IL NIDO “I piedi della follia”

IL NIDO

I Piedi Della Follia

Gaiden Records

cover x web

Ritornano i funambolici abruzzesi che dopo l’EP dello scorso anno anno si chiudono nello studio di registrazione e in una settimana sfornano I piedi della Follia. E folli lo sono veramente, mischiando con una non misurata dose di pazzia tanti generi che si intrecciano e si rincorrono follemente. Tra aperture sinfoniche (L’inutile epicità) e chitarre punk rumorose (Lex Intro) si innestano sax tromba e tastiere che vagano inquiete in improbabili swing jazzati (Danza Cutturu). Suonato egregiamente e altrettanto egregiamente prodotto, il disco lascia semplicemente sbigottiti, se non perplessi, al primo ascolto. Ma poi si entra in sintonia con questi personaggi che vanno a rispolverare Squallor e Mr. Bungle, il disco si ascolta come puro divertimento, scoprendone a più riprese gli anfratti nascosti. Sorprendenti ma di non facile assimilazione, non abbandonateli con un ascolto superficiale perché potrebbero riservarvi soprese.

Ascoltatelo dal link qui sotto in streaming!

Daniele Ghiro

https://w.soundcloud.com/player/?url=http%3A%2F%2Fapi.soundcloud.com%2Fplaylists%2F10669924

ELLIOTT SHARP “Haptikon”

ELLIOTT SHARP

Haptikon

Long Song Records

sharpcover

Non credo ci sia bisogno di dilungarsi troppo su chi sia ELLIOTT SHARP. Dalla fine degli anni ’70 ad oggi, il suo nome sarà apparso in un centinaio di dischi almeno, a volte intestati a lui, a volte ad ensemble quali i Carbon, i Terraplane o l’Orchestra Carbon, oppure in qualcuna delle sue numerosissime collaborazioni, in formazioni a due, in quartetto, o in gruppi maggiormente compositi. Multistrumentista e grande sperimentatore Elliott Sharp, sempre in bilico tra avanguardia, jazz, blues, rock e qualsiasi altro tipo di musica sia riuscito ad attirare la sua inesauribile curiosità. Con Hapticon si presenta da solo, essenzialmente nelle vesti di funambolico chitarrista, ma impegnato pure al basso, agli electronics, ai campionamenti e al drum programming. Il suono è quello di una band, fortemente materico e tattile, come in qualche modo il titolo allude. Lunghe jam chitarristiche, mai sotto i sette minuti, in alcuni frangenti anche più dilatate, che esplorano i suoni della sei corde muovendosi fra mondi diversi, facendoli alla fine risultare liminari. E se quindi in Umami pare sia il blues acustico a voler prendere il sopravvento, nell’allucinata Phosphenes sembra Hendrix reincarnatosi nel Robert Fripp più furioso, in Sigil Walking ci fa perdere in scenari avant privi di confine, in Messier 55 ingloba risvolti etno, giusto quell’attimo prima di concedere un’oasi di maggior meditatezza tramite i paesaggi desertici dell’evocativa Finger Of Speech. Da sentire!

Lino Brunetti

HOT HEAD SHOW “PERFECT”

HOT HEAD SHOW

Perfect

RBL/Tentacle

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Un’amico l’anno scorso mi dice: ascoltati gli Hot Head Show, sono veramente bravi, è la band del figlio del batterista dei Police. Mmm… non amo particolarmente i Police (anche se so che non c’entra nulla) e quindi la notizia non è che mi faccia girare la testa. Poi però bissa con un’altra informazione, decisamente più interessante: sono in tour con i Primus, aprono per loro. Ecco che allora immediatamente si accende una lampadina, perché a Les Claypool si potrebbe imputare di tutto, ma non di essere uno al quale piacciono le cose convenzionali, laccate e fighette. Chissà perché il gruppo del figlio del batterista dei Police me lo ero immaginato così. Sbagliato. Jordan Copeland con il suo trio si tuffa in una sorta di avant jazz dall’attitudine fortemente punk e innonda il tutto da tonnellate di funk caldo e rumoroso. E’ chiaro e limpido il riferimento ai Primus, anche se di quest’ultimi non hanno la cattiveria hard punk, puntando più che altro su ritmi compressi e completamente sballati, su deliziose armonie vocali e su una carica energetica fuori dal comune. Se ci trovate echi dei Birthday Party del buon Nick Cave, di quel pazzo di Captain Beefheart, o dei primi clamorosi lavori dei Red Hot Chili Peppers (che erano un’altra band rispetto a quella attuale) non avete sbagliato direzione, perché è proprio da lì che i Londinesi partono per arrivare a comporre un album che perfetto non è, ma che sicuramente si propone come una delle novità più interessanti dell’anno. Ora non mi resta che augurarvi buon ascolto, potete ascoltare in streaming l’intero album al link che trovate qui sotto.

