BOLOGNA VIOLENTA: BERVISMO E UNO BIANCA

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Nicola Manzan ha ormai un certo seguito nel panorama rock estremo italiano (e non solo). Ai dischi e alle attività di Bologna Violenta, la sua creatura della quale è unico artefice, si aggiungono collaborazioni varie come session man, come produttore e come “discografico” attraverso la sua etichetta Dischi Bervisti. Proprio per questo tralasciamo una dettagliata biografia e andiamo a chiedere qualche informazione supplementare, Nicola risponde sincero e disponibile, parlando anche del suo nuovo lavoro Uno Bianca, del quale trovate la recensione alla fine dell’intervista.

Da dove nasce la tua voglia di fare musica?

E’ iniziato tutto quand’ero bambino. Ho iniziato a suonare il pianoforte a cinque anni e verso gli otto anni ho iniziato lo studio del violino. Ho sempre amato la musica, mi affascinavano gli strumenti e già a quell’età facevo le classifiche a casa (col giradischi) imitando quelle della radio. I vinili di mio padre comprendevano musica classica e cose pop o cantautorali che mischiavo con molta naturalezza, creando delle mie personali playlist che non ammettevano distinzione di “genere”.

Sei diplomato in violino, presumo che ci sia bisogno di un’impronta classica per studiare questo strumento. Come sei finito a fare grindcore?

Come dicevo, ho iniziato da piccolo a suonare il violino e mi sono diplomato in conservatorio a fine anni 90. Amo la musica classica, è una parte fondamentale del mio background e dei miei ascolti. Però amo anche i generi più distruttivi, forse perché rappresentano l’opposto di quello per cui ho combattuto in anni di conservatorio: l’eleganza, il bel suono, il rigore interpretativo e tutte queste cose. Il grindcore è considerato l’anti-musica per eccellenza, e questo mi affascina molto. Raggiunta la maggiore età ho iniziato a suonare con i primi gruppi della zona, che hanno avuto un’impronta sempre abbastanza pesante, nelle sonorità, ma solo con BOLOGNA VIOLENTA ho deciso di estremizzare tutto e mettere in musica il mio lato più estremo.

I due aspetti (classico ed estremo) sono in antitesi o si possono coniugare? Sembra che tu riesca in scioltezza ad inserire elementi classici in contesti estremi. Qual’è il tuo approccio?

Il mio approccio è molto semplice: voglio fare musica che sia molto forte dal punto di vista emotivo. L’uso di tempi molto veloci nei pezzi genere ha già di per sè un forte impatto, ma negli anni sono riuscito ad utilizzare tipi di accordi e sequenze armoniche che riescono a sottolineare al meglio quello che voglio “dire”. Da notare che in genere sono proprio gli archi a creare le armonie, mentre la chitarra sta sotto a macinare ritmiche veloci e spezzate. Mi sembra il modo più naturale per mettere insieme le due cose, per quanto col mio ultimo disco ho fatto dei notevoli passi avanti, cercando di rendere gli archi più estremi e le chitarre più armoniche.

Sembri un tipo luciferino e sinistro, la tua musica è estrema e violenta, ma poi conoscendoti si ha la sensazione che tu sia un tipo tranquillo, c’è una sorta di Jekyll/Hyde nella separazione tra musica e privato?

Beh, c’è da dire che nel privato non sono sempre gentile e tranquillo, chi mi conosce bene lo sa… Sono testardo di natura, quindi se le cose non vanno come voglio io tendo ad essere molto pesante. Però credo anche che la mia musica abbia molti risvolti “positivi”, io la vivo come una specie di catarsi, un breve incubo che una volta finito ti fa stare meglio. Quindi non vedo il mio progetto come violento-e-basta, lo vedo molto provocatorio, più che altro, e questo mi rispecchia in pieno. La gentilezza e il rispetto per il prossimo dovrebbero essere alla base di tutte le relazioni tra gli esseri umani, la musica che si fa non dovrebbe c’entrare.

Una one man band ha dalla sua il vantaggio di essere a capo di tutto. Ti piacerebbe essere in una band con altri elementi o la tua dimensione solitaria è completamente appagante?

