MELAMPUS “Hexagon Garden”

MELAMPUS

Hexagon Garden

Riff Records-Sangue Disken-Old Bicycle

melampus-Hexagon-Garden-e1419241936752

Duo formato da Francesca Pizzo (voce, chitarra, tastiere) e Angelo Casarubbia (loop e batteria), i MELAMPUS pubblicano in questi giorni il loro terzo album in poco più di due anni di vita. Hexagon Garden ripropone le loro canzoni new wave di gusto gotico, portando un po’ più in avanti la loro ricerca sul suono, qui in parte ottenuto partendo da field recordings captati nelle più varie situazioni, poi riprocessati elettronicamente ed utilizzati come loop ritmici o fondali su cui stendere la chitarra e la bella voce di Francesca. Ne viene fuori un electro-rock mediamente lento ed oscuro, reso più pop unicamente dalle melodie. Il mood dark di May Your Movement si stempera grazie ad una maggiore ariosità del ritornello; Poor Devil, tra chitarre, suoni saturi e qualche rimando alla White Rabbit dei Jefferson Airplane, si tinge d’umori blues; Simple Man e Question #3 fanno aleggiare lo spettro di PJ Harvey; la pulsante e drammatica Sun, col santur di Luigi Russo, in qualche modo ha qualcosa dei primi Dead Can Dance. Belli gli esperimenti casalinghi d’interazione tra suoni e voci di Worthy e Pale Blue Gemstone, mentre Second Soul e Night Laugh mettono le loro melodie al servizio di suoni plumbei ed elettronici. A tratti un filo monocorde, ad Hexagon Garden avrebbe giovato una maggiore varietà compositiva; rimane comunque un ascolto intrigante, senz’altro consigliato ai fan del genere.

Lino Brunetti

NINE INCH NAILS “LIVE – Milano, Forum, 28 agosto 2013”

NINE INCH NAILS

Forum Assago

Milano

28 agosto 2013

Nine_Inch_Nails,_live_at_Mediolanum_Forum,_Milan_28-08-2013

La delusione di Hesitation Marks sarebbe arrivata da li a pochi giorni, ma in sostanza a date posticipate, cioè il concerto dopo l’uscita dell’album, nulla sarebbe cambiato per quanto riguarda lo show dei NIN e a nessuno sarebbe fregato comunque dell’ultimo album. A prescindere da quanto sia bello (o brutto) l’ultimo disco a vedere i NIN ci si va e basta. Dal vivo per loro le cose sono sempre state diverse, sin dalle prime esplosive esperienze live a supporto di Pretty Hate Machine. Infatti il concerto, al solito, è una bomba sonora e visiva che pochi altri gruppi si possono permettere. In un Forum ancora distratto e con le luci accese Trent si presenta in solitario sul palco e comincia a snocciolare le prime frasi di Copy Of A. Progressivamente si aggiungono gli altri musicisti, tutti in fila davanti e quando al secondo ritornello si spengono le luci della sala ed esplodono quelle sul palco lo spettacolo, in un boato, ha inizio. Sanctified e Come Back Hounted proseguono questo inizio particolare che si conclude con la deflagrazione di 1,000,000 e March Of The Pigs. Sembra impossibile ma il suono del Forum è decente, la musica esce bene dagli amplificatori e la band suona compatta, anche se la furia selvaggia degli scorsi tour è solo un ricordo. I Nine Inch Nails sono attenti e non si lasciano andare troppo, Trent si fa un giro tra le prime file e la scaletta ora va a pescare nel passato (recente e remoto) registrando una fase centrale del concerto ad alto tasso energetico. Le coreografie sono come sempre di livello superiore (e non avete ancora visto quello che è l’impressionante impianto luci del Tension Tour appena cominciato negli USA) coinvolgendo lo spettatore in un caleidoscopio di colori e raggi laser da far girare la testa. Reznor manda al diavolo i festival che si è dovuto sorbire e aggiunge qualcosa in scaletta. La sequenza Closer, Gave Up, Help Me I’m In hell, Me I’m Not è strepitosa mentre in un crescendo costante si arriva alla devastazione di Wish, alla potenza di Survivalism, al grido lacerante di Only per concludersi con la consuesta festa che Head Like A Hole scatena in platea. Chiusura con la classica Hurt e tutti contenti la si canta in compagnia (anche se la canzone è di una tristezza inenarrabile). Proprio qui faccio il mio personalissimo appunto (e ciascuno avrà il suo): avrei preferito Hurt spostata in un’altra posizione perché come ultima canzone desidererei qualcosa di decisamente più violento per spendere le ultime energie e quindi (secondo appunto visto che non le hanno fatte!) ci metterei Reptile, Mr. Self Destruct, Somewhat Damaged o la fine ideale cioè We’re In This Together. Per il resto negli occhi rimarrà un concerto dal grande impatto visivo e un Trent Reznor che non ha perso un grammo del suo carismatico vigore, mettendo in bella mostra bicipiti da culturista e pose da consumato showman. E’ un lavoro sporco ma qualcuno deve pur farlo, lui al suo pubblico si concede sempre con generosità e le quasi due ore portate a termine sono trascorse in un attimo.