Daniele Ghiro

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https://soundcloud.com/maggio2013-sei/sets/maggio2013_sei/s-dYe2m

FABRIZIO TESTA “Mastice”

FABRIZIO TESTA

Mastice

Autoprodotto

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Cosa fare quando ci si trova di fronte ad un’opera spiazzante e molto intensa, tirata in sole cento copie numerate ed inserita in una confezione hand made (realizzata da Elisa Alberghi)? Custodirla gelosamente come un piccolo esoterico segreto o renderne conto nel miglior modo possibile, in modo da condividerla con quanti riusciranno poi ad agguantarla o sentirla? Fabrizio Testa si è fatto conoscere tramite il dark-folk oscuro de Il Lungo Addio e tramite i dischi pubblicati attraverso la sua Tarzan Records, fino ad oggi sempre molto interessanti. Oggi esordisce con questo particolarissimo Mastice, album difficilmente classificabile, in bilico tra racconto e poesia espressionista, avanguardia e canzone d’autore sui generis. Come se si trattasse di un’opera unitaria a più voci, Fabrizio ha chiamato qui a collaborare molti amici musicisti, in larga parte ciascuno intento a donare la propria espressività attoriale alle sette tracce in scaletta. Troviamo così Roberto Bertacchini e le sue declamazioni da teatro dell’assurdo, in una Alce E Martello in cui rifulge pure il sax di Gianni Mimmo, Alessandro Camilletti recitante sul drone spaziale di Marco Pierantoni (amico girovago di Testa, a cui tutto il disco è dedicato) e sui detriti quasi industrial di Cesenautico, Luca Barachetti dar vita all’inquietante Le Terme, un brano in cui la nebulosa e sospesa parte strumentale, concorre non poco a creare una decadente e fantasmatica atmosfera a là “Shining”, Cesare Malfatti affrontare il canto in una notturna e plumbea Senza Orfanità, Alessio Gastaldello far perdere le propria urla tra i suoni di gabbiani, le interferenze e i suoni in reverse di Mastice. Testa che, oltre a scrivere tutti i testi, suona chitarra, tapes, synth, field recording, oggetti e record player, si tiene per sé il momento più musicale di tutto l’album, la crooneristica e tutt’altro che serena Crudo, graziata dal suggestivo pianoforte di Miro Snejdr e con al suo interno la voce e alcune frasi, come sempre pregnanti, di Pasolini. Un disco complesso e chiaramente di non facile ascolto, probabilmente non per tutti. Allo stesso tempo, delirantemente affascinante. Per info: fabritesta@tiscali.it

Lino Brunetti

BEST OF THE YEAR 2012 – Lino Brunetti

Come è tipico di ogni fine anno, è giunto il momento dei bilanci. E dunque, come è stato questo 2012 in musica? Partiamo da una considerazione generale: ormai da tempo è impossibile identificare, non dico un album, ma anche solo uno stile, che possa essere rappresentativo dell’anno appena trascorso. Le tendenze musicali, che sono comunque propense a ripetersi ciclicamente, sono da tempo esplose in miriadi di rivoli che, lungi dal potersi (se non in sporadici casi) definire nuovi, hanno perso pure la loro capacità di caratterizzare un’epoca. Se un lascito ci rimarrà di questi anni di download selvaggio e strapotere della Rete, sarà quello di un azzeramento dell’asse temporale, non più verticale bensì orizzontale, dove passato, presente e futuro convivono allegramente assieme in una bolla dove non c’è più nessuna vera differenziazione. Lo si evince dall’enorme numero di ristampe, deluxe edition, cofanetti celebrativi, ma pure dalle musiche contenute nei dischi dei cosidetti artisti “nuovi”, talmente nuovi che a volte suonano esattamente come i loro omologhi di quarant’anni fa. In questo scenario, le cose migliori nel 2012 sono arrivate in larga parte proprio dai grandi vecchi o comunque da artisti sulle scene ormai da parecchio tempo. Bob Dylan è tornato con un disco stupendo, Tempest, celebrato (giustamente) ovunque. Non gli è stato da meno Neil Young che, assieme ai Crazy Horse, ha assestato due zampate delle sue, prima con le riletture di Americana, poi con le cavalcate elettriche di Psychedelic Pill. Dopo due ciofeche quali Magic Working On A DreamBruce Springsteen se ne è uscito finalmente con un disco vitale, intenso, potente sotto tutti i punti di vista. Magari imperfetto, di sicuro non un capolavoro, Wrecking Ball è comunque un album di grandissimo livello, che ha riposizionato il Boss ai livelli che gli competono. Rimanendo sui classici, bellissimo il nuovo Dr. John (Logged Down), splendido il Life Is People di Bill Fay, di gran classe il Leonard Cohen di Old Ideas (un disco che comunque io non ho amato pazzamente come altri hanno fatto), mentre solo discreto è stato il Banga di Patti Smith. Per la serie “e chi se l’aspettava?”, credeteci o no, è ottimo invece il nuovo ZZ TopLa Futura, band a cui la produzione di Rick Rubin ha fatto un gran bene. Ma non solo i “grandi vecchi” ci sono stati, anche se sempre tra i veterani  si è dovuto andare a cercare le cose migliori. Partiamo da quello che è senza dubbio il mio disco dell’anno, The Seer degli Swans, un triplo LP magnetico, ottundente, potentissimo e visionario. Poi, in ordine sparso, il sorprendente ritorno sulle scene dei Godspeed You! Black Emperor (‘Hallelujah! Don’t Bend! Ascend!), i Giant Sand sempre più Giant di Tucson, i loro fratelli Calexico con Algiers, i Dirty Three di Towards The Low Sun, gli Spiritualized di Sweet Heart Sweet Light, i Sigur Ros di Valtari, i Lambchop di Mr Mil Mark Stewart di The Politics Of Envy, i redivivi Spain di The Soul Of Spain, i Mission Of Burma di Unsound, gli Om  di Advaitic Songs, Dirty Projectors di Swing Lo Magellan. Deludente il ritorno dei PiL, decisamente buoni quelli di Jon Spencer Blues ExplosionLiars, EarthBeach House (sia pur meno efficace degli album precedenti), Six Organs Of AdmittanceAnimal CollectiveNeurosis, UnsaneThe Chrome CranksThee Oh SeesGuided By Voices (ben tre dischi!), Woven HandGrizzly BearPontiak (memorabile il loro Echo Ono, e non solo perché hanno avuto la bontà di mettere una mia foto sulla copertina della versione in vinile), la doppietta Clear Moon/Ocean Roar dei Mount Eerie, il Moon Duo di Circles, i Tu Fawning di A Monument, i Peaking Lights di Lucifer. Dagli artisti solisti non moltissimi dischi da ricordare a mio parere: di sicuro lo è quello di Hugo Race & Fatalists (We Never Had Control), tra le cose migliori dell’annata, anche superiore al Blues Funeral della Mark Lanegan Band (comunque bello), ma lo sono pure la doppietta di Chris Robinson Brotherhood, i due dischi di Andrew Bird (soprattutto Break It Yourself), l’esordio del leader dei Castanets come Raymond Byron & The White Freighter (Little Death Shaker) ed il The Broken Man di Matt Elliot. Ancora meglio ha fatto il gentil sesso: per una Cat Power a fasi alterne (Sun, solo parzialmente riuscito), ci sono state una Fiona Apple in odor di capolavoro (The Idler Wheel…), una grandissima Ani Di Franco (Which Side Are You On?), la sorprendente Gemma Ray (Island Fire), le sorelline svedesi First Aid Kit (The Lion’s Roar), la Beth Orton di Sugaring Season. Tra le nuove band, la palma di rivelazione dell’anno se la beccano i grandissimi Goat di World Music, seguiti a ruota dai The Men di Open Up Your Heart, dai Big Deal di Lights Out, dagli Islet di Illuminated People, dai Fenster di Bonesdagli Allah-Las e dalla Family Band di Grace & Lies. Tra le cose più sperimentali, vetta incontrastata allo Scott Walker di Bish Bosch, un disco per nulla facile ma di una intensità rarissima. In campo improvvisativo, grandi cose sono arrivate dagli svizzeri Tetras (Pareidolia il titolo del loro album). Altri dischi da non dimenticare, Effigy dei Pelt, msg rcvd dei Neptune, Fragments Of The Marble Plan degli AufgehobenWe Will Always Be di Windy & Carl. E l’Italia? Certo, anche l’Italia ci ha dato grandi cose. Gli Afterhours hanno pubblicato uno dei loro dischi più belli di sempre, Padania. Potente e visionaria l’opera in due parti degli Ufomammut, così come Il Mondo Nuovo de Il Teatro Degli Orrori. E poi: Sacri Cuori (Rosario), King Of The Opera (Nothing Outstanding), Father Murphy (Anyway, Your Children Will Deny It), Paolo Saporiti (L’ultimo Ricatto), Ronin (Fenice), Mattia Coletti (The Land), manZoni (Cucina Povera), Xabier Iriondo (Irrintzi), Sparkle In Grey (Mexico), Guano Padano (2), Calibro 35. E chissà quante altre cose mi son perso o avrò dimenticato! Qui sotto, la selezione della selezione. Ed ora, prepariamoci al 2013!

