MS/ELVINA PINTO “The Well”

MS/ELVINA PINTO
The Well
Black Vagina

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MS è il cantautore umbro Matteo Santarelli (voce, chitarra classica, chitarra elettrica, lap steel, flauto). Al suo fianco Elvina Pinto, originaria del Qatar, a voce e autoharp. Con loro alcuni ospiti: Dan Kinzelman (flauto e clarinetto), Joe Rehmer (basso), Federico Gilli (accordion), Espada (backing vocals). Tutti assieme hanno approntato, tra l’Umbria e Berlino, un disco intimo, piccolo magari (a partire dalla durata di neppure venti minuti), ma che probabilmente appassionerà quanti vorranno accostarvisi. In The Well ci sono solo sei tracce, di cui due cover e un traditional, e, nonostante la presenza importante degli ospiti citati, pare davvero un dialogo a due fra gli intestatari del progetto. Album incredibilmente intimo, minimale e rarefatto, a partire dal country noir notturno con cui si apre, Six Years Ago, dove i due duettano (lui con baritono a là Johnny Cash) tra languidi tocchi di lap steel. Nel proseguio fanno capolino la classicissima e malinconicamente balcanica Ochi Chyornye (cantata da Elvina, ovviamente in russo); una bossa nova che pare uscita dal repertorio di Sergio Endrigo quale Non Ho Più Voglia, per poi scivolare tra le maglie folk di The Bluebird, quelle nuovamente westernate di The Well ed infine in un altro affondo cantautorale in italiano, dalle sfumature poeticamente jazzate, come la bella Trasloco. Persino la mancanza di un’univoca direzione risulta intrigante. Un piccolo gioiellino sonoro.

Lino Brunetti

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EMMANUELLE SIGAL “Songs From The Underground”

EMMANUELLE SIGAL

Songs From The Underground

Brutture Moderne/Audioglobe-The Orchard

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Ha girovagato per mezzo mondo EMMANUELLE SIGAL: nata in Israele da genitori francesi, vi ha vissuto per 13 anni, prima di intraprendere una serie di spostamenti che l’hanno portata prima a Parigi con la madre e poi a risiedere, nell’ordine, a Bolzano, Berlino e Venezia. Il suo ultimo approdo – temporaneo? – dove vive tutt’ora, è Bologna. Proprio lì vicino, a Lido di Dante in provincia di Ravenna, nello studio Al Mare, ha realizzato Songs From The Underground, il suo disco d’esordio, dopo che in passato aveva avuto una prima esperienza con un’ensemble gypsy-jazz di Bolzano e aveva partecipato all’ultimo disco dei Sacri Cuori, Delone, nel quale figurava quale cantante ed autrice delle parole di Seuls Ensemble. Proprio i Sacri Cuori – Antonio Gramentieri (chitarra elettrica, basso VI), Francesco Giampaoli (basso, piano elettrico, percussioni), Diego Sapignoli (batteria e percussioni) – insieme a Marco Bovi (chitarra acustica, banjo, mandolino), appaiono come musicisti ed arrangiatori (Gramentieri e Giampaoli anche come produttori) delle 10 belle canzoni scritte da Emmanuelle per questo disco. Ispirati dal romanzo di Dostoevskij “Memorie dal sottosuolo”, questi brani mescolano esperienze personali, storie d’amore e di vita, considerazioni sul come portare avanti la propria esistenza. Nella bellissima Deep Cold Sea, Emmanuelle canta parole che ben sintetizzano il modo in cui guarda alla vita: “Desperation makes us grow/And time will tell us what we need/But till that moment we should live/Without any chains around our feet”. Musicalmente, la sua canzone d’autore si tinge d’influenze passate, in cui appaiono colorature swing, blues, folk. Il bel collage posto in copertina – sempre opera della Sigal stessa – ben illustra i contenuti dell’album, il suo far confluire la memoria nel presente. Il piglio old time e blues con cui il disco si apre (Blues Train), si stempera nei bellissimi ed avvolgenti arrangiamenti di Happiness prima, e tra le spire malinconiche, in cui serpeggia la splendida chitarra di Gramentieri, di Song From The Underground poi. Alcuni pezzi swingano da matti (la divertente e indiavolata Si Le Monde, una One For My Heart Four For His Rum quasi waitsiana, And I’m Dreaming); altri rallentano in forma di ballata (la citata Deep Cold Sea, una All I Ever Wanted a ritmo di cumbia, l’ondivaga My Ass Between Two Chairs, in cui ci s’immagina un dialogo con Charles Bukowski); la stupenda Refugee, messa in chiusura, ha le forme di un blues dalle sfumature klezmer. In tutti i casi, rifulge la scrittura e l’abilità interpretativa della Sigal, graziata inoltre dalla consueta abilità dei Sacri Cuori (e di Bovi ovviamente) nell’arrangiare i pezzi sempre nel migliore e più fantasioso dei modi. In definitiva, davvero un bell’esordio!

