RED FANG “WHALES AND LEECHES”

RED FANG

Whales And Leeches

Relapse

Red-Fang-Whales-And-Leeches

I Red Fang sono una live band e i loro dischi sono solo la scusa per andare nuovamente a spaccare le ossa sui palchi di mezzo mondo. Non sono mai stati dei geni nello scrivere canzoni, non hanno la raffinatezza degli odierni Mastodon né la profondità degli ultimi Baroness, ma che ci volete fare, forse proprio per questo, per quella loro aria cazzona e per quella attitudine a fregarsene di ricerche musicali sopraffine, questo disco mi piace parecchio. Tra le loro composizioni si annida una sfacciata componente hardcore che trascende il genere nel quale si muovono, la partenza urticante di Doen ne è un chiaro esempio esplicativo. Sulle stesse coordinate si muovono anche la breve Murder The Mountains e la pesante No Hope. Spesso sento dire che le loro canzoni non hanno profondità, non hanno ritornelli accattivanti, ma poi sbucano pezzi quali Blood Like Cream con un refrain da capogiro o la intensa Behind The Light con quel ritornello malato che ti trovi involontariamente a canticchiare. La collaborazione con Mike Scheidt degli Yob poi genera il miglior brano dell’album: Dawn Rising è lenta, epica, pesantissima e spossante, con soluzioni melodiche e vocali per loro inedite. Che poi riescano anche a sfornare degli stoner stomp nel senso più stretto del termine è evidente in Crows In Swine e Voices Of The Dead. Con Failure e Every Little Twist dimostrano che anche quando rallentano sanno immergersi in deliqui più psichedelici, pur rimanendo sempre tetri e pesanti. Se vogliamo criticarli perché la Relapse li stà pompando non poco facciamolo pure, se vogliamo considerarli un gruppo più scarso dei Clutch o degli Orange Goblin va bene anche quello, ma a me sembrano questioni di lana caprina, perché poi appena ti vedi le loro facce davanti durante un loro concerto riesci sempre ad innamorarti di loro. Hanno potenza da vendere, vanno dritti per la loro strada, sono duri, crudi e pesanti, ancora con i vestiti sporchi e le magliette sudate, per me l’attitudine vale più di mille canzoni.