Le due esperienze sono molto diverse, devo dire. Mi piace essere a capo di tutto per quello che riguarda BV e spesso mi chiedo se vorrei altra gente a suonare sul palco con me (la risposta è spesso positiva, tra l’altro). A volte risulta pesante essere quasi ogni sera su un palco da solo a creare uno spettacolo che funzioni, in cui devo spingere sempre al massimo perché l’attenzione è tutta su di me. Mi piace molto suonare con altre persone (anche se negli ultimi due anni non è mai capitato), devi creare il feeling giusto, il “respiro comune”, è creare qualcosa di unico con altre persone, quindi la sento una cosa molto speciale (tanto speciale da tenermi alla larga da improvvisazioni modello: dai prendiamo due strumenti e vediamo cosa esce). Spero presto di ricominciare a suonare anche con una vera band, tutto sommato mi mancano i fischi alle orecchie post-concerto, quelli che nel silenzio ti fanno compagnia tutta la notte col suono dei piatti del batterista di turno…

Tra collaborazioni, registrazioni, produzioni sembra che la tua vita sia totalmente dedicata alla musica, è così?

E’ così. Ti dirò, se non mi ci dedico ogni giorno mi sento in colpa con me stesso. E’ una ossessione, più che altro…

Come sono nate le tue collaborazioni con Menace (progetto di Mitch Harris dei Napalm Death) e Justin K. Broadrick (Jesu)? Qual’è il tuo contributo in questi progetti?

Ho conosciuto Mitch quando ho suonato per la prima volta di supporto ai Napalm Death. Ha visto che avevo il violino sul palco e mi ha chiesto se registravo e arrangiavo gli archi, perché aveva questo progetto in ballo con Brann Dailor (Mastodon) e Max Cavalera (Soulfly), ma all’epoca c’erano solo dei provini. Dopo un intenso scambio di mail, pezzi e idee durato quasi due anni, siamo arrivati al punto che il cd esce a Marzo per Season Of Mist e sarà distribuito in tutto il mondo. Io mi sono occupato della parte “orchestrale” della cosa, registrando gli archi su gran parte dei pezzi, in più ho fatto alcune parti di synth e fiati, oltre al basso del primo singolo. Nel disco, prodotto da Russ Russell (Napalm Death, Evile) hanno suonato Shane Embury (Napalm Death), Derek Roddy (Hate Eternal, Nile) e Fred Leclerq (Dragonforce). Justin l’ho incontrato a Bologna suonando di supporto ai Godflesh. Anche in questo caso, ha visto il violino e mi ha chiesto di registrare gli archi veri su un pezzo dell’ultimo album di Jesu. Anche in questo caso, un’esperienza molto bella per me, soprattutto dal punto di vista umano (e qui si torna alla domanda sull’essere gentili e fare musica estrema…).

Una domanda che faccio a tutti: riesci a vivere di musica oppure fai anche altro? Gestisci tutto da solo anche per quanto riguarda la parte amministrativa e organizzativa?

Diciamo che riesco a “sopravvivere”. Ho impostato tutta la mia vita sulla musica, fin da bambino, e a parte qualche periodo in cui ho fatto anche altro, in genere sono sempre riuscito a non morire di fame. Devi pensare che oltre a BV faccio anche il fonico in studio, produco gruppi e partecipo alle registrazioni di parecchi dischi. Mettendo insieme tutto ed evitando di buttare i soldi in cazzate a fine mese non ho un vero e proprio stipendio, ma almeno non devo trovarmi qualcos’altro da fare per vivere. Inizialmente gestivo tutto, ora molto meno, i concerti li gestisce il Cecca di BPM Concerti, la stampa dell’ultimo disco la sta gestendo Woodworm, mentre l’ufficio stampa è autogestito da me e Nunzia (la mia compagna) come Dischi Bervisti, ma devo dire che ho sempre meno tempo per star dietro a tutto.

Come vedi la scena musicale italiana? Intendo quella sotterranea (ma non troppo) fatta di piccole entità come la tua (o anche maggiori) ma che mi sembra sia ormai ad un livello qualitativo veramente elevato.

Anche secondo me il livello si è alzato. Purtroppo il livello culturale italiano si è abbassato, quindi magari la musica può essere migliore, ma i posti dove farla sono sempre meno. Sono anche contento di vedere molte band che suonano e sono amate all’estero, questo significa che forse siamo arrivati, almeno in alcuni casi, ad essere “competitivi”, per quanto questo termine non mi piaccia.

So che hai fatto qualcosa anche con Ligabue: come collochi questi grandi nomi nel panorama rock italiano? Voglio dire, per me Vasco Rossi e Ligabue hanno un’influenza negativa su tanti perché il monopolio radiotelevisivo ci dice che loro sono il rock in Italia. Per trovare alternative devi cercare da altre parti e non tutti ne hanno voglia o interesse.