SWANS “THE SEER”

GOAT “WORLD MUSIC”

FIONA APPLE “THE IDLER WHEEL…”

PONTIAK “ECHO ONO”

GODSPEED YOU! BLACK EMEPEROR “‘ALLELUJAH! DON’T BEND! ASCEND!”

AFTERHOURS “PADANIA”

TETRAS “PAREIDOLIA”

MOUNT EERIE “CLEAR MOON/OCEAN ROAR”

HUGO RACE FATALISTS “WE NEVER HAD CONTROL”

THE MEN “OPEN UP YOUR HEART”

SCOTT WALKER “BISH BOSCH”

BRUCE SPRINGSTEEN “WRECKING BALL”

BOB DYLAN “TEMPEST”

NEIL YOUNG & CRAZY HORSE “AMERICANA/PSYCHEDELIC PILL”

FIRST AID KIT “THE LION’S ROAR”

GIANT GIANT SAND “TUCSON”

BOX SET: CAN “THE LOST TAPES”

GODSPEED YOU! BLACK EMPEROR “Allelujah! Don’t Bend! Ascend!”

GODSPEED YOU! BLACK EMPEROR

‘Allelujah! Don’t Bend! Ascend!

Constellation/Goodfellas

Spero che mi scuserete se, per una volta, parlando del nuovo disco dei Godspeed You! Black Emperor sfocerò in parte nel personale. Non posso fare altrimenti però, perché c’è stato un tempo – sarà successo anche voi, con altri nomi ovviamente – in cui ero veramente ossessionato dai dischi della compagine canadese. Un tempo in cui non passava giorno senza che li ascoltassi, un tempo in cui mi sobbarcavo delle belle sgroppate in macchina per andarli a vedere dal vivo, anche se magari di lì a poco avrebbe suonato pure dietro casa. Naturalmente ero stato conquistato dalla loro musica: in piena era post-rock avevano portato un mirabolante senso dell’epica, capace di passare dalla più inquieta malinconia alla più catartica delle esplosioni rock, inglobando inoltre elementi cameristici, dissonanze provenienti da ambiti più avanguardisti, la capacità di narrare senza far uso delle parole, se non di qualche voce raccolta per le strade, chissà dove. C’era poi tutta la questione delle loro indipendenza e del loro essere estremamente politicizzati: ve li ricordate gli screzi col regista Danny Boyle, colpevole di essersi fatto distribuire un film (per il resto indipendente) da una major, un film nella cui colonna sonora c’erano proprio dei pezzi dei GYBE? Oppure, ancora meglio, andate a riguardarvi il grafico sul retro copertina di Yanqui U.X.O., dove venivano ben visualizzate le connessioni tra le multinazionali discografiche e l’industria bellica.  Ce n’era d’avanzo per la creazione di un mito, per me come per molti altri. Poi, ad un certo punto, senza in realtà sciogliersi mai, scomparvero. Brandelli della loro musica e alcuni loro musicisti continuarono a far sentire la loro voce nei molti dischi targati Constellation – i Silver Mt. Zion, i due album con Vic Chesnutt, ad esempio – e, in fondo, al ritorno dei Godspeed non ci si pensava proprio più. Ed invece, in sordina, com’è loro abitudine, prima un tour mondiale che li ha visti passare anche dall’Italia (nel 2010) ed ora un disco nuovo, in uscita proprio a metà ottobre senza troppi proclami. ‘Allelujah! Don’t Bend! Ascend! è un disco che fa finta che non siano passati dieci anni dall’ultima volta. Anzi, volutamente si riconnette a dove si erano interrotti, riprendendo e sviluppando due pezzi composti nel 2003, suonati a volte dal vivo, ma mai incisi fino ad ora. Conosciute un tempo come Albanian e Gamelan, queste due composizioni appaiono oggi rinnovate e reintitolate Mladic e We Drift Like Worried Fire: sono la parte più consistente e pulsante del nuovo album, due brani che si spingono oltre i venti minuti di durata ciascuno, ponendosi come uno dei momenti più intensamente rock della loro carriera (la prima, tra scansioni kraute, melodie dal sapore mediorientale, massimalismo epico chitarristico) e affrontando il consueto lirismo fatto di momenti attendisti, alternati ad altri più “sinfonici” (la seconda). L’album è poi completato da altri due brani che ne allungano di un altro quarto d’ora la durata, due drones minimalisti e dal sapore intensamente cinematico. Sarebbe facile criticare quest’album come un puro, nostalgico tuffo nel passato. In parte, ovviamente, così è. Però, allo stesso tempo, al di là del fatto che di musica comunque splendida stiamo parlando, a me piace pensare che i GYBE abbiano deciso di tornare proprio adesso, in questo 2012 di crisi mondiale, perché della loro energia, delle loro idee, del loro rifiuto di un sistema che è sempre più solo un ingranaggio stritolante, c’era un gran bisogno. I Godspeed sono tornati, evviva!