Daniele Ghiro

SOLO MACELLO FESTIVAL

SOLO MACELLO FESTIVAL

Circolo Magnolia

Milano

26 giugno 2013

Ok, per prima cosa bisognerebbe recuperare una bella pila di Marshall, portarli davanti a Palazzo Marino e accenderli a palla sistematicamente, per fare in modo che quelli del comune la smettessero di rompere il cazzo con stà storia dei decibel. Detto questo, passiamo alle cose serie e vediamo un po’ cosa hanno combinato quest’anno in quel del Parco dell’Idroscalo gli organizzatori di questo splendido evento, quest’anno dedicato alla memoria di Jeff Hanneman, chitarrista degli Slayer, che recentemente e andato ad occupare il posto che gli spetta nel suo South Of Heaven. Il Magnolia si presenta, al solito, in splendida forma: il main stage (grande grandissimo), il palco messicano (piccolo e infuocato) e la “gabbia” (piccolo spazio all’entrata), poi tre bar che scaraffano birra a fiumi e la cucina che sforna pizze e stuzzichini. Un capannone pieno di stand (dischi, CD, DVD, serigrafie, mailorder, spille, teschi, magliette), uno stand di merchandising delle band. In mezzo (e intorno) tanto spazio per fare un po’ quello che si vuole. E in effetti c’è ne è per tutti i gusti e tutti i colori. C’è l’infoiato che non vuole perdersi nemmeno un minuto di musica e sgomma nervoso per i vari palchi, c’è quello che è venuto solo per una band e aspetta con noia che arrivi il suo momento, c’è chi sembra sia venuto solo per mangiare e bere e passa tutto il tempo o a ingurgitare pizza o a bere birre una dietro l’altra. C’è anche chi dorme sulle sdraio, chi si imbosca sulle collinette, chi non gliene frega un cazzo di niente e chi si chiede cos’è tutto quel casino visto che probabilmente ci è capitato per caso. E il bello di questa location fantastica è proprio questo, cioè che ti lascia libero di vagabondare dove vuoi e con chi vuoi, incontrando amici, amiche, parenti e conoscenti, senza sottovalutare il fatto che tutto questo ha come sottofondo la musica, in ogni istante, per sei ore ininterrotte, dalle 18,30 alla mezzanotte e mezza. Eh già, la musica, metal ma non solo, perché il pubblico del Solo Macello ormai non si accontenta, siamo zozzi e ignoranti (ascoltiamo metal, persatana) ma c’è anche dell’altro che non si disdegna, tutt’altro. Perché è una questione di attitudine e, faccio un esempio, Diego Deadman Potron, all’opera nella gabbia è tutto tranne che metal, ma ha quel quid che lo rende super appetibile a tutti coloro che di musica alternativa se ne intendono riuscendo con il suo blues spurio a far scuotere capelli (per chi ce li ha ancora), lo stesso vale per Graad, decisamente più metallico quest’ultimo che in solitaria fa scuotere le teste dei presenti con le sue cavalcate ai confini del black. Piccole, ma intense, realtà. Però tutto era cominciato con i Veracrash ai quali spettava l’infame compito di aprire il festival (la peggior posizione possibile, diciamolo) e non hanno deluso le attese perché la compattezza della loro esibizione ha scaldato a dovere il discreto pubblico che già cominciava ad affluire. Appena dopo partono i Black Moth, da Leeds, che a mio giudizio hanno fatto un ottimo album (The Killing Jar, tra l’altro prodotto da Jim Sclavunos, non il primo pirla che passa per strada) e complice l’accattivante voce (e presenza) della singer Harriet Bevan (maglietta degli Sleep: bonus) hanno completato un set onesto e coinvolgente, tutto su ritmi doom-stoner che devono ai Black Sabbath praticamente tutto. A seguire quattro braccia rubate all’agricoltura: gli Zolle arano il palco del messicano manco fosse un campo di grano, chitarra, batteria e via andare su volumi indicibili. Mi vado quindi a vedere i primi dieci minuti dei Nero di Marte sul main stage, tecnicissimi, precisi e penalizzati un po’ dal contesto (il sole e la luce) ma capaci di offendere pesantemente gli amplificatori. Mi sposto verso la gabbia e vengo ipnotizzato dai Gordo. Voce, basso, batteria, tastiere, armonica: una versione di Mr. Crowley che è tra le più belle in assoluto che io abbia mai sentito, suoni perfetti (per forza, siamo a mezzo metro) e pure la Wrathchild maideniana che si trasforma in un blues malato con l’armonica che fa la chitarra… quando parlavo di attitudine… eccola qui! Ovviamente vado al loro banchetto e mi trovo di fronte due pezzi di legno serigrafati con in mezzo il CD chiuso da vite e bullone: packaging dell’anno! I Fuzz Orchestra nella classica uniforme in giacca e cravatta aizzano con corna a profusione e metal a valanga. I loro straordinari audio sample di Pasolini e Volontè scombinano le carte e creano quel tocco originale che li rende una delle realtà più accattivanti ed originali della penisola. A questo punto il piccolo evento della serata, direttamente dal Botswana, per la prima volta al di fuori del loro paese, con tanto di colletta per il viaggio, arrivano i Wrust alfieri della scena metal dello stato africano (esiste davvero!) con al seguito le telecamere che stanno registrando il documentario March Of The Gods. Evidentemente emozionati, sopperiscono con grande entusiasmo a canzoni e capacità tecniche non certo di prim’ordine, ma questo non è assolutamente un problema o un freno, scatenando il proprio black metal thrash per l’orda sotto il palco che supporta e gradisce. Alla fine arriva addirittura l’urlo one more song! ma i tempi stretti non lo permettono e i quattro africani si presentano a vendere magliette (brutte, quindi bellissime) raccogliendo cinque e strette di mano. Gli In Zaire sono particolari, suonano bene e suonano pesante. Il loro è uno stoner psych a tratti lisergico e a tratti durissimo, con confini che musicalmente potrebbero allagarsi a dismisura. Non conosco i motivi per i quali il bassista Mullins era assente, ma rimane il fatto che i rimanenti Karma To Burn, vale a dire Mecum e Oswald, sono saliti sul main stage come se nulla fosse e hanno devastato le orecchie con il loro stoner ultra amplificato come se fossero in cinque. Hanno pescato (bene) dal loro repertorio fatto di numeri e senza nessun fronzolo, asciutti e monolitici, si sono imposti alla grande. Praticamente la loro continuazione sono stati gli Zeus! e che dire ormai su questi due pazzi che scatenano sul palco un’energia mozzafiato da morte istantanea e dopo averli già visti un discreto numero di volte mi ritrovo sempre a domandarmi come facciano a fare tutto quel casino. Sono le 23.30, lo spazio davanti al main stage è già tutto saturo in attesa dei simpaticissimi Red Fang. Nell’ora a loro disposizione sfornano tutte le canzoni migliori dei loro due lavori, riescono a scatenare un pogo selvaggio e cattivo, fanno alzare le braccia al cielo a tutti e suonano dritti, diretti e concentrati. Uno show un po’ meno cazzone del solito, meno stronzate dette al microfono da quel simpaticone di Aaron (che praticamente si è visto sotto i palchi delle varie band per tutta la durata del festival) ma tanta energia sprigionata da una band che ha qualcosa in più di molte altre. La fine giunge quindi inaspettata perché di roba buona non si è mai stanchi ed è bello passare la serata in mezzo a questa sana bolgia che come al solito è stata ben organizzata, solidamente impiantata e gioiosamente portata a termine. Quando si arriverà ad avere tre(centosessantacinque) Solo Macello all’anno sarà un gran bell’anno.

Daniele Ghiro

PUBBLICO

Pubblico

VERACRASH

Veracrash

BLACK MOTH

Black Moth

ZOLLE

Zolle

NERO DI MARTE

Nero Di Marte

GORDO

Gordo

FUZZ ORCHESTRA

Fuzz Orchestra

WRUST

Wrust

GRAAD

Graad

IN ZAIRE

In Zaire

DIEGO DEADMAN POTRON

Diego Deadman Potron

KARMA TO BURN

Karma To Burn

ZEUS

Zeus!