Ho registrato i violini su due pezzi di Ligabue. Mi è stato chiesto se volevo farlo e mi è sembrata una bella occasione per mettermi alla prova e soprattutto per andare a vedere come si lavora a quei livelli. Io personalmente non ce l’ho con Ligabue o Vasco, non mi piacciono le cose che fanno, tutto qui. La questione è un po’ complessa, dal mio punto di vista, perché da un lato ci sono le major che spingono i nomi grossi per far cassa (con tutte le conseguenze del caso), dall’altra c’è un pubblico che si riconosce in quello che questi artisti comunicano. Forse è perché comunicano cose molto semplici, in cui l’italiano medio si rivede. Chi non è stato con una tipa stronza in vita sua? Se ci fai una canzone gran parte del pubblico maschile ci si rivedrà. Sta a noi decidere se vogliamo ancora sentir parlare di cuore-amore o se vogliamo che la musica sia un arricchimento culturale, oltre che semplice intrattenimento. In più la gente non ha voglia di cercare qualcosa di diverso, quindi si becca quello che le viene propinato da tv o radio e basta. La cosa finisce qui. Diventa puro e semplice mercato.

L’etichetta Dischi Bervisti l’hai fondata tu?

L’abbiamo fondata io e Nunzia, inizialmente è stato fatto perché ai tempi del mio penultimo album ci siamo resi conto che potevamo contare su Audioglobe per la distribuzione delle copie fisiche, senza dover passare necessariamente per altre etichette. Quindi ci siamo messi in proprio e a quel punto abbiamo deciso anche di gestire tutta la parte promozionale. Ora facciamo da ufficio stampa anche per altre band e coproduciamo i dischi degli amici o quelli che ci piacciono. Una cosa molto DIY, comunque.

Ho saputo che ti sei sbattezzato, hai problemi con la religione cattolica o invece è una cosa più generale contro tutto quello che riguarda la spiritualità?

Non è una cosa che riguarda la spiritualità, ma le religioni (tutte) intese come un sistema politico per il controllo delle masse. Detta così sembra una cosa complottista, ma non lo è. La chiesa e le religioni per secoli non hanno fatto altro che mettere gli uni contro gli altri, in nome di un Dio che qualcuno si è inventato. La gente crede in cose assurde e affronta la vita pensando cose tipo “se Gesù è morto per noi, allora io devo avere la mia croce e soffrire”… secondo me questa è follia pura. Non si sa neppure se Gesù sia mai esistito o meno, non riesco a sentirmi vicino a queste cose. Che poi la religione cattolica mi fa proprio ridere, piena di controsensi. Una religione monoteista in cui vengono venerati decine di santi (che poi santi nella vita non lo erano proprio). Sinceramente? Non voglio averci niente a che fare.

Ora parlami del Bervismo, al quale ti vedo molto legato. Cos’è e da dove nasce?

“Bervismo” è una parola che mi sono inventato. Ho cominciato a scriverla sui social network ed ora sta cominciando a dilagare in maniera preoccupante… Di base vorrebbe essere la parola che identifica il trionfo della ragione sui sistemi politici del passato, sulle religioni e sulle superstizioni in generale.

Passiamo al tuo ultimo disco Uno Bianca: un progetto che potrebbe prestarsi ad interpretazioni controverse. Non ti hanno ancora accusato di apologia della violenza? Perché hai rievocato la storia di quella banda criminale?

Ho pensato di rievocare in musica una storia che a mio modo di vedere ha cambiato non solo la provincia di Bologna, ma un po’ tutto il Belpaese. Una storia sconvolgente che dovrebbe continuare a far riflettere, ma di cui non si parla quasi più. E’ una storia di Bologna e il mio progetto è nato inizialmente con l’idea di parlare della città in qualche modo, soprattutto andando a raccontare le sue storie più tristi. L’argomento è scottante, me ne rendo conto, infatti fin da subito ho contattato l’Associazione delle Vittime della Uno Bianca per parlare del mio progetto e del fatto che non ho la minima intenzione di far passare quelli della banda per dei personaggi da imitare. La mia è una denuncia spietata nei confronti di chi non ha il rispetto per la vita (aggravato, in questo caso, dal fatto che chi era coinvolto faceva parte di un’istituzione che dovrebbe garantire la pubblica sicurezza).

Rispetto ai lavori precedenti si nota un massiccio uso degli archi, il tuo violino mischiato con la violenza chitarristica crea una sorta di tappeto grind orchestrale. Un connubio che ti appassiona?

