SONGHOY BLUES “Optimisme”

SONGHOY BLUES
OPTIMISME

Transgressive Recordings/ Fat Possum

E’ difficile oggi considerare il rock’n’roll come una musica in qualche modo rivoluzionaria, salvo si stia parlando di una formazione pugnace come i Songhoy Blues, che ha combattuto a suon di chitarre le restrizioni sociali imposte dalle leggi dell’estremismo islamico in Mali e in generale sul territorio africano, spesso scontando in prima persona le pene dell’esilio e della persecuzione.

Di quell’espressione artistica che per assonanza geografica con i luoghi d’origine subsahariani, il mondo ormai conosce come “desert blues”, i Songhoy Blues rappresentano l’ultima generazione, la più contaminata, probabilmente la più occidentale in quanto ad ispirazione: sono cresciuti infatti osservando da lontano il successo del più eminente interprete del genere, il leggendario Ali Farka Touré, ascoltando i Beatles, Jimi Hendrix e John Lee Hooker e in un secondo tempo provando a intercettare tutto il r’n’b e l’hip hop che passava dalle parti di Timbuktu. Ci sono voluti l’interesse di Damon Albarn dei Blur e di Nick Zinner degli Yeah Yeah Yeahs insieme alle riprese del documentario They Will Have To Kill Us First, perché l’occidente si accorgesse di loro, ma da quel momento i Songhoy Blues non si sono più fermati, mettendo in fila tre dischi uno più bello dell’altro (Music In Exile del ’15, Résistance del ’17 e il nuovo Optimisme) e centinaia di concerti sui più prestigiosi palcoscenici dell’emisfero (dal festival di Glastombury alla Royal Albert Hall).

È sull’onda dell’entusiasmo per il successo fin qui ottenuto che i Songhoy Blues hanno cominciato le sessions di registrazione del loro nuovo album di studio Optimisme, inciso in uno studio di Brooklyn a New York con la produzione del chitarrista Matt Sweeney, che eleva ulteriormente il volume delle chitarre e il ritmo dei tamburi del quartetto che la cartella stampa già considera “…il futuro del rock’n’roll africano…”.

Le intenzioni di Sweeney sono di imprimere su nastro l’eccitazione e l’immediatezza degli spettacoli dal vivo e l’operazione pare essergli riuscita almeno a giudicare dalla ruvida furia punk-rock di Badala, in pratica quello che avrebbero suonato i Ramones se fossero nati nella lower east side di Bamako; dallo psichedelico riverberare di Assadja o dai bollori afro-funk di una incandescente Fey Fey.

Con un processo simile a quanto a suo tempo accadde al blues del Delta quando arrivò a Chicago, i Songhoy Blues elettrificano il tribalismo della musica maliana trasformandolo nell’esplosiva ed esotica miscela di rock, funk, soul e psichedelia che echeggia quando partono gli accordi circolari di una frenetica Gabi, i Led Zeppelin del terzo album smarriti tra le dune del Sahara di Korfo, i canti berberi in salsa funkedelica di Bon Bon, il blues all’acido lisergico di Worry o la dolce malinconia di una ballata corale in orbita gospel come Kouma.

Secondo Alex Chilton “…il rock’n’roll deve essere fuori controllo, è una cosa folle e deve farti andare fuori di testa…” ed è con lo stesso spirito che i Songhoy Blues devono aver interpretato la realizzazione di Optimisme, trasformando le tradizioni, i canti e la cultura della loro terra nel più eccitante prototipo di rock’n’roll che possa capitare di ascoltare.

Luca Salmini

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