Daniele Ghiro

NINE INCH NAILS “Hesitation Marks”

NINE INCH NAILS

Hesitation Marks

Null Corporation/Columbia

nine_inch_nails_nerospinto_coverdeluxe

A volte, per capire come vanno le cose, si potrebbe partire da quei particolari marginali, che nessuno nota se non dopo un po’ di tempo, o da quelle canzoni che non sono tra i singoli e magari poste in chiusura dell’album. Ecco, partiamo da questi presupposti e scorriamo le note che accompagnano il booklet allegato ad Hesitation Marks, tra le quali è evidente che Trent Reznor praticamente ha fatto un altro album solista, componendo e suonando (anche da solo) buona parte delle canzoni. Questa non è una novità perché la frase “I NIN sono Trent Reznor” è in bella vista sui suoi dischi sin dall’inizio della sua avventura, ma io speravo in qualcosa di diverso. Speravo in un ritorno della “band”, speravo in un netto taglio con le seppur belle colonne sonore che lo hanno portato all’oscar, e un taglio anche con le melodie avvolgenti del suo progetto con la moglie a nome How To Destroy Angels. Questo non solo non è avvenuto, ma sembra che certe sonorità si siano ormai cementificate nel suo processo compositivo. Prendiamo ad esempio, a proposito di marginalità, la penultima canzone del disco, While I’m Still Here, che avrebbe potuto essere un ottimo spunto, visto che è praticamente la riproposizione di Weary Blues From Waiting di Hank Williams, mi sarei aspettato una bomba blues trattata in chiave moderna ed invece si dimostra un fiacco trascinarsi di beat elettronici con una buona dose di noia di sottofondo. Noia che purtroppo prende troppo spesso il sopravvento durante l’ascolto, pur essendo questo un disco, diciamolo chiaramente, formalmente perfetto e non poteva essere altrimenti al cospetto di un genio della musica, o meglio, del trattamento dei suoni. Eppure l’album esplode con la potenza elettronica di Copy Of A, una trascinante canzone che se ascoltata ad alto volume spacca le finestre della tua stanza, isolazionismo sonico da paura. Come Back Haunted riporta Trent direttamente dalle parti di Pretty Hate Machine con la potenza che gli riconosciamo da sempre, anche se le chitarre, come del resto in quasi tutto l’album, rimangono semi nascoste. A proposito di chitarra, il maestro Adrian Belew consegna le sue trame eteree a Find My Way che è un buon pezzo e che sarebbe stato benissimo incastonato tra i capolavori dell’era The Fragile. Anche All Time Low vede Belew alla chitarra e il suo marchio è decisamente evidente, riuscendo a dare carisma ad un brano che fa la sua figura. A questo punto, al posto di spiccare il volo, o quantomeno proseguire su queste coordinate, Hesitation Marks si tuffa in una involuzione di contenuti che non mi aspettavo. Disappointed è noiosa e trascinata a dismisura, Everything è in assoluto il brano più brutto scritto dai NIN, un’accozzaglia senza capo ne coda dove Enola Gay si scontra con chitarre inutili. Satellite e Various Methods Of Escape sopravvivono entrambe allo stesso ritmo per troppo minutaggio. Running cerca di dare un po’ di movimento ma ci riesce poco. I Would For You invece riesce perlomeno a sfoggiare un buon ritornello ed una costruzione interessante, cosa che fa anche In Two, recuperando atmosfere cupe e cibernetiche, con un buon ritmo ed una buona melodia. Troppo poco a mio avviso per salvare il disco, anche se ho sentito pareri discordi e le rimostranze maggiori da parte dei sostenitori di questo album mi pare che si possano riassumere in una domanda, che qualcuno mi ha fatto: “Ma perché per essere un buon disco i Nine Inch Nails devono per forza fare casino? Questo è un buon album elettronico”. Il punto è che la loro peculiarità è sempre stata questa, elettronica e chitarre si sono sempre integrate alla perfezione e qui questo non è avvenuto, non dico che io voglia sempre ascoltare una versione aggiornata di Broken ma nemmeno addormentarsi a metà perdendo il filo delle canzoni. Tanto più che in molte parti di The Fragile, tanto per fare un esempio, le chitarre scomparivano quasi completamente ma l’atmosfera e il coinvolgimento che quelle canzoni riuscivano a dare erano proprio di un altro spessore. Mi si può dire che il tempo passa e gli interpreti invecchiano, cambiando doverosamente registro, e ci stà anche questo, ma quello che cantava Trent vent’anni fa in Heresy io l’ho preso per buono allora e mi resta dentro tale e quale nonostante gli anni trascorsi (Your God is dead, And no one’s care, If there is a hell, I will see you there) la tremenda forza erotica di Reptile io la sento ancora oggi (Oh my beautiful liar, oh my precious whore, my disease my infection, I’m so impure) e di quella sinistra e opprimente atmosfera che pervadeva quelle canzoni qui non ne rimane traccia alcuna. A voler insistentemente continuare a scarnificare i suoni si arriva ad avere solo l’osso, che per forza di cose è meno succulento di una sostanziosa coscia. Ammetto le mie debolezze nei loro confronti e riuscirò ad ascoltarlo ancora trovando conforto in quei cinque o sei pezzi che mi stuzzicano, da vero estimatore del gruppo sin dai tempi dei loro primi singoli però non posso far altro che riporre Hesitation Marks tra i punti più bassi della loro discografia, non tanto perché sia un disco inascoltabile (già detto che è confezionato in maniera sublime) ma quanto perché di Nine Inch Nails, qua dentro, c’è veramente poco.

