DIECI ANNI DOPO: THE STROKES “Room On Fire”

Torniamo a scavare negli archivi: era il novembre del 2003 quando, abbastanza impietosamente, stroncavo uno dei dischi del momento, di una delle band più chiacchierate del tempo. Visto quello che hanno fatto dopo, probabilmente avevo ragione.
THE STROKES
Room On Fire

RCA

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E alla fine eccolo qui, questo nuovo album degli Strokes, anticipato da tonnellate di parole, fiumi d’inchiostro e quintalate di carta. Questi ragazzi newyorkesi sono senza dubbio l’hype del momento, i novelli messia del verbo rock’n’roll, i suoi salvatori, i cavalieri della sua nuova ed eterna giovinezza. Tutte cazzate! Si tratta di una solenne montatura mediatica e, in definitiva, l’impressione che la band da di sé è quella di un enorme, colossale bluff. La recensione potrebbe finire qui, ma andiamo, non siamo così cinici da stroncare l’album più atteso dell’anno senza argomentare le nostre ragioni. Di questo album ne leggerete di tutti i colori: dalla più impietosa stroncatura, a spropositati innalzamenti del gruppo verso l’Olimpo del Rock. C’è chi ci vedrà una patetica rilettura, poppizata tra l’altro, della New York dei Television e di Lou Reed, e chi invece rimarcherà la loro abilità nel costruire melodie killer e una propensione nel tessere trame strumentali semplici, ma proprio per questo così vicine allo spirito del miglior rock. Proviamo ad azzerare tutti i discorsi e ad analizzare la faccenda con calma. Partiamo dal loro album d’esordio, Is This It?. Un disco che non è affatto difficile considerare a suo modo importante e per certi versi addirittura necessario. Necessario nel senso che, probabilmente al di là dei suoi meriti, su cui ritorneremo, è stato il disco – e di tanto in tanto ci vuole – che ha rilanciato, parlo soprattutto a livello mediatico/commerciale, tutta una serie di sonorità che col tempo erano diventate fin troppo minoritarie. Se sia cosa importante o meno lo lascio decidere a voi, ma il fatto che gruppi come White Stripes o Kings Of Leon non siano appannaggio dei soliti quattro gatti, lo si deve forse un po’ al trend partito con gli Strokes. Strokes che, forse, sono stati un gruppo montatura fin da subito: zero gavetta e subito diventati priorità della major di turno. Il loro primo disco però, ha rappresentato realmente una bella boccata d’aria fresca, un buon esordio che proponeva un discreto campionario di archetipi rock, gratificati da una leggiadra naiveté che era il tratto caratteristico del loro suono, fatto di chitarre acide ma non troppo selvagge e oculatamente calato nei settanta newyorchesi in modo da risvegliare passioni mai sopite in un generale senso di deja vu musicale. Non certo un capolavoro ma abbastanza da far drizzare le orecchie. Questo però andava bene allora; ora sono passati due anni, le cronache ci hanno detto di una band dalla resa live immatura e raffazzonata e l’importanza che si è dato al loro ritorno ha travalicato l’impatto che nella realtà questi striminziti trentatré minuti di musica possono avere. Room On Fire ci mostra una band ferma esattamente a dove l’avevamo lasciata, ma ora le aspettative nei loro confronti sono decisamente cambiate e le canzoni del disco non riescono da sole a dimostrare il valore del gruppo ma, anzi, ne evidenziano tutte le mancanze. Non si è naturalmente perso il loro appeal melodico (ed infatti è facile prevedere che venderà un botto), ma ora suona solo furbo e poco coraggioso. What Ever Happened?, Reptilia o il singolo 12:51, puntano tutto sulla propria immediatezza ruffiana e il resto dell’album le segue di conseguenza. Il risultato è che al secondo ascolto ti sembra di averlo già sentito mille volte. Dal punto di vista del songwriting, sembrano essere incapaci di andare oltre uno standard ben definito: riffettino di chitarra, batteria essenziale in tempo medio e voce roca in primo piano. Non c’è un pezzo che vada fuori da questi binari, un canovaccio che viene rispettato con minime variazioni. Non una ballata, non un picco compositivo. Prendiamo ad esempio The End Has No End: ad un certo punto sembra che possa esserci un’evoluzione, che una certa rabbia si faccia avanti e che il pezzo possa aprirsi e prendere il volo, quando improvvisamente rientra nel solco del solito pop-rock venato di wave slavatina. Molte volte ci si trova di fronte a veri e propri remake del primo album (The Way It Is ad esempio) privi di qualsiasi fantasia. Ai miei occhi, ora che ho sentito il disco, persino il licenziamento di un produttore importante ed affermato come Nigel Godrich, in favore del più rassicurante Gordon Raphael, assume contorni inquietanti. Una gran delusione insomma. Fossero stati dei pinco palla qualsiasi, una maggiore indulgenza ci sarebbe anche stata, abbastanza forse da risicare una sufficienza, ma qui stiamo parlando della più celebrata rock band del momento e solo di una cosa potete star certi: il rock è vivo e vegeto, ma è di casa da ben altre parti.

Lino Brunetti

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DIECI ANNI DOPO: RUFUS WAINWRIGHT “Want One”

Nuova recensione dagli archivi. Tratta dal Buscadero dell’ottobre 2003.

RUFUS WAINWRIGHT

Want One

Dreamworks

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Parte con un coro che è come un eco lontano. Attaccano poi dei fiati guardinghi e sopra una voce angelica inizia il suo racconto: Men’s reading fashion magazines… A poco a poco l’orchestra si fa largo tra gli intarsi vocali e il pezzo si innalza verso vertici bigger than life, dove scenari felliniani si fondono con il fantasma del Bolero di Ravel. Oh What A World, il pezzo che apre questo terzo disco di Rufus Wainwright, è assolutamente strepitoso e, come si diceva una volta, basterebbe a giustificare l’acquisto. Per nostra fortuna il CD non finisce qui ed anzi allinea altri tredici scrigni pop che è un piacere aprire e scoprire. Ma andiamo con ordine. Rufus Wainwright, omosessuale dichiarato e figlio d’arte – i genitori sono Loudon Wainwright III e Kate McGarrigle – ha già avuto modo di imporre il proprio talento con due album, Rufus Wainwright e Posies. Con un background musicale che, a fianco del pop e del rock, allinea una passione smodata per il cabaret, per l’opera, per la musica di Tin Pan Alley, il suo nome si è smarcato da subito dalla categoria “figli d’Arte”, per passare automaticamente in quella dei talenti tout court. Merito di una scrittura efficace, di una voce notevole e di una particolare abilità nel fondere le proprie passioni in uno stile elegante e non pasticciato, anche quando l’uso di orchestrazioni è massiccio. E grazie anche, in parte quantomeno, al saper attorniarsi di personalità musicali di un certo peso (nel primo album, ad esempio, al suo fianco c’era Van Dyke Parks). Want One è il primo di due album, scaturiti da sessions durate sei mesi in cui, con l’ausilio di un produttore affermato come Marius de Vrìes e di un gruppo di notevoli musicisti – ricordo tra gli altri Charlie Sexton, Levon Helm, Sterling Campbell, Linda Thompson e Kate McGarrigle – sono state registrate più di trenta canzoni. E’ grande pop quello che propone Rufus, un pop che affonda le sue radici nel musical, nella citata popular music di Tin Pan Alley, in dischi dagli arrangiamenti sontuosi come Sgt Peppers o Pet Sounds, nelle ballate pianistiche di Randy Newman. Il tutto rimasticato e centrifugato all’interno di canzoni ottimamente scritte ed arrangiate e in uno stile proprio e appassionato. Di Oh What A World abbiamo detto, ma è tutto l’album a celare bellezze, una via l’altra. Mi piacerebbe citare tutti i brani ma, preferendo lasciare scoprire a voi le vostre preferite, mi limiterò a citare la leggerezza di Vicious World, l’intensità di Go Or Go Ahead, gli archi pizzicati di Vibrate. Alternando pezzi più orchestrali ad altri più misurati ed essenziali, Want One si segnala come disco pop fuori dal tempo, in cui, miracolosamente, la melassa riesce a non fuoriuscire dal vaso e che andrà a risvegliare l’anima romantica sopita dentro ciascuno di voi.