Lino Brunetti

Qui di seguito, in esclusiva per Backstreets Of Buscadero, lo streaming dell’album:

CHRISTOPHER PAUL STELLING “Labor Against Waste”

CHRISTOPHER PAUL STELLING
Labor Against Waste
Anti/Self

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Ha tutte le caratteristiche dell’hobo, del troubadour, del folksinger vecchio stampo Christopher Paul Stelling. Nato In Florida, a Daytona Beah, dopo aver mollato il college, s’è messo a vagabondare per gli Stati Uniti, soggiornando brevemente in posti quali il Colorado, Boston, Seattle, il North Carolina, per approdare infine a New York, Brooklyn per la precisione. Non che pure lì si sia fermato poi così tanto, visto l’enorme numero di concerti che si sciroppa ogni anno (quattrocento negli ultimi tre), ma diciamo che quello è il posto dove in teoria avrebbe casa. Vive on the road Stelling, ancora e sempre alla ricerca di qualcosa che dia un senso al suo vivere, che gli indichi la via per capire fino in fondo chi è se stesso. E cosa di meglio quindi della strada, dei mille incontri che offre, della necessità di adattamento a cui ti obbliga, del modo in cui ti costringe a guardare al fondo del tuo cuore e della tua anima. Musicalmente parlando, le radici da lui stesso dichiarate stanno dalle parti di bluesmen quali Skip James e Mississipi John Hurt, geni come John Fahey, grandi banjo players come Dock Boggs e Roscoe Holcomb. Noi, per buona misura, ci aggiungeremmo almeno il primo Dylan, giusto per far quadrare il cerchio. Prima di questo esordio su Anti, aveva già pubblicato due dischi, Songs Of Praise And Scorn del 2012 e False Cities del 2013, ma sarà probabilmente con questo Labor Against Waste che finirà con il lasciare il segno. E questo non perché la sua sia, come potete intuire, musica particolarmente originale, ma perché viva e pulsante, sincera nel suo amalgamare i suoni della grande tradizione americana pre war e folk con il cantautorato di personaggi come Bob Dylan e Van Morrison, sporcando il tutto con il country fuorilegge di Waylon Jennings, con un pizzico di giovanile furia punk, ma pure con quel necessario soffio “pop”, tanto da avere la possibilità di diventare beniamino anche di quanti amavano i primi Mumford & Sons. Dotato di grandissima tecnica chitarristica – ascoltare per credere – Christopher Paul Stelling ha una voce autentica e una buona mano nello scrivere canzoni efficaci, a partire dalle ruspanti Warm Enemy e Revenge, passando per una splendida ballata come Scarecrow, per un indiavolato bluegrass quale Horse, per una gotica e drammatica Death Of Influence (potreste immaginarvela nel repertorio di Dylan, come di Wovenhand o degli O’Death), per l’emozionante crescendo di corde e violino di Dear Beast. Il tutto con l’ausilio di voce, chitarre acustiche, un violino, qualche percussione e poco più. Disco fresco e pimpante, nel genere tra i migliori dell’anno.

Lino Brunetti

ALBUM STREAMING: MIMÌ STERRANTINO “Un Lupo Sul Divano”

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Un lupo sul divano  è il titolo dell’ultimo lavoro discografico di Mimì Sterrantino datato 2015. Comprende dieci brani, registrati sempre insieme agli Accusati, che ripercorrono le vie sonore nord americane degli anni settanta. Blues, country, folk e rock si fondono insieme ai testi del cantautore siciliano che non abbandona la sua vena ironica, le lodi a madre natura, lo spirito rivoluzionario, la fantasia e la classica autoreferenzialità cantautorale con cui parla di se stesso e delle proprie esperienze di vita.

GIÒ DESFÀA E I FIÖ DE LA SERVA ” Pécc Sota ‘L Técc”