Come ho già scritto sopra, penso che questo che esce con BOLOGNA VIOLENTA sia una specie di “suono primordiale” che ho in testa. Questa è esattamente la musica che ho dentro.

Diventa imprescindibile il booklet allegato all’ascolto: preso da solo l’album è spiazzante ma con la guida in mano magicamente tutto si incastona al posto giusto. Una colonna sonora per un film che non è nelle sale ma che è nella storia della cronaca nera italiana. Hai attualizzato i poliziotteschi dei ’70 si può dire.

In qualche modo, forse sì. Lì era tutto basato su storie inventate, qui purtroppo è una storia vera. La mia idea era proprio quella di ricreare le colonne sonore di quei momenti così drammatici, la paura, la follia, il dolore generato da un raptus di follia. La guida all’ascolto è imprescindibile, perché lo svolgersi dei fatti è sottolineato dalla musica, ma se non si sa cosa è successo, si ha la sensazione che sia tutto un po’ fine a se stesso.

Come lo porterai in tour? Hai delle idee di come sarà il tuo show?

Sto preparando dei video che spero siano all’altezza del disco… Sto cercando di creare un viaggio minimale, ma efficace. Sul palco sarò da solo, non me la sono sentita di coinvolgere altra gente nei miei deliri!

Perché qualcuno dovrebbe comprare Uno Bianca? Fatti pubblicità…

La gente dovrebbe comprare il disco perché è qualcosa di diverso da quanto esce di solito. E’ uno sconfinare tra generi continuo, anche se di base la componente violenta è quella predominante. E’ un disco fatto col cuore che racconta una storia che dovrebbe farci riflettere.

BOLOGNA VIOLENTA

Uno Bianca

Woodworm/Wallace Rec/Dischi Bervisti

BV - UnoBianca [cover]

C’è qualcosa di sorprendente nelle idee di Nicola Manzan, cioè il factotum dietro il nome Bologna Violenta. L’anno scorso ha avuto il coraggio di condensare in un’unica traccia le discografie di artisti che vanno dai Pink Floyd agli Abba passando attraverso i Carcass con l’operazione “The Sound Of…” che seppur discutibile dal punto di vista puramente uditivo (a volte ci sono pezzi di puro rumore bianco) risulta affascinante per l’idea e dimostra ancora una volta la vitalità dell’artista trevigiano. Ora dopo tre dischi in netta crescita ecco che arrivano i 27 pezzi (30 minuti di musica totali) del nuovo Uno Bianca. Un concept che percorre passo passo le gesta criminali della banda dei fratelli Roberto e Favio Savi, poliziotti, che tra il 1987 e il 1994 misero a segno una serie di rapine e assalti che terrorizzarono Bologna e dintorni. Chiunque si trovò malauguratamente sulla loro strada fù impietosamente spazzato via, al momento del loro arresto i morti che si lasciarono alle spalle furono 24, conto al quale si aggiunge il loro povero (ma controverso) padre che si suicidò, forse vinto dalla vergogna (e a questo capitolo finale è dedicata l’ultima, bellissima, sinfonica e classica traccia). La canzone vera e propria non esiste e viene abbandonata a favore del concept globale della storia, anche i titoli non esistono, visto che ogni pezzo è identificato dalla data e dal luogo di ogni loro rapina o azione criminosa, e tutto il disco si regge sulla tremenda dicotomia chitarra – violino. I ritmi sono spesso forsennati come suo solito, l’uso degli archi però è massiccio e stempera le violenze, le pause sono inserite al momento giusto e la liricità del disco ne guadagna. Spiazzante al primo ascolto, il lavoro cresce notevolmente con i successivi, ma è quando si prende in mano la guida ai brani che Nicola ha allegato al suo lavoro che tutto giunge a compimento e il suo disco si trasforma in una colonna sonora perfetta di un poliziottesco italiano aggiornato agli anni ‘90, in un continuo aumentare del coinvolgimento emotivo. La musica segue passo passo ogni vicenda e tutto si va magicamente ad incastonare nel punto giusto, lasciando stupefatti di come questo sia possibile seguendo la sua proposta musicale, che non è certo tra le più accessibili e leggere. La violenza musicale delle rapine lascia spazio agli archi delle morti e dei funerali, si sobbalza ad ogni attacco, si prova pietà per le vittime e rabbia per i carnefici, sembra di essere sulla scena del crimine (ad esempio le tristi note tzigane durante l’assalto ai campi ROM si interrompono bruscamente durante il vero e proprio tirassegno messo in atto dai criminali lasciando spazio alla furia delle chitarre). Vi garantisco che, se siete solo un minimo avvezzi al genere, vi ritroverete ad ascoltare mezz’ora di grindcore con il cuore in gola e non potrete non trasalire ad ogni rintocco di campana (24, uno per ogni morto) puntualmente sistemati al momento dell’esecuzione. Da brividi. Come ho detto all’inizio, uno dei più sorprendenti artisti italiani nel panorama della musica estrema.

Daniele Ghiro

NINE INCH NAILS “LIVE – Milano, Forum, 28 agosto 2013”

NINE INCH NAILS

Forum Assago

Milano

28 agosto 2013

Nine_Inch_Nails,_live_at_Mediolanum_Forum,_Milan_28-08-2013

La delusione di Hesitation Marks sarebbe arrivata da li a pochi giorni, ma in sostanza a date posticipate, cioè il concerto dopo l’uscita dell’album, nulla sarebbe cambiato per quanto riguarda lo show dei NIN e a nessuno sarebbe fregato comunque dell’ultimo album. A prescindere da quanto sia bello (o brutto) l’ultimo disco a vedere i NIN ci si va e basta. Dal vivo per loro le cose sono sempre state diverse, sin dalle prime esplosive esperienze live a supporto di Pretty Hate Machine. Infatti il concerto, al solito, è una bomba sonora e visiva che pochi altri gruppi si possono permettere. In un Forum ancora distratto e con le luci accese Trent si presenta in solitario sul palco e comincia a snocciolare le prime frasi di Copy Of A. Progressivamente si aggiungono gli altri musicisti, tutti in fila davanti e quando al secondo ritornello si spengono le luci della sala ed esplodono quelle sul palco lo spettacolo, in un boato, ha inizio. Sanctified e Come Back Hounted proseguono questo inizio particolare che si conclude con la deflagrazione di 1,000,000 e March Of The Pigs. Sembra impossibile ma il suono del Forum è decente, la musica esce bene dagli amplificatori e la band suona compatta, anche se la furia selvaggia degli scorsi tour è solo un ricordo. I Nine Inch Nails sono attenti e non si lasciano andare troppo, Trent si fa un giro tra le prime file e la scaletta ora va a pescare nel passato (recente e remoto) registrando una fase centrale del concerto ad alto tasso energetico. Le coreografie sono come sempre di livello superiore (e non avete ancora visto quello che è l’impressionante impianto luci del Tension Tour appena cominciato negli USA) coinvolgendo lo spettatore in un caleidoscopio di colori e raggi laser da far girare la testa. Reznor manda al diavolo i festival che si è dovuto sorbire e aggiunge qualcosa in scaletta. La sequenza Closer, Gave Up, Help Me I’m In hell, Me I’m Not è strepitosa mentre in un crescendo costante si arriva alla devastazione di Wish, alla potenza di Survivalism, al grido lacerante di Only per concludersi con la consuesta festa che Head Like A Hole scatena in platea. Chiusura con la classica Hurt e tutti contenti la si canta in compagnia (anche se la canzone è di una tristezza inenarrabile). Proprio qui faccio il mio personalissimo appunto (e ciascuno avrà il suo): avrei preferito Hurt spostata in un’altra posizione perché come ultima canzone desidererei qualcosa di decisamente più violento per spendere le ultime energie e quindi (secondo appunto visto che non le hanno fatte!) ci metterei Reptile, Mr. Self Destruct, Somewhat Damaged o la fine ideale cioè We’re In This Together. Per il resto negli occhi rimarrà un concerto dal grande impatto visivo e un Trent Reznor che non ha perso un grammo del suo carismatico vigore, mettendo in bella mostra bicipiti da culturista e pose da consumato showman. E’ un lavoro sporco ma qualcuno deve pur farlo, lui al suo pubblico si concede sempre con generosità e le quasi due ore portate a termine sono trascorse in un attimo.

Daniele Ghiro

NINE INCH NAILS “Hesitation Marks”

NINE INCH NAILS

Hesitation Marks

Null Corporation/Columbia

nine_inch_nails_nerospinto_coverdeluxe

A volte, per capire come vanno le cose, si potrebbe partire da quei particolari marginali, che nessuno nota se non dopo un po’ di tempo, o da quelle canzoni che non sono tra i singoli e magari poste in chiusura dell’album. Ecco, partiamo da questi presupposti e scorriamo le note che accompagnano il booklet allegato ad Hesitation Marks, tra le quali è evidente che Trent Reznor praticamente ha fatto un altro album solista, componendo e suonando (anche da solo) buona parte delle canzoni. Questa non è una novità perché la frase “I NIN sono Trent Reznor” è in bella vista sui suoi dischi sin dall’inizio della sua avventura, ma io speravo in qualcosa di diverso. Speravo in un ritorno della “band”, speravo in un netto taglio con le seppur belle colonne sonore che lo hanno portato all’oscar, e un taglio anche con le melodie avvolgenti del suo progetto con la moglie a nome How To Destroy Angels. Questo non solo non è avvenuto, ma sembra che certe sonorità si siano ormai cementificate nel suo processo compositivo. Prendiamo ad esempio, a proposito di marginalità, la penultima canzone del disco, While I’m Still Here, che avrebbe potuto essere un ottimo spunto, visto che è praticamente la riproposizione di Weary Blues From Waiting di Hank Williams, mi sarei aspettato una bomba blues trattata in chiave moderna ed invece si dimostra un fiacco trascinarsi di beat elettronici con una buona dose di noia di sottofondo. Noia che purtroppo prende troppo spesso il sopravvento durante l’ascolto, pur essendo questo un disco, diciamolo chiaramente, formalmente perfetto e non poteva essere altrimenti al cospetto di un genio della musica, o meglio, del trattamento dei suoni. Eppure l’album esplode con la potenza elettronica di Copy Of A, una trascinante canzone che se ascoltata ad alto volume spacca le finestre della tua stanza, isolazionismo sonico da paura. Come Back Haunted riporta Trent direttamente dalle parti di Pretty Hate Machine con la potenza che gli riconosciamo da sempre, anche se le chitarre, come del resto in quasi tutto l’album, rimangono semi nascoste. A proposito di chitarra, il maestro Adrian Belew consegna le sue trame eteree a Find My Way che è un buon pezzo e che sarebbe stato benissimo incastonato tra i capolavori dell’era The Fragile. Anche All Time Low vede Belew alla chitarra e il suo marchio è decisamente evidente, riuscendo a dare carisma ad un brano che fa la sua figura. A questo punto, al posto di spiccare il volo, o quantomeno proseguire su queste coordinate, Hesitation Marks si tuffa in una involuzione di contenuti che non mi aspettavo. Disappointed è noiosa e trascinata a dismisura, Everything è in assoluto il brano più brutto scritto dai NIN, un’accozzaglia senza capo ne coda dove Enola Gay si scontra con chitarre inutili. Satellite e Various Methods Of Escape sopravvivono entrambe allo stesso ritmo per troppo minutaggio. Running cerca di dare un po’ di movimento ma ci riesce poco. I Would For You invece riesce perlomeno a sfoggiare un buon ritornello ed una costruzione interessante, cosa che fa anche In Two, recuperando atmosfere cupe e cibernetiche, con un buon ritmo ed una buona melodia. Troppo poco a mio avviso per salvare il disco, anche se ho sentito pareri discordi e le rimostranze maggiori da parte dei sostenitori di questo album mi pare che si possano riassumere in una domanda, che qualcuno mi ha fatto: “Ma perché per essere un buon disco i Nine Inch Nails devono per forza fare casino? Questo è un buon album elettronico”. Il punto è che la loro peculiarità è sempre stata questa, elettronica e chitarre si sono sempre integrate alla perfezione e qui questo non è avvenuto, non dico che io voglia sempre ascoltare una versione aggiornata di Broken ma nemmeno addormentarsi a metà perdendo il filo delle canzoni. Tanto più che in molte parti di The Fragile, tanto per fare un esempio, le chitarre scomparivano quasi completamente ma l’atmosfera e il coinvolgimento che quelle canzoni riuscivano a dare erano proprio di un altro spessore. Mi si può dire che il tempo passa e gli interpreti invecchiano, cambiando doverosamente registro, e ci stà anche questo, ma quello che cantava Trent vent’anni fa in Heresy io l’ho preso per buono allora e mi resta dentro tale e quale nonostante gli anni trascorsi (Your God is dead, And no one’s care, If there is a hell, I will see you there) la tremenda forza erotica di Reptile io la sento ancora oggi (Oh my beautiful liar, oh my precious whore, my disease my infection, I’m so impure) e di quella sinistra e opprimente atmosfera che pervadeva quelle canