ESMERINE “Dalmak”

ESMERINE

Dalmak

Constellation/Goodfellas

esmernews1

Col nucleo centrale formato da Bruce Cawdron e Rebecca Foon, gli ESMERINE si pongono quale ennesima costola di collettivi quali Godspeed You! Black Emperor e Silver Mt. Zion (Bruce sta nei primi, Rebecca nei secondi). Reclutati per l’occasione il percussionista Jamie Thompson ed il multistrumentista Brian Sanderson, Cawdron e la Foon sono volati dal Canada fino a Istanbul, dove gran parte di questo nuovo Dalmak – verbo turco che indica all’incirca lo stare in contemplazione, ma anche lo stare immersi, l’essere assorbiti – è stato registrato in compagnia di un nutrito gruppo di musicisti locali. I tipici movimenti cameristici a cui ci hanno abituato molti dischi targati Constellation, si mescolano così alle suggestioni mediorientali apportate da strumenti quali bendir, darbuka, erbane, meh, barama, saz. Come suggerito dal titolo, il mood rimane essenzialmente contemplativo e meditativo, giusto qua e là scosso da qualche movimento che verrebbe quasi da definire rock. Il risultato è denso di fascino e, anche se ormai dovremmo esserci abituati ai suoni che questa incredibile fucina di musicisti da anni ci offre, l’incanto si ripropone intatto, visto anche come, ciascuna band, di volta in volta, sia comunque capace di affrontare certi suoni da angolazioni sempre diverse. Un gran bel disco!

Lino Brunetti

END OF THE ROAD FESTIVAL 2013

Dopo aver assistito al Primavera Sound di Barcellona, quest’anno chiuderemo idealmente la stagione dei festival partecipando anche all’End Of The Road, da cui vi faremo avere impressioni, foto ed un completo report. Qui sotto trovate il programma completo, più una serie di link attraverso i quali potrete acquistare gli ultimi biglietti disponibili (nel caso vogliate chiudere le vostre vacanze con un bel festival nel sud dell’Inghilterra), ascoltare dei mixtapes con gli artisti in cartellone, avere tutte le informazioni al riguardo. L’End Of The Road 2013 si terrà dal 30 agosto al 1 settembre nei Larmer Tree Gardens, nel North Dorset.

Per i biglietti qui

Per tutte le info qui, ed in particolare qui per avere informazioni su come raggiungere il festival da Londra

Mixtape #1

Mixtape #2

Mixtape #3

Mixtape #4

EOTR2013_runningorder_final

GROUPER “The Man Who Died In His Boat”

GROUPER

The Man Who Died In His Boat

Kranky/Goodfellas

PromoImage-3

Dopo aver diviso il proscenio con Jesy Fortino (Tiny Vipers) nel progetto Mirroring ed aver sperimentato più tenebrose vie col doppio A I A, Liz Harris aka GROUPER, torna al passato scegliendo di pubblicare undici tracce registrate durante le sessions di Dragging A Dead Deer Up A Hill, suo album del 2008, quello che per primo le diede un po’ di notorietà. In The Man Who Died In His Boat, la cantautrice di Portland, Oregon, torna a proporre le sue ovattate ed indistinte folk songs. Tutto pare avvolto in una nebbia sognante, come filtrato da un velo di malinconica ombrosità, reso sfumato dalle brume introspettive del dormiveglia. La voce è spesso un canto da sirena come perso in lontananza, difficilmente realmente coagulata attorno ad una melodia netta. Riverberi ed echi si sprecano e l’accompagnamento è fatto di mesmeriche chitarre acustiche, di drones filiformi che si sfilacciano spettrali, di magmatiche ed evanescenti nuvole di suono. Qui e là una qualche apertura avvolgente la si scorge, ma il mood generale è quello di un drone-folk estatico e stregato. Certo, per apprezzare veramente la musica di Grouper, bisogna essere in the mood, ed accettare le regole del suo originalissimo modo d’intendere la materia, pena il rischio di farsi due palle così. Se però avrete la pazienza di penetrare i suoi incubi lynchiani, vi farete ammaliare da una delle autrici più particolari e coraggiose dell’odierno underground.

Lino Brunetti

Novità Thrill Jockey d’aprile: JOHN PARISH, BARN OWL, ZOMES, LIFE COACH

Ogni mese la chicagoana Thrill Jockey (distribuita in Italia da Goodfellas) pubblica quattro album. Vediamo, in breve, quali sono i quattro di aprile. Partiamo da JOHN PARISH, il grande songwriter, chitarrista e produttore (celeberrimo il suo sodalizio con PJ Harvey e note le sue frequentazioni italiane), che, in Screenplay, raccoglie alcuni episodi tratti dalle colonne sonore da lui scritte per film quali “Nowhere Man”, “Sister”, “Plein Sud” e “Little Black Spiders”, opere di registi quali Ursula Meier o Patrice Toye. In bilico tra reminiscenze morriconiane, scampoli di lounge music, chitarre a là John Barry e momenti capaci con sapidi tocchi di creare un’atmosfera, le diciannove tracce qui contenute sono godibilissime anche senza il supporto delle immagini. Ottimo! Questa la formazione che porterà in giro il disco dal vivo: JOHN PARISH – chitarre, tastiere, vocals, JEAN-MARC BUTTY – batteria, MARTA COLLICA – tastiere, vocals, GIORGIA POLI – basso, vocals, JEREMY HOGG – chitarra, lap steel.
John Parish

