PAN•AMERICAN “A Son”

PAN•AMERICAN
A Son
Kranky

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Chiuso definitivamente nel 2001 il capitolo Labradford – una delle band cardine del suono Kranky, sei album e qualche EP tra il 1993 e il 2000 – in qualche modo riattivato come Anjou per due album col solo Robert Donne, Mark Nelson è oggi prevalentemente assorbito dalla sua creatura più intima e personale, ovvero da quei Pan•American che di fatto sono una one man band, un moniker attraverso cui veicolare la propria visione musicale. A Son è l’ottavo album a portare stampigliata in copertina la sigla e arriva a sei anni di distanza dal precedente, un periodo di tempo in cui Nelson è andato a ritroso nel tempo, alla ricerca delle proprie radici. Sarà per quello che, forse mai come ora, un suo disco era stato così aderente al formato canzone, così vicino a un’idea di folk music, sia pur filtrata dal suo peculiare stile e dalla sua personalità. L’ipnosi del più ovattato e meditativo post-rock e i vibranti e dronanti riverberi dei filamenti ambientali a cui Nelson ci ha in passato abituato non scompaiono, però in questa raccolta la centralità ce l’hanno essenzialmente la sua chitarra e la sua voce, intente a tratteggiare un quadro di malinconica ed elegiaca introspezione, a partire da quella Memphis Helena che, dopo il breve intro evocativo Ivory Joe Hunter, Little Walter, per oltre sette minuti ci traghetta in un country desolato e ambientale, in cui lo spleen prende definitivamente corpo in una lunga e languida coda strumentale. Scritto e registrato in solitaria nella sua casa in Illinois, a Evanston, A Son è un disco che si dipana attraverso le spettrali note di chitarra di una Sleepwalk Guitars in cui echeggiano fantasmi in lontananza; tramite canzoni dal cuore folk, ma attraversate da folate d’elettricità che ricordano il Neil Young di dischi come Dead Man o Le Noise (le bellissime Brewthru e Muriel Spark); in strumentali che rendono vivida la solitudine di un ambiente che non fa sconti, illanguidendo tristemente un male interiore che trova specchio adeguato in ciò che gli si para davanti (Dark Birds Empty Fields). In Drunk Father la voce è appena un mormorio che si perde tra le vibrazioni, i riverberi e le bavi dronanti di landscapes sonori quieti, eppure covanti tensione. Il finale è scandito dal tintinnare di corde di Kept Quiet e dal definitivo abbandonarsi al fluire delle cose nella lunga e ambientale Shenandoah, sugellando con un abbraccio sfumante al silenzio un disco perfetto per abbandonarsi ad esso nelle fredde sere d’inverno.

Lino Brunetti

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