Daniele Ghiro

REV REV REV “Rev Rev Rev”

REV REV REV

Rev Rev Rev

Autoproduzione

revrevrev

Sono italiani, di Modena, ma fortunatamente non si sente. Questi ragazzi hanno nel cuore e nell’anima lo shoegaze più duro e crudo, quello che ti bombarda le orecchie senza lasciarti respirare. Perché appena partono i liquidi rintocchi e le dilatate voci di PS_Cube ci si immerge in melodie fantasma che ipnotizzano e che non ti preparano all’abrasivo intervento della chitarra distorta che scompagina le carte. Con Honey Sticky Fingers si cambia registro e le atmosfere si fanno decisamente più cupe e claustrofobiche che finiscono in un delirio di riverberi, fuzz e distorsione. Gran pezzo davvero. Se la deriva è chiaramente quella di Jesus And Mary Chain, My Blody Valentine e la vecchia scuola new wave più sporca, il quartetto modenese sguazza a suo piacimento in questo marasma sonoro incontrando però anche le traiettorie più moderne calcate da gruppi quali A Place To Bury Strangers: Catching A Buzz e Wave Speech lo stanno a dimostrare chiaramente. Per i loro standard di decibel Moonlight Soundscape è quasi soft e Rip The Veil si può considerare una ballata, che però è completamente andata a male, malata, infarcita di chitarre acidissime che destabilizzano la, relativa, quiete. Palma come miglior pezzo dell’album a Blue And Red un elettro/rock che a un certo punto viene letteralmente spazzato via da un riff punk spurio che deflagra nelle orecchie. Un disco sorprendente, ed è bello che ancora ci si riesca a sorprendere ascoltando un disco di una band italiana, che per me era sconosciuta. Ora non più e se amate il genere dovreste perlomeno dare un ascolto anche voi, troverete pane per i vostri denti.

Daniele Ghiro

MARIA FORTE “CARNE”

MARIA FORTE

Carne

Autoproduzione

COVER_MARIA_FORTE

Maria Forte è un solitario che si getta nel torbido mondo dello stupro e della soppraffazione, primo capitolo di una trilogia che dovrebbe andare a scavare nel lato più buio della deviazione sessuale. Tutto questo si riflette anche nella musica, tesa, nervosa e con gli spigoli che raramente vengono smussati. Quando questo succede (Bisogno di Te) ne viene fuori un impasto dal gustoso sapore pop, senza eccedere in sentimentalismi (anzi, tutt’altro) e di forte impatto musicale. Se da una parte il rock vira verso sensazioni dark industriali molto intriganti (Il Gatto di Schrodinger) in altre l’impatto diventa quasi gotico (Jargar), sensazioni che finiscono per confluire in un mood generale di scontro fisico intenso (Maciste contro Maciste), con le chitarre in evidenza e liriche veramente interessanti. Un disco che si scolla decisamente dalla classica produzione italiana, seguendo la via più interessante, inevitabilmente la più difficile e immagino al solito anche povera di riscontri pratici, ma chiaramente la più soddisfacente sotto il profilo dell’indipendenza e della soddisfazione personale.