Lino Brunetti

DIECI ANNI DOPO: RADIOHEAD “Hail To The Thief”

Mentre Thom Yorke è in questi giorni in giro con gli Atoms For Peace, ecco cosa scrivevamo, dieci anni fa, dell’allora nuovo album dei Radiohead.

RADIOHEAD

Hail To The Thief

Emi

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Chi si aspettava – magari al seguito delle parole di Jonny Greenwood, chitarrista della band che, interrogato circa la direzione presa dal nuovo album, aveva parlato di canzoni da tre minuti con una più forte presenza delle chitarre – che i Radiohead con Hail To The Thief effettuassero un passo indietro, magari tornando alle origini, forse rimarrà deluso. Il fatto è che Thom Yorke e compagni sono una band la cui portata artistica, la cui serietà d’intenti e il cui encomiabile percorso musicale, sono tali da rendere un’opzione di questo genere semplicemente impensabile. Del resto, dopo aver dato alle stampe con The Bends uno dei capolavori del britpop, che senso avrebbe avuto continuare a muoversi per quei lidi? Il viaggio intrapreso dapprima con OK Computer, poi attraverso due dischi realmente epocali come Kid A e Amnesiac, è approdato in territori, quantomeno in ambito “mainstream”, realmente inesplorati, da un lato effettuando un’operazione di sintesi stupefacente e nel contempo spostando in avanti il limite di ciò che abitualmente passa attraverso radio, MTV e affini, proponendo quindi in ambiti commerciali una musica flirtante con forme di avant rock e elettronica radicale. Messo come è ormai consuetudine anzitempo in Internet (in una versione però non definitiva e, alcuni sostengono, con il beneplacido della band stessa), Hail To The Thief (splendido titolo che riprende lo slogan tormentone degli avversari di Bush in campagna elettorale) è quindi il nuovo capitolo di una storia avvincente e creativa che, diciamolo subito, non delude. Prodotto da Nigel Godrich, meno estremo e maggiormente comunicativo rispetto ai diretti predecessori, è un disco che comunque non rinuncia alla sperimentazione e al rimescolare elementi diversi all’interno delle sue canzoni, cercando un suono che sia al tempo stesso più diretto ma non scontato, valido supporto alle liriche stilizzate e impressioniste del leader. Apre il disco 2 + 2 = 5, elaborato brano dall’intro pacato che nel seguito scoppia in una sfaccettata deflagrazione elettrica. Sit Down. Stand Up. è un ipnotico delirio in crescendo che ha il suo apice nel finale, dove batteria e ritmo elettronico si fondono in un tutt’uno. E’ seguita dalla ballata notturna Sail To The Moon e dalle espansività in salsa digitale della splendida Backdrifts. Per contro Go To Sleep ha il piglio del folk-rock psichedelico ed è sorretta dalla chitarra acustica; viene bissata dall’epica rock di Where I End And You Begin che invece precede l’antro oscuro in cui vive la pianistica, plumbea mestizia di We Suck Young Blood. The Gloaming è uno dei momenti più sperimentali dell’album, vista la parentela col glitch e con il rumorismo elettronico, appropriato scenario per la melodia paranoica di Yorke. There There, il singolo, messa subito dopo, col suo forte impatto elettrico e con dei toni maggiormente distesi, finisce con l’essere quasi catartica. I Will, altro lento emotivamente intenso, si gioca le sue carte su un raddoppio vocale, A Punchup At A Wedding è un alieno R’& B’, Myxomatosis un bad trip elettro-futurista, Scatterbrain una dolce ballata malinconica. Chiude l’album A Wolf At The Door, un’evanescente talking-blues dall’andamento cadenzato. Disco come sempre non facile e bisognoso di diversi ascolti, Hail To The Thief è album completamente calato nella contemporaneità, sia a livello sonoro, col suo alternare organico e digitale, che a livello lirico, immerso com’è in quest’epoca di guerre e sbando senza direzioni. I Radiohead si confermano cantori dei nostri tempi confusi e lo fanno con un album la cui reale portata ci verrà data solo dal passare del tempo.

