DAUGHTER OF SWORDS “Dawnbreaker”

DAUGHTER OF SWORDS
DAWNBREAKER
BELLA UNION

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“...Un raggio di sole estivo in forma canzone…”: è forse la definizione coniata dall’emittente radiofonica statunitense NPR quella che meglio coglie lo spirito di un disco come l’incantevole Dawnbreaker, esordio solista di Daughter Of Swords, che non è altro che il fantasioso pseudonimo di Alexandra Sauser-Monnig del trio folk tutto al femminile Mountain Man. Del resto pare siano state le prime luci dell’alba di una giornata qualunque in una qualsiasi fattoria del Nord Carolina, dove Alexandra stava vivendo un’esperienza diretta dell’immaginario bucolico che riempie le sue canzoni, a ispirare l’idea di Dawnbreaker e a spingerla a mettere da parte l’aratro per riprendere in mano la chitarra. Tutto ha inizio un paio d’anni fa, quando, con una relazione sentimentale sull’orlo del fallimento e le Mountain Man in fase di stallo, Alexandra Sauser-Monnig sta attraversando un momento piuttosto critico che cerca di scongiurare dedicandosi alle fatiche del lavoro nei campi, ma non appena il sorgere del sole di un nuovo giorno porta con sé la meraviglia di Fellows, la spettrale nenia appalachiana a bassa fedeltà che diventa il punto di partenza e la prima traccia di Dawnbreaker, il futuro deve sembrarle subito radioso, perché in breve ritrova la vena, sceglie un curioso nome d’arte e mette insieme le 10 tracce del debutto, circondandosi di un piccolo ensemble per arrangiarle, che comprende il produttore e multistrumentista Nick Sanborn, le voci di Amelia Meath e Molly Sarlè delle Mountain Man, le chitarre di Ryan Gustafson e i diversi strumenti suonati da Phil CookDawnbreaker cristallizza quei momenti con una certa malinconia in dieci frugali miniature elettroacustiche dai tiepidi colori pastello che fanno immaginare i cieli tersi e le praterie sconfinate dell’America periferica e rurale che Alexandra poteva probabilmente vedere secondo la prospettiva della fattoria in cui le ha composte: affascinanti ballate sospese tra polvere folk e fragranza pop come la deliziosa Gem, ariosi minuetti country come Fields Easy, basiche corali gospel come Grasses, cinematografiche serenate western swing come Rising Sun o poetici graffiti folk come l’intensa Human e l’idillica title-track. L’estetica lo-fi è passata di moda da un pezzo e infatti Dawnbreaker ha tutta l’aria di un affascinante back-to-basics capace di evocare l’incanto dei tempi in cui la musica e i canti non erano un maledetto business o un fenomeno di tendenza, ma un innocente evento sociale che ancora poteva avere il confortante calore di un raggio di sole del primo mattino.

Luca Salmini

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