Interamente strumentale è anche la musica composta dai BARN OWL, il duo formato da Jon Porras ed Evan Caminiti. V segna un deciso scarto rispetto alle prove precedenti, lasciandosi alle spalle i drones chitarristici avant-folk e le derive rock psichedeliche, in favore di una musica più elettronica, tra dub e stratificazioni ambient. Non che non abbiano un loro fascino queste sonorità, ma il genere è davvero inflazionatissimo e noi, probabilmente, preferivamo i capitoli precedenti.

Barn-Owl-V

Sono un duo anche gli ZOMES, un tempo progetto personale del solo Asa Osborne (chitarrista dei Lungfish), oggi ampliatosi con l’innesto della vocalist Hanna degli Skull Defekts. In Time Was, il primo costruisce fraseggi e drones con l’organo, ipnotici, fluttuanti, magmatici, la seconda vi canta sopra delle melodie di volta in volta austere o sognanti, evocative e misteriose. Sotto, una drum machines tiene il ritmo metronomicamente, accentuando la minimale ripetitività del tutto. E’ chiaro quanto anche qui non ci sia nulla d’inedito, ma le varie canzoni non lasciano indifferenti e non è niente male lasciarsi cullare da queste oppiacee bolle velvettiane e dark. Da sentire.

Asa-Ports-Bishop

Arriviamo così ai LIFE COACH, nuovo progetto di Phil Manley dei Trans Am che, alla sua nuova band, ha dato il nome del suo album solista di un paio d’anni fa. A dargli manforte in questa sortita, il batterista Jon Theodore ed il chitarrista Isaiah Mitchell. Alphawaves, disco quasi interamente strumentale, si apre con un drone di tanpura (Sunrise), prosegue con i sette turbinanti minuti della title-track, un affondo kraut-rock degno dei Neu, con batteria motorik e uno stilizzatissimo solo di chitarra, si cheta tra le rilassate trame di Limitless Possibilities, sprofonda tra le sospensioni psichedeliche della bellissima Into The Unknown, torna a farsi terreno tra i riff e la voce in falsetto di Fireball, funambolico hard-rock anni settanta, vibra chitarristicamente con la breve Life Experience, diventa moderatamente tamarro con l’hard-prog di Mind’s Eye, finendo poi col chiudere il cerchio con gli otto pulsanti ed oceanici minuti di Ohm, ennesimo drone che si ricollega in qualche modo all’inizio dell’album. Gran bel dischetto questo dei Life Coach; Phil Manley non ha ancora smesso di darci ottima musica.

lifecoach

 

Lino Brunetti

L’ACCETTAZIONE DELLA FINE – Intervista a SIMONA GRETCHEN

Il suo album d’esordio, SIMONA GRETCHEN, lo pubblica per Disco Dada nel 2009. Gretchen Pensa Troppo Forte è un disco che da subito si fa notare per l’incredibile schiettezza dei suoi testi, tra ricerca viscerale e cerebrale autoanalisi, e per una musica scarna ma espressiva, in grado con pochi tocchi di dire moltissimo. Un cantautorato il suo, capace di guardare ad alcuni grandi maestri del rock italiano (in molti hanno tirato in ballo Giovanni Lindo Ferretti), ma di specchiarsi anche in musicisti a lei coevi (vedi il Vasco Brondi de Le Luci Della Centrale Elettrica). I riconoscimenti non mancano, il suo nome inizia a girare. Nel 2011 pubblica un 7″ con una nuova canzone ed una cover di Venus In Furs dei Velvet Underground e, nel 2013, arriva finalmente il suo secondo album, il recentissimo Post-Krieg.  Annunciato dalla dichiarazione di essere l’ultimo della sua carriera, quest’album è una svolta decisa e netta nel fare musica di Simona. Post-Krieg è un disco tutt’altro che facile, per via di una certa oscurità che lo permea, per come vengono affrontate certe tematiche di grande profondità, per l’utilizzo di soluzioni musicali assai meno inquadrabili rispetto a quelle dell’esordio. Va da sé che tutte queste caratteristiche fanno di Post-Krieg uno dei dischi italiani più interessanti ed evocativi del momento. Contattare Simona per saperne di più è stato un piacere: la lucida intensità che ha messo nelle sue canzoni, si ritrova in qualche modo anche nelle sue risposte alle nostre domande.

22.SG

Il tuo ultimo album segna un deciso scarto, sotto tutti i punti di vista, rispetto al tuo esordio, passando da un cantautorato, magari non classico ma comunque come cantautorato identificabile, a sonorità più coraggiose e meno accomodanti. Come è avvenuto questo passaggio?

Non ho mai avuto eccessiva dimestichezza con il cantautorato. Gretchen pensa troppo forte risulta cantautorale in quanto nato dall’esigenza di scrivere, innanzitutto, i testi dei brani che lo compongono. Gli arrangiamenti sono minimali, musicalmente è plasmato dalle liriche. Post-Krieg ha avuto in tutto e per tutto una genesi inversa: è nato da un’idea precisa cui sarebbe ruotato intorno tutto l’album, e le parole si sono adattate alla musica, sviluppatasi a partire dall’intreccio di basso e piano distorti, vero scheletro di questo secondo disco.

Ho letto che alla base di quest’album ci sono una serie di esperienze personali e la lettura di autori come Artaud, Jung, Nietzsche…

Gli autori che citi fanno da sfondo all’album, che è in realtà tremendamente autobiografico. In particolare la guerra dei princìpi, cui fa riferimento Artaud nel suo Eliogabalo, è il filo conduttore dei brani. Krieg era il termine che meglio potesse evocare quella guerra, materiale e spirituale, che consuma l’individuo scisso fra tendenze di natura opposta. Il conflitto fra principio maschile e femminile, come fra libertà e sudditanza, o fra promiscuità e isolamento – solo per fare qualche esempio – è al centro del discorso.

Dal punto di vista lirico, mi sembra che ci sia stato un passaggio dall’autoanalisi credo autobiografica dell’esordio, all’utilizzo di un simbolismo più visionario ed universale (senza che, come appunto dicevi, questo renda meno personale il tuo discorso). Sei d’accordo?

Non sono solo d’accordo: l’intento era esattamente quello. Non appena l’album ha cominciato a delinearsi nella mia mente ho capito mi avrebbe permesso, pur parlando di me (per quanto in terza persona – escamotage essenziale per poter essere sufficientemente spietata nei confronti di me stessa), di abbracciare (più) ampi territori. Era come se avessi trovato un codice, una lingua in cui esprimere quello che fino a quel momento non mi era stato possibile tradurre in versi.

In sede di recensione, avevo ipotizzato che il tema principale dell’album fossero le battaglie dicotomiche dell’essere umano. Vuoi parlarci delle tematiche di Post-Krieg? C’è, come pare, un legame forte fra le varie canzoni?

Infatti lo sono. Altro tema presente in tutto l’album è quello della fine. La fine della vita, di un ciclo, di un’idea; per me, poi, era naturale riferirmi anche alla fine dello stesso progetto musicale, sapendo di stare lavorando all’ultimo disco di Simona Gretchen. L’accettazione del presente in Post-Krieg finisce spesso per tradursi nell’accettazione della fine.

Riferendomi sempre alla domanda precedente, credo che questa dicotomia, si ritrovi anche negli altri elementi dell’album, partendo dalla copertina, per finire ai suoni, capaci di essere duri e distorti, ma pure d’abbandonarsi a momenti di più quieto lirismo. Era anche questo un aspetto preso in considerazione?

Un sacco di dettagli, anche apparentemente irrilevanti, sono tutto meno che casuali. La stratificazione di significati corrisponde visivamente ad una stratificazione simbolica. A questo proposito devo ringraziare eeviac e Karamazov, autori dell’artwork, per la pazienza e la dedizione con cui si sono calati nell’immaginario che stavo proponendo loro e per il lavoro splendido che hanno portato a termine. In Post-Krieg convivono tante anime (anche a livello sonoro, verissimo), ma, in un certo senso, in esso tutto si può ricondurre ad un qualche… dualismo. Ma non è di una convivenza pacifica che si parla: quelle anime, dal momento in cui prendono coscienza di loro stesse, sono in guerra, e spargono sangue, dentro e fuori l’entità che le ospita. Una ferita interiore, d’altra parte, porta spesso (anche in maniera non conscia) a ferire altri individui.

Ad un ascolto distratto, si potrebbe avere l’impressione che in Post-Krieg ci sia una preminenza dei suoni rispetto alle parole, visto quanto queste siano spesso seppellite nel mix sonoro. E’ evidente che non è così però… Come mai la scelta, credo consapevole, di rendere a volte i testi di queste canzoni difficilmente intellegibili?

Se non li avessi resi poco intellegibili l’attenzione si sarebbe focalizzata prevalentemente su di essi. Soprattutto dopo un album come il precedente. In Post-Krieg, invece, le parole andrebbero analizzate, nel caso lo si voglia fare, o prima, o, meglio ancora, dopo i primi ascolti. La forza di questo disco credo venga dall’impatto complessivo di sonorità, fonemi, versi. Vorrei che prima si venisse investiti dalle vibrazioni, dalle basse frequenze. Poi, eventualmente, si puntasse il microscopio su questo o quell’altro aspetto, testi compresi. Penso bisognerebbe perdere la pessima abitudine di considerare le liriche ancor prima della musica: non è innanzitutto di musica che stiamo parlando? O, meglio ancora, di un intreccio inscindibile di musica e parole? Non si tratta di preminenza dell’una sull’altra cosa.

Altra impressione, ascoltando Post-Krieg, è che sia un album da ascoltare interamente, che sia un’opera da assorbire nella sua unitarietà, che le varie canzoni assumano un valore aggiunto se ascoltate una in fila all’altra. E’ così? Sei d’accordo? Come ti poni nei confronti del modo d’ascoltare la musica che molti hanno oggi? (canzoni non album, ascolti su YouTube, playlist personalizzate etc.)

Secondo me queste canzoni, ascoltate una di seguito all’altra, e, soprattutto, in questo preciso ordine, possono assumere un valore aggiunto. D’altra parte si tratta più di una sorta di concept che di una raccolta di brani (cosa cui si potrebbe ricondurre, al contrario, Gretchen pensa troppo forte). Fra parentesi: ognuno ascolta ciò che gli pare come gli pare. Voglio dire: l’opera non è di chi la fa, non lo è mai stata e difficilmente un giorno lo sarà. Un musicista concepisce generalmente, in ogni caso, anche ogni singolo brano come un’opera a sé. Detto questo, non afferro nessuna buona ragione per cui si dovrebbe correre il rischio di perdere sfumature di un disco non ascoltandolo (almeno una volta) da cima a fondo.

38.SG

In questo disco, con te, ci sono grandissimi musicisti quali Nicola Manzan o Paolo Mongardi. A parte ovviamente il suonare, qual è stato il loro contributo nella realizzazione di Post-Krieg? In che modo hai collaborato coi tuoi musicisti nella realizzazione di questo album?

E’ semplice: di Paolo Mongardi, così come di Nicola Manzan o Paolo Raineri, mi fidavo abbastanza da poter lasciar loro carta bianca. Ed è esattamente quello che ho fatto. Penso abbia dato un’impronta significativa al disco, oltre ai loro interventi, la produzione artistica di Lorenzo Montanà. Personalmente sono entusiasta del lavoro che hanno fatto.

Mi piace molto l’oscillazione fra vari tipi di sonorità a cui alludevi prima: si possono riscontrare momenti duri tra hard e stoner, una sensibilità più sperimentale che guarda al weird-folk (quasi medievaleggiante), il post-punk, certe cose che rimandano a grandi esperienze del rock italiano, tutti elementi poi fusi in un sound personale. Che tipo di ascoltatrice sei? E come, poi, i tuoi ascolti si riversano nella tua musica?

Non ne ho idea, mentre lavoro a qualcosa fra l’altro mi impongo di non ascoltare nulla. Posso passare mesi senza un CD nello stereo dell’auto. Siamo rielaboratori perfetti, quello che abbiamo ascoltato plasma il nostro modo di creare altra musica senza che razionalmente ci sia bisogno di far nulla. La cosa che mi piace di più di Post-Krieg è che in esso è presente l’eco di tante cose musicalmente fondamentali per me, anche distanti anni luce le une dalle altre. Sono lieta in Post-Krieg si possano sentire gli echi di classica e post-core, kraut e chamber music, cantautorato e stoner, ma lo sono soprattutto del fatto ci siano finiti in maniera del tutto inconsapevole.

Quello che dicevo nella domanda precedente, ha senz’altro il suo culmine in Everted, la trilogia che chiude l’album…

Everted (che significa estroflesso) è la discesa all’inferno finale. E’ una suite tripartita, che coincide con il lato B dell’LP. Avevo in mente Sanguineti, la sua raccolta giovanile Laborintus, in particolare, il continuo riferimento alla palus putredinis che è sorgente di vita e di morte. L’analisi (la psicoanalisi soprattutto) è affine all’estroflessione, in un certo senso. In questa culla (un po’ bara, un po’ alcova) il cerchio si chiude; princìpi (e organi) sono indistinguibili; la guerra (krieg), così come la catarsi, è al suo culmine.

Ho lasciato alla fine la domanda che avrei voluto farti come prima. Davvero con quest’album chiudi la tua carriera musicale o è l’ultimo capitolo di una fase, in attesa dell’apertura di un’altra? Da quello che ho sentito fino ad ora, credo che tu abbia ancora molto da dare alla musica italiana…

Questo progetto è chiuso, non ci saranno altri album di Simona Gretchen. Non è detto aprirò con qualcun altro un nuovo progetto. Non è detto neppure continui a suonare. Non sto pensando al futuro, e non voglio pensarci; non voglio sapere se avrà a che fare con la musica o meno: vorrei dare un’occhiata in giro. In attesa di input abbastanza forti da catturare la mia attenzione, in ogni caso, non credo mi annoierò: ci sono un sacco di cose che nell’ultimo paio d’anni ho rimandato ad oggi. Ora come ora, ad ogni modo, trovo fantastico non sapere cosa farò né dove sarò fra qualche settimana, mese o anno.

Lino Brunetti

3.SG

HOW MUCH WOOD WOULD A WOODCHUCK CHUCK IF A WOODCHUCK COULD CHUCK WOOD? “HMWWAWCIAWCCW?”

HMWWAWCIAWCCW?

HMWWAWCIAWCCW?

Boring MachinesAvant!