GIÒ DESFÀA E I FIÖ DE LA SERVA

Pécc Sota ‘L Técc

Autoprodotto

Giò Desfàa

Inseriti in un filone che negli ultimi decenni ha goduto in Italia di insolita fortuna, quello degli epigoni di Davide Van De Sfroos, Giò Desfàa e i Fiö de la Serva sono una formazione varesotta che dopo anni di intensa attività ha esordito con un cd di buona fattura, prodotto e arrangiato da Davide “Billa” Brambilla (ottimo polistrumentista, per lungo tempo collaboratore non solo del citato Van De Sfroos, ma anche di Enrico Ruggeri, dei Lüf e dei ticinesi Vad Vuc). Non vorremmo che i riferimenti enunciati facessero pensare a una presenza formale e unicamente di nome: la centralità del rock d’autore del leader Giò Desfàa e dei suoi testi non è mai messa in discussione, come pure la “mano” del Brambilla si sente nella scrittura degli arrangiamenti, particolarmente complessi per un organico di nove elementi. Pécc Sota ‘L Técc è un CD d’impatto corale che si ascolta volentieri e che – nonostante la preponderanza di strumenti acustici – risulta molto avvincente all’ascolto, divertente e maturo: in particolare, la sezione di fiati che dialoga con quella tipicamente rock-acustica si dimostra di grande presa. Giò Desfàa (voce e chitarra acustica), Daniele Baldin (chitarre elettriche e mandolino), “Yuri” Matia Belli (fisarmonica), Valentina Bezzolato (flauto traverso e ottavino), Maria Luisa Grosso (violino, soprano e cori), Enzo Paolo Semeraro (tromba e cori), Marco “Pappa” Amato (saxofono e cori), Alessio Belli (basso e cori), Lorenzo Bonfanti (batteria, percussione e cori) sono i protagonisti di questo buon lavoro d’esordio, al quale – oltre al già citato Davide “Billa” Brambilla (pianoforte) – hanno collaborato Silvio Centamore (percussioni) e la Can&Gatt Carneval Band di Stabio. Da ascoltare nelle giornate di pioggia insistente per intravvedere un po’ di sereno all’orizzonte.

Roberto G. Sacchi

STONE JACK JONES “Ancestor”

STONE JACK JONES

Ancestor

Western Vinyl/Goodfellas

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Chi è Stone Jack Jones? Forse l’uomo misterioso che, sulla copertina del suo ultimo disco, cammina verso un paesaggio sconosciuto, tra le brume di una sterminata pianura americana? Discendente di quattro generazioni di minatori di carbone, provenienti dalle rive del torrente Buffalo (WV), dopo essere stato respinto dal servizio militare al tempo della guerra del Vietnam a causa dell’epilessia, e dopo essere rimasto deluso dagli affari nell’ambiente minerario, scelse la vita da girovago. Questo lo portò a svolgere i lavori più disparati: giostraio, illusionista, ballerino, suonatore di liuto, fino ad avere un numero in un club notturno di Atlanta. Dopo tutto questo peregrinare, approdò infine a Nashville, dove incontrò le persone giuste per dare finalmente forma al suo talento artistico in personaggi quali il produttore Roger Moutenot e musicisti come Patty Griffin e Kurt Wagner. Il risultato di questo fruttuoso incontro è Ancestor, terzo disco di questo ancora sconosciuto artista. L’album si apre con poche precarie note di banjo che ci portano subito in un mondo fatto di vagabondi e cantastorie in piena tradizione folk, anche se il brano prende subito un andamento più cupo, vuoi per la voce che velatamente ricorda Mark Lanegan, vuoi per la lenta cavalcata notturna, quasi gotica, sostenuta da un coro di voci maschili. Questa era O Child, un’invocazione forse al bambino che è dentro di noi, punto di partenza e punto di arrivo di questo viaggio  che è l’esistenza. Stone Jack Jones ha scelto di realizzare questa ricerca attraverso un trip autobiografico introspettivo, servendosi dell’arte e, in questo caso, delle undici ballate di Ancestor. La romantica e nostalgica Jackson è la seconda tappa del nostro viaggio: le stelle non cadono dall’alto su Jackson è quello che il ritornello sostenuto da un controcanto femminile, in pieno ambiente country, tra chitarre acustiche, piano elettrico ed un organetto quasi circense, ci rammenta. Storie di sbornie e di sbandamenti e della speranza di una storia d’amore, a Jackson. Black Coil ci trascina invece giù nei sotterranei delle miniere di carbone, ambiente famigliare all’autore: cori e armoniche insieme ad un incedere pressante delle chitarre ci fanno esplorare le gallerie e le miserie di questa categoria di lavoratori. La tranquilla State I’m In ci conferma il carattere notturno di quest’opera: fa un’apparizione una tromba e un sottofondo di voci ricrea l’ambiente di un club fumoso. Voci e presenze si sovrappongono e contrastano col cantato intimo che è appena cessato. Ci si risveglia con Joy, più colorata e ottimistica: questa volta il banjo suona in maniera più netta, accompagnato dall’armonica e da un coro gospel.  Non si fa in tempo a credere a Joy, che la bella Red Red Rose, cantata a denti stretti, riporta un tono più drammatico e solenne; inevitabile qui un’accostamento a Wovenhand. Un rullante, sul finale, sottolinea questo sentimento, cadenzando una marcia che non lascia nell’aria buoni auspici. Way Gone Wrong, nonostante il titolo, fila via liscia: altra bella canzone, con un più sostanziale piglio rock, diurna se vogliamo contrapporla a quelle più oscure e crepuscolari. Se la notte segue il giorno, con Anyone vi ripiombiamo: introdotta da un organo, questa volta il dramma si fa più vicino, meno declamato, intimo. Anyone ha l’aria di essere una sorta di confessione, nonché il punto cruciale del percorso.  Pianoforte e organo per Good Enough For Me, insieme ad un coro per intonare un gospel sofferto e molto personale. Con  Marvellous ci avviciniamo alle pacate considerazioni finali, un chiaro inno all’amore nel rispetto della tradizione americana: ritorno verso casa, l’amore e cose semplici e buone. Chiude Petey’s Song che ha proprio l’aria di un commiato, in mezzo ad arpeggi acustici e nostalgiche armoniche in dissolvenza. Gli undici brani sono molto coerenti tra loro e fanno del disco un corpo unico, da ascoltare sempre dall’inizio alla fine. È grazie a dischi come questo che il genere folk rivive e si rinnova continuamente.