Daniele Ghiro

ANTEPRIMA STREAMING!

https://soundcloud.com/roberto-maria-forte/sets/carne/s-PXvLc

DIECI ANNI DOPO: RADIOHEAD “Hail To The Thief”

Mentre Thom Yorke è in questi giorni in giro con gli Atoms For Peace, ecco cosa scrivevamo, dieci anni fa, dell’allora nuovo album dei Radiohead.

RADIOHEAD

Hail To The Thief

Emi

hailtothe_theif

Chi si aspettava – magari al seguito delle parole di Jonny Greenwood, chitarrista della band che, interrogato circa la direzione presa dal nuovo album, aveva parlato di canzoni da tre minuti con una più forte presenza delle chitarre – che i Radiohead con Hail To The Thief effettuassero un passo indietro, magari tornando alle origini, forse rimarrà deluso. Il fatto è che Thom Yorke e compagni sono una band la cui portata artistica, la cui serietà d’intenti e il cui encomiabile percorso musicale, sono tali da rendere un’opzione di questo genere semplicemente impensabile. Del resto, dopo aver dato alle stampe con The Bends uno dei capolavori del britpop, che senso avrebbe avuto continuare a muoversi per quei lidi? Il viaggio intrapreso dapprima con OK Computer, poi attraverso due dischi realmente epocali come Kid A e Amnesiac, è approdato in territori, quantomeno in ambito “mainstream”, realmente inesplorati, da un lato effettuando un’operazione di sintesi stupefacente e nel contempo spostando in avanti il limite di ciò che abitualmente passa attraverso radio, MTV e affini, proponendo quindi in ambiti commerciali una musica flirtante con forme di avant rock e elettronica radicale. Messo come è ormai consuetudine anzitempo in Internet (in una versione però non definitiva e, alcuni sostengono, con il beneplacido della band stessa), Hail To The Thief (splendido titolo che riprende lo slogan tormentone degli avversari di Bush in campagna elettorale) è quindi il nuovo capitolo di una storia avvincente e creativa che, diciamolo subito, non delude. Prodotto da Nigel Godrich, meno estremo e maggiormente comunicativo rispetto ai diretti predecessori, è un disco che comunque non rinuncia alla sperimentazione e al rimescolare elementi diversi all’interno delle sue canzoni, cercando un suono che sia al tempo stesso più diretto ma non scontato, valido supporto alle liriche stilizzate e impressioniste del leader. Apre il disco 2 + 2 = 5, elaborato brano dall’intro pacato che nel seguito scoppia in una sfaccettata deflagrazione elettrica. Sit Down. Stand Up. è un ipnotico delirio in crescendo che ha il suo apice nel finale, dove batteria e ritmo elettronico si fondono in un tutt’uno. E’ seguita dalla ballata notturna Sail To The Moon e dalle espansività in salsa digitale della splendida Backdrifts. Per contro Go To Sleep ha il piglio del folk-rock psichedelico ed è sorretta dalla chitarra acustica; viene bissata dall’epica rock di Where I End And You Begin che invece precede l’antro oscuro in cui vive la pianistica, plumbea mestizia di We Suck Young Blood. The Gloaming è uno dei momenti più sperimentali dell’album, vista la parentela col glitch e con il rumorismo elettronico, appropriato scenario per la melodia paranoica di Yorke. There There, il singolo, messa subito dopo, col suo forte impatto elettrico e con dei toni maggiormente distesi, finisce con l’essere quasi catartica. I Will, altro lento emotivamente intenso, si gioca le sue carte su un raddoppio vocale, A Punchup At A Wedding è un alieno R’& B’, Myxomatosis un bad trip elettro-futurista, Scatterbrain una dolce ballata malinconica. Chiude l’album A Wolf At The Door, un’evanescente talking-blues dall’andamento cadenzato. Disco come sempre non facile e bisognoso di diversi ascolti, Hail To The Thief è album completamente calato nella contemporaneità, sia a livello sonoro, col suo alternare organico e digitale, che a livello lirico, immerso com’è in quest’epoca di guerre e sbando senza direzioni. I Radiohead si confermano cantori dei nostri tempi confusi e lo fanno con un album la cui reale portata ci verrà data solo dal passare del tempo.

Lino Brunetti

THE CRAZY CRAZY WORLD OF MR. RUBIK ” Urna Elettorale”

THE CRAZY CRAZY WORLD OF MR. RUBIK

Urna Elettrorale

Locomotiv/Audioglobe

Copertina-Urna_Elettorale_Digipack-copia1

Trio insolito fin dal nome che si sono scelto, quello composto da Gabriele Ciampichetti (chitarra, basso, electronics, voci), Matteo Dicembrio (synth, campionamenti, voci) e Stefano Orzes (batteria, percussioni). Con Urna Elettorale – poteva esserci titolo più attuale di questo, sto mese? – THE CRAZY CRAZY WORLD OF MR. RUBIK pubblicano il loro secondo album, disco impregnato, nei temi, di questi assurdi tempi che viviamo, mentre musicalmente è ancora una volta orientato a mescolare rock, elettronica e percussivismi etno. Le si ritrovano subito, queste ultime, in Sebele, sorta di filastrocca wave che apre il disco, ma pure in Pabababè, altrimenti attraversata da liquide chitarre psichedeliche. La Nona Rivoluzione Silenziosa (Del Lighi Gighi Gi) scurisce i propri riff di chitarra, forse in linea con quanto racconta e pure Cambiamo Forma, brano wave ipnotico, guidato da una tastiera ovattata, ha un tono abbastanza dark. Per il resto, Fantasamba, di samba ha assai poco, in compenso espone un ossessivo fraseggio chitarristico, la lunga title-track ha un andamento tribalistico e la rilettura di Live In Punkow dei CCCP, in salsa etno-sintetica, anticipa la chiusa visionaria di E’ Tempo Di…. Assai piacevole nella gran parte dei suoi episodi, il disco non mantiene, però, tutto quanto promesso. Non so se è una faccenda di registrazione o di produzione, ma nell’insieme suona un po’ troppo piatto e freddo, come se la band avesse viaggiato con il freno a mano tirato. Quello che qui s’intuisce grande – e che probabilmente lo diventerà dal vivo – con un approccio più deciso avrebbe potuto esserlo ancora di più. Bravi comunque…

Lino Brunetti

DIECI ANNI DOPO: ONEIDA “Each One, Teach One”

Dieci anni esatti fa, sul Buscadero numero 243 del febbraio 2003, nasceva Backstreets ed iniziava la mia collaborazione con la storica rivista di musica italiana. Al di fuori della rubrica, veniva pubblicata, su quel primo numero che vedeva la mia firma, questa recensione di “Each One, Teach One” degli Oneida, che qui paro paro vi ripropongo. E’ il primo capitolo di un viaggio indietro nel tempo che mensilmente vi proporremo. Buona lettura!

ONEIDA

Each One Teach One 

Jagjaguwar

jag48.300rgb4x4

E’ sempre stata una prerogativa della stampa musicale quella di creare ad hoc qualche trend, di vedere scene laddove non ce n’è, di creare dal nulla etichette contenitore per facilitarsi la vita (ah, il famigerato post-rock!). Da quando gli Strokes hanno fatto il botto, i riflettori sono tornati a puntarsi su New York ed ora, pare che tutto ad un tratto in città sia un fiorire di gruppi, tutti raggruppati in un unico calderone, responsabili di una non meglio definita rinascita rockista. Che poi tra le varie bands i contatti, sia diretti che musicali, siano meno che inesistenti non conta; la scena di New York c’è ed è un bel toccasana per le nostre orecchie disabituate alle chitarre. Ironia a parte, negli ultimi mesi si è molto parlato, oltreché degli Strokes, dei vari Interpol, Moldy Peaches etc. (bands mediamente più che valide) quando il vero fermento, verrebbe quasi da dire la scena, a New York c’era veramente ed in una zona ben precisa della città, ossia Brooklyn. Accomunati dalla frequentazione dello stesso ambiente, underground all’ennesima potenza, i gruppi a cui mi riferisco sono responsabili di alcuni dei CD più interessanti usciti l’anno scorso. Un microcosmo di concerti effettuati fuori dai soliti canali ma, piuttosto, privilegiante garage, capannoni, parcheggi, luoghi abbandonati ed un approccio alla materia musicale trasversale, senza regole, con una freschezza sì inedita. Qualche nome ? I Liars ad esempio, il cui disco d’esordio ha riportato in auge una forma di post-punk ampiamente rivitalizzato o gli Yeah Yeah Yeahs (tralaltro visti dal vivo anche in Italia mesi fa in apertura al concerto di Jon Spencer) la cui wave garagista, per ora, si è concretizzata solo in un comunque interessante mini CD. Ampia premessa per arrivare a parlarvi degli Oneida, che di tutto questo presunto movimento sono dei veterani, visto che Each One Teach One è il loro quinto album. Pubblicato in origine come doppio mix in edizione limitata da una minuscola etichetta indipendente, l’album è stato ristampato dalla Jagjaguwar in doppio CD (al prezzo di uno), anche se la sua durata è inferiore all’ora. Mediamente la musica degli Oneida è descrivibile come una sorta di garage psichedelico, ma talmente mutante è la loro proposta che tentare di irreggimentarla in un genere è impresa da insani di mente. Il primo dei due CD contiene solo due pezzi, da un quarto d’ora circa l’uno, ed è senz’altro il più ostico; il secondo contiene invece sette brani maggiormente strutturati in una più “classica” forma canzone (è probabilmente per questo che si è preferito mantenere i due cd separati). Il disco si apre con Sheets of Easter, un ipnotico riff da stoner rock ripetuto per un quarto d’ora, con un tappeto di chitarre e organo acidi che vanno a formare un delirio sonoro, dove la componente retrò dello stoner si va’ a sfaldare lambendo i Velvet di Sister Ray. Antibiotics parte furiosa con le chitarre e le tastiere che si intrecciano a formare ghirigori epilettici, ma è nel finale che la nemesi ha il suo svolgersi; i ritmi scompaiono, gli strumenti si autodissolvono in una nuvola di white noise e dal nulla appaiono le voci come sopravvissuti di uno scenario post atomico. Il secondo CD è aperto dalla title-track, un pezzo d’assalto dove garage e new-wave sono un tutt’uno. In People of the North c’è spazio per un ritmo elettronico e per un riff d’organo che lotta con la dissonanza delle chitarre e l’insistere del synth. Synth che la fa da padrone in Number Nine, pezzo molto vicino alla moderna visione che gruppi come Trans Am o El Guapo hanno dato del rock elettronico dei primi anni ottanta. Di proprio gli Oneida ci aggiungono un massimalismo sonoro che non dà scampo. Discorso analogo si può fare per Sneak into the Woods, mentre Rugaru si regge sul tribalismo delle percussioni, sulle quali si distendono suoni slabbrati ed una melodia dal sapore malinconico, il cui contrasto dona al brano un senso di minaccia malato. Black Chamber, col suo sottile ritmo in levare, è perfetta per una discoteca del terzo millennio e No Label la segue a ruota virando in una forma di dub mutante. Gli Oneida, con Each One Teach One, sono riusciti nell’incredibile intento di centrifugare generi e suggestioni anche diversissimi tra loro, risultando personali e dando vita ad un’operazione di sintesi come di rado accade. Un disco non sempre di facile fruizione ma con cui, statene certi, si dovrà fare i conti in futuro parlando del rinnovarsi del rock’n’roll.

Lino Brunetti

BONOMO “Il Generale Inverno”

BONOMO

Il Generale Inverno

Tam Tam Studio Rec./Audioglobe

Bonomo-copertina-630x280

Giuseppe Bonomo, in arte solo Bonomo, nasce a Taranto 35 anni fa. La sua passione per la musica lo porta a percorrere in lungo ed in largo lo Stivale per anni, fino a che, nel 2002, non lascia la città pugliese per stabilirsi a Cesena, dove a lungo lavora come operaio. Polistrumentista, compositore ed arrangiatore – in questo album fa tutto lui, eccetto suonare la batteria, compito lasciato a Tommy Graziani e, in un pezzo, Luca Nobile – Giuseppe non dimentica però la musica, tanto che oggi, finalmente, arriva all’esordio con questo disco intitolato Il Generale Invernoprodotto con l’aiuto di Doktor Zoil Corrado “Ray” Magalotti. Ed è un album eclettico e brillante questo, dove, probabilmente, Bonomo ha inserito tutte le sue passioni ed idee musicali. In bilico tra pop e rock cantato in italiano, le dieci canzoni qui contenute guardano in diverse direzioni, tentando di unificare il tutto attraverso la personalità del suo autore. La cosa riesce parzialmente, nel senso che a volte si ha la sensazione che un po’ di coesione venga persa, però il risultato è comunque buono e l’ascolto, in definitiva, ci guadagna senz’altro in varietà d’atmosfere. L’attacco è potente, con i riff quasi zeppeliniani e rabbiosi di DNA, un pezzo che scandaglia le dinamiche di un rapporto di coppia. Più orientata al power pop chitarristico la seguente Troppe Cose, mentre la composita La Mia Rabbia mostra le prime infiltrazioni sintetiche, pienamente protagoniste tra le spire electro-pop, con qualcosa del Beck di Midnite Vultures, di Insonnia. Completamente acustica è invece La Visione, una ballata westcoastiana tinta di psichedelia. In pezzi come Otto Ore Al Giorno – vivida ma scanzonata canzone sull’esperienza da operaio – o Araba Fenice, l’interazione tra chitarre elettriche e tastiere fa venire in mente l’indie-rock dei Grandaddy, qui però servito in una salsa pop italiana, meno malinconica e più solare. Del resto, queste differenze risaltano anche in Una Scelta, pezzo duro ai confini con l’hard, ma con la voce e la melodia comunque in primo piano. Rimangono da citare giusto altri due brani, l’eterea e sognante I Pesci Non Lo Sanno, attraversata dal suono del mellotron, ed il romantico valzerino in 6/8, intitolato, appunto, L’ultimo Valzer. E’ un disco piacevole Il Generale Inverno, in dolce equilibrio tra leggerezza e profondità, probabilmente non imprescindibile ma, altrettanto sicuramente, onesto e riuscito.