Pic by Tanya Mar

Pic by Tanya Mar

Non che corressero il rischio, ma con un nome quale HOW MUCH WOOD WOULD A WOODCHUCK CHUCK IF A WOODCHUCK COULD CHUCK WOOD?, i tre torinesi (Gher, Coccolo e Iside) che si nascondono dietro questa sigla, ho idea che possano scordarsi la possibilità di diventare delle star. Sono partito scherzando, ma è invece serissimo questo progetto che, dopo una manciata di CDr ed uno split coi Father Murphy, arriva oggi all’esordio con questo omonimo album, pubblicato solo in vinile. Poca luce e molta oscurità nelle sei tracce che lo compongono: For Nobody inizia con un plumbeo arpeggio di chitarra in primo piano, mentre sotto di esso una voce mormora chissà cosa ed in lontananza si odono malefiche folate noise. Joy And Rebellion, che ha il passo catatonico degli Earth più malati, ci aggiunge giusto un rintoccare percussivo mortuario, mentre Save Us punta più sulla distorsione ma, nonostante il titolo, non c’è nulla di liberatorio in essa. Davvero ottima la lunga In Aria, che apre la side B: un arpeggio che pare estrapolato da un vecchissimo disco dei Cure, ma come suonato dai Sunn O))), la voce narrante filtrata, agghiaccianti brusii noise dalle retrovie, un pezzo davvero magistrale. Leggermente più convenzionale le ultime due tracce: Oh Dark scopiazza spudoratamente il Michael Gira cantautorale più dark, The Rock, con la voce che borbotta disturbante, ha delle chitarre quasi epiche, a modo loro sulla scia dei Godspeed You! Black Emperor. Un bel disco, per gli amanti delle cose più underground.

 Lino Brunetti

hmwlp600

BEST OF THE YEAR 2012 – Lino Brunetti

Come è tipico di ogni fine anno, è giunto il momento dei bilanci. E dunque, come è stato questo 2012 in musica? Partiamo da una considerazione generale: ormai da tempo è impossibile identificare, non dico un album, ma anche solo uno stile, che possa essere rappresentativo dell’anno appena trascorso. Le tendenze musicali, che sono comunque propense a ripetersi ciclicamente, sono da tempo esplose in miriadi di rivoli che, lungi dal potersi (se non in sporadici casi) definire nuovi, hanno perso pure la loro capacità di caratterizzare un’epoca. Se un lascito ci rimarrà di questi anni di download selvaggio e strapotere della Rete, sarà quello di un azzeramento dell’asse temporale, non più verticale bensì orizzontale, dove passato, presente e futuro convivono allegramente assieme in una bolla dove non c’è più nessuna vera differenziazione. Lo si evince dall’enorme numero di ristampe, deluxe edition, cofanetti celebrativi, ma pure dalle musiche contenute nei dischi dei cosidetti artisti “nuovi”, talmente nuovi che a volte suonano esattamente come i loro omologhi di quarant’anni fa. In questo scenario, le cose migliori nel 2012 sono arrivate in larga parte proprio dai grandi vecchi o comunque da artisti sulle scene ormai da parecchio tempo. Bob Dylan è tornato con un disco stupendo, Tempest, celebrato (giustamente) ovunque. Non gli è stato da meno Neil Young che, assieme ai Crazy Horse, ha assestato due zampate delle sue, prima con le riletture di Americana, poi con le cavalcate elettriche di Psychedelic Pill. Dopo due ciofeche quali Magic Working On A DreamBruce Springsteen se ne è uscito finalmente con un disco vitale, intenso, potente sotto tutti i punti di vista. Magari imperfetto, di sicuro non un capolavoro, Wrecking Ball è comunque un album di grandissimo livello, che ha riposizionato il Boss ai livelli che gli competono. Rimanendo sui classici, bellissimo il nuovo Dr. John (Logged Down), splendido il Life Is People di Bill Fay, di gran classe il Leonard Cohen di Old Ideas (un disco che comunque io non ho amato pazzamente come altri hanno fatto), mentre solo discreto è stato il Banga di Patti Smith. Per la serie “e chi se l’aspettava?”, credeteci o no, è ottimo invece il nuovo ZZ TopLa Futura, band a cui la produzione di Rick Rubin ha fatto un gran bene. Ma non solo i “grandi vecchi” ci sono stati, anche se sempre tra i veterani  si è dovuto andare a cercare le cose migliori. Partiamo da quello che è senza dubbio il mio disco dell’anno, The Seer degli Swans, un triplo LP magnetico, ottundente, potentissimo e visionario. Poi, in ordine sparso, il sorprendente ritorno sulle scene dei Godspeed You! Black Emperor (‘Hallelujah! Don’t Bend! Ascend!), i Giant Sand sempre più Giant di Tucson, i loro fratelli Calexico con Algiers, i Dirty Three di Towards The Low Sun, gli Spiritualized di Sweet Heart Sweet Light, i Sigur Ros di Valtari, i Lambchop di Mr Mil Mark Stewart di The Politics Of Envy, i redivivi Spain di The Soul Of Spain, i Mission Of Burma di Unsound, gli Om  di Advaitic Songs, Dirty Projectors di Swing Lo Magellan. Deludente il ritorno dei PiL, decisamente buoni quelli di Jon Spencer Blues ExplosionLiars, EarthBeach House (sia pur meno efficace degli album precedenti), Six Organs Of AdmittanceAnimal CollectiveNeurosis, UnsaneThe Chrome CranksThee Oh SeesGuided By Voices (ben tre dischi!), Woven HandGrizzly BearPontiak (memorabile il loro Echo Ono, e non solo perché hanno avuto la bontà di mettere una mia foto sulla copertina della versione in vinile), la doppietta Clear Moon/Ocean Roar dei Mount Eerie, il Moon Duo di Circles, i Tu Fawning di A Monument, i Peaking Lights di Lucifer. Dagli artisti solisti non moltissimi dischi da ricordare a mio parere: di sicuro lo è quello di Hugo Race & Fatalists (We Never Had Control), tra le cose migliori dell’annata, anche superiore al Blues Funeral della Mark Lanegan Band (comunque bello), ma lo sono pure la doppietta di Chris Robinson Brotherhood, i due dischi di Andrew Bird (soprattutto Break It Yourself), l’esordio del leader dei Castanets come Raymond Byron & The White Freighter (Little Death Shaker) ed il The Broken Man di Matt Elliot. Ancora meglio ha fatto il gentil sesso: per una Cat Power a fasi alterne (Sun, solo parzialmente riuscito), ci sono state una Fiona Apple in odor di capolavoro (The Idler Wheel…), una grandissima Ani Di Franco (Which Side Are You On?), la sorprendente Gemma Ray (Island Fire), le sorelline svedesi First Aid Kit (The Lion’s Roar), la Beth Orton di Sugaring Season. Tra le nuove band, la palma di rivelazione dell’anno se la beccano i grandissimi Goat di World Music, seguiti a ruota dai The Men di Open Up Your Heart, dai Big Deal di Lights Out, dagli Islet di Illuminated People, dai Fenster di Bonesdagli Allah-Las e dalla Family Band di Grace & Lies. Tra le cose più sperimentali, vetta incontrastata allo Scott Walker di Bish Bosch, un disco per nulla facile ma di una intensità rarissima. In campo improvvisativo, grandi cose sono arrivate dagli svizzeri Tetras (Pareidolia il titolo del loro album). Altri dischi da non dimenticare, Effigy dei Pelt, msg rcvd dei Neptune, Fragments Of The Marble Plan degli AufgehobenWe Will Always Be di Windy & Carl. E l’Italia? Certo, anche l’Italia ci ha dato grandi cose. Gli Afterhours hanno pubblicato uno dei loro dischi più belli di sempre, Padania. Potente e visionaria l’opera in due parti degli Ufomammut, così come Il Mondo Nuovo de Il Teatro Degli Orrori. E poi: Sacri Cuori (Rosario), King Of The Opera (Nothing Outstanding), Father Murphy (Anyway, Your Children Will Deny It), Paolo Saporiti (L’ultimo Ricatto), Ronin (Fenice), Mattia Coletti (The Land), manZoni (Cucina Povera), Xabier Iriondo (Irrintzi), Sparkle In Grey (Mexico), Guano Padano (2), Calibro 35. E chissà quante altre cose mi son perso o avrò dimenticato! Qui sotto, la selezione della selezione. Ed ora, prepariamoci al 2013!

SWANS “THE SEER”

GOAT “WORLD MUSIC”

FIONA APPLE “THE IDLER WHEEL…”

PONTIAK “ECHO ONO”

GODSPEED YOU! BLACK EMEPEROR “‘ALLELUJAH! DON’T BEND! ASCEND!”

AFTERHOURS “PADANIA”

TETRAS “PAREIDOLIA”

MOUNT EERIE “CLEAR MOON/OCEAN ROAR”

HUGO RACE FATALISTS “WE NEVER HAD CONTROL”

THE MEN “OPEN UP YOUR HEART”

SCOTT WALKER “BISH BOSCH”

BRUCE SPRINGSTEEN “WRECKING BALL”

BOB DYLAN “TEMPEST”

NEIL YOUNG & CRAZY HORSE “AMERICANA/PSYCHEDELIC PILL”

FIRST AID KIT “THE LION’S ROAR”

GIANT GIANT SAND “TUCSON”

BOX SET: CAN “THE LOST TAPES”

SUFJAN STEVENS “Silver & Gold”