Lino Brunetti

DIECI ANNI DOPO: M. WARD “Transfiguration Of Vincent”

Giugno 2003, usciva “Transfiguration Of Vincent”, ancora oggi uno dei dischi più belli tra quelli realizzati dal cantautore americano M. Ward. Ecco cosa scrivevamo al riguardo.
M. WARD

Transfiguration Of Vincent

Matador / Self

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Sembrerebbe una leggenda ma pare che le cose siano andate proprio così; è il 1999 a Seattle, durante un concerto dei Giant Sand. Un tizio avvicina Howe Gelb e gli allunga il proprio demo per farglielo ascoltare. Gelb non solo lo ascolta, ma rimane così colpito da quello che sente da far esordire quel ragazzo sulla Ow Om, la sua personale etichetta discografica. Il disco si intitola Duet For Guitars #2 e il nome di quel tizio M. Ward (per i più curiosi M. sta per Matt, ma lui preferisce così). Basterebbe questa storiella per far rizzare le orecchie, ma prima di parlare di musica completiamo le note biografiche. Prima di questo incontro con il leader dei Giant Sand, Ward aveva fatto parte di un trio californiano chiamato Rodriguez, il quale, in sei anni di attività, era riuscito a pubblicare un solo album, Swing Like A Metronome, registrato da Jason Lytle dei Grandaddy (altro nome che a Gelb deve più di qualcosa). Il suo secondo disco solista, End Of Amnesia, esce nel 2001 per un numero infinito di etichette diverse (da noi apparve grazie alla Glitterhouse) e il nome di M. Ward inizia ad essere conosciuto ed apprezzato, tanto che lo si ritrova in tour con gente del calibro di Cat Power, Lambchop, Bright Eyes etc. Ed ora è il turno di questo Transfiguration Of Vincent che, statene certi, lo lancerà definitivamente. Con bene in mente numi titolari importanti quali Tom Waits e il John Fahey meno ostico – senz’altro due delle sue più importanti influenze – la musica di Ward viaggia sui binari di un cantautorato roots dagli accenti lo-fi e dall’indole, comunque, modernista. Per intenderci, suoi probabili compagni di viaggio sono proprio quei gruppi che pur rifacendosi al suono delle radici musicali americane – folk, blues, country – le rivedono secondo un’ottica rock moderna e personale; parlo di gruppi quali Giant Sand (of course), Sparklehorse, Grandaddy e cantautori come Joseph Arthur o Elliott Smith, giusto per fare qualche esempio. Registrato con Mike Coykendall degli Old Joe Clarks e con ospiti quali Gelb e Adam Selzer dei Norfolk + Western, Transfiguration Of Vincent pare l’album in cui Matt, pur non rinunciando all’attitudine lo-fi, è riuscito a sintetizzare e centrifugare al meglio le proprie idee ed influenze musicali in una collezione di canzoni realmente eccezionali. Il disco si apre con Transfiguration #1, bucolico quadretto agreste speziato da suoni ambientali e da un piano honky-tonk. La successiva Vincent O’Brien associa ad un testo tra il disperato e l’ironico (He only laughs when he’s sad and he’s sad all the time/So he laughs the whole night through) una musica che a me – sarò pazzo? – ha fatto pensare ai Giant Sand che coverizzano i Pixies. Bellissima la notturna Sad Sad Song, così come la dolcezza malinconica di Undertaker, cantata in falsetto. Duet For Guitars #3 è uno strumentale bluegrass, Outta My Head un country-rock westcoastiano di quelli che anche i Grandaddy sanno, Involontary un’accorata folk-song dagli umori country. Helicopter, uno dei pezzi più belli dell’album, è una border song dal ritmo cadenzato, com un turbinio di corde arpeggiate e percosse, su cui si distende l’angelica melodia vocale del Nostro. Viene bissata da una Poor Boy, Minor Key che pare uscita dal songbook di Tom Waits, dalla frizzante armonia sixties di Fools Says, dalle sgangheratezze di Get To The Table On Time, dal feeling soul di A Voice At The End Of The Line, dall’old time lo-fi di Dead Man. Ma la vera sorpresa arriva alla fine; provate ad ascoltare la rilettura di Let’s Dance, vecchio successo di uno dei peggiori David Bowie che si ricordino. Il ritmo danzereccio scompare, la musica viene prosciugata fino a che non rimane solo un arpeggio di chitarra ed un’armonica e la voce canta dolente e triste come solo il miglior Ben Harper. Eccezionale! Chiude, ed è la quadratura del cerchio, Transfiguration #2, strumentale per piano e contrabasso. Altamente consigliato!