Lino Brunetti

BEST OF THE YEAR 2012 – Lino Brunetti

Come è tipico di ogni fine anno, è giunto il momento dei bilanci. E dunque, come è stato questo 2012 in musica? Partiamo da una considerazione generale: ormai da tempo è impossibile identificare, non dico un album, ma anche solo uno stile, che possa essere rappresentativo dell’anno appena trascorso. Le tendenze musicali, che sono comunque propense a ripetersi ciclicamente, sono da tempo esplose in miriadi di rivoli che, lungi dal potersi (se non in sporadici casi) definire nuovi, hanno perso pure la loro capacità di caratterizzare un’epoca. Se un lascito ci rimarrà di questi anni di download selvaggio e strapotere della Rete, sarà quello di un azzeramento dell’asse temporale, non più verticale bensì orizzontale, dove passato, presente e futuro convivono allegramente assieme in una bolla dove non c’è più nessuna vera differenziazione. Lo si evince dall’enorme numero di ristampe, deluxe edition, cofanetti celebrativi, ma pure dalle musiche contenute nei dischi dei cosidetti artisti “nuovi”, talmente nuovi che a volte suonano esattamente come i loro omologhi di quarant’anni fa. In questo scenario, le cose migliori nel 2012 sono arrivate in larga parte proprio dai grandi vecchi o comunque da artisti sulle scene ormai da parecchio tempo. Bob Dylan è tornato con un disco stupendo, Tempest, celebrato (giustamente) ovunque. Non gli è stato da meno Neil Young che, assieme ai Crazy Horse, ha assestato due zampate delle sue, prima con le riletture di Americana, poi con le cavalcate elettriche di Psychedelic Pill. Dopo due ciofeche quali Magic Working On A DreamBruce Springsteen se ne è uscito finalmente con un disco vitale, intenso, potente sotto tutti i punti di vista. Magari imperfetto, di sicuro non un capolavoro, Wrecking Ball è comunque un album di grandissimo livello, che ha riposizionato il Boss ai livelli che gli competono. Rimanendo sui classici, bellissimo il nuovo Dr. John (Logged Down), splendido il Life Is People di Bill Fay, di gran classe il Leonard Cohen di Old Ideas (un disco che comunque io non ho amato pazzamente come altri hanno fatto), mentre solo discreto è stato il Banga di Patti Smith. Per la serie “e chi se l’aspettava?”, credeteci o no, è ottimo invece il nuovo ZZ TopLa Futura, band a cui la produzione di Rick Rubin ha fatto un gran bene. Ma non solo i “grandi vecchi” ci sono stati, anche se sempre tra i veterani  si è dovuto andare a cercare le cose migliori. Partiamo da quello che è senza dubbio il mio disco dell’anno, The Seer degli Swans, un triplo LP magnetico, ottundente, potentissimo e visionario. Poi, in ordine sparso, il sorprendente ritorno sulle scene dei Godspeed You! Black Emperor (‘Hallelujah! Don’t Bend! Ascend!), i Giant Sand sempre più Giant di Tucson, i loro fratelli Calexico con Algiers, i Dirty Three di Towards The Low Sun, gli Spiritualized di Sweet Heart Sweet Light, i Sigur Ros di Valtari, i Lambchop di Mr Mil Mark Stewart di The Politics Of Envy, i redivivi Spain di The Soul Of Spain, i Mission Of Burma di Unsound, gli Om  di Advaitic Songs, Dirty Projectors di Swing Lo Magellan. Deludente il ritorno dei PiL, decisamente buoni quelli di Jon Spencer Blues ExplosionLiars, EarthBeach House (sia pur meno