il disco riesce a scrollarsi di dosso quest’aura di rock da turnisti però c’è: in una sospesa e avvolgente Grace (con ulteriori ospiti quali David RhodesRoger LudvigsenPaolo Vinaccia), ma soprattutto nell’intimismo finalmente più sentito delle due tracce conclusive, Dresses Upon Us My Eyes Are Yours, indubbiamente i pezzi in cui Bernardi ha saputo far filtrare in maniera più consapevole il suo essere uomo, prima ancora che musicista.

Lino Brunetti

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