ST VINCENT “Daddy’s Home”

ST VINCENT
DADDY’S HOME
LOMA VISTA

A volte, leggendo certe cose in rete, ho la sensazione che nei confronti di Annie Clark, meglio conosciuta come St Vincent, ci sia una forma di pregiudizio, quasi come se le lodi nei confronti dei suoi dischi o il rispetto tributatole da moltissimi musicisti (oltre che dal pubblico) fosse in qualche modo malriposto. Potrebbe essere il retaggio di una cultura maschilista, che poco sopporta l’esistenza di una musicista (donna) dalla personalità indubbiamente molto forte, di grande carisma e soprattutto dotata di idee chiare e di un talento tale da permetterle d’imporre la sua visione artistica più di molti uomini, sicuramente in campo musicale, ma non solo.

Scordatevi le atmosfere sintetiche e ultra pop del precedente (e comunque bellissimo) MASSEDUCTION. In Daddy’s Home, sesto album della sua discografia, non contando quello in tandem con David Byrne e le riletture proprio di MASSEDUCTION effettuate con MassEducation, il tutto vira verso atmosfere decisamente più vintage e seventies. I synth rimangono in prima linea solo nel funky rhythm & blues che apre il tutto, Pay Your Way In Pain, pezzo in cui tra l’altro Clark dà sfoggio delle sue doti vocali, ma nel resto del disco, anche se ci sono, vengono armonizzati in un sound organico e, come si diceva, tutt’altro che futurista, dove trionfano batteria acustica, basso, piano elettrico, degli archi qui e là, oltre che ovviamente la chitarra della titolare.

St Vincent ha raccontato che le canzoni del disco sono state scritte all’indomani della scarcerazione del padre, dentro dal 2010, non so per cosa, avvenimento che l’ha riportata agli album che il padre le faceva sentire da ragazzina, tutta roba uscita nella prima metà degli anni 70, cose come Steely Dan, Lou Reed, Stevie Wonder, Derek And The Dominos, Harry Nillson, War e Joni Mitchell, per citare solo alcuni degli artisti che Annie ha riunito in una playlist che ha postato su Spotify, nella quale paga il tributo alla musica che l’ha ispirata nella realizzazione di questo nuovo album.

Per certi versi, l’ascolto del disco vi farà pensare a un’operazione di mimesi postmoderna, portata tra l’altro oltre l’aspetto musicale, quindi anche per tutto ciò che riguarda l’artwork, le foto, i video e, statene certi, l’impianto teatrale dei futuri concerti (almeno a giudicare dalle sue recenti performance al Saturday Night Live). In parte è così, ma ovviamente il tutto si va poi a sovrapporre alla sua personalità e al suo songwriting, facilmente identificabili in ogni pezzo dell’album, il quale è forse solo un po’ meno party album sudato lascivo di quello che le premesse potevano far pensare, ma anzi è in molti frangenti venato di un velo di nostalgica malinconia.

L’attacco, come dicevamo, è all’insegna del funk, visto che dopo la citata Pay Your Way In Pain ci s’immerge tra le sinuose atmosfere venate di psichedelia di Down And Out Downtown e in quelle guardinghe e ficcanti della titletrack. Subito dopo è la volta di una lunga e ammalliante ballata, Live In The Dream, e di un pezzo soul pop con tanto di coriste (che ci sono in varie parti del disco) come The Melting Of The Sun. Il resto dell’album oscilla fra questi estremi, passando da una raffinata The Laughing Man dalla batteria effettata, alla ritmata e pulsante Down, da una ballata capace di delineare lo skyline di New York come Somebody Like Me (Lou Reed nelle vene, gli archi a spandere miele, la pedal steel di Greg Leisz ad aggiungere bellezza), fino a una My Baby Wants A Baby capace di tracciare una retta tra i girls group e il cantautorato pop dei seventies di Paul McCartney o di Harry Nillson.

Sul finire del disco, At The Holiday Party si lascia andare a un tripudio di percussioni, fiati R&B e chitarre acustiche, mentre Candy Darling sugella il tutto con una melodia pop intinta in chitarre col wah-wah. È un gran bell’ascolto Daddy’s Home, ma il sospetto forte è che queste canzoni daranno veramente il loro meglio quando arriveranno su un palco. Si spera presto!

Lino Brunetti

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