Novità Thrill Jockey d’aprile: JOHN PARISH, BARN OWL, ZOMES, LIFE COACH

Ogni mese la chicagoana Thrill Jockey (distribuita in Italia da Goodfellas) pubblica quattro album. Vediamo, in breve, quali sono i quattro di aprile. Partiamo da JOHN PARISH, il grande songwriter, chitarrista e produttore (celeberrimo il suo sodalizio con PJ Harvey e note le sue frequentazioni italiane), che, in Screenplay, raccoglie alcuni episodi tratti dalle colonne sonore da lui scritte per film quali “Nowhere Man”, “Sister”, “Plein Sud” e “Little Black Spiders”, opere di registi quali Ursula Meier o Patrice Toye. In bilico tra reminiscenze morriconiane, scampoli di lounge music, chitarre a là John Barry e momenti capaci con sapidi tocchi di creare un’atmosfera, le diciannove tracce qui contenute sono godibilissime anche senza il supporto delle immagini. Ottimo! Questa la formazione che porterà in giro il disco dal vivo: JOHN PARISH – chitarre, tastiere, vocals, JEAN-MARC BUTTY – batteria, MARTA COLLICA – tastiere, vocals, GIORGIA POLI – basso, vocals, JEREMY HOGG – chitarra, lap steel.
John Parish

Interamente strumentale è anche la musica composta dai BARN OWL, il duo formato da Jon Porras ed Evan Caminiti. V segna un deciso scarto rispetto alle prove precedenti, lasciandosi alle spalle i drones chitarristici avant-folk e le derive rock psichedeliche, in favore di una musica più elettronica, tra dub e stratificazioni ambient. Non che non abbiano un loro fascino queste sonorità, ma il genere è davvero inflazionatissimo e noi, probabilmente, preferivamo i capitoli precedenti.

Barn-Owl-V

Sono un duo anche gli ZOMES, un tempo progetto personale del solo Asa Osborne (chitarrista dei Lungfish), oggi ampliatosi con l’innesto della vocalist Hanna degli Skull Defekts. In Time Was, il primo costruisce fraseggi e drones con l’organo, ipnotici, fluttuanti, magmatici, la seconda vi canta sopra delle melodie di volta in volta austere o sognanti, evocative e misteriose. Sotto, una drum machines tiene il ritmo metronomicamente, accentuando la minimale ripetitività del tutto. E’ chiaro quanto anche qui non ci sia nulla d’inedito, ma le varie canzoni non lasciano indifferenti e non è niente male lasciarsi cullare da queste oppiacee bolle velvettiane e dark. Da sentire.

Asa-Ports-Bishop

Arriviamo così ai LIFE COACH, nuovo progetto di Phil Manley dei Trans Am che, alla sua nuova band, ha dato il nome del suo album solista di un paio d’anni fa. A dargli manforte in questa sortita, il batterista Jon Theodore ed il chitarrista Isaiah Mitchell. Alphawaves, disco quasi interamente strumentale, si apre con un drone di tanpura (Sunrise), prosegue con i sette turbinanti minuti della title-track, un affondo kraut-rock degno dei Neu, con batteria motorik e uno stilizzatissimo solo di chitarra, si cheta tra le rilassate trame di Limitless Possibilities, sprofonda tra le sospensioni psichedeliche della bellissima Into The Unknown, torna a farsi terreno tra i riff e la voce in falsetto di Fireball, funambolico hard-rock anni settanta, vibra chitarristicamente con la breve Life Experience, diventa moderatamente tamarro con l’hard-prog di Mind’s Eye, finendo poi col chiudere il cerchio con gli otto pulsanti ed oceanici minuti di Ohm, ennesimo drone che si ricollega in qualche modo all’inizio dell’album. Gran bel dischetto questo dei Life Coach; Phil Manley non ha ancora smesso di darci ottima musica.

lifecoach

 

Lino Brunetti

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MARCO CAPPELLI’S ITALIAN SURF ACADEMY “The American Dream”

MARCO CAPPELLI’S ITALIAN SURF ACADEMY

The American Dream

Mode Records

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Girava da un bel po’, questo disco, per casa mia – è uscito nel luglio 2012 – e mi scuso sia con voi lettori che con gli stessi autori se solo oggi arrivo a parlarvene. Lo faccio oggi per due ben distinti motivi: il primo perché, ovviamente, è un ottimo lavoro e merita in pieno di essere conosciuto ed ascoltato da più gente possibile, il secondo, intendendo questa recensione come una forma di omaggio nei confronti del maestro Armando Trovajoli, recentemente scomparso, la cui Sesso Matto figura tra le tracce coverizzate in The American Dream. Ma procediamo con ordine. MARCO CAPPELLI, napoletano ma ormai da tempo residente a New York, è un chitarrista assai versatile, capace di stare in bilico tra gli avventurosi sentieri dell’avanguardia e dell’improvvisazione, così come in quelli della musica contemporanea, senza però dimenticare la ricerca sulle radici del folk e del blues e qualche sconfinamento in direzione del pop e del rock più ricercato. Con una cospicua ed eterogenea discografia alle spalle (su etichette quali Mode e Tzadik), molteplici collaborazioni con musicisti come Marc Ribot, Elliot Sharp, Butch Morris e Kato Hideki (giusto per dirne qualcuno) e l’importante esperienza dell’Ensemble Dissonanzen, Cappelli, qui, si unisce al noto batterista Francesco Cusa (Feet Of Mud, Skrunch, Switters, fra i suoi moti progetti) ed al bassista Luca Lo Bianco (anche lui con all’attivo moltissimi lavori) e dà vita all’ITALIAN SURF ACADEMY. La genesi di questo progetto e di questo disco nasce da una serie di conversazioni avute con Marc Ribot, il quale sosteneva che, volendo capire l’essenza della chitarra elettrica, bisognava necessariamente ascoltare la surf music. The American Dream non è però necessariamente solo un disco di surf music, bensì ingloba quel linguaggio in un discorso ben più ampio, sia musicalmente che culturalmente. Inanzitutto è un sentito omaggio all’opera di compositori come il citato Trovajoli, come Bacalov, Umiliani, Morricone, Ortolani, Rustichelli, le cui colonne sonore hanno segnato ben più che un’epoca. Ma è inoltre una testimonianza d’affetto nei confronti di un’America mitica, quella che veniva fuori dai suoni elaborati da un manipolo di grandi compositori italiani che proprio alla surf music americana guardavano per orchestrare le loro musiche destinate a film quali Django, 5 Bambole per la luna d’Agosto, Il Buono, il Brutto e il Cattivo, 6 Donne per l’assassino. I tre, con la collaborazione della brava cantante Gaia Mattiuzzi in un paio di tracce, danno vita ad un inestricabile mescolarsi di surf e tendenze avant, lounge music dai risvolti jazz, scampoli di temi da spy story (in Secret Agent Man di Steve Barri e P.F. Sloan, l’unica cover non italiana), risvegliando, in maniera assai creativa e brillante, tutto quell’immaginario così ben raccontato nel “Mondo Exotica” di Francesco Adinolfi e ben esemplificato dall’immagine posta in copertina. La chitarra di Cappelli si dimostra eclettica e capace di muoversi fra mille sfumature, così come è a dir poco ottima la base ritmica fornita da Cusa e Lo Bianco. Chi ama gruppi come Sacri Cuori, Guano Padano e Calibro 35, non potrà che innamorarsi anche di questo disco.

Lino Brunetti

HOW MUCH WOOD WOULD A WOODCHUCK CHUCK IF A WOODCHUCK COULD CHUCK WOOD? “HMWWAWCIAWCCW?”

HMWWAWCIAWCCW?

HMWWAWCIAWCCW?

Boring MachinesAvant!

Pic by Tanya Mar

Pic by Tanya Mar

Non che corressero il rischio, ma con un nome quale HOW MUCH WOOD WOULD A WOODCHUCK CHUCK IF A WOODCHUCK COULD CHUCK WOOD?, i tre torinesi (Gher, Coccolo e Iside) che si nascondono dietro questa sigla, ho idea che possano scordarsi la possibilità di diventare delle star. Sono partito scherzando, ma è invece serissimo questo progetto che, dopo una manciata di CDr ed uno split coi Father Murphy, arriva oggi all’esordio con questo omonimo album, pubblicato solo in vinile. Poca luce e molta oscurità nelle sei tracce che lo compongono: For Nobody inizia con un plumbeo arpeggio di chitarra in primo piano, mentre sotto di esso una voce mormora chissà cosa ed in lontananza si odono malefiche folate noise. Joy And Rebellion, che ha il passo catatonico degli Earth più malati, ci aggiunge giusto un rintoccare percussivo mortuario, mentre Save Us punta più sulla distorsione ma, nonostante il titolo, non c’è nulla di liberatorio in essa. Davvero ottima la lunga In Aria, che apre la side B: un arpeggio che pare estrapolato da un vecchissimo disco dei Cure, ma come suonato dai Sunn O))), la voce narrante filtrata, agghiaccianti brusii noise dalle retrovie, un pezzo davvero magistrale. Leggermente più convenzionale le ultime due tracce: Oh Dark scopiazza spudoratamente il Michael Gira cantautorale più dark, The Rock, con la voce che borbotta disturbante, ha delle chitarre quasi epiche, a modo loro sulla scia dei Godspeed You! Black Emperor. Un bel disco, per gli amanti delle cose più underground.

 Lino Brunetti

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DIECI ANNI DOPO: ONEIDA “Each One, Teach One”

Dieci anni esatti fa, sul Buscadero numero 243 del febbraio 2003, nasceva Backstreets ed iniziava la mia collaborazione con la storica rivista di musica italiana. Al di fuori della rubrica, veniva pubblicata, su quel primo numero che vedeva la mia firma, questa recensione di “Each One, Teach One” degli Oneida, che qui paro paro vi ripropongo. E’ il primo capitolo di un viaggio indietro nel tempo che mensilmente vi proporremo. Buona lettura!

ONEIDA

Each One Teach One 

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E’ sempre stata una prerogativa della stampa musicale quella di creare ad hoc qualche trend, di vedere scene laddove non ce n’è, di creare dal nulla etichette contenitore per facilitarsi la vita (ah, il famigerato post-rock!). Da quando gli Strokes hanno fatto il botto, i riflettori sono tornati a puntarsi su New York ed ora, pare che tutto ad un tratto in città sia un fiorire di gruppi, tutti raggruppati in un unico calderone, responsabili di una non meglio definita rinascita rockista. Che poi tra le varie bands i contatti, sia diretti che musicali, siano meno che inesistenti non conta; la scena di New York c’è ed è un bel toccasana per le nostre orecchie disabituate alle chitarre. Ironia a parte, negli ultimi mesi si è molto parlato, oltreché degli Strokes, dei vari Interpol, Moldy Peaches etc. (bands mediamente più che valide) quando il vero fermento, verrebbe quasi da dire la scena, a New York c’era veramente ed in una zona ben precisa della città, ossia Brooklyn. Accomunati dalla frequentazione dello stesso ambiente, underground all’ennesima potenza, i gruppi a cui mi riferisco sono responsabili di alcuni dei CD più interessanti usciti l’anno scorso. Un microcosmo di concerti effettuati fuori dai soliti canali ma, piuttosto, privilegiante garage, capannoni, parcheggi, luoghi abbandonati ed un approccio alla materia musicale trasversale, senza regole, con una freschezza sì inedita. Qualche nome ? I Liars ad esempio, il cui disco d’esordio ha riportato in auge una forma di post-punk ampiamente rivitalizzato o gli Yeah Yeah Yeahs (tralaltro visti dal vivo anche in Italia mesi fa in apertura al concerto di Jon Spencer) la cui wave garagista, per ora, si è concretizzata solo in un comunque interessante mini CD. Ampia premessa per arrivare a parlarvi degli Oneida, che di tutto questo presunto movimento sono dei veterani, visto che Each One Teach One è il loro quinto album. Pubblicato in origine come doppio mix in edizione limitata da una minuscola etichetta indipendente, l’album è stato ristampato dalla Jagjaguwar in doppio CD (al prezzo di uno), anche se la sua durata è inferiore all’ora. Mediamente la musica degli Oneida è descrivibile come una sorta di garage psichedelico, ma talmente mutante è la loro proposta che tentare di irreggimentarla in un genere è impresa da insani di mente. Il primo dei due CD contiene solo due pezzi, da un quarto d’ora circa l’uno, ed è senz’altro il più ostico; il secondo contiene invece sette brani maggiormente strutturati in una più “classica” forma canzone (è probabilmente per questo che si è preferito mantenere i due cd separati). Il disco si apre con Sheets of Easter, un ipnotico riff da stoner rock ripetuto per un quarto d’ora, con un tappeto di chitarre e organo acidi che vanno a formare un delirio sonoro, dove la componente retrò dello stoner si va’ a sfaldare lambendo i Velvet di Sister Ray. Antibiotics parte furiosa con le chitarre e le tastiere che si intrecciano a formare ghirigori epilettici, ma è nel finale che la nemesi ha il suo svolgersi; i ritmi scompaiono, gli strumenti si autodissolvono in una nuvola di white noise e dal nulla appaiono le voci come sopravvissuti di uno scenario post atomico. Il secondo CD è aperto dalla title-track, un pezzo d’assalto dove garage e new-wave sono un tutt’uno. In People of the North c’è spazio per un ritmo elettronico e per un riff d’organo che lotta con la dissonanza delle chitarre e l’insistere del synth. Synth che la fa da padrone in Number Nine, pezzo molto vicino alla moderna visione che gruppi come Trans Am o El Guapo hanno dato del rock elettronico dei primi anni ottanta. Di proprio gli Oneida ci aggiungono un massimalismo sonoro che non dà scampo. Discorso analogo si può fare per Sneak into the Woods, mentre Rugaru si regge sul tribalismo delle percussioni, sulle quali si distendono suoni slabbrati ed una melodia dal sapore malinconico, il cui contrasto dona al brano un senso di minaccia malato. Black Chamber, col suo sottile ritmo in levare, è perfetta per una discoteca del terzo millennio e No Label la segue a ruota virando in una forma di dub mutante. Gli Oneida, con Each One Teach One, sono riusciti nell’incredibile intento di centrifugare generi e suggestioni anche diversissimi tra loro, risultando personali e dando vita ad un’operazione di sintesi come di rado accade. Un disco non sempre di facile fruizione ma con cui, statene certi, si dovrà fare i conti in futuro parlando del rinnovarsi del rock’n’roll.

Lino Brunetti

BEST OF THE YEAR 2012 – Lino Brunetti

Come è tipico di ogni fine anno, è giunto il momento dei bilanci. E dunque, come è stato questo 2012 in musica? Partiamo da una considerazione generale: ormai da tempo è impossibile identificare, non dico un album, ma anche solo uno stile, che possa essere rappresentativo dell’anno appena trascorso. Le tendenze musicali, che sono comunque propense a ripetersi ciclicamente, sono da tempo esplose in miriadi di rivoli che, lungi dal potersi (se non in sporadici casi) definire nuovi, hanno perso pure la loro capacità di caratterizzare un’epoca. Se un lascito ci rimarrà di questi anni di download selvaggio e strapotere della Rete, sarà quello di un azzeramento dell’asse temporale, non più verticale bensì orizzontale, dove passato, presente e futuro convivono allegramente assieme in una bolla dove non c’è più nessuna vera differenziazione. Lo si evince dall’enorme numero di ristampe, deluxe edition, cofanetti celebrativi, ma pure dalle musiche contenute nei dischi dei cosidetti artisti “nuovi”, talmente nuovi che a volte suonano esattamente come i loro omologhi di quarant’anni fa. In questo scenario, le cose migliori nel 2012 sono arrivate in larga parte proprio dai grandi vecchi o comunque da artisti sulle scene ormai da parecchio tempo. Bob Dylan è tornato con un disco stupendo, Tempest, celebrato (giustamente) ovunque. Non gli è stato da meno Neil Young che, assieme ai Crazy Horse, ha assestato due zampate delle sue, prima con le riletture di Americana, poi con le cavalcate elettriche di Psychedelic Pill. Dopo due ciofeche quali Magic Working On A DreamBruce Springsteen se ne è uscito finalmente con un disco vitale, intenso, potente sotto tutti i punti di vista. Magari imperfetto, di sicuro non un capolavoro, Wrecking Ball è comunque un album di grandissimo livello, che ha riposizionato il Boss ai livelli che gli competono. Rimanendo sui classici, bellissimo il nuovo Dr. John (Logged Down), splendido il Life Is People di Bill Fay, di gran classe il Leonard Cohen di Old Ideas (un disco che comunque io non ho amato pazzamente come altri hanno fatto), mentre solo discreto è stato il Banga di Patti Smith. Per la serie “e chi se l’aspettava?”, credeteci o no, è ottimo invece il nuovo ZZ TopLa Futura, band a cui la produzione di Rick Rubin ha fatto un gran bene. Ma non solo i “grandi vecchi” ci sono stati, anche se sempre tra i veterani  si è dovuto andare a cercare le cose migliori. Partiamo da quello che è senza dubbio il mio disco dell’anno, The Seer degli Swans, un triplo LP magnetico, ottundente, potentissimo e visionario. Poi, in ordine sparso, il sorprendente ritorno sulle scene dei Godspeed You! Black Emperor (‘Hallelujah! Don’t Bend! Ascend!), i Giant Sand sempre più Giant di Tucson, i loro fratelli Calexico con Algiers, i Dirty Three di Towards The Low Sun, gli Spiritualized di Sweet Heart Sweet Light, i Sigur Ros di Valtari, i Lambchop di Mr Mil Mark Stewart di The Politics Of Envy, i redivivi Spain di The Soul Of Spain, i Mission Of Burma di Unsound, gli Om  di Advaitic Songs, Dirty Projectors di Swing Lo Magellan. Deludente il ritorno dei PiL, decisamente buoni quelli di Jon Spencer Blues ExplosionLiars, EarthBeach House (sia pur meno efficace degli album precedenti), Six Organs Of AdmittanceAnimal CollectiveNeurosis, UnsaneThe Chrome CranksThee Oh SeesGuided By Voices (ben tre dischi!), Woven HandGrizzly BearPontiak (memorabile il loro Echo Ono, e non solo perché hanno avuto la bontà di mettere una mia foto sulla copertina della versione in vinile), la doppietta Clear Moon/Ocean Roar dei Mount Eerie, il Moon Duo di Circles, i Tu Fawning di A Monument, i Peaking Lights di Lucifer. Dagli artisti solisti non moltissimi dischi da ricordare a mio parere: di sicuro lo è quello di Hugo Race & Fatalists (We Never Had Control), tra le cose migliori dell’annata, anche superiore al Blues Funeral della Mark Lanegan Band (comunque bello), ma lo sono pure la doppietta di Chris Robinson Brotherhood, i due dischi di Andrew Bird (soprattutto Break It Yourself), l’esordio del leader dei Castanets come Raymond Byron & The White Freighter (Little Death Shaker) ed il The Broken Man di Matt Elliot. Ancora meglio ha fatto il gentil sesso: per una Cat Power a fasi alterne (Sun, solo parzialmente riuscito), ci sono state una Fiona Apple in odor di capolavoro (The Idler Wheel…), una grandissima Ani Di Franco (Which Side Are You On?), la sorprendente Gemma Ray (Island Fire), le sorelline svedesi First Aid Kit (The Lion’s Roar), la Beth Orton di Sugaring Season. Tra le nuove band, la palma di rivelazione dell’anno se la beccano i grandissimi Goat di World Music, seguiti a ruota dai The Men di Open Up Your Heart, dai Big Deal di Lights Out, dagli Islet di Illuminated People, dai Fenster di Bonesdagli Allah-Las e dalla Family Band di Grace & Lies. Tra le cose più sperimentali, vetta incontrastata allo Scott Walker di Bish Bosch, un disco per nulla facile ma di una intensità rarissima. In campo improvvisativo, grandi cose sono arrivate dagli svizzeri Tetras (Pareidolia il titolo del loro album). Altri dischi da non dimenticare, Effigy dei Pelt, msg rcvd dei Neptune, Fragments Of The Marble Plan degli AufgehobenWe Will Always Be di Windy & Carl. E l’Italia? Certo, anche l’Italia ci ha dato grandi cose. Gli Afterhours hanno pubblicato uno dei loro dischi più belli di sempre, Padania. Potente e visionaria l’opera in due parti degli Ufomammut, così come Il Mondo Nuovo de Il Teatro Degli Orrori. E poi: Sacri Cuori (Rosario), King Of The Opera (Nothing Outstanding), Father Murphy (Anyway, Your Children Will Deny It), Paolo Saporiti (L’ultimo Ricatto), Ronin (Fenice), Mattia Coletti (The Land), manZoni (Cucina Povera), Xabier Iriondo (Irrintzi), Sparkle In Grey (Mexico), Guano Padano (2), Calibro 35. E chissà quante altre cose mi son perso o avrò dimenticato! Qui sotto, la selezione della selezione. Ed ora, prepariamoci al 2013!

SWANS “THE SEER”

GOAT “WORLD MUSIC”

FIONA APPLE “THE IDLER WHEEL…”

PONTIAK “ECHO ONO”

GODSPEED YOU! BLACK EMEPEROR “‘ALLELUJAH! DON’T BEND! ASCEND!”

AFTERHOURS “PADANIA”

TETRAS “PAREIDOLIA”

MOUNT EERIE “CLEAR MOON/OCEAN ROAR”

HUGO RACE FATALISTS “WE NEVER HAD CONTROL”

THE MEN “OPEN UP YOUR HEART”

SCOTT WALKER “BISH BOSCH”

BRUCE SPRINGSTEEN “WRECKING BALL”

BOB DYLAN “TEMPEST”

NEIL YOUNG & CRAZY HORSE “AMERICANA/PSYCHEDELIC PILL”

FIRST AID KIT “THE LION’S ROAR”

GIANT GIANT SAND “TUCSON”

BOX SET: CAN “THE LOST TAPES”

SWANS @ Locomotiv – 30 novembre 2012

Se state leggendo queste righe, ormai è chiara una cosa: non era la fine del mondo quella profetizzata dai Maya. Ora, a meno che non si riferissero alla ridiscesa in campo di Berlusconi, ci sono forti probabilità che avessero presagito l’apocalisse scatenata dagli Swans durante i loro più recenti concerti. Scherzi a parte, andiamo a raccontare una serata che ha avuto tutte le caratteristiche tali, da rimanere indelebilmente scolpita nella memoria. Il Locomotiv è un locale di Bologna, situato all’interno di un parchetto posto alle spalle della ferrovia e, tutto sommato, non lontanissimo dalla stazione dei treni. La sera del 30 è piovosa e fredda e, complice la luce illividita che si riverbera per le strade, è il classico tempo che induce a cercare un riparo. Il locale apre i battenti verso le 20.30 ed il pubblico – tra cui molti venuti da fuori città, Roma, Milano, Torino, Genova – iniziare a riempirne gli spazi. La data è sold out e quindi, un po’ alla volta, la gente si stipa in quella che sembra in tutto e per tutto una ex piscina coperta, riempita di cemento per essere trasformata in un locale per concerti o una balera. Puntualissimo come un orologio svizzero, alle 21 sale sul palco il grande Sir Richard Bishop. In una mezz’ora buona, l’ex Sun City Girls c’intratterrà con i suoi strumentali per chitarra acustica, in bilico tra tradizione folk, finger-picking faheyano ed ipnosi da raga indiano. Una partenza notevole, anche per via del contrasto con quello che sarebbe venuto dopo. Se qualcuno ha trovato prolisso ed estremo The Seer – per me, molto semplicemente, il disco dell’anno – probabilmente finirebbe con accogliere con un certo terrore gli Swans dal vivo di quest’ultimo tour. L’aveva preannunciato Michael Gira che, in concerto, le canzoni avrebbero continuato a mutare e a trasformarsi in qualcosa di diverso. Forse nessuno, però, si aspettava un simile tour de force ed una prova di così estrema potenza. Sul palco sono posti a semicerchio, con Gira al centro quale direttore d’orchestra: all’estrema sinistra c’è Christoph Hahn alle pedal steel, che mai come in questo caso sono parse uno strumento così poco country; a seguire Thor Harris, una sorta di selvaggio guerriero vichingo, intento a percuotere campane, gong, percussioni in genere; sul fondo, al centro, c’è la batteria del grandissimo Phil Puleo, che molti ricorderanno come l’ex batterista dei mai dimenticati Cop Shoot Cop; alla sua destra, Chris Pravdica, il bassista, nonché membro visibilmente più giovane in formazione, e Norman Westberg, a fianco di Gira da tempo ormai immemorabile, tutto tatuato e con lo sguardo di ghiaccio di un killer prezzolato, la cui arma è però una Fender Telecaster. Di quello che è successo durante le quasi tre ore di concerto, da questo punto in poi, non posso che darvi delle sensazioni sparse, visto che in breve tempo sono stato risucchiato tra le maglie di un suono ottundente e doloroso, talmente ipnotico e reiterato che quasi m’ha fatto perdere la cognizione di spazio e tempo. Dal vivo, i pezzi degli Swans, perdono qualsiasi struttura che non sia quella dettata dall’improvvisazione del momento. Gira si comporta come un vero maestro d’orchestra: guida la sua band spingendola verso sonorità sempre più estreme, facendogli assemblare veri e propri momenti di estasi wagneriana noise, costruiti come blocchi di suono letteralmente materico. Non c’è tregua per il pubblico, ma neppure per la band stessa, costretta a seguire gli ordini di un Gira che compone le sue visioni direttamente sul palco (e ad un certo punto ci sarà anche un palese battibecco, con tanto di fuck you, tra Gira e Pravdica, quest’ultimo colpevole di non essere sufficientemente attento alle direttive del leader). Brandelli di pezzi conosciuti si susseguono nella serata, ma sono resti martoriati, canovacci sanguinolenti su cui infierire con una musica che torna a recuperare macerie industrial. Anche la ripresa della vecchissima Coward (da Holy Money, loro celeberrimo album del 1986) va in questa direzione, suonando, se possibile, ancora più inquietante e pericolosa di come ce la ricordavamo. Quando poi, durante l’esecuzione di una infinita The Seer, prima salta la corrente, lasciandoci al buio storditi (e con gli Swans che continuavano imperterriti a suonare) e poi una ragazza cade svenuta, non si sa se per il caldo (visti anche i fari perennemente puntati sul pubblico), per la ressa o per l’oltranzismo del suono, e come se tutti i pezzi di una scientemente orchestrata dissoluzione della coscienza, andassero al loro posto. Ripristinata la corrente, i sei hanno riattaccato con rinnovata energia, con un ulteriore mezz’ora di lancinante violenza, stavolta si, quasi oltre la soglia del dolore. Un concerto monolitico, estenuante, in bilico tra la forza bruta della materia e l’estasi dettata dalla reiteratività ipnotica delle figure sonore. Mentre molti grandi gruppi dal passato estremo s’ammorbidiscono, Michael Gira, a quasi 60 anni, non dà segni di cedimento. Il suo sorriso sadico, alla fine della maratona, non ce lo dimenticheremo tanto facilmente. A modo suo, il concerto dell’anno (che è continuato anche nei tre giorni successivi, visto quanto mi fischiavano le orecchie!).

Lino Brunetti

Swans © Lino Brunetti

Swans © Lino Brunetti

Swans © Lino Brunetti

Swans © Lino Brunetti

Swans © Lino Brunetti

Swans © Lino Brunetti

DIRTY THREE live @ Tunnel – 15 novembre 2012

Si apre con la performance degli inglesi, di Bristol, Zun Zun Egui, la data milanese dei Dirty Three. La formazione britannica, il cui disco d’esordio c’aveva colpito non poco, dal vivo, dimostra di avere delle carte da giocare – a partire da una evidente capacità tecnica sugli strumenti – ma anche di dover lavorare ancora su qualche particolare (qualche inutile lungaggine, un cantante che dovrebbe imparare a modulare un po’ di più la sua voce, senza urlare sempre). Ad ogni modo, una mezz’oretta divertente che ci ha scaldato nell’attesa che sul palco arrivassero gli sporchi australiani. Cosa c’è da aggiungere ancora, sul trio guidato da Warren Ellis, che già non abbiamo detto in passato? Probabilmente poco. I Dirty Three dal vivo sono una potenza stratosferica ed una garanzia che, col passare degli anni, non conosce cedimenti di sorta. E come potrebbe essere altrimenti? Ellis, le cui presentazioni ai brani hanno ormai del leggendario – stasera era particolarmente intento a tessere messaggi d’amore al tecnico delle luci del locale, oltre a ricordarci, a modo suo, quanto il mondo sia inevitabilmente fottuto – è un autentico tarantolato, un piccolo folletto barbuto che urla, strepita, violenta il suo strumento, che ha con lui e con il pubblico un rapporto che non si può non definire fisico. Di tutt’altra caratura la presenza sul palco di Mick Turner, impassibile come una sfinge, da sempre l’uomo che non sorride mai, che non si limita a suonare la chitarra, ma che da essa tira fuori delle note che più che altro sono pennellate impressioniste. A tenere insieme il tutto, il grandissimo Jim White, un tipo che pare abbia appena finito il suo turno notturno di scaricatore al porto, e che invece è semplicemente uno dei più grandi e personali batteristi al mondo. Non si limita, banalmente, a tenere il tempo: dalle sue bacchette e dai suoi tamburi, il ritmo sguscia fuori rotolante, allo stesso tempo raffinatamente jazzato ed invariabilmente potente come una serie di calci nel culo ben assestati. C’è molta improvvisazione in un concerto dei Dirty Three. I tre suonano sempre guardandosi l’un l’altro, pronti a seguire l’onda di una musica che viaggia sempre sull’onda dell’emozione del momento. I loro pezzi, si potrebbe quasi dire, sono quasi dei canovacci su cui di volta in volta incistare mutazioni, ed in questo, certamente, pur senza esserlo assolutamente, risiede la loro attitudine jazz. E’ per questo che poi, citare un pezzo piuttosto che un altro, è quasi inutile. Un loro concerto è un’esperienza unitaria, un flusso sonoro che ti prende l’anima e te la strizza fino alla fine.  Poi, qualche momento particolarmente intenso, nell’ora e quarantacinque di show, comunque c’è stato, a partire da una sempre indiavolata The Zither Player o, al contrario, per una poetica ed elegiaca Ashen Snow, in gran parte suonata da Ellis al piano e sempre più lirica durante il suo svolgimento. Non rimane più molto da dire per narrare la grandezza dei Dirty Three. La prossima volta che passeranno dalle vostre parti, non perdeteveli per nulla al mondo!

Lino Brunetti

Warren Ellis (Dirty Three) Photo © Lino Brunetti