Heavy Psych Sounds Special

a cura di Lino Brunetti
da un’idea di Andrea Trevaini

HPS

Prima di addentrarci in questo piccolo speciale dedicato alla label di base a Roma, ma come vedremo dalle caratteristiche internazionali, Heavy Psych Sounds, devo doverosamente fare delle scuse, sia a Gabriele Fiori, il titolare dell’etichetta qui di seguito intervistato, che ad Andrea Trevaini, autore di alcune delle recensioni che seguiranno e iniziale ideatore dell’articolo che segue. È infatti l’aprile del 2017 quando Andrea mi scrive e mi dice: “Lino, ho qui alcuni dischi pubblicati da questa Heavy Psych Sounds, mi paiono tutti molto belli e sarebbe interessante dedicargli un articolo. Tu la conosci? Che ne pensi?”. Io la conosco molto bene, sui miei scaffali ho diversi dei loro dischi e accetto l’idea rilanciandola. “Sarebbe il caso di non mettere giù solo delle recensioni e direi anzi che ci starebbe anche un’intervista a chi l’etichetta la dirige”. Inizialmente pensiamo di preparare il tutto per il Busca cartaceo, ma un po’ per la solita mole enorme di articoli in attesa di essere pubblicati, un po’ perché consci che proprio prioprio buscaderiane queste musiche non sono, optiamo per andare on line. Gabriele lo contatto più o meno agli inizi di maggio e lui è velocissimo a farmi avere dei file audio con tutte le risposte alle mie domande. E poi che succede? Avviene che prima sono via per una decina di giorni di vacanza, poi parto per il Primavera Sound, poi vengo risucchiato da una serie di lavori e da una mole d’incombenze che non posso rimandare, poi… Insomma, passano i mesi e l’articolo rimane in stand by. Gabriele mi scrive prima della pausa estiva, gli garantisco che ci sono quasi, ma è evidente che sono ottimista. Insomma, mentre probabilmente lui si convince di avere a che fare con un quaquaraquà, io continuo a rimandare fino ad oggi. Alla fine, ragazzi, che vi devo dire? Più delle scuse pubbliche non posso fare.
Anche se di tempo ne è passato un sacco, non ho cambiato comunque idea sulla Heavy Psych Sounds, un’etichetta che continuo a ritenere validissima, con un roster pazzesco (date un’occhiata al suo sito e rifatevi occhi e orecchie guardando quali band hanno inciso per essa), italiana di base certo, ma capace di stare a fianco alle più blasonate etichette d’area internazionali. Quale area? Beh, il nome direbbe già tutto! Qui si parla di psichedelia (heavy per lo più), stoner, rock anni ’70, space-rock, garage e tutto quanto confina con questi generi.
A questo punto, dopo tanto attendere, lascerei la parola a Gabriele.
Dopo l’intervista, qualche recensione di alcuni fra i tantissimi dischi pubblicati dall’etichetta, scelti tra le uscite dell’ultimo anno circa. Liberi poi di esplorarne il catalogo per i fatti vostri, cosa che sono sicuro farete. Buona lettura e buon ascolto!

INTERVISTA A GABRIELE FIORI

Puoi farmi una presentazione di quando e perché hai deciso di fondare un’etichetta, specie considerando i tempi che forse indurrebbero a non imbarcarsi in una simile avventura?
La prima uscita fu una compilation di band italiane in CD. L’etichetta nacque dalla necessità di affiancare un po’ di lavoro a quello della mia band, i Black Rainbows. All’epoca avevamo un’etichetta francese, ma con loro non ci trovavamo bene, quantomeno a livello di promozione. È in quel periodo che ho cominciato a capire le dinamiche di questo mondo, come funzionassero stampa, promozione, distribuzione, vendita. Da lì ho iniziato a pubblicare altri dischi, anche in vinile, uno split coi Farflung ad esempio. Al contrario di quello che si sente in giro, devo dire che no, i tempi sono al contrario propizi, ottimi, perché rispetto a prima, quantomeno nel genere che tratto io, la gente compra dischi, vinili, merchandise. Forse quando ho cominciato la cosa poteva sembrare meno allettante di quanto lo è oggi, ma era un percorso che andava compiuto.
Furono difficili i primi passi? Avresti immaginato, all’epoca, che potesse diventare una cosa duratura nel tempo?
No, non furono particolarmente complicati. Il tutto nacque per passione, mi divertivo, era una cosa che non mi portava via molto tempo e aiutava la mia band. Fortunatamente, visto che coi Black Rainbows suonavo anche con gruppi rilevanti come Nam e Karma To Burn, decisi di provare a proporre gli stessi servizi anche a loro, magari per cose minori, EP, cose così. Non avevo bene idea, all’inizio, di dove avrebbe potuto portarmi fare una cosa del genere, sperimentavo con queste piccole uscite senza sapere cosa aspettarmi dal futuro. Ora è tutto più facile: la musica psichedelica e tutta quella che tratto è particolarmente in voga, sono aumentati i festival e ci sono un sacco di bands, molte delle quali hanno portato il genere alla ribalta.
Come s’inserisce Heavy Psych Sounds nel circuito delle etichette undergound italiane?
Se guardi bene, Heavy Psych Sounds non è propriamente un’etichetta italiana, si muove soprattutto tra Europa e Stati Uniti e quindi sinceramente con le altre etichette italiane non mi saprei relazionare. Credo che quello che faccio con Heavy Psych Sounds, che ricordiamolo è anche booking, logistica, sia una cosa, magari non unica, ma certamente rara, di sicuro in Italia. Per certi versi lo è anche in Europa, dove infatti sto crescendo, anche perché avendo una band, so cosa vogliono le band e cerco di darglielo.
Collaborare con altre etichette è importante per te?
Non sono tanto per le collaborazioni, preferisco fare tutto da me. A parte per quel che riguarda i Mothership, che era una cosa tra Europa e USA (io ho curato l’Europa) e qualcosina agli inizi, ho sempre fatto tutto da solo. Potrei essere interessato a qualche collaborazione sempre con qualche label americana, ma l’obiettivo è conquistare anche quel territorio, dopo esserci imposti già in Germania, Austria e Svizzera. Ora ci stiamo provando con l’Inghilterra, dopodiché proveremo ad allargarci negli Stati Uniti.
In un periodo relativamente breve di tempo, Heavy Psych Sounds è diventata una label non solo riconoscibile e stimata dagli appassionati, ma con nel proprio roster un sacco di bands internazionali, in alcuni casi anche molto importanti. Come sei riuscito a metterle sotto contratto?
Come ti dicevo, in questo è stato importante avere una band. Le varie formazioni messe sotto contratto, alcune sono venute loro, alcune perché avevo appunto contatti diretti, altre perché le ho contattate io. È bello constatare che anche band di un certo livello si fidano di me e io cerco sempre di dare il massimo.
12919922_1060033107404982_6488616829270446892_nPer un’etichetta come la vostra quanto è importante scovare anche nomi nuovi e fare da vetrina per la nuova scena italiana? Vi arrivano molte proposte? E come scegli cosa pubblicare?
Sinceramente, come dicevo, non è una nostra priorità pubblicare band italiane, potrebbe essere anzi un punto debole, soprattutto perché loro non spingono tanto all’estero. C’è forse una percentuale un pizzico più alta di band italiane in quello che ho pubblicato, ma in realtà ho band inglesi, finlandesi, francesi, tedesche, tante californiane, del Texas, dell’East Coast americana. Non è un’etichetta che segue propriamente band italiane. Per l’Italia, più che altro, cerco di portare delle band ai festival: qui da noi, purtroppo, se porti delle band, se organizzi cose, devi scontrarti col fatto che il pubblico è ancora un po’ scarso, non siamo certo la Germania. Mi arrivano proposte? Tante, tantissime. Sicuramente la priorità ce l’hanno certi nomi; a volte pubblico cose che non mi fanno impazzire al 100%, ma so che possono far bene all’etichetta, altre volte copro io cose che m’interessano. In ogni caso, quelle che prendo sono band che già si sono affacciate sul mercato, non prendo una band che non ha fatto proprio nulla. Pubblicherei un esordiente se avesse fatto un disco davvero incredibile. Devo dire che oggigiorno la media generale è molto alta. Scovare nomi nuovi è importante, ma è più importante scovare nomi importanti per far crescere l’etichetta. I nomi nuovi vengono offerti da label più grandi che si fidano. I Duel, per dirne una, sono una band che ho preso e a cui ho offerto un contratto di tre dischi. Ci stiamo lavorando molto, stiamo lavorando bene ed è un esempio di band che va seguita.
Una cosa che colpisce dei vostri dischi è l’estrema cura data al packaging, sia dei CD che ovviamente dei vinili, immagino il formato su cui puntate di più. Quanto credi che sia in effetti un aspetto importante questo, anche in questi anni di “smaterializzazione”?
Il CD, devo dire, si vende sempre tanto, mentre il vinile è chiaramente un oggetto che piace e diciamo che tutto il pubblico che ruota attorno a questo genere è gente che, a prescindere, compra il vinile da sempre. La fortuna dell’etichetta nasce da questo background, se i numeri sono più piccoli rispetto a quelli di altri settori, c’è da considerare che comunque è composta da fruitori che acquistano dischi, merchandise e permette alla scena di sostenersi da un punto di vista economico. Oggi, poi, è pure un po’ di moda…
Pensi che il ruolo della stampa musicale sia ancora importante o che i canali di diffusione e scoperta di nuova musica siano prevalentemente altri, oggi?
Sarebbe bellissimo se si potesse fare un passo indietro e anche i giovani, come acquistano i dischi, ricominciassero a comprare anche le riviste. Passare il tempo sulle riviste è molto divertente e utile, crea inoltre un senso di connessione più forte di quanto possa fare un qualsiasi sito. Ce ne sono un paio che io amo molto, impaginate molto bene, con un’attitudine molto anni ’70, molto rock. Oggi i canali sono diversi, quelli che ben sappiamo, c’è tanto digitale e tanta gente che si va a scovare i gruppi in rete, dove li può ascoltare etc. Chiaramente, come buona parte della stampa cartacea, anche in quella musicale c’è grossa crisi. Devo sottolineare, ancora una volta, come in paesi come Germania, Austria, Svizzera, si continui a comprare i supporti fisici e pure le riviste, ce ne sono tante e sono seguite.
In questi anni di attività cosa è cambiato maggiormente per te nel sempre in evoluzione mondo della musica? Come vedi la situazione attuale? Quanto è duro, economicamente parlando, stare sul mercato?
Il mercato è in continua evoluzione, cambia ogni 6/8 mesi, a volte vendi qualche copia in più, altre meno, dipende dal titolo. Le cose, a me, vanno abbastanza bene, direi a prescindere dal mercato. Credo dipenda molto dall’impegno che uno ci mette, dal fatto se va a farsi anche i festival e i mercatini, da quanto uno investe in pubblicità. Io, ad esempio, ho investito parecchio in pubblicità per le band, credo di star facendo un buon lavoro e continuo a spingere sempre. Sono convinto che le cose andassero peggio prima; dal ’94, per un po’ di anni, c’è stato una sorta di buco nero, ma ora sarà per moda, sarà per il maggior accesso alle informazioni e alle possibilità (siamo tutti connessi) le cose 15025208_1281813698560254_3141549913610777364_onon vanno male. Certo, non per tutti è così, diciamo che devi anche conoscere bene la scena a cui ti stai andando a proporre, non ti puoi improvvisare su due piedi. In alcuni casi val la pena collaborare strettamente con le band. Nei casi dei debut album, spesso è necessario stilare degli accordi direttamente con la band, in cui magari queste ultime devono acquistare delle copie. È chiaro che se io devo annaspare per fare una release non va bene per nessuno, cerchiamo di trovare dei compromessi che possano soddisfare tutti quanti. Oggi, inoltre, ci sono molte più possibilità di suonare live, c’è una rete davvero imponente e ramificata. Forse c’è meno attenzione al prodotto disco, nel senso che si tende a buttarlo fuori in fretta, a meditarlo meno rispetto a come era una volta, però, in generale, è tutto molto meglio ora. Fai conto che a Roma, fino a qualche anno fa, c’erano solo Villaggio Globale, Forte Prenestino, Black Out e Circolo degli Artisti, posti dove si facevano due concerti al mese; oggi ci sono venti locali dove c’è una programmazione continua, dal garage al psych etc. Di fondo la gente si lamenta sempre, però la realtà è che c’è tanto. Prendi un volo low cost, vai a Berlino e ti vedi un botto di concerti. Ne sono testimone io, una sera che ero lì con due mie band, era un mercoledì sera e c’era la possibilità di vedere Red Fang, Mastodon, Torch o i Goat! Spuntano festival ovunque, le band hanno occasione di presentarsi, di uscire, di farsi conoscere, di lavorare, di vendere. È assolutamente un bel periodo!
A grandi linee, Heavy Psych Sounds ha già nel nome il genere di musica che pubblica. In qualche modo mi hai già risposto, ma quanto ritieni sia importante, per sopravvivere nel mercato, fornire agli ascoltatori un prodotto orientato ad un tipo di sound ben preciso?
Heavy Psych Sounds non nasce da una necessità, bensì da una passione, dall’amore per questa musica, per tutto il rock ’70, per la psichedelia e quindi a seguire per stoner, doom, sludge, il garage-rock. Con questi generi, come dicevamo, tutto bene; facessi punk, forse le cose sarebbero diverse, lì c’è una evidente flessione. Dopo il buio ventennale di cui ti parlavo prima, comunque, ora che abbiamo qualcosa siamo ben contenti. Secondo me, una band che suona un rock generico e che piace ad un pubblico generico, a meno che non abbia dietro un grossissimo investimento, difficilmente può arrivare da qualche parte, al contrario di quelle band che invece si riferiscono ad un genere ben preciso e si collocano in una particolare nicchia di appassionati.
Dovesse essere che qualcuno ti chiedesse oggi consigli su come aprire una propria etichetta, cosa gli diresti? E ci sono etichette che senti particolarmente vicine a te?
Fermo restando che dovrebbe essere disposto ad investirci un po’ del proprio denaro, senza alcuna certezza di recuperarlo nell’immediato, a qualcuno che volesse imbarcarsi in una simile avventura suggerirei di partire con leggerezza, per divertirsi, ma di farlo in un settore che conosce bene. Questo è stato il mio percorso e non potrei che suggerirgli di partire così. Ci sono moltissime etichette che apprezzo molto, label che una volta vedevo irraggiungibili e con cui oggi, invece, posso misurarmi alla pari, cosa che ovviamente mi fa molto piacere. Penso a etichette come Tee Pee, RidingEasy, Ripple, Small Stone, ma ce ne sono davvero molte.
Se dovessi consigliare ad un ascoltatore ignaro, che volesse avere un quadro indicativo di quello che pubblica Heavy Psych Sounds, quali sono i tre dischi che gli consiglieresti?
Consiglierei tre band: ti direi Black Rainbows in rappresentanza del lato heavy psych, Duel per quello più stoner e Farflung per quello space rock. Quello che pubblico in realtà è abbastanza vario, pur all’interno di un genere di riferimento e basta dare un’occhiata al sito e all’elenco delle band per rendersene conto.

I DISCHI

HPS037_BlackRainbows-StellarProphecyBLACK RAINBOWS
Stellar Prophecy
Come detto, i Black Raibows sono la band del patron di casa Heavy Psych Sounds, Gabriele Fiori, qui in veste di autore, arrangiatore, produttore, chitarrista e cantante, con il trio poi completato dal bassista Dario Iocca e dal batterista Alberto Croce. Stellar Prophecy è il loro quinto e ultimo album, a cui , per completezza, andrebbe almeno aggiunto lo split coi Farflung citato nell’intervista. Loro si definiscono “italian psych fuzz trio” ed è una definizione che ovviamente ci sta tutta: basta infatti mettere su il disco per essere investiti dalle chitarre ultrafuzzate di Electrify, titolo quanto mai esplicativo. Ma la formula non è monolitica, tanto è vero che Woman ci trascina tra drappeggiature blues seventies, con tanto di organo (sempre Fiori) a farsi largo tra le chitarre; Evil Snake si profila quale rutilante affondo degno dei Kyuss; It’s Time To Die non nasconde i suoi influssi zeppeliniani e Keep The Secret la sua attitudine stradaiola e hard seventies, entrambe influenze miscelate al sentire psichedelico. A tutto ciò vanno poi aggiunte le due mirabili suite, Golden Widow e The Travel: la prima, quasi dodici minuti di durata, è un gorgo lisergico e dilatato che letteralmente risucchia; la seconda, ferma un passo prima di arrivare a dieci minuti, si profila ipnotica e sognante per poi partire verso le più profonde propaggini dello spazio siderale. Basterebbero queste due tracce per consigliare l’acquisto di questo gran disco. (Lino Brunetti)

HPS050_DoctorCyclops-LocalDogsDOCTOR CYCLOPS
Local Dogs
Sono tre ragazzi italiani dell’Oltre Po: Christian Draghi (canto, chitarra), Francesco Filippini (basso), Alessandro Dallera (batteria). Traggono il nome dal primo film di fantascienza in technicolor del 1939 e sono un “power-trio” innamorato dei Black Sabbath e dei Cathedral, con un sound che ondeggia tra prog anni ’60 e doom degli ’80. In due brani, Stardust e Druid Samhain, il primo decisamente blacksabbathiano, mentre il secondo vira verso derive blues, sono coadiuvati dalla notevole chitarra di Bill Steer (Napalm Death e Carcass). Epicurus presenta ancora stilemi bluesy appesantiti da riff dark, mentre Stanley The Howl è basata su un testo dello scrittore dark Steve Lloyd. Memorabile poi il riff della conclusiva Witchfinder General dove soffia lo spirito dei Led Zeppelin. (Andrea Trevaini)

HPS053_TheSonicDawn-IntoTheLongNightSONIC DAWN
Into The Long Night
The Sonic Dawn sono tre ragazzi danesi: Emil Bureau (voce, chitarra, sitar), Niels “Bird” Fuglede (basso), Jonas Waaben (batteria, percussioni e backing vocals). Per questo loro secondo disco sono supportati dalla tastiere di Erik Petersson e dal vibrafono di Morten Gronvad. Il blues Six Seven ha una chitarra che rimanda sia a Jimi Hendrix che a Robbie Krieger, mentre il canto di Emil Bureau diventa rauco quel tanto che basta. La bottleneck acustica di Numbers Blue, che poi si distorce elettrica, convince sul merito di questa band che già con l’iniziale Emily Lemon, preceduta da una breve Intro spaziale, ci aveva accolto con uno psychic-sound che rimanda addirittura ai primi Traffic, però in acido. On The Shore ha una twangy guitar che pare venire da molto lontano ed un incedere da Spaghetti Western Soundtrack. Il primo respiro lo tiriamo solo con l’acustica e lieve Lights Left On in cui The Sonic Dawn non si vergognano di riprendere sonorità prog sospese tra Genesis e King Crimson, sempre dei primi anni ’70. I bei tempi passati dei Be Bop DeLuxe vengono riportati alla luce con le sonorità sognanti e jazzate di l’Espionage, dove l’hammond duetta con il vibrafono, in un’accoppiata davvero inattesa. Il viaggio epico, psichedelico, distorto finisce con l’attacco twangy di Summer Voyage, vero masterpiece del disco sospeso tra Tito Tarantula e Ry Cooder. (Andrea Trevaini)

HPS055_Cachemira-JunglaCACHEMIRA
Jungla
I Cachemira sono un trio Spagnolo: Gaston Laine’ (chitarra e voce), Pol Ventura (basso), Alejandro Carmona (batteria). Jungla è il loro primo disco, registrato in analogico su un nastro a 4 tracce. Il loro sound è decisamente psichedelico, sviluppato in 4 brani di lunga durata, dopo una breve Intro, sospesi tra i primi Pink Floyd e Santana degli anni ’60. I Cachemira sono sempre alla ricerca di sonorità lo-fi retrò: se Sail Away presenta riff chitarristici alla Santana, la successiva Ancient Goddess si sviluppa in una lunga cavalcata elettrica, con grande ritmica e improvvisi rallentamenti alla Grateful Dead. La title-track è invece decisamente psichedelica alla Steppenwolf; la finale Overpopulation mostra invece chiare influenze Led Zeppelin. (Andrea Trevaini)

HPS056_Giobia-MagnifierGIÖBIA
Magnifier
I Giöbia sono una bella realtà psichedelica milanese, una delle migliori in circolazione, attiva ormai da circa 20 anni, formata da Stefano Basurto (canto, chitarra), Saffo Fontana (tastiere, canto), Stefano Betta (batteria), Paolo Basurto (basso). Questo disco è di fatto la ristampa del loro disco del 2015, detto per inciso, un gran disco, che rimanda ai 13th Floor Elevator, alla psichedelia spaziale degli Hawkwind, con tanto di chitarre fuzz e un approccio jam alla Grateful Dead che li porta a incidere brani come Sun Spectre di 15 minuti, mentre nella iniziale This World Was Being Watched Closely troviamo un campionamento di Orson Welles, tratto dalla “Guerra dei Mondi”. The Stain è psichedelico-beatlesiano-acida, mentre Lentamente la luce svanirà è un altro brano spaziale, ipnotico e affascinante. Anche loro registrano rigorosamente in analogico, anche con strumenti d’epoca. Questa ristampa, abbellita da un nuovo artwork ad opera di Laura Giardino, presenta una nuova e più chiara masterizzazione, oltre alla bellissima cover di Magic Potion degli Open Mind, non contenuta nella precedente edizione. Su Backstreets of Buscadero, l’album era già stato recensito anche qui (Andrea Trevaini)

HPS058_Deadsmoke-MountainLegacyDEADSMOKE
Mountain Legacy
Album numero due per gli italianissimi Deadsmoke, trio chitarra, basso, batteria oggi divenuto quartetto con l’ingresso ai synth di Claudio Rocchetti degli In Zaire. Mountain Legacy è un album fatto di monolitici riff metallici evocanti scenari desertici ed apocalittici come quello ritratto sulla bellissima copertina. La psichedelia non è certo estranea dal pentagramma della band, ma viene filtrata dal plumbeo rifferama doom/sludge, pienamente evidente nella dolorosa e lunghissima discesa agli inferi della title-track, sul quale il synth fa spirare venti agghiaccianti e mortiferi, in tandem col tono oscuro della voce, prima che il tutto si sciolga in un’esaltante ed allucinatoria cavalcata psych. È questo l’approdo di un album capace di mostrare le sue ottime carte anche nei pezzi che l’avevano preceduto, dalla rallentata e fuzzata Endless Cave, passando per l’ondivaga e inquietante Hiss Of The Witch, per l’incalzante Emperor Of Shame, per le obnubilanti spirali di Wolfcurse, per le folate di feedback che insinuano una melodia chitarristica degna di Harvestman in Forest Of The Damned. (Lino Brunetti)

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The Wild Sounds Of Lords Of Altamont
Dal mio punto di vista, se non è un colpaccio questo, non saprei quale altro potrebbe essere: accaparrarsi in esclusiva i Lords Of Altamont! Jake Cavaliere l’abbiamo da non molto visto in Italia insieme ai Sonics. Qui riprende in mano le redini della sua band e con The Wild Sounds Of Lords Of Altamont tiene in tutto e per tutto fede al titolo scelto per questo loro sesto album, senza dubbio fra i vertici della loro intera produzione. Proto-punk debitore di MC5 e Stooges, hard rock’n’roll garagista e selvaggio, follia crampsiana, invettive soulish sputate fuori in un coacervo di infuocate chitarre elettriche, il ficcante organo Farfisa del leader ed un ritmo che continua a spingere e pulsare. Ancora oggi ho ricordo di un loro concerto come uno dei più divertenti e scatenati fra quelli che abbia mai visto. Queste undici, nuove, scorticate canzoni – quasi sempre sotto i tre minuti di durata – non si limitano a perpetrare al meglio un’idea immortale di rock’n’roll, ma mostrano da una parte quanto Cavaliere sia uno che la materia la conosce veramente bene (la scrittura è ottima), e dall’altra che l’attuale versione della band è veramente al top in termini di forza esecutiva e good vibrations (notevolissimo il chitarrista Dani Sindaco). Manco a dirlo, consigliatissimo! (Lino Brunetti)

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Jazz:Re:Found 2017: il programma

X EDIZIONE

JAZZ:RE:FOUND NEVER HYPE / EVER AHEAD

29 novembre | 3 dicembre 2017 TORINO

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Dopo aver svelato una già poderosa line-up di spessore internazionale, Jazz:Re:Found, il festival della blackness protagonista a Torino dal 29 novembre al 3 dicembre 2017, continua ad allargare l’inquadratura della sua visione. La lineup annunciata è esplosiva e composta da musicisti internazionali, pionieri, precursori, promesse e realtà affermate. Tra i nomi già annunciati Cory Henry (già Snarky Puppy) accompagnato dai suoi The Funk Apostles, James Senese e Napoli Centrale ed il produttore britannico Roni Size, a cui si aggiungono oggi i nomi di Goldie, Casino Royale, Moses Boyd e Tama Sumo e senza dimenticare le anteprime di prestigio: Azymuth il 20 ottobre e Thundercat il 25 novembre in collaborazione con Linecheck e la Milano Music Week.
Info e ticket su:
jazzrefound.it

Qui di seguito il programma completo:

PREVIEW @ LINECHECK
Sabato 25 novembre
Base, via Bergognone 34, Milano Milano Music Week
21:00 THUNDERCAT

JAZZ:RE:FOUND 2017
Mercoledì 29 novembre
Spazio Q35, Via Quittengo 35, Torino
Main Stage
21:15 TECHNOIR
22:15 CORY HENRY & THE FUNK APOSTLES

Giovedì 30 novembre
Spazio Q35, Via Quittengo 35, Torino
Main Stage
21:00 DJ FEDE / HOSTED BY ESA
22:00 JAMES SENESE NAPOLI CENTRALE Club Stage
23:45 BRADLEY ZERO

Venerdì 1 dicembre

Spazio Q35, Via Quittengo 35, Torino
Main Stage
22:00 JAMESZOO 23:30 DNN
00:30 THE DREAMERS 01:15 RONI SIZE 02:30 THE DREAMERS 03:00 GOLDIE
Club Stage
21:00 DNN
22:45 LNDFK
00:00 LEFTO
01:45 ANDERS
03:00 CAPOFORTUNA 04:15 OUTCAST

SABATO 2 dicembre
Spazio Q35, via Quittengo 35, Torino
Main Stage
20:00 CHASSOL
21:15 ANDREA PASSENGER
23:00 CASINO ROYALE
00:45 NICKY SIANO
03:00 MOTOR CITY DRUM ENSEMBLE Club Stage
21:30 MOSES BOYD EXODUS
22:45 RAFFAELE COSTANTINO
00:00 INDIAN WELLS
01:00 PEGGY GOU
03:00 TAMA SUMO

Questi, invece, gli eventi collaterali:

Mercoledì 29 novembre ore 18:00
Bellissimo Blue Loft, Via Regaldi 7 int 12/A, Torino
Dj set e aperitivo
Rocco Pandiani – Mono Jazz Free entry

Giovedì 30 novembre ore 18:30
Bellissimo Blue Loft, Via Regaldi 7 int 12/A, Torino
Dj set e aperitivo
Teo Lentini & Nico Favata Free entry

Venerdì 1 dicembre, ore 17:30
Bellissimo Blue Loft, Via Regaldi 7 int 12/A, Torino Anteprima italiana Proiezione Documentario “Sangue Misto – Appuntamento ai Marinai” Scritto e diretto da Ariam Tekle (Italia, 2017)
Ore 19:00
Free usb Clubbing
B2b Afronautica Free entry
Comodo 64, via Bologna 92, Torino Ore 19:00
Molinari Lecture
Ingresso su invito

SABATO 2 dicembre, ore 11:00

Soundreef Waves
PANEL
“Il Copyright alla fine del Monopolio SIAE”
Moderatore: Carlo Bordone, giornalista
Relatori: Lucian Beierling, Soundreef, Matteo Bellitto, Calista Records, Salvatore Marano, musicista, Raffaele Costantino, dj, producer e conduttore radiofonico
Ore 13:00
Dj set Andrea Passenger
ore 14:30
PANEL
“Sangue Misto – Sound, Identità & Rappresentazione” Moderatori: Johanne Affricot, GRIOT, Michele, Crudo Volta, Cedric Kibongui, dj
Relatori: Vhelade, David Blank, Technoir, Mudimbi, Tommy Kuti
Spazio Q35, via Quittengo 35, Torino
Dalle ore 13:00
The Creator’s HUB – Market & Food
Soundreef Waves Area
17:30 Tweedo
18:45 Capibara
Free entry fino ore 20:00
Comodo 64, via Bologna 92, Torino Ore 19:00
Molinari Lecture
Ingresso su invito

SUMIE “Lost In Light”

SUMIE
Lost In Light
Bella Union
35458659340054Figlia di padre giapponese e madre svedese – nonché sorella di Yukimi Nagano dei Little Dragon – Sandra Sumie Nagano è una cantautrice di base a Göteborg in Svezia, già autrice di un bell’esordio omonimo di ormai quattro anni fa, disco che la vedeva debuttare quasi quarantenne dopo un paio di EP su Bandcamp e frutto di alcuni anni di praticantato autarchico. Come anche la sua musica fa intuire, Sumie è una che se la prende calma, che attinge, per creare la sua musica, dalle piccole cose di tutti i giorni, dalle sue letture, da un immaginario costruito un poco alla volta. Col nuovo album l’intenzione era di lasciarsi andare ad atmosfere il più possibile misteriose, fatate ed evocative e, a leggere i titoli delle canzoni, lasciandosi cullare dal loro suono, direi che ci è riuscita. Punto di partenza, un poema dello svedese Daniel Klevheden, tradotto in inglese e musicato in Divine Wind: posta al centro dell’album, con la partecipazione di Peter Broderick, la canzone si dipana onirica e cinematica, con la voce fantasmatica di Sumie avvolta da un dolce tintinnare di chitarra. Attorno ad essa si raccolgono un pugno di ballate sempre piuttosto rarefatte, capaci di portare alla mente un’autrice come Hope Sandoval (Fortune), di evocare un valzer mitteleuropeo nel quale infilare l’eco di una tromba (Night Rain), di mettere in campo un sentire folk gotico (Blue Lines), di perdersi tra paesaggi fatati (Pouring Down) o tra sprazzi di languida malinconia (frö, una Leave Me melodicamente pop, la mossa The Only Lady, la conclusiva Walk Away). Con l’aiuto delle chitarre di Karl Vento e Albert Ekenstam, degli archi di Emma Strååt e Kajsa Persson, della tromba di Max Lindhal, nonché del produttore Filip Leyman, Sumie ha messo in piedi una raccolta di canzoni intime e raccolte, perfette per la stagione in cui stiamo entrando.

Lino Brunetti

 

VOLWO “Dieci Viaggi Veloci”

VOLWO
Dieci Viaggi Veloci
Viceversa Records

cover 500x500“...Viaggiare è come sognare: la differenza è che non tutti, al risveglio, ricordano qualcosa, mentre ognuno conserva calda la memoria della meta da cui è tornato…” sono parole di Edgar Allan Poe ma è quello che viene in mente ascoltando Dieci Viaggi Veloci, perchè non è ben chiaro e in fondo nemmeno importante, se le dieci canzoni che compongono l’ultimo lavoro di studio del cantautore Pasquale De Fina in arte Volwo, raccontino di viaggi, di sogni o di memorie: quello che conta è quanto siano profonde, affascinanti, appassionate e a volte perfino epiche e disperate. Quello di cui canta Volwo non sono le cronache di un turista per caso, ma esperienze, emozioni o viaggi nella più ampia accezione del termine, attraverso un tempo e uno spazio che sono quelli in cui viviamo e quello che siamo. Dieci Viaggi Veloci è solo il secondo album pubblicato da De Fina con il nome Volwo, ma altri tre sono usciti con la sigla Atleticodefina e negli ultimi vent’anni le collaborazioni in qualità di compositore, autore e chitarrista con artisti della scena alternativa italiana sono state molteplici: un prestigioso background che spiega la maturità di queste canzoni e come tra i crediti del disco possano figurare Paolo Benvegnù, Rachele Bastreghi e Roberto Romano dei Baustelle, Luca Gemma, Giorgio Baldi, chitarrista di Max Gazzè, Giorgio Prette degli Afterhours o Alex Marcheschi dei Ritmo Tribale. Sconfinando dall’urgenza di un chitarristico folk rock al lirismo di cinematici sfondi post rock e a volte utilizzando la poesia del dialetto, Volwo canta storie di un passato che si riflette nel presente e nell’attualità o viceversa, perchè certi temi – emigrazione, solitudine, disoccupazione tra gli altri – anche quando ammorbiditi dalla malinconia del ricordo come accade nella splendida Canto Dell’Emigrato in Francia 1903, sono ferite che continuano a sanguinare oggi forse più di ieri. Non sempre le canzoni hanno i tratti narrativi di una storia come succede nella toccante Sotto Le Nuvole o in una seducente Tutto L’Oro cantata in coro con il canto ammaliante di Rachele Bastreghi; a volte bastano l’insistita efficacia di un ritornello o un’onirica sequenza di immagini a scontornare un messaggio, un grumo di emozioni o l’effimera istantanea di una sensazione, come accade quando parte il meticcio folk rock di un’apparentemente scanzonata M’arricordu E Non Mi Scordu, quando i suoni diventano affascinati scenografie in chiaroscuro in una meravigliosa Milano Immaginazione con il primo piano della voce di Paolo Benvegnù, quando i volumi si alzano nell’urlo rock della chitarra di Se Ti Sabir e perfino quando i tempi sono quelli gioiosi di una danza mediterranea come La Cuccagna. Ricco di suoni ed umori, Dieci Viaggi Veloci è un disco spesso incantevole, a volte graffiante, inquieto e persino nervoso: il nitido segno che nell’attuale panorama italiano le idee più interessanti vengono ancora dalla scena indipendente o, se così si può dire, underground.

Luca Salmini

JAKE BUGG “Hearts That Strain”

JAKE BUGG
Hearts That Strain
Virgin

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“...Sono un grande appassionato di country...” aveva confessato Jake Bugg qualche tempo fa, per questo registrare il nuovo album Hearts That Strain a Nashville, con la produzione di Dave Ferguson, con la collaborazione di Dan Auerbach, del chitarrista Matt Sweeney e dei migliori session men della città, potrebbe aver rappresentato il coronamento di un sogno per il giovane cantautore britannico. Di certo la fervida fantasia del ragazzo non difetta di materiale onirico, fin da quando, appena dodicenne, comincia a suonare la chitarra e qualche anno più tardi prova a sfuggire l’anonimato della provincia inglese con un omonimo album che finisce al numero 1 delle classifiche; ma bisogna riconoscere che da quel momento Jake Bugg è stato capace di non perdere nemmeno un’occasione per realizzare le proprie aspirazioni, a partire dall’opera di un produttore di lusso come Rick Rubin in occasione del secondo album Shangri La, passando per l’affermazione di maturità ed indipendenza del terzo On My One, realizzato praticamente in solitaria, fino al traguardo di Hearts That Strain, inciso in tre settimane nella capitale mondiale della musica country con l’illustre supervisione di un tecnico che ha lavorato con il Johnny Cash degli American Recordings e ha fatto vincere un Grammy a Sturgill Simpson. Visti i rapidi progressi della sua carriera, nel caso Jake Bugg avesse in mente proprio la conquista di un Grammy Award, Hearts That Strain sarebbe il disco giusto con cui candidarsi, almeno a giudicare da una canzone affascinante e stilosa come Waiting, un’elegante sinfonia doo wop in duetto con Noah Cyrus (figlia della star Billy Ray e sorella della chiacchierata Miley), e dai sontuosi arrangiamenti di un lavoro in cui l’artista sembra non aver rinunciato a nulla, impiegando una parata di chitarre e tastiere, un’infinità di ritmi e tamburi, orchestre d’archi e bande di ottoni. Sono passati solo quattro anni da quel debutto crudo e aguzzo che aveva fatto giustamente scalpore, ma a giudicare dalla magnificente grandeur di Hearts That Strain parrebbe quasi una vita e se anche Jake Bugg è sempre stato un tipo piuttosto precoce, troppo poco tempo ha impiegato a sostituire la rabbia del ribelle con il romanticismo del seduttore. Forse è una questione di personalità o magari solo di sogni, il problema di un disco come Hearts That Strain, affatto brutto e comunque più coeso del precedente, è che pare progettato per piacere o per piacersi, più che assecondare l’ispirazione del momento e l’urgenza di comunicare. Tutto suona perfetto ed in maniera impeccabile, non potrebbe essere altrimenti con un collettivo di musicisti che hanno fatto la storia come Bobby Woods, Gene Chrisman e The Memphis Boys, ma per quanto deliziose, canzoni come il numero da crooner The Man On Stage, la radiofonica west coast di Indigo Blue, il pop sinfonico di Bigger Lover, il romantico swing di How Soon The Dawn o il country folk sciccoso di Southern Rain tendono a confondondersi in un’universo di produzioni senza limiti di budget. Le cose girano decisamente meglio quando si respirano una buona verve e una certa dose di polvere tra le chitarre elettriche e i riverberi di un folk rock lievemente psichedelico come In The Event Of My Demise, quando le dinamiche elettroacustiche della titletrack lasciano affiorare cinematiche scenografie western e perfino quando sale la febbre degli anni ’50 con uno spensierato rock’n’roll come Burn Alone. Forse Hearts That Strain è effettivamente il disco dei sogni di Jake Bugg e magari vincerà anche un Grammy e scalerà le classifiche alla velocità della luce, del resto il ragazzo se lo merita, di certo è il suo lavoro più accurato, strutturato, maturo e a tratti perfino affascinante e tanto, per il momento, è più che abbastanza.

Luca Salmini

RICK DEITRICK “Gentle Wilderness” + “River Sun, River Moon”

RICK DEITRICK
Gentle Wilderness
Tompkins Square Records
River Sun, River Moon
Tompkins Square Records

191515589217“...Immaginiamo di dire che la natura selvaggia evochi la nostalgia – una nostalgia giustificata, non meramente sentimentale – per l’America perduta che conobbero i nostri antenati. L’espressione suggerisce il passato e l’ignoto, il grembo della terra da cui tutti siamo stati generati. Significa qualcosa di perduto e anche presente, di remoto e intimo al tempo stesso, di sepolto nel nostro sangue e nei nostri nervi, oltre noi e senza limiti…”, potrebbe essere racchiuso nelle parole dello scrittore Edward Abbey il senso della ricerca artistica di Rick Deitrick, un chitarrista che pare quasi tradurre in canzoni le teorie del pensatore Henry David Thoreau con uno spirito hippie e un approccio naif, che lo fanno sembrare un precursore del fenomeno new age. Originario dell’Ohio e attualmente residente a Los Angeles, Deitrick scopre la chitarra acustica all’età di 16 anni e dedicandosi all’apprendimento dello strumento da autodidatta, cerca di dimenticare tutto quanto ha ascoltato fino a quel momento, in modo da poter trovare uno stile personale: la sua ispirazione giunge dalla contemplazione della natura, delle colline e dei fiumi che attraversano i paesaggi di quell’America perduta e selvaggia a cui fa riferimento Abbey, spesso le idee gli vengono in mente mentre è seduto a riflettere all’ombra di una quercia o mentre se ne sta a mollo nel bel mezzo di un ruscello, costringendolo ad una rapida ritirata in studio di registrazione per impremerle su nastro. Da questo metodo compositivo da cacciatore di farfalle prende vita una musica dal carattere quieto, meditativo, romantico e pastorale, come se le canzoni fossero piccoli acquerelli o minute poesie generatesi dall’interiorità e consegnate all’infinito. Non è un caso che il suo esordio si intitoli Gentle Wilderness, quasi una dichiarazione d’intenti riguardo l’immaginario naturista esplorato dalle 9 tracce solo strumentali e per sola chitarra acustica che riempiono il disco edito privatamente nel ’78 con una tiratura di sole 500 copie e oggi ristampato dalla Tompkins Square Records insieme a River Sun, River Moon (altro titolo alquanto esplicito), raccolta di inediti concepiti nello stesso periodo del debutto e mai pubblicati.

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Fuori tempo massimo rispetto all’euforia hippie dei sixties e in anticipo rispetto all’esplosione del fenomeno new age degli eighties, Gentle Wilderness passa perlopiù inosservato al tempo: Deitrick ne vende delle copie ai concerti, ne piazza delle altre presso negozi di dischi e librerie locali e, fedele allo spirito delle registrazioni, ne abbandona qualche copia lungo i sentieri che attraversano i paesaggi che l’hanno ispirato, in modo che qualche pellegrino possa raccoglierle, prima di scomparire dalla circolazione fino al presente, quando quegli indomabili sognatori della Tompkins Square hanno deciso di recuperare la magia di quei momenti. Gentle Wilderness e River Sun, River Moon sono lavori dall’anima folk, fatti di eccelsi solismi, atmosfere affascinanti e dolci melodie in cui il tocco selvatico del primitivista viene ammorbidito dall’estro del virtuoso e dalla fantasia del sognatore, in un nitido, fluido e scenografico succedersi di accordi, note e silenzi, in cui è facile intravedere i contorni bucolici dei paesaggi e degli ambienti che raccontano. Brani che suonano quasi onomatopeici come Green Green Grass Of Home, At Morning e Deep Within The Forest Of The Heart da Gentle Wilderness oppure Shenandoah, Sparrows e Wide River da River Sun, River Moon sono piuttosto illuminanti riguardo la prospettiva naturalistica, onirica e spirituale delineata dalla musica di Rick Deitrick, un chitarrista con una sensibilità e un gusto straordinari e decisamente originali, a cui queste nuove ristampe potrebbero finalmente concedere tutta l’attenzione che merita.

Luca Salmini

Aldous Harding live a Torino, 31/10/2017

ALDOUS HARDING
SPAZIO 211
TORINO
31 OTTOBRE 2017

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Nonostante gli allarmistici comunicati circa l’insostenibile inquinamento di Torino – ma non è che a Milano l’aria profumi di mughetto e, comunque, fino a che non si capirà che i vari blocchi del traffico sono solo delle cazzate tampone e che l’unica via percorribile è quella di una conversione sostanziale all’elettrico, ci sarà ben poco da fare – mi metto (ehm) in macchina e proprio nel capoluogo piemontese mi reco per il concerto di Aldous Harding, aperto tra l’altro da un cantautore altrettanto interessante quale HH Hawkline. Ad una prima occhiata, non pare che il pubblico torinese abbia risposto granché al richiamo dei due, ma poi, per fortuna, qualcuno arriva e alla fine la partecipazione sarà buona. Volendo essere sincero, devo dire che la performance del gallese non è stata di certo imperdibile: le sue canzoni, in questa veste voce e chitarra (a parte l’ultima al piano), perdono del tutto la loro verve frizzante e sbarazzina, assumendo piuttosto un’aria dimessa e sotto tono, né particolarmente intensa e neppure troppo marcata dal punto di vista melodico. Se non avessi avuto modo di vederlo con la band un paio d’anni fa e non conoscessi i suoi dischi, diciamo pure che del suo passaggio sul palco mi sarei dimenticato in un battibaleno. Tutt’altra storia invece per quando riguarda l’esibizione della cantautrice di Lyttleton, Nuova Zelanda. Il suo disco più recente, Party, esordio su 4AD dopo un primo album omonimo su una piccola etichetta neozelandese, ha fatto accrescere la sua fama e ha messo in campo una maturazione di scrittura ed esecutiva tale da lasciare pochi dubbi circa il suo talento. Per certi versi quelle di Aldous Harding – il suo vero nome sarebbe Hannah – sono delle folk song, brumose e quasi sempre malinconiche. Nei fatti, però, assumono le sembianze di ovattate e notturne elucubrazioni oniriche, in qualche modo in linea con le velature psichedeliche di un’altra cantautrice folk sui generis quale Marissa Nadler. Laddove quella è però quasi sempre gentile e sognante, la Harding è capace di imprimere ai suoi pezzi un tono più conturbante, profondo, venato d’oscurità (e in questo senso, l’approdo su 4AD appare più che logico). Anche nel suo modo di porsi on stage, ha un che di austero la Harding: la sua mimica facciale assume connotati al limite del teatrale e lo stesso fanno i suoi movimenti rallentati, la loro studiata compostezza. Allo stesso modo la sua musica vive in bilico tra algido rigore e un’intensità che può essere straziante, con le linee vocali capaci di essere filiformi o scivolare verso più gotici abissi. Accompagnata dallo stesso Hawkline al basso e dal multistrumentista Invisible Familiars, per poco più di un’ora la Harding ha trasformato lo Spazio 211 nel Bang Bang Bar, il locale in cui, nella nuova stagione di Twin Peaks, alla fine di ogni puntata si esibisce una band. Canzoni bellissime come Imagining My Man o la stessa Party, per non citarne che due tra quelle eseguite stasera, avrebbero potuto benissimo rientrare nell’immaginario e nel mood dell’opera di Lynch e vi basti questo per farvi capire la magia della serata, intaccata appena, sul finale, dall’arrivo di barbari pronti a tuffarsi nella lunga notte di Halloween. Noi, le ombre e gli spettri (dell’anima) avevamo avuto modo di frequentarli un attimo prima.

Lino Brunetti
Tutte le foto © Lino Brunetti

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