RUE ROYALE “Remedies Ahead”

RUE ROYALE

Remedies Ahead

Sinnbus/Audioglobe

sentireascoltere_rue-royale_remedies-ahead

E’ evidente ascoltando le canzoni di questo terzo album dei RUE ROYALE, duo composto dai coniugi Ruth e Brookln Dekker, come nella loro musica le radici americane si fondano con una sensibilità che verrebbe da definire maggiormente europea. In Remedies Ahead, finanziato grazie ad una campagna su Kickstarter, la loro canzone d’autore basilarmente folk, si tinge di pennellate autunnali, fa sua la malinconia di una campagna piovosa vista dai vetri rigati di una casa solitaria. Qui e là paiono voler sfociare in territori folktronici se non addirittura pop (Shouldn’t Have Closed My Eyes, ad esempio), oppure smuovono con fare più conturbante le acque (Pull Me Like A String), ma è soprattutto nelle ballate acustiche, tratteggiate con pochi ma sapidi tocchi sonori e da un pugno di melodie intimiste (alla voce troviamo entrambi) che i Rue Royale si giocano in maniera più sostanziale le loro carte. Lo fanno senza troppi effetti scenici, quasi in punta di piedi, con dolcezza, solo con la timida forza di un pugno di canzoni carezzevoli ed avvolgenti. Potrebbero piacere ai fan di gruppi come Tunng (un paragone non così campato per aria) e persino a quelli dei Walkabouts più inclini alla ballata.

Lino Brunetti

Annunci

SAMARIS “Samaris”

SAMARIS

Samaris

One Little Indian/Self

21294_470409179708104_1332643846_n

Quasi neppure il tempo di formarsi, nel 2011, che, nel giro di pochi mesi, i giovanissimi SAMARIS, già erano i vincitori dei due più prestigiosi premi della loro Islanda, il Músíktilraunir come miglior band (riconoscimento vinto l’anno prima dagli Of Monsters And Men) e il Kraumur Award per il loro EP di debutto. Insolito trio, formato dalla cantante Jófrí∂ur Ákadóttir, dalla clarinettista Áslaug Rún Magnúsdóttir e dai computer di Kári Steinpórsson, i Samaris si fanno conoscere oggi fuori dalla loro terra, grazie a questo disco pubblicato da One Little Indian che raccoglie i due EP pubblicati finora e qualche remix. Melodie eteree e fatate, cantate in islandese da una voce che ricorda Bjork senza volerla scimmiottare, poste su una base elettronica notturna ed evocante le luci dell’alba, con i fraseggi del clarinetto che non poco concorrono a rendere peculiare il loro suono. Considerando il miglioramento percepibile tra il primo ed il secondo EP, più solido e con pezzi migliori, un bel biglietto da visita ed un buon auspicio per l’album atteso per l’autunno.

Lino Brunetti

B. FLEISCHMANN “I’m Not Ready For The Grave Yet”

B. FLEISCHMANN

I’m Not Ready For The Grave Yet

Morr Music/Goodfellas

Chissà se intendeva in qualche modo riferirsi allo stato di salute del suo genere d’elezione, l’indietronica, B. Fleischmann, intitolando il suo ultimo album, Non sono ancora pronto per la fossa? Si sa che il connubio tra indie-rock (inteso nel senso più ampio, e quindi pop, folk etc.) ed elettronica, è stato in passato foriero di ottimi dischi ed altrettanto ottime formazioni; col tempo, però, la vena si è esaurita e questo tipo di suono si è un po’ adagiato su una serie di cliché che hanno smorzato gli entusiasmi anche dei fan più accaniti. Fleischmann, da sempre un protagonista nell’ambito, mostra tutta la sua intelligenza in queste nuove dieci canzoni, da una parte perché non rinnega affatto né il suo passato né la sua sostanziale appartenenza al filone indietronico, ma dall’altro perché riesce a superarne i limiti proponendo una scrittura in qualche modo universale. E’ vero, continua l’interazione tra strumenti suonati ed elettronica, ma questo è solo un dettaglio in un songwriting maturo, oscillante tra pop e cantautorato intimista. Il suo modo di cantare rimane distaccato e molto tedesco, qua e là da fumoso crooner o vicino ad un talking rilassato, ma il calore portato dagli arrangiamenti dettagliati e pure da un pugno di strumentali che ancor più definiscono le sottili ambizioni di questa musica, ci mostrano un autore con ancora qualcosa da dire. In definitiva, quindi, sì, il titolo del tuo nuovo album è davvero azzeccato Bernhard!

Lino Brunetti

THE MAGNETIC NORTH “Orkney: Symphony Of The Magnetic North”

THE MAGNETIC NORTH

Orkney: Symphony of The Magnetic North

Full Time Hobby

La Scozia è notoriamente terra di spiriti e fantasmi, ma è probabilmente la prima volta che tali presenze si manifestano attraverso una manciata di canzoni, nello specifico quelle concepite dal progetto The Magnetic North, una band appositamente creata per dar corpo ad un sogno. Degna di un romanzo di Stephen King, la genesi del concept intitolato Orkney: Symphony of the Magnetic North, nasce da una fantasia onirica del cantante e chitarrista Erland Cooper della formazione folk-rock londinese Erland and The Carnival, risvegliatosi un mattino da un’esperienza poltergeist che lo esortava a recarsi nelle isole Orcadi, un’arcipelago situato al largo delle coste scozzesi, per la realizzazione di un nuovo disco. Suggestionato da tale apparizione, Cooper mette insieme un trio con Simon Tong, ex chitarrista dei Verve ed oggi multistrumentista dei Carnival, e con la cantautrice ed arrangiatrice Hannah Peel, e parte per le fantomatiche isole seguendo gli intinerari di un’antica guida. L’esperienza viene tradotta in musica dalle dodici canzoni che compongono questo album, dedicato ai luoghi, alla storia, alla geografia delle isole ed alle sventure di Betty Corrigall, la fanciulla suicidatasi nel 1770, che pare essere la musa ispiratrice del progetto: una sinfonia atmosferica e rarefatta che intreccia cantautorato folk, musica da camera e melodia pop con leggere orchestrazioni d’archi ed un parco impiego d’elettronica, da cui trapelano l’etereo indie-pop dei Belle and Sebastian, la folktronica dei Tunng o la sulfurea magia di un lavoro come Spirit of Eden dei Talk Talk. Affascinante e raffinato, Orkney Symphony of the Magnetic North sembra evocare stati d’animo più che paesaggi, galleggiando sulla malinconica dolcezza di spettrali ballate dall’aura folk come l’intensa Bay of Skaill o la toccante Betty Corrigall; sull’eleganza cameristica dell’atmosferica Nethertons Teeth; sulle contaminazioni elettro-pop di Hi-Life e della pulsante Ward Hill; sulla memoria di antichi canti marinari con la corale Orphir; o sulla modernità di curiose contaminazioni folktroniche come Rockwick e Yesnaby. Suggestivo come i brumosi paesaggi a cui si ispira, il progetto dei The Magnetic North è un piccolo gioiello sospeso tra il sentire melodico di diverse generazioni di folksingers.

 Luca Salmini