 Lino Brunetti

DIECI ANNI DOPO: JANET BEAN AND THE CONCERTINA WIRE “Dragging Wonder Lake” + LAURA VEIRS “Troubled By The Fire”

Torniamo all’appuntamento mensile con le recensioni scritte dieci anni fa: maggio 2003, i dischi di due cantautrici, Janet Bean e Laura Veirs.

JANET BEAN AND THE CONCERTINA WIRE

Dragging Wonder Lake

Thrill Jockey

LAURA VEIRS

Troubled By The Fire

Bella Union

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Non è certo una novità la nascita di una nuova cantautrice dal passato indie-rock o punk. Da Tara Jane O’Neal a Nina Nastasia, fino a a Chan Marshall, gli scaffali dei negozi di dischi sono pieni degli album di queste rockers convertitesi al cantautorato più o meno tradizionale. Prendiamo Janet Bean ad esempio. Conosciuta inizialmente come batterista degli Eleventh Dream Day, nota indie band americana, poi passata a far parte delle maggiormente country-oriented Freakwater, di cui era una delle due cantanti, arriva ora all’esordio solista, con questo album che segna un ulteriore scarto nella sua carriera. Accompagnata dai Concertina Wire, che allineano tra le proprie fila alcuni dei nomi più conosciuti e stimati della Chicago avant e post – ad esempio Fred Lonberg-Holm al violoncello e Douglas McCombs alla chitarra – e assoldato come produttore il Tortoise John McEntire, Janet assembla qui un album che è un concentrato di rock, soul, country e jazz, che sa molto di west-coast anni settanta. Album soffice e dal suono pieno, a tratti un po’ stucchevole (ad esempio nel country-soul All Fools Day e soprattutto in un pezzo come Paper Thin), altre volte fin troppo perfettino, ma capace comunque di piazzare qualche asso vincente. Toccante la cover di Randy Newman The God Song (That’s Why I Love Mankind), con le note del piano che si insinuano nella rete metallica della chitarra elettrica, così come la Soldier di Neil Young dalle tinte jazzate. La melodia struggente tratteggiata dal violoncello in One Shot è il giusto contraltare all’accorata interpretazione vocale della Bean, e il pezzo è uno di quelli che si ricordano, così come notevole è anche la cadenzata e bluesata Cutters,Dealers,Cheaters. Sia pur con le riserve espresse ed una lunghezza forse eccessiva, un disco più che piacevole. Anche Laura Veirs ha un passato da punk-girl, in oscure bands minori. Il suo presente è invece fatto di una musica che si pone in territorio Americana, un suono che ne lambisce perfettamente i territori, ponendosi in un crocevia da cui passano folk, country-rock e qualche reminiscenza indie. Con la produzione di Tucker Martin e con uno stuolo impressionante di collaboratori, generalmente apprezzati in ambito jazz e avanguardistico, tra cui ricordiamo il grande Bill Frisell, Eyvind Kang alla viola e la sassofonista Amy Denio, Laura, dopo qualche produzione di scarsa circolazione, arriva ora a pubblicare un nuovo album per la Bella Union di Simon Raymonde e Robin Guthrie. Nonostante la presenza di questi ospiti importanti, è la sua scrittura ed il suo modo di cantare a colpire. Con un suono molto più limpido e misurato rispetto al disco di Janet Bean, atto a valorizzare il puro songwriting, Troubled By The Fire colpisce anche per una maggiore eterogeneità di atmosfere. Si passa infatti da dolci quadretti folk (Bedroom Eyes) a canzoni dal sapore quasi gotico (la bellissima Songs My Friends Taught Me), da intense polaroid indie-psichedeliche (l’anti militarista Cannon Fodder) a country-folk guthrieani (The Ballad Of John Vogelin). Tom Skookum Road è un moderno bluegrass strumentale, nel quale si sfidano a duello banjo e violino, così come A Shining Lamp è un bozzetto impressionista per sola viola e violino. Ohio Clouds è un’altra bella folk song, dove inconfondibile è il fraseggio di Frisell all’elettrica, così come è stupenda la livida e moderna Devil’s Hootenanny, guidata da uno splendido hammond, dal banjo e dagli splendidi fiati di sapore Dixieland suonati da Amy Denio e Steve Moore. Se avevate in mente, per questo mese, di comprare un solo album di una cantautrice, ebbene lo avete trovato. E di Laura Veirs risentiremo parlare di certo.

Lino Brunetti

DIECI ANNI DOPO: STEVE VON TILL “If I Should Fall To The Field”

Dal Buscadero 245, aprile 2003

STEVE VON TILL

If I Should Fall To The Field

Neurot Recordings/Goodfellas

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Conosciuto ai più come il cantante e il chitarrista dei Neurosis, band orbitante nell’area del rock più estremo, Steve Von Till sorprese i suoi fans, già quando pubblicò il suo primo album solista As The Crow Flies. Abbandonate le atmosfere sature ed oltranziste della band madre, si proponeva lì, invece, come novello cantautore dalle tinte oscure, ma che trovava nel folk e nel blues, o comunque nella musica delle radici, il cuore pulsante della sua musica più personale. If I Should Fall To The Field si riallaccia al discorso iniziato con l’esordio e, alzando ulteriormente il tiro, pone Von Till come una delle voci più autorevoli nell’odierno panorama cantautorale. E’ profondo il senso di appartenenza e il legame tra l’autore e la memoria della musica americana che si percepiscono tra questi solchi. Il suono è generalmente scarno, spettrale, che poco o nulla concede in termini di ammiccamento all’ascoltatore. Gli arrangiamenti sono sempre misurati e puntano a raggiungere il massimo del risultato col minimo dei mezzi, e permettono alla voce roca e profonda di ergersi sul tutto e riempire i vuoti. Prendiamo ad esempio Am I Born To Die, un traditional che Von Till fa rivivere solo tramite il fiddle di Doug Adams e su cui canta con straordinaria intensità. Breathe è fatta di un filo d’organo e da una chitarra acustica, ed è subito un entrare nel mondo oscuro di un blues catacombale. To The Field si concede un urlo trattenuto, in uno dei rari momenti elettrici dell’album, mentre My Work Is Done è un blues fuori dal tempo, cadenzato dal suono del banjo. Hallowed Ground, uno dei capolavori del disco, ha una tensione interna straziante, tanto più che non arriva mai a scioglierla in una qualche fuga strumentale catartica, attesa per tutto il brano, ma la mantiene intatta lungo la durata dell’intera canzone. This River è colonna sonora perfetta per una storia alla Spoon River, con un evocativo intreccio di banjo e chitarra elettrica. Running Dry, ottima rilettura, è quella di Neil Young (stava su Everybody Knows This Is Nowhere). The Wild Hunt è folk dalle tinte gotiche, inesorabile e plumbeo, tale da far sembrare i 16 Horsepower delle spensierate educande. Anche Dawn viaggia attraverso questi lidi desolati, prima dell’addio lasciato a The Harpy, dove il nonno di Von Till, registrato dal figlio, recita una poesia sopra un drone di chitarra lasciato sullo sfondo a pennellare le ultime note di malinconia (quando si dice di generazione in generazione!). Un disco veramente molto bello If I Should Fall To The Field, che piacerà di sicuro a tutti quelli che hanno amato il Lanegan solista o l’ultimo album di Papa M. Di questi Von Till rappresenta la versione più dark, ma vi assicuro che se riuscirete a penetrare questo disco, vi catturerà e non vi lascerà più andare.

Lino Brunetti

DIECI ANNI DOPO: STEPHEN MALKMUS & THE JICKS “Pig Lib”

Seconda puntata della nostra riedizione di recensioni pubblicate sul Buscadero a dieci anni di distanza dall’uscita dei dischi in questione. Buscadero 244, marzo 2003, ecco cosa scrivevo del nuovo (allora) disco dell’ex leader dei Pavement.