SUFJAN STEVENS

Silver & Gold

Asthmatic Kitty/Goodfellas – Box Set 5CD

SufjanSilverGold_jpeg_630x658_q85

E così Sufjan Stevens l’ha fatto ancora! Ricorderete senz’altro il cofanetto del 2006, Songs For Christmas, opera in cui raccoglieva tutti gli EP a tema natalizio, da lui realizzati per essere diffusi fra amici e parenti. Era una bizzaria già all’epoca, visto che la cartella stampa ci rendeva edotti circa l’avversione profonda di Sufjan per i suddetti motivi. Ma il cantautore del Michigan è un tipo ben strano ed imprevedibile, ormai lo sappiamo, e quella tradizione non l’ha di certo interrotta, tanto che oggi vengono raccolti in questo sontuoso Silver & Gold, i cinque volumi successivi, quelli presumibilmente effettuati tra il 2007 ed il 2011. Si tratta di 5 EP – Gloria, I Am Santa’s Helper, Christmas Infinity Voyage, Let It Snow e Christmas Unicorn – per quasi tre ore di musica che coprono all’incirca l’intero range espressivo di Stevens, da quello folk a quello rock, da quello barocco a quello lo-fi minimale, da quello orchestrale a quello capace di flirtare con l’elettronica (quest’ultima cosa particolarmente evidente nei pezzi di Christmas Infinity Voyage, il capitolo più strano ma anche quello meno convincente). Il repertorio non potrebbe essere più vario, includendo sia traditional conosciuti praticamente da tutti (Silent Night, Jingle Bells) che pezzi più o meno celebri dei più disparati autori (per dirne uno di quelli famosi, Santa Claus Is Coming To Town, in una versione stupenda), oltre ovviamente ad una marea di pezzi autografi e perfino una sua versione dell’Ave Maria di Shubert, attribuita inoltre a God Himself! In totale sono cinquantotto canzoni che vi allieteranno il Natale come non mai e che, ancora una volta, mostrano tutto il talento di uno dei più grandi songwriter della sua generazione. E’ infatti impossibile non sciogliersi di fronte a queste piccole carole, a questi bozzetti d’infinita dolcezza, a canzoni che riescono ad avvolgere con l’impagabile calore di una melodia, di un coro di voci o di una musicalità sempre memorabile. Ho fatto scorrere queste canzoni lungo un intero pomeriggio e la loro serena forza positiva mi è come entrata dentro, inducendomi quasi ad attendere il Natale con gioia e commozione. Numerosi gli ospiti ed i collaboratori, da Aaron e Bryce Dessner dei National a Richard Reed Perry degli Arcade Fire, passando per Sebastian Krueger degli Inlets, fino a diversi membri della famiglia Danielson. Essendo, basilarmente, un perfetto regalo di Natale, anche i gadgets non mancano: nel box troverete un bel libretto con note, testi e accordi delle canzoni, adesivi natalizi, tatuaggi temporanei, un poster, dei disegni psichedelici e via discorrendo. Che altro aggiungere? Sia pur con un po’ d’anticipo, tanti auguri a tutti!

Lino Brunetti

PS per attenuare un po’ il serpeggiante buonismo del post qui sopra, uno dei video che vi metto qua sotto, oltre a rendere evidente l’ironia che il buon Sufjan mette in questi suoi dischi, propone un bel Natale… horror!!

DIRTY THREE live @ Tunnel – 15 novembre 2012

Si apre con la performance degli inglesi, di Bristol, Zun Zun Egui, la data milanese dei Dirty Three. La formazione britannica, il cui disco d’esordio c’aveva colpito non poco, dal vivo, dimostra di avere delle carte da giocare – a partire da una evidente capacità tecnica sugli strumenti – ma anche di dover lavorare ancora su qualche particolare (qualche inutile lungaggine, un cantante che dovrebbe imparare a modulare un po’ di più la sua voce, senza urlare sempre). Ad ogni modo, una mezz’oretta divertente che ci ha scaldato nell’attesa che sul palco arrivassero gli sporchi australiani. Cosa c’è da aggiungere ancora, sul trio guidato da Warren Ellis, che già non abbiamo detto in passato? Probabilmente poco. I Dirty Three dal vivo sono una potenza stratosferica ed una garanzia che, col passare degli anni, non conosce cedimenti di sorta. E come potrebbe essere altrimenti? Ellis, le cui presentazioni ai brani hanno ormai del leggendario – stasera era particolarmente intento a tessere messaggi d’amore al tecnico delle luci del locale, oltre a ricordarci, a modo suo, quanto il mondo sia inevitabilmente fottuto – è un autentico tarantolato, un piccolo folletto barbuto che urla, strepita, violenta il suo strumento, che ha con lui e con il pubblico un rapporto che non si può non definire fisico. Di tutt’altra caratura la presenza sul palco di Mick Turner, impassibile come una sfinge, da sempre l’uomo che non sorride mai, che non si limita a suonare la chitarra, ma che da essa tira fuori delle note che più che altro sono pennellate impressioniste. A tenere insieme il tutto, il grandissimo Jim White, un tipo che pare abbia appena finito il suo turno notturno di scaricatore al porto, e che invece è semplicemente uno dei più grandi e personali batteristi al mondo. Non si limita, banalmente, a tenere il tempo: dalle sue bacchette e dai suoi tamburi, il ritmo sguscia fuori rotolante, allo stesso tempo raffinatamente jazzato ed invariabilmente potente come una serie di calci nel culo ben assestati. C’è molta improvvisazione in un concerto dei Dirty Three. I tre suonano sempre guardandosi l’un l’altro, pronti a seguire l’onda di una musica che viaggia sempre sull’onda dell’emozione del momento. I loro pezzi, si potrebbe quasi dire, sono quasi dei canovacci su cui di volta in volta incistare mutazioni, ed in questo, certamente, pur senza esserlo assolutamente, risiede la loro attitudine jazz. E’ per questo che poi, citare un pezzo piuttosto che un altro, è quasi inutile. Un loro concerto è un’esperienza unitaria, un flusso sonoro che ti prende l’anima e te la strizza fino alla fine.  Poi, qualche momento particolarmente intenso, nell’ora e quarantacinque di show, comunque c’è stato, a partire da una sempre indiavolata The Zither Player o, al contrario, per una poetica ed elegiaca Ashen Snow, in gran parte suonata da Ellis al piano e sempre più lirica durante il suo svolgimento. Non rimane più molto da dire per narrare la grandezza dei Dirty Three. La prossima volta che passeranno dalle vostre parti, non perdeteveli per nulla al mondo!

Lino Brunetti

Warren Ellis (Dirty Three) Photo © Lino Brunetti

JACKIE-O MOTHERFUCKER “Flags Of The Sacred Harp”

JACKIE-O MOTHERFUCKER

Flags Of The Sacred Harp

Fire Records/Goodfellas

Per il loro nono album – non contando live e split  – i Jackie-O Motherfucker andarono diretti alle più antiche radici del folk sudista americano, andandosi a riallacciare nientemeno che alla tradizione del Sacred Harp, famosissimo songbook di inni sacri e canti corali da eseguire a cappella, raccolti e pubblicati da Benjamin Franklin White e Elisha J. King nel 1844. Antenata del Gospel, la tradizione legata a questi canti è tutt’ora viva tra le comunità protestanti del Texas, della Florida, della Carolina, dell’Alabama e della Georgia, gli stati in cui nacque e prosperò. Il gruppo di Tom Greenwood (voce, chitarra e giradischi) – come al solito attorniato da molti e variabili musicisti, tra cui, in quest’occasione, si distinguevano per importanza vecchie conoscenze come Honey Owens (chitarra, voce e tastiere) e Nester Bucket (voce e fiati), nonché il chitarrista Adam Forkner – è stato da sempre vicino alle tradizioni più ancestrali della musica americana, fosse esso il folk, il blues, il country, il jazz, generi centrifugati e rimescolati in una musica unica, spesso per nulla facile ed anzi piuttosto ostica, specie per chi non abituato a frequentare molto i territori del rock più avanguardistico. Flags Of The Sacred Harp, che non diremmo certo un disco tradizionale o “pop”, si segnalo però all’epoca come il loro album maggiormente song oriented, il loro più “avvicinabile”, quello che in qualche modo diede il via ad opere più “malleabili” come i seguenti Valley Of Fire e Ballads Of The Revolution. Soprattutto, ed è ciò che più conta, era ed è un disco bellissimo, probabilmente il loro capolavoro. Come si diceva, questa non era la prima volta che i JOMF guardavano al passato remoto; già uno dei loro dischi più belli, “Fig.5”, per portare un esempio eclatante, conteneva la loro rilettura di due classici del gospel e del folk quali Amazing Grace e Go Down Old Hannah. Proprio quest’ultima si rifaceva quasi alla lettera allo stile delle Sacred Harp Songs, cosa che, parrebbe un paradosso ma non lo è, non avviene in questo album, dove quella tradizione viene ripescata più come attitudine, senso di spiritualità, purezza d’intenti, che non come “lettera” (anche se quattro pezzi su sette sono traditional). Rispetto agli altri dischi la novità più grossa – oltre alla presenza, per la prima volta, di un co-produttore, Mark Bell, in passato dietro alla consolle per gente come Radiohead, Depeche Mode, Bjork (non lasciatevi ingannare da questi nomi, qui il suono è distante anni luce da questi artisti) – stava nei bellissimi duetti tra Greenwood e la Owens, in magmatici pezzi di country-rock psichedelico ed espanso come l’iniziale, stupefacente Nice One o come in altre bellissime canzoni come Rockaway o Hey! Mr Sky. Un pezzo come Good Morning Kaptain sembra una sorta di blues antidiliviuno, ripetitivo, ipnotico, calato in una specie di ossessiva circolarità. Rimangono poi i pezzi più sperimentali, lunghi mantra psichedelici, allucinazioni mentali pinkfloydiane, trip acidi di carattere quasi metafisico; il crescendo mistico di Spirits, l’espansa visionarietà con cui vengono trattati due traditionals come Loud And Mighty o come The Louder Roared The Sea, attraversata da speziature elettroniche di sapore cinematico. Un grandissimo disco Flags Of The Sacred Harp, uscito sul finire del 2005 per ATP Recordings e che a metà luglio, la sempre più benemerita Fire Records, riporterà nei negozi con una fiammante ristampa (nessuna bonus track). Prenotate fin da ora la vostra copia!

Lino Brunetti