efficace degli album precedenti), Six Organs Of AdmittanceAnimal CollectiveNeurosis, UnsaneThe Chrome CranksThee Oh SeesGuided By Voices (ben tre dischi!), Woven HandGrizzly BearPontiak (memorabile il loro Echo Ono, e non solo perché hanno avuto la bontà di mettere una mia foto sulla copertina della versione in vinile), la doppietta Clear Moon/Ocean Roar dei Mount Eerie, il Moon Duo di Circles, i Tu Fawning di A Monument, i Peaking Lights di Lucifer. Dagli artisti solisti non moltissimi dischi da ricordare a mio parere: di sicuro lo è quello di Hugo Race & Fatalists (We Never Had Control), tra le cose migliori dell’annata, anche superiore al Blues Funeral della Mark Lanegan Band (comunque bello), ma lo sono pure la doppietta di Chris Robinson Brotherhood, i due dischi di Andrew Bird (soprattutto Break It Yourself), l’esordio del leader dei Castanets come Raymond Byron & The White Freighter (Little Death Shaker) ed il The Broken Man di Matt Elliot. Ancora meglio ha fatto il gentil sesso: per una Cat Power a fasi alterne (Sun, solo parzialmente riuscito), ci sono state una Fiona Apple in odor di capolavoro (The Idler Wheel…), una grandissima Ani Di Franco (Which Side Are You On?), la sorprendente Gemma Ray (Island Fire), le sorelline svedesi First Aid Kit (The Lion’s Roar), la Beth Orton di Sugaring Season. Tra le nuove band, la palma di rivelazione dell’anno se la beccano i grandissimi Goat di World Music, seguiti a ruota dai The Men di Open Up Your Heart, dai Big Deal di Lights Out, dagli Islet di Illuminated People, dai Fenster di Bonesdagli Allah-Las e dalla Family Band di Grace & Lies. Tra le cose più sperimentali, vetta incontrastata allo Scott Walker di Bish Bosch, un disco per nulla facile ma di una intensità rarissima. In campo improvvisativo, grandi cose sono arrivate dagli svizzeri Tetras (Pareidolia il titolo del loro album). Altri dischi da non dimenticare, Effigy dei Pelt, msg rcvd dei Neptune, Fragments Of The Marble Plan degli AufgehobenWe Will Always Be di Windy & Carl. E l’Italia? Certo, anche l’Italia ci ha dato grandi cose. Gli Afterhours hanno pubblicato uno dei loro dischi più belli di sempre, Padania. Potente e visionaria l’opera in due parti degli Ufomammut, così come Il Mondo Nuovo de Il Teatro Degli Orrori. E poi: Sacri Cuori (Rosario), King Of The Opera (Nothing Outstanding), Father Murphy (Anyway, Your Children Will Deny It), Paolo Saporiti (L’ultimo Ricatto), Ronin (Fenice), Mattia Coletti (The Land), manZoni (Cucina Povera), Xabier Iriondo (Irrintzi), Sparkle In Grey (Mexico), Guano Padano (2), Calibro 35. E chissà quante altre cose mi son perso o avrò dimenticato! Qui sotto, la selezione della selezione. Ed ora, prepariamoci al 2013!

SWANS “THE SEER”

GOAT “WORLD MUSIC”

FIONA APPLE “THE IDLER WHEEL…”

PONTIAK “ECHO ONO”

GODSPEED YOU! BLACK EMEPEROR “‘ALLELUJAH! DON’T BEND! ASCEND!”

AFTERHOURS “PADANIA”

TETRAS “PAREIDOLIA”

MOUNT EERIE “CLEAR MOON/OCEAN ROAR”

HUGO RACE FATALISTS “WE NEVER HAD CONTROL”

THE MEN “OPEN UP YOUR HEART”

SCOTT WALKER “BISH BOSCH”

BRUCE SPRINGSTEEN “WRECKING BALL”

BOB DYLAN “TEMPEST”

NEIL YOUNG & CRAZY HORSE “AMERICANA/PSYCHEDELIC PILL”

FIRST AID KIT “THE LION’S ROAR”

GIANT GIANT SAND “TUCSON”

BOX SET: CAN “THE LOST TAPES”