STEPHEN MALKMUS & THE JICKS

Pig Lib

Domino Recordings

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Per iniziare a parlarvi del nuovo album di Stephen Malkmus e dei suoi Jicks non posso prescindere dal citare i Pavement, gruppo di cui Steve fu prima voce, prima chitarra e principale compositore e quindi in ultima istanza “volto”. Troppo, troppo importanti i Pavement perché la loro ombra non si allunghi ancora sul Nostro e in qualche modo non condizioni chiunque si approcci ai suoi dischi solisti. Alfieri di quella che nei primi novanta venne definita “slacker generation” (ci penserà poi Beck a fornirgli l’inno definitivo con Loser ) e autori di cinque splendidi album (più una raccolta di EP), di cui almeno il primo tranquillamente inseribile tra gli album capitali dei novanta, sono tornati d’attualità proprio in questi giorni per via della pubblicazione del  doppio DVD Slow Century (contenente un documentario, spezzoni live ed altro) e per l’album tributo approntato dalla nostrana Homesleep, intitolato Everything is Ending Here, che vanta la partecipazione, oltreché di alcuni dei migliori gruppi nostrani come Julie’s Haircut, Perturbazione o Yuppie Flu, anche di titolati artisti stranieri  del calibro di Fuck, Bardo Pond, Tindersticks etc. E naturalmente per via dell’uscita di questo Pig Lib, secondo parto discografico, dopo l’omonimo esordio di due anni fa , che a sua volta usciva a ridosso dello scioglimento della band e di cui in realtà non rappresentava una rottura col passato ma una sorta di prosecuzione. All’epoca si parlò di Pavement con un’altra sezione ritmica. In sostanza, chi si aspettava qualcosa di radicalmente nuovo, rimase inevitabilmente deluso, mentre tutti gli altri non poterono far altro che godere ancora di un pugno di canzoni col marchio di fabbrica  doc del nostro. E diciamolo subito, anche il nuovo album si pone lungo il tracciato di un percorso già battuto e si colloca come naturale seguito di un tragitto discografico che non prevede sbandamenti. Ho ascoltato questo disco molte volte e con gran attenzione, e i miei sentimenti nei suoi confronti sono a poco a poco cambiati. Allo scetticismo iniziale, dovuto principalmente alla sensazione che ormai la maniera si fosse impadronita della scrittura di Malkmus, è subentrata la sensazione di trovarsi di fronte ad un autore definibile ormai come classico. E non solo perché le canzoni, fin dai tempi dei Pavement, hanno, disco dopo disco, perso quella folle obliquità che le contraddistinguevano agli inizi, in virtù di una maggiore aderenza alla tradizione americana ma, soprattutto, perché, nel fare questo, Malkmus ha cristallizzato la propria scrittura senza perdere la propria personalità e le proprie peculiarità, divenendo anzi pietra di paragone per un sacco di bands a lui ispirate, come una sorta di, chessò, Lou Reed delle ultime generazioni. E tutto ciò continuando nello stesso tempo a mantenere un low-profile e a creare musica all’apparenza svagata quando non buttata lì, evitando così di essere (troppo) “istituzionalizzato”. Ed anche in questo disco quindi, si susseguono pezzi pigri e rilassati (Ramp of Death,Vanessa from Queens), venati da una vaga isteria (Water and a Seat), dall’anima pop ((Do Not Feed The)Oyster). Ci sono brani che ti ritrovi a canticchiare in una giornata di sole come Craw Song ed altri dall’anima più oscura come Dark Wave, che anche musicalmente dà quello che il titolo promette. Joanna Bolme al basso e John Moen alla batteria, assecondano il Nostro in maniera egregia (e si guadagnano pure l’intestazione del disco a fianco del nome di Steve) ma è la sua chitarra, forse mai così presente, a segnare la maggior parte dei pezzi con arpeggi e assolo, che in 1% of One esplodono a getto continuo, andando a formare un caleidoscopio di suoni per quello che è uno dei pezzi centrali del disco e per lo stato della musica di Stephen Malkmus, anno 2003. Le canzoni crescono con gli ascolti, anzi mi verrebbe da dire che sbocciano; quello che fino ad un attimo prima ti sembrava non convincente ad un tratto si apre in un improvviso splendore. Certo, anche stavolta nessuna rivoluzione, ma probabilmente non è da queste parti che vanno cercate. Qui ci sono solo belle canzoni. Se vi pare poco…

Lino Brunetti