Lino Brunetti

THE PHONOMETAK LABS ISSUES vol. IX e X

WALTER PRATI & EVAN PARKER/LUKAS LIGETI & JOAO ORECCHIA

Phonometak #9

PAOLO CANTU’/XABIER IRIONDO

Phonometak #10

Wallace/Audioglobe

Con i volumi IX e X (questo secondo, fresco di stampa), si chiude la cosiddetta serie gialla, messa assieme tramite lo sforzo congiunto di Wallace Records e Phonometak Labs. L’intera serie è composta da dieci split album (in vinile 10″, tiratura limitata e numerata di 500 copie), il cui unico imperativo è sempre stato la più totale libertà, senza preoccuparsi troppo di seguire una linea precostituita che non fosse, semplicemente, quella di pubblicare grande musica. Ed è così che negli otto volumi precedenti si è passati dall’avanguardia al doom, dal jazz alle sperimentazioni rock e così via, spesso all’interno dello stesso LP. Tanti i nomi importanti che si sono susseguiti, sia italiani che internazionali: gli Zu (con Iriondo) e gli IceburnMats Gustaffson Paolo Angeli, gli OvO e i Sinistri (ancora una volta con Iriondo), Damu Suzuki (con Metak Network e con gli Zu), i Talibam! e i Jealousy PartyGianni Gebbia Miss Massive Snowflake, il trio Uchihasi KazuhisaMassimo PupilloYoshigaki Yasuhiro e gli On Fillmore, gli Scarnella di Nels Cline Carla Bozulich ed i Fluorescent Pigs. Nel nono volume della serie, il primo lato è occupato dalla collaborazione tra il sassofonista (al soprano) Evan Parker ed il compositore e ricercatore musicale Walter Prati (electronics, violoncello), già in passato protagonisti pure in un progetto musicale che vedeva coinvolto Thurston Moore dei Sonic Youth. Due tracce, la prima registrata durante una performance al Vancouver Jazz Festival del 2004, la seconda, invece, a Risonanze, a Venezia, datata 1999: The Western Front espone un serratissimo fraseggio di sax, mescolato alle infiltrazioni degli electronics, in modo da dar vita ad un sound brulicante e densissimo; più nebulosa e sospesa è invece Sonanze, decisamente più cinematica ed evocativa, tanto da guidare l’ascoltatore in un paesaggio indistinto, misterioso, fumoso. Sul secondo lato ci sono invece tre tracce fuoriuscite da una session tra Lukas Ligeti (batteria, microfoni) ed il sudafricano Joao Orecchia (electronics, chitarra, armonica, voce). Tre tracce, le loro, che pongono l’enfasi sui ritmi dettati dalle bacchette di Ligeti, attorno ai quali si attorcigliano le folate soniche in bilico tra avant, jazz e sperimentazione rock di Orecchia. In un pezzo come Fox paiono farsi avanti anche delle derive etno che aggiungono ulteriore carne al fuoco. Per il capitolo finale della serie si è, giustamente, deciso di giocare in casa: i titolari dell’ultimo split sono il proprietario stesso di Phonometak Labs, l’Afterhours e molto altro Xabier Iriondo, ed il suo compagno di mille avventure (Six Minute War Madness, A Short Apnea, Uncode Duello, gli ultimi Tasaday), Paolo Cantù. Quattro tracce, sul primo lato, per quest’ultimo, due sul secondo per Iriondo. L’idea di partenza, qui, per le musiche di entrambi è simile, è sta nel far interagire field recordings e reperti etnografici con nuova musica di matrice avant rock/elettronica. Sono assai diverse, però, le modalità che i due utilizzano: Cantù, armato di chitarre, clarinetto, batteria, sanza, organo, zither, voce, electronics e tapes, utilizza le registrazioni del passato come elementi d’arrangiamento, quindi come parti di nuove canzoni vere e proprie, ottimamente orchestrate e musicalmente d’incredibile fascino. Iriondo fa qualcosa di diverso: prende vecchie gommalacche a 78 giri, con registrazioni di vecchi jazzettini, canti delle mondine, voci e ne fa dei collage su cui poi interviene con svantagliate noise e ritmiche sfrangiate e destabilizzanti, creando dei cortocircuiti tra passato e presente di notevole impatto. Una chiusa, insomma, davvero ottima per l’intera serie che, ci auguriamo, possa essere un giorno raccolta in un unico cofanetto, magari anche in CD.