RED FANG

Red Fang

LIGHT BEARER “SILVER TONGUE”

LIGHT BEARER

SILVER TONGUE

Alerta Antifascista/Halo Of Flies/Moment Of Collapse

cover

I Light Bearer meritano più di una recensione. Mi scuso in anticipo per la lunghezza ma il gruppo merita di essere spiegato e merita di essere conosciuto, quindi partiamo da lontano e dai Fall Of Efrafa, cult band ormai defunta, nei quali militava Alex, personaggio poliedrico, scrittore, illustratore (sue sono le copertine della band) e non ultimo cantante. Gran gruppo dalle cui ceneri si genera una nuova entità, fatta però di sei distinti elementi che portano il proprio personale background all’interno della band. Quindi, ci tiene a ribadire il frontman, “Non è la mia band, non siamo la continuazione dei Fall Of Efrafa, siamo un gruppo amalgamato a tutti gli effetti, con altre cinque persone che stanno arricchendo e sviluppando la mia idea iniziale, vale a dire Matteo (chitarra, pianoforte, voce), Gerfried (basso, voce), Jamie (chitarra), Lee (soundscapes, voce), Joseph (batteria)”. Il concept che stà alla base del gruppo nasce dalla penna di Alex, che ha creato e sviluppato una storia in quattro atti, che saranno i prossimi dischi del gruppo: Lapsus, pubblicato due anni fa, Silver Tongue, uscito ora e poi i successivi Magisterium e Lattermost Sword. E’ già tutto pronto a livello di tematiche e di liriche, la musica intanto si adegua e si evolve, lasciando pian piano che si riveli ai nostri occhi una delle migliori realtà del post metal, in attesa di ulteriori sbandamenti. La storia parte da Lucifero (per tutti l’incarnazione del male, per loro la metafora della ricerca della conoscenza e della verità) e poi procede con Eva per andare in seguito a toccare il libro della Genesi, alla creazione della chiesa e soprattutto dell’oppressione religiosa, il tutto condito da citazioni e riferimenti ai lavori di Philip Pullman, al Paradiso Perduto di John Milton, alla Divina Commedia di Dante e alla mitologia persiana. Le tesi alla base del plot sono a mio giudizio affascinanti e da me condivisibili: perché ci sono più chiese che scuole? Perché chi è vessato dal potere invoca la misericordia di un Dio al posto di ribellarsi? Perché la scienza è ancora messa alla berlina in determinati ambienti affidandosi a dottrine che non hanno un benchè minimo contatto con la realta? I Light Bearer cercano di attaccare la religione sulla terra, ritenendola responsabile di molti misfatti, della rovina dell’umanità, cercando di rompere il dominio di una ideologia basata sull’odio, sulla paura e sulla superstizione. A tutto questo aggiungono di conseguenza tutte le relative vessazioni che queste ideologie hanno instillato nelle menti dei popoli: la demonizzazione delle donne e la loro riduzione a essere inferiore, il teismo assoluto, il razzismo, l’omofobia e si scagliano di conseguenza contro ogni forma di specismo. Senza se, senza ma. Ideologie che dovrebbero essere ormai abortite da secoli e che invece permangono forti nelle società di potere. Il riflesso di tutta questa ideologia sui loro album è evidente, i Light Bearer non scrivono semplici canzoni ma film musicali con una storia all’interno, preziose gemme di limpida musicalità che si frammentano in tragici movimenti di deprimente bellezza, superbe costruzioni armoniche destrutturate e polverizzate da tremendi assalti frontali. Già Lapsus aveva uno spessore notevole, ma Silver Tongue va incredibilmente oltre, polverizzando la bellezza del predecessore. A tutto questo devo aggiungere una nota puramente personale: lo scorso anno a Milano, davanti a non più di 30 persone, il gruppo ha sfornato un’esibizione impeccabile, come se di fronte ne avesse tremila, come se spazio e tempo non avessero nessuna logica, imperversando sul palco minuscolo del LO-FI come una grande band: le persone presenti saranno state anche poche ma sono state completamente convertite al loro volere e la missione del Portatore di Luce si potrebbe benissimo definire un succeso. Beautiful Is The Burden parte con archi che imperversano su sporcizia sonica di sottofondo e che si infrangono sul consueto muro di sludge melodico, epico, catartico. Una voce stupenda che nel growl riesce a dare un‘incredibile impronta musicale, ben supportata da chitarre che non si limitano ad un didascalico lavoro di costruzione e supporto bensì si danno duramente da fare, colpendo ai fianchi, infilando durissimi colpi alla figura che nella metafora della boxe lasciano completamente stremati. Sono passati diciassette minuti e mezzo e non me ne sono neanche accorto. Amalgam: atmosferico e tetro inizio, lampi, tuoni, chitarra acustica ed eruzioni che puntualmente si manifestano. Ritmi lenti e cadenzati, potentissimi, inframmezzati da sospensioni glaciali che non lasciano spazio alla speranza, letteralmente spazzata via dalla progressione finale. Matriarch è lenta, oscura, melmosa. Alex abbandona il growl e la voce si trasforma in tranquilla, limpida e melodica, la struttura compositiva è particolare, tempi sospesi che creano una sorta di mantra cupo che lascia intravvedere squarci dei Tool più lisergichi. Clarus è un intermezzo che ci introduce al meglio del disco che, incredibile davvero, deve ancora arrivare. I due pezzi finali sono la summa della loro musica, entrambi lunghi ed articolati, uno quasi dolce, l’altro ferocissimo. Una ritmica serrata e violenta introduce Agressor & Usurper, con quella voce che vomita violenza, melodie rarefatte e quasi assenti. Qui imperversano solo potenza pura, aggressione e usurpazione e anche gli archi che compaiono nel mezzo sono cupi e sinistri preludendo alla devastazione finale fatta di un crescendo ritmico e metallico da paura. Stremati da questo tour de force lungo diciassete minuti non possiamo prendere respiro perché incominciano i venti della title track. Un introduzione molto delicata, ma con inaspettate ed interessanti aperture meno compresse, quasi “gioiose” che vengono progressivamente sporcate dalle scorie della paura e della tensione nuda e cruda. Tensione che che raggiunge il climax e si manifesta dopo sette minuti e spiattella riff macinatutto ipercompressi, posizionando su differenti livelli liricità a profusione nella stupenda parte centrale che si libra alta su melodie affascinanti e strepitosi crescendo chitarristici degni di un gruppo post rock triturato da volumi indicibili. Poi la voce si fa normale e torna ad essere dolcissima su un tappeto di violino solitario, con gli echi post rock che si manifestano maggiormente, ma Alex ritorna ad essere cattivo, le chitarre riprendono corpo e si incendiano nuovamente. Un brano semplicemente fantastico, assolutamente il migliore che io abbia ascoltato quest’anno. Un concentrato supremo di Godspeed You! Black Emperor, Neurosis, sludge e hardcore. Il loro pregio è quello di non stancare, nonostante la lunghezza media dei brani elevata, non risultano essere prolissi nemmeno per un attimo. Ovvio che una certa dose di staticità è insita in questo tipo di proposta musicale, ma la voglia di renderla scorrevole e fruibile fa dei Light Bearer uno dei pesi massimi del genere. Affrontate con pazienza l’ascolto di questo disco, non è semplice, non è immediato, ma vi ripagherà alla grande del tempo che gli avrete dedicato.

Daniele Ghiro

KVELERTAK “MEIR”

KVELERTAK

MEIR

Roadrunner

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Io mi aspetto che prima o poi i Kvelertak facciano il botto. Alcune avvisaglie ci sono già, il fatto di firmare per la Roadrunner significherà pur qualcosa, e ti aspetti che nell’album i cambiamenti siano evidenti. Poi però scopri che il produttore, Kurt Ballou (Converge) è sempre lo stesso e anche l’affascinante copertina è sempre disegnata dal John (Baroness) Baizley, che i testi non sono in inglese ma ancora in lingua originale e che la musica… ti esplode dentro con una deflagrazione impressionante. Questo non è un disco major, probabilmente (anche se non glielo auguro) saranno scaricati l’anno prossimo, ma intanto mi godo questo secondo lavoro che è sì diverso dal loro debutto ma che ha al suo interno una carica energica in grado di polverizzare una buona quantità dei loro nuovi compagni di etichetta. L’intro pauroso e metallico di Apenbaring è foriero dell’apocalisse che a breve si scatenerà dagli amplificatori, cosa che puntualmente accade dopo 110 secondi e i restanti 80 sembrano durare un’eternità tanto sono intensi. Snilepisk è un’assalto brutale e senza prigionieri nei territori dell’hardcore, con un assolo di chitarra quasi trattenuto in sottofondo. Poi lasciano cadere qua e là bombe violentissime (Trepan, Manelyst) che si dipanano su territori ultra hardcore ma lasciando spazio ad un liricismo di chiara ispirazione maideniana, con le chitarre (tre) che giocano a rincorrersi nei fulminanti assoli. Bruane Brenn è il primo singolo, un’esplosione metal intransigente, un ritornello da pogo nudo e crudo che scatenerà tonnellate di sudore sottopalco: messa in apertura di concerto renderà subito bollente la temperatura, messa in chiusura invece ucciderà i superstiti. Gli svedesi hanno la commistione dei generi alla base della loro proposta sonora. La voce è hardcore, le chitarre sono metal, la ritmica è hard rock, tre chitarre che creano uno strepitoso muro sonoro e sigillano a chiusura stagna ogni centimetro di musica, non lasciando aperto nessuno spiraglio. Prendete ad esempio Necrokosmos un mid tempo (!!??) che mescola post qualcosa, accelerazioni thrash, spruzzi di puro sludge vomitato senza ritegno, decelerazioni hard rock, assoli, cambi di ritmo e di melodia, incubi morriconiani su ritmi vorticosi e finale tribale: sei minuti e mezzo di pura follia. Poi possono tranquillamente omaggiare i Judas Priest e il metallo puro rivisitandoli a modo loro nella lunga e monolitica coda strumentale di Undertro così come immergersi nell’epico hard rock era Physical Graffiti nel caso ai tempi i Led Zeppelin avessero deciso di suonare l’hardcore che ancora non c’era. Spring Fra Livet è intensissima nelle sue parti veloci e riesce anche ad abbassare il volume di scontro prima di colpirti nuovamente. Kvelertak, il loro main theme? Melodia da AC/DC compressa e sputata da una betoniera, non si può fare a meno di alzare le braccia e fare le corna, un brano da stadio pieno di gente con voglia di fare a testate. Non paghi di tutto ciò hanno anche il coraggio di sfornare i quasi nove minuti di Tordenbrak, che è l’estasi finale, il compendio, il loro bignamino. Agguantate gli Iron Maiden di Phantom Of The Opera e violentateli, assumete un gruppo sludge qualsiasi per massacrare i Thin Lizzy, assoldate mercenari hardcore per far fuori gli AC/DC di Thunderstruck, sarete giunti al termine e potrete goderverli da dietro le sbarre. In questo momento, per questa proposta musicale, la band di Stavanger è semplicemente irraggiungibile.

Daniele Ghiro

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SHINING “ONE ONE ONE”

SHINING

One One One

Indie Recordings

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Ormai da un decennio i norvegesi Shining imperversano nei circuiti alternativi con la loro particolare proposta musicale. E dopo aver scorrazzato sulle lame imperscrutabili dell’integralismo sonico indulgendo in dischi affascinanti ma che giocoforza accoglievano tra le loro braccia non certo orde di ammiratori, tanto la loro proposta era particolare, hanno deciso di sintetizzare e rendere fruibile ad un maggior numero di ascoltatori la propria musica. Non so quanto questo percorso sia stato frutto di pianificazione o di naturale evoluzione ma tant’è. Già il precedente Blackjazz lasciava presagire le aperture che puntualmente sono avvenute in questo tremendo e spettacolare One One One. Non abbiate paura però voi fans di vecchia data, gli Shining non sono finiti a fare musichetta per educande, hanno solo portato a termine il loro tortuoso peregrinare ponendo le basi per impostare una nuova fase della propria carriera. E lo hanno fatto con un album che prenderà per la gola molti aficionados della musica più estrema, smussando gli angoli più sperimentali e incanalando in un lotto di canzoni energiche la carica che li ha sempre contraddistinti. Sintomatica di quando vado dicendo è l’apertura superlativa di I Won’t Forget che, credeteci o meno, ha un piglio stoner/sludge, tirata, diretta, potente e melodica, e quasi non ti accorgi che è praticamente supportata dall’elettronica e quando sbuca l’assolo di sax si rimane a bocca aperta, ma si comprende che è una logica conseguenza del loro particolare approccio. E la struttura differente data dalla loro strumentazione particolare (ampio spazio a tastiere, elettronica e sax) donano un impatto diverso a brani quali The One Inside o Paint The Sky Black che altrimenti si potrebbero attribuire ai Dillinger Escape Plan. My Dying Drive è più elettronica, nervosa ed eclettica ma esplode in un ritornello pauroso. Rispetto a Blackjazz si ha un impatto più concreto e fisico, proprio sul lato pratico, meno sinfonici e sperimentali, ma il tutto va preso con le dovute molle perchè la struttura complessa di Off The Hook, fratturata ed incontrollabile contiene una grande prova della voce del fondatore Jorgen Munkeby, in un certo senso un brano melodico, ma anche quest’ultimo termine è sempre da rapportare a qual’è il loro standard di melodia. L’altro membro sempre presente è l’incredibile batterista Torstein Lofthus che marchia a sangue Blackjazz Rebel, devastante assalto sonoro di incredibile potenza. Poi Walk Away inietta linee vocali particolarmente intriganti su di un tappeto jazz/metal, The Hurting Game ha un sax di inusitata potenza che esplode in forzature noise su un tappeto tiratissimo. Avete ancora qualche stilla di energia da spendere? Il tremendo lamento del sax in apertura di How Your Story End chiama a raccolta tutti gli altri strumenti pur continuando a guidare una sinistra ed apocalittica rivolta. Possono risultare estremi, possono non piacere, possono essere criticabili per la loro eccessiva potenza, ma qua dentro non c’è un attimo di respiro, il loro è un’annichilente assalto che lascia le orecchie fumanti e per questo li amo un bel po’.

Daniele Ghiro

ZEUS! “Opera”

ZEUS!

Opera

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A poco più di due anni dall’omonimo esordio, tornano in azione gli ZEUS!, il duo composto dal bassista Luca Cavina (Calibro 35, Craxi, Incident On South Street) e dal batterista Paolo Mongardi (ex Jennifer Gentle, ora anche in Ronin, Fuzz Orchestra, FulKanelli ed al servizio di molti altri). Sono stati due anni intensi questi per i due, due anni passati a calcare palchi e a continuare a fare musica. Due anni che gli hanno permesso di far conoscere il loro nome anche fuori dai confini italiani, tanto che questo nuovo album, oltre che in Italia ed in Europa, sbarcherà pure negli Stati Uniti grazie alla Three One G di Justin Pearson (Locust, Swing Kids, Retox) ed alla distribuzione da parte di Rough Trade. In Opera, la cifra stilistica del duo non cambia rispetto all’esordio, procedendo piuttosto ad un più lucido affinamento. Nelle undici tracce qui contenute, il basso elettrico di Cavina trafigge coi suoi riff ed i suoi fraseggi metallici, mentre Mongardi dimostra ancora una volta di essere un batterista dalla potenza matematica. In bilico tra hardcore punk, metal e prog, i loro pezzi si stendono compressi ed intricati, violenti ed inarrestabili come Panzer, ma a loro modo raffinati per come sono costruiti in sezioni tutt’altro che semplici o figlie soltanto dell’aggressività. In qualche pezzo Cavina fa filtrare in filigrana la sua voce, che è più un urlo tra gli strumenti, in qualcuno appare un filo di tastiera, il theremin di Vincenzo Vasi o qualche noise ad opera di Nicola Ratti. In Sick And Destroy, il citato Justin Pearson dà sfogo ad una viscerale performance vocale, mentre memorabili sono i titoli di molti dei brani, vedi Lucy In The Sky With King Diamond, La Morte Young, Giorgio Gaslini Is Our Tom Araya, Bach To The Future o Blast But Not Liszt. E’ un disco, questo, che piacerà molto a tutti gli appassionati di musica estrema, a quelli che non hanno mai smesso di seguire tutto quanto sta tra gli Hella e le cose più potenti di John Zorn o Mike Patton. Bella anche la confezione e l’artwork curato da Mongardi e Carlotta Morelli, con gli insetti sul retro che, visto il titolo del disco, non possono che far venire in mente l’Opera di Dario Argento. Produzione, registrazione e missaggio di Tommaso Colliva, mastering dell’espertissimo James Plotkin.

Lino Brunetti

THE EVENS – The Odds

THE EVENS

The Odds

Dischord

Prendetene e bevetene tutti, questo è il sangue dei Fugazi, prendetene e mangiatene tutti, questo è il corpo dell’indie a stelle e striscie. Malinconici e disperati dalla perdita di uno dei più grandi gruppi della storia del rock non abbiate paura ed avvicinatevi senza timore al nuovo lavoro di Ian MacKaye e di sua moglie Amy Farina. Ritroverete tutto quello che vi serve per calarvi nuovamente nel passato glorioso senza ritrovarsi smarriti in un gusto rancido e che sa di vecchio. Le corde del tempo sono solleticate in continuazione da quell’estetica minimalista all’apparenza calma e senza sbavature ma che nella forma finale si propone su temi battaglieri e tremendamente attuali. La tensione elettrica che Ian riesce a creare con una musica così scarna (ma neanche troppo direi) è incredibile, basti ascoltare King Of Kings e Architects Sleep che del gruppone di cui sopra ne recuperano spirito e non solo. Il fantasma dei Fugazi non è mai stato così vicino e nonostante una strumentazione limitata si materializza alla grande in Wanted Criminals, Broken Finger o This Other Thing tanto da farci disperare e chiederci perché menti ancora così attive e pensanti non possano riunire le forze sotto il monicker originale. Ma bisogna accontentarsi e la famiglia Evens prova, riuscendoci almeno in parte, a colmare la nostra perdita, andando a percorrere anche nuove strade con la vena jazzata di Competing With The Till, con la semplice e scurissima I Do Myself, con la stupenda costruzione sonora di Warble Factor. La banalità e il riempitivo non sono atteggiamenti contemplati, tutto è incastonato al posto giusto con una semplicità disarmante, come esplica al meglio la inaspettatamente melodica, struggente e malinconica Let’s Get Well. Un disco che potrebbe risultare normale a chi non conosce il passato ma che suona superbo per chi ha ben chiaro nella testa quali sono i personaggi che di questo sound ha fatto la storia.

Daniele Ghiro

theevens

BEST OF THE YEAR 2012 – Lino Brunetti

Come è tipico di ogni fine anno, è giunto il momento dei bilanci. E dunque, come è stato questo 2012 in musica? Partiamo da una considerazione generale: ormai da tempo è impossibile identificare, non dico un album, ma anche solo uno stile, che possa essere rappresentativo dell’anno appena trascorso. Le tendenze musicali, che sono comunque propense a ripetersi ciclicamente, sono da tempo esplose in miriadi di rivoli che, lungi dal potersi (se non in sporadici casi) definire nuovi, hanno perso pure la loro capacità di caratterizzare un’epoca. Se un lascito ci rimarrà di questi anni di download selvaggio e strapotere della Rete, sarà quello di un azzeramento dell’asse temporale, non più verticale bensì orizzontale, dove passato, presente e futuro convivono allegramente assieme in una bolla dove non c’è più nessuna vera differenziazione. Lo si evince dall’enorme numero di ristampe, deluxe edition, cofanetti celebrativi, ma pure dalle musiche contenute nei dischi dei cosidetti artisti “nuovi”, talmente nuovi che a volte suonano esattamente come i loro omologhi di quarant’anni fa. In questo scenario, le cose migliori nel 2012 sono arrivate in larga parte proprio dai grandi vecchi o comunque da artisti sulle scene ormai da parecchio tempo. Bob Dylan è tornato con un disco stupendo, Tempest, celebrato (giustamente) ovunque. Non gli è stato da meno Neil Young che, assieme ai Crazy Horse, ha assestato due zampate delle sue, prima con le riletture di Americana, poi con le cavalcate elettriche di Psychedelic Pill. Dopo due ciofeche quali Magic Working On A DreamBruce Springsteen se ne è uscito finalmente con un disco vitale, intenso, potente sotto tutti i punti di vista. Magari imperfetto, di sicuro non un capolavoro, Wrecking Ball è comunque un album di grandissimo livello, che ha riposizionato il Boss ai livelli che gli competono. Rimanendo sui classici, bellissimo il nuovo Dr. John (Logged Down), splendido il Life Is People di Bill Fay, di gran classe il Leonard Cohen di Old Ideas (un disco che comunque io non ho amato pazzamente come altri hanno fatto), mentre solo discreto è stato il Banga di Patti Smith. Per la serie “e chi se l’aspettava?”, credeteci o no, è ottimo invece il nuovo ZZ TopLa Futura, band a cui la produzione di Rick Rubin ha fatto un gran bene. Ma non solo i “grandi vecchi” ci sono stati, anche se sempre tra i veterani  si è dovuto andare a cercare le cose migliori. Partiamo da quello che è senza dubbio il mio disco dell’anno, The Seer degli Swans, un triplo LP magnetico, ottundente, potentissimo e visionario. Poi, in ordine sparso, il sorprendente ritorno sulle scene dei Godspeed You! Black Emperor (‘Hallelujah! Don’t Bend! Ascend!), i Giant Sand sempre più Giant di Tucson, i loro fratelli Calexico con Algiers, i Dirty Three di Towards The Low Sun, gli Spiritualized di Sweet Heart Sweet Light, i Sigur Ros di Valtari, i Lambchop di Mr Mil Mark Stewart di The Politics Of Envy, i redivivi Spain di The Soul Of Spain, i Mission Of Burma di Unsound, gli Om  di Advaitic Songs, Dirty Projectors di Swing Lo Magellan. Deludente il ritorno dei PiL, decisamente buoni quelli di Jon Spencer Blues ExplosionLiars, EarthBeach House (sia pur meno efficace degli album precedenti), Six Organs Of AdmittanceAnimal CollectiveNeurosis, UnsaneThe Chrome CranksThee Oh SeesGuided By Voices (ben tre dischi!), Woven HandGrizzly BearPontiak (memorabile il loro Echo Ono, e non solo perché hanno avuto la bontà di mettere una mia foto sulla copertina della versione in vinile), la doppietta Clear Moon/Ocean Roar dei Mount Eerie, il Moon Duo di Circles, i Tu Fawning di A Monument, i Peaking Lights di Lucifer. Dagli artisti solisti non moltissimi dischi da ricordare a mio parere: di sicuro lo è quello di Hugo Race & Fatalists (We Never Had Control), tra le cose migliori dell’annata, anche superiore al Blues Funeral della Mark Lanegan Band (comunque bello), ma lo sono pure la doppietta di Chris Robinson Brotherhood, i due dischi di Andrew Bird (soprattutto Break It Yourself), l’esordio del leader dei Castanets come Raymond Byron & The White Freighter (Little Death Shaker) ed il The Broken Man di Matt Elliot. Ancora meglio ha fatto il gentil sesso: per una Cat Power a fasi alterne (Sun, solo parzialmente riuscito), ci sono state una Fiona Apple in odor di capolavoro (The Idler Wheel…), una grandissima Ani Di Franco (Which Side Are You On?), la sorprendente Gemma Ray (Island Fire), le sorelline svedesi First Aid Kit (The Lion’s Roar), la Beth Orton di Sugaring Season. Tra le nuove band, la palma di rivelazione dell’anno se la beccano i grandissimi Goat di World Music, seguiti a ruota dai The Men di Open Up Your Heart, dai Big Deal di Lights Out, dagli Islet di Illuminated People, dai Fenster di Bonesdagli Allah-Las e dalla Family Band di Grace & Lies. Tra le cose più sperimentali, vetta incontrastata allo Scott Walker di Bish Bosch, un disco per nulla facile ma di una intensità rarissima. In campo improvvisativo, grandi cose sono arrivate dagli svizzeri Tetras (Pareidolia il titolo del loro album). Altri dischi da non dimenticare, Effigy dei Pelt, msg rcvd dei Neptune, Fragments Of The Marble Plan degli AufgehobenWe Will Always Be di Windy & Carl. E l’Italia? Certo, anche l’Italia ci ha dato grandi cose. Gli Afterhours hanno pubblicato uno dei loro dischi più belli di sempre, Padania. Potente e visionaria l’opera in due parti degli Ufomammut, così come Il Mondo Nuovo de Il Teatro Degli Orrori. E poi: Sacri Cuori (Rosario), King Of The Opera (Nothing Outstanding), Father Murphy (Anyway, Your Children Will Deny It), Paolo Saporiti (L’ultimo Ricatto), Ronin (Fenice), Mattia Coletti (The Land), manZoni (Cucina Povera), Xabier Iriondo (Irrintzi), Sparkle In Grey (Mexico), Guano Padano (2), Calibro 35. E chissà quante altre cose mi son perso o avrò dimenticato! Qui sotto, la selezione della selezione. Ed ora, prepariamoci al 2013!

SWANS “THE SEER”

GOAT “WORLD MUSIC”

FIONA APPLE “THE IDLER WHEEL…”

PONTIAK “ECHO ONO”

GODSPEED YOU! BLACK EMEPEROR “‘ALLELUJAH! DON’T BEND! ASCEND!”

AFTERHOURS “PADANIA”

TETRAS “PAREIDOLIA”

MOUNT EERIE “CLEAR MOON/OCEAN ROAR”

HUGO RACE FATALISTS “WE NEVER HAD CONTROL”

THE MEN “OPEN UP YOUR HEART”

SCOTT WALKER “BISH BOSCH”

BRUCE SPRINGSTEEN “WRECKING BALL”

BOB DYLAN “TEMPEST”

NEIL YOUNG & CRAZY HORSE “AMERICANA/PSYCHEDELIC PILL”

FIRST AID KIT “THE LION’S ROAR”

GIANT GIANT SAND “TUCSON”

BOX SET: CAN “THE LOST TAPES”

CONVERGE “All We Love We Leave Behind”

CONVERGE

All We Love We Leave Behind

Epitaph

Più il tempo passa, più i dischi si accumulano, più si rafforza la mia idea: i Converge non sono una band hardcore tra le migliori, sono la band hardcore migliore. Sono quelli che dettano i tempi, gli umori, le sensazioni. Hanno una tecnica di esecuzione che ormai rasenta la perfezione, hanno una tecnica compositiva che ha pochi eguali, ma soprattutto hanno carisma da vendere e una sicurezza nei propri mezzi disarmante. Dal vivo sono devastanti, Jacob Bannon è ormai un’icona, piaccia o meno, e i dischi fin qui messi in fila non hanno (quasi) mai mostrato segni di cedimento. Furiosi, incalzanti, riflessivi e a volte rallentati, addirittura acustici in alcuni passaggi, e potrebbe sembrare un’eresia: non per loro perché anche in quei frangenti sono sempre e comunque hardcore al 100%. Poi si potrebbe disquisire sul fatto che da Jane Doe (2001), il loro indubbio vertice compositivo, la band si sia adagiata su una comoda posizione di preminenza e che le uscite successive nulla abbiano aggiunto. Può essere, ma poco importa, fintanto che la qualità delle “repliche” è tale da soddisfare il mio palato (e quello dei loro numerosi estimatori). A me invece pare che, anche se in maniera subdola e ben mascherata, i Converge stiano inserendo elementi contrastanti nella loro musica, aggiungendo sfumature che potrebbero portarli anche da qualche parte diversa dall’hardcore intransigente ed ultratecnico. Basterebbe a questo proposito andare ad ascoltarsi la parte conclusiva del disco, a partire da una strepitosa Coral Blue nella quale si sente un respiro melodico inaspettato, la velocità si riduce e Bannon sembra provare un nuovo modo di modulare la sua voce, notizia che già di per sé è notevole, costruendo una canzone che potrebbe spostare i loro assi compositivi nel futuro. Precipice è un breve strumentale sinfonico con addirittura il pianoforte che precede la title track: tapping chitarristici che fuggono verso il metal, molto melodica nella sua costruzione convulsa, grandi accelerazioni, voce sofferta e quasi in sottofondo, finale di impressionante potenza, anche questo un brano che da la sensazione di un cambiamento in atto. Shame In The Way fila verso il metal, durissimo, spurio, quasi trash e Predatory Glow si allinea a coordinate semi industriali dalla ritmica pazzesca chiudendo l’album. Precedentemente, tanto per ribadire al mondo il proprio violentissimo approccio alla musica, avevano infilato Aimless Arrow e Veins And Veils, devastanti, molto tecniche e dalle chitarre fratturate. Trespasses e Sparrows Fall più tradizionalmente conducibili al loro classico sound, Tender Abuse un assalto impressionante e pesantissimo senza alcuna pausa. Poi Empty On The Inside che viaggia su ritmi marziali, A Glacial Pace che rallenta i tempi (beh, si fa per dire) per poi accellerare su tecnicismi esasperanti. Praticamente sempre uguali, ma lucidamente in grado di dare nuove angolazioni al proprio sound, e pure qualche bella martellata a convenzioni ormai acquisite, vedi la voce di Bannon, mixata bassissima e che si modella sulle melodie come mai prima. Rimane comunque pazzesca la loro capacità di rendere credibili e soprattutto comprensibili composizioni con così tanto “suono” dentro senza peccare in confusione, ripulendo tutto il possibile pur rimanendo sempre e comunque estremi. A dispetto di chi li ha ormai bollati come “sempre la solita roba” e di chi afferma che l’ultimo Axe To Fall sia stato il loro disco peggiore (condivisibile, ma sempre un gran bel sentire) io mi sento di donare ai Converge lo status di immortali, All We Love We Leave Behind è una bomba a picco sul mio cranio e me lo tengo stretto.

Daniele Ghiro

 

FISHBONE live @ Arci Lo-Fi – 14 novembre 2012

A volte le aspettative per un concerto non sono quelle giuste. Capita di avere una voglia matta di andarsi ad ascoltare un gruppo e se ne esce delusi. Poi ci sono quelle serate in cui ti chiedi: “vado o non vado?”, non è che ne hai tanta voglia, e i motivi possono essere svariati, poi stai a casa e ti penti oppure decidi di passare una serata ad ascoltare musica. Fortunatamente ho deciso di muovere il culo verso il LO-FI per gustarmi i Fishbone e ne sono stato ampiamente ripagato. Non che ci fosse il pienone ma tant’è: io mi sono divertito, stupito e entusiasmato. Inizio un po’ difficoltoso con qualche problema agli ampli e il tecnico del suono decisamente nervoso, poi tutto si è risolto nel migliore dei modi e i sette si sono immessi sulla loro autostrada fatta di funky, swing, ska, rocksteady, heavy metal, hardcore per lasciarla un’ora e quaranta minuti dopo. Dalla formazione originale i superstiti sono solo un’allampanato John Norwood Fisher al basso ed un devastante Angelo Moore, voce, terhemin e sax di ogni tipo. Un’alchimia perfetta ed una macchina sonora impressionante, sia quando tirano fuori quei funky melmosi con la chitarra che straborda sia quando si immettono su swing dai fiati impressionanti. Poi quà e là accelerano e si lasciano andare a furiose escursioni nel punk, senza tralasciare le spruzzate ska ed una latente ma sempre presente dose di rap. Angelo è un cabarettista prestato alla musica, tiene il palco alla grande, canta, soffia nel sax, balla, si dimena, incita il pubblico trovando anche il tempo per una passeggiata di saluto con baci e abbracci al gentil sesso. Una band che a dispetto del lungo periodo di silenzio sembra avere ancora la forza per andare avanti, l’ultimo Crazy Glue ne è una dignitosa dimostrazione, ma non è sulle tracce fisiche che i Fishbone danno il meglio di sé: dal vivo è tutta un’altra storia, particolari, potentissimi, divertenti, ancora in pista e ne sono contento. Pensare che ho rischiato di rimanere attaccato al divano di casa. Mi sarei perso un pezzo di storia.

Daniele Ghiro