Maurizio Misiano

 

SACRI CUORI “Zoran” + FRANCESCO GIAMPAOLI “Danza Del Ventre”

SACRI CUORI

Zoran, Il Mio Nipote Scemo

Brutture Moderne/Audioglobe

FRANCESCO GIAMPAOLI

Danza Del Ventre

Brutture Moderne/Audioglobe

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Non contenti di essere stati in giro per mezzo mondo a promuovere il loro Rosario, di aver fornito i propri strumenti a musicisti quali Hugo Race e Dan Stuart (fra gli altri), i Sacri Cuori di Antonio Gramentieri hanno trovato il tempo di dedicarsi alla scrittura di una colonna sonora, quella di Zoran, Il Mio Nipote Scemo, primo lungometraggio di Matteo Oleotto, giovane regista di Gorizia, interpretato da Giuseppe Battiston. Del resto, che i Sacri Cuori sarebbero un giorno arrivati a musicare un film era scritto nel loro stesso dna; incredibilmente cinematica di per sé la loro musica, capace di narrare storie anche solo attraverso le suggestioni portate dai loro suoni, senza alcun bisogno di aggiungere parole. Ancora prima di vedere il film, l’ascolto del disco m’aveva fatto venire voglia di farlo, anche solo per verificare come le musiche qui contenute si sposavano con le immagini (l’ho visto giusto ieri e devo dire due cose: il film è incantevole e la colonna sonora lo serve alla grande!). Le musiche contenute in Zoran l’album, funzionano comunque di per sé, diciamolo subito. Certo, non è del tutto identificabile come un nuovo album vero e proprio, questo: le tracce sono numerose e brevi, di solito intorno al minuto o al massimo due, ma hanno dalla loro l’immenso potere suggestivo di una musica capace di prendere la musica americana – sia essa folk, blues, country o rock – e di trasporla in un sound in bilico tra i Calexico, il Ry Cooder delle soundtracks e la tradizione delle colonne sonore italiane. Disegnano insomma una geografia immaginaria, innestandovi inoltre un po’ di sgangherata ironia serpeggiante, immagino contraltare musicale della storia raccontata dal film. Qualche dialogo tratto dalla pellicola, un paio di pezzi cantati dal Gruppo Vocale Farra ed una suonata dai Musicanti di San Crispino, aggiungono ulteriore carne al fuoco ad un disco, magari minore, ma che continua a farci ritenere i Sacri Cuori uno dei più grandi tesori della musica italiana e non solo.

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Quasi in contemporanea a Zoran, esce pure il terzo disco solista di Francesco Giampaoli, che dei Sacri Cuori è il contrabbassista. Come avviene per la band principale, anche Giampaoli, in Danza Del Ventre, è intento a costruire mondi e triangolazioni impossibili. Nuovamente strumentale e dall’incantatoria evocatività cinematica, la sua musica ondeggia tra suggestioni jazzate, blues notturni e misteriosi, tanghi vissuti nella mente, spy story intinte nell’ironia,canzone francese e molte altre bizzarie. Lega il tutto un gusto per la lateralità, che gli permette di non adagiarsi su nessuno di questi generi, riletti sempre secondo un insolito mood. Scritto interamente di suo pugno, Danza Del Ventre vede la collaborazione di numerosi ospiti, tra cui ovviamente anche i Sacri Cuori al completo in due pezzi, Rosa, che una fisarmonica ci fa immaginare ambientata tra i panni stesi al sole di una campagna francese, e la quasi caposselliana Firma. Minimale ed ellittico, non sempre così immediato come sembrerebbe, Danza Del Ventre è un disco curioso e particolare, sicuramente piacevolmente insolito.

Lino Brunetti