Lino Brunetti

SIMON BALESTRAZZI “The Sky Is Full Of Kites”

SIMON BALESTRAZZI

The Sky Is Full Of Kites

Boring Machines

Sperimentatore musicale, sound designer e sound engineer, SIMON BALESTRAZZI, parmense classe 1962, da più di un decennio ormai residente a Cagliari, ha alle spalle un curriculum tale da farne autentico veterano della musica di ricerca italiana. Attivo da quando aveva appena quindici anni, nel tempo ha dato vita a miriadi di formazioni, alcune delle quali autentiche esperienze capitali: i T.A.C. tanto per iniziare, formatisi nel 1981 e da qualche tempo tornati in attività, ma poi anche Kino GlazESPDeep EngineQaumenekMOEX, senza dimenticare il periodo passato con i Kirlian Camera, i lavori eseguiti per spettacoli di danza e teatro, le installazioni, il duo Dream Weapon Ritual con l’attrice e cantante Monica Serra, le numerose collaborazioni con i più disparati artisti e gruppi, da Damo Suzuki Xabier Iriondo, da Tim Hodgkinson agli Z’EV, e via, via moltissimi altri. Le tre lunghissime tracce di questo nuovo The Sky Is Full Of Kites, pubblicate a suo nome, sono state ottenute processando il suono proveniente da strumenti auto-costruiti e modificati (synth analogici, oscillatori, organo, salterio giocattolo, laptops) e da oggetti amplificati. Musica elettroacustica dall’imponente potere evocativo e dall’inquieto fascino cinematico, drones magmatici e spiraliformi liminari alla dark ambient, quadri sonori che paiono l’eco memoriale di paesaggi industriali abbandonati e lasciati a deperire. Ogni traccia ha una sua precisa identità ed è il capitolo di una sorta di percorso: Under Pressure, che si stende per oltre venticique minuti, si muove tra desolati piani ambientali, attraversati però da un brulichio sottostante di scarti sonori e da un’elegiaca aspirazione melodica che è impossibile non notare; Persistence Of Memory è il pezzo in cui maggiormente si sente come una sorta di nostalgia per un’era morente, con le sue imponenti volte soniche e il timbro dronico quasi da casa Kranky; per contro, la chiusa con la title-track è maggiormente propensa ad un suono spesso e ruvido, screziata da distorsioni e quasi al confine col noise (moderato). Quasi sessanta minuti di musica, che fanno di  The Sky Is Full Of Kites un disco davvero affascinante. Inutile sottolineare quanto, come sempre, anche l’artworks, qui curato da Daniele Serra, nei prodotti Boring Machines, sia di livello superiore.

Lino Brunetti

CLAUDIO MILANO / ERNA FRANSSENS AKA KASJANOOVA “Adython”

Claudio Milano / Erna Franssens aka Kasjanoova

Adython

dEN Records

Pubblicato dalla coraggiosa dEN Records e suddiviso in due tracce, Adython approfondisce quella ricerca che il vocalist (cantante in questo caso è riduttivo) Claudio Milano porta avanti da anni con la band Nichelodeon: un progetto realizzato in collaborazione con la scrittrice ed artista belga Erna Franssens aka Kasjanoova, autrice degli immaginifici testi interpretati da Milano. Ne L’Oracolo di Delfi e nella lunga title-track, i brani che compongono il lavoro, Milano esplora territori sonori da cui emergono la ricerca di Demetrio Stratos (da sempre un punto di riferimento), la recitazione di Carmelo Bene e le sperimentazioni di Diamanda Galas: qui la voce si trasforma in un vero e proprio strumento, capace di eccelso lirismo ma anche di violente avanguardie. Le funamboliche ed espressive acrobazie vocali di Milano si stagliano su un’oscuro sottofondo elettronico, fatto di rumori atmosferici, percussioni, voci trattate e scenografici suoni sintetici, elaborato da Attila Faravelli ed Alfonso Santimone, mentre il sassofono di Stefano Ferrian sparge note in libertà nella sulfurea title-track. Sospeso tra musica, teatro, letteratura e poesia, Adython non è un disco facile, più vicino ad una performance d’arte contemporanea che a quanto circola normalmente sulle radio: un lavoro sperimentale e coraggioso, frutto di una passione che merita il prestigio dell’introduzione scritta da Arrington De Dionyso, leader della band avant-rock Old Time Relijun, e contenuta nel booklet.

Luca Salmini

STEFANO FERRIAN’S dE-NOIZE “Chapter # 2 Lophophora”

Stefano Ferrian’s dE-NOIZE

Chapter # 2 Lophophora

dEN Records

Considerando la visuale ristretta e l’aria stantia che aleggiano sul panorama italiano, l’etichetta discografica dEN Records ha le proporzioni di un sogno: fondata dall’artista Stefano Ferrian per l’autoproduzione dei propri progetti, in breve tempo si è trasformata nella cartina di tornasole della scena avanguardistica milanese, attirando anche l’attenzione di artisti internazionali. L’obiettivo di Ferrian è evidentemente quello di creare una realtà dalla precisa identità artistica e dalla mentalità aperta ed eclettica, per questo affida la progettazione del packaging a Davide Soldarini, che riesce a trasformare ogni pubblicazione in uno studio di design, realizzando confezioni uniche e particolari che conferiscono ad ogni CD la forma e la bellezza di curati oggetti d’arte, del tutto in sintonia con lo spirito che anima la musica in essi contenuta. I propositi della coraggiosa dEn Records sembrano aderire ai canoni ed alle alte aspirazioni che hanno mosso il lavoro di prestigiosi marchi come la Esp Records degli anni ’60 o come la celebre Tzadik di John Zorn, dando voce e visibilità ad un underground artistico e culturale altrimenti muto ed ignorato: jazz, avanguardia, rock, noise, elettronica, poesia e sperimentazione, tutto quanto trascende il formato canzone e va oltre le note. Collocato in una splendida ed elegantissima conchiglia di cartone, il CD del progetto di Stefano Ferrian dE-NOIZE intitolato Chapter # 2 – Lophophora è ispirato al movimento religioso pellerossa Ghost Dance ed al massacro di Wounded Knee, dove le truppe statunitensi sterminarono la tribù dei Sioux: un soggetto curioso che si articola lungo un’unica suite suddivisa in otto movimenti, dove si intrecciano melodie e suoni astratti, voci ed emozioni in un flusso armonico sospeso tra rock e sperimentazione, tra spigoli noise e avanguardia jazz. Suonando diversi strumenti, Ferrian realizza uno straordinario a solo da cui traspaiono le ombre free del sassofono di Ornette Coleman, le scintille noise dei Naked City di John Zorn e l’art-prog dei Van Der Graaf Generator di Lemmings. Cupo e visionario, Chapter # 2 Lophophora potrebbe essere la musica che scaturisce dalle pagine di uno scritto di William Burroughs o appunto dalla scena di un massacro.

 Luca Salmini