MEGA BOG “Dolphine”

MEGA BOG
DOLPHINE
PARADISE OF BACHELORS

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Sebbene possa suonare straniante, “…una profetica Laura Marling o una Nico spaziale...” è la maniera in cui l’emittente radiofonica statunitense NPR cerca di afferrare l’inafferrabile della musica di Mega Bog, pseudonimo della raffinata cantautrice Erin Elizabeth Birgy, all’esordio su etichetta Paradise Of Bachelors con il quinto album di studio Dolphine. Per quanto pertinenti, così come potrebbero esserlo la Joni Mitchell del periodo jazz, il crooning emotivo di Rickie Lee Jones o le alliterazioni avanguadistiche di Lori Anderson, nessun paragone o insieme di essi potrebbere rendere l’idea di quanto contenuto in Dolphine, se non con le intenzioni di cogliere almeno la complessità di un songwriting che si ispira alla letteratura e alla poesia e le stravaganti suggestioni di una musica che oscilla tra pop e avanguardia e ha tutta l’aria di un manufatto d’arte moderna più che di una classica raccolta di canzoni. Per accorgersi di quanto Dolphine sia un disco fuori dal comune, basta forse considerare che per la sua realizzazione l’autrice si è ispirata a un antico mito secondo cui le origini dell’umanità sarebbero la conseguenza di un’evoluzione terrestre dei delfini: materiale da autentici visionari che in qualche modo si riflette nell’astratta sinfonia che riempie le canzoni sospese tra eleganti melodie art-pop, intimismo folk, contrappunti jazz, aperture sinfoniche e attitudine avant come fossero scaturite dai momenti meno limpidi di una band come i Wilco o dai colpi di genio di un artista come l’ultimo Ryley Walker. Per realizzare la complessa alchimia sonica di Dolphine c’è voluto un ensemble di musicisti, che oltre alla voce, alla chitarra e al piano della Birgy, comprende le chitarre di Meg Duffy, il basso di Matt Bachmann, la batteria di Derek Baron, il sintetizzatore di Aaron Otheim, la chitarra e la voce di Ash Rickli, gli effetti e la produzione di James Krivchenia, senza contare il clarinetto di Will Murdoch, il sassofono di Jeff Tobias, i cori di Nick Hakim e Kalen Remy Walther, il contrabbasso di Benjamin Murphy, il sintetizzatore di Zach Burba e le ulteriori chitarre di Austin Jackson. È dai movimenti armonici e dagli intrecci asimmetrici di un organico che è poco meno di un’orchestra e molto più di una rock’n’roll band che prendono forma esperimenti pop come For The Old World, vampate elettriche dall’aura psichedelica come I Hear You Listening, solari caroselli come Left Door, disturbati folk rock in orbita Giant Sand come Diary Of A Rose, partiture minimaliste come la title-track, caraibici swing come Truth In The Wild, arie da colonna sonora come la strumentale Fwee Again o spettrali ballate folktroniche come Waiting In The Story. Punto d’arrivo di una ricerca rifinita nel corso degli ultimi 10 anni e trampolino di lancio verso una carriera che ci si augura possa impegnare Mega Bog per i decenni a venire, Dolphine ha le potenzialità per diventare quello che gli americani definirebbero “break-through album” per una delle cantautrici più colte, ispirate e piene di idee emerse dall’underground in questi ultimi tempi.

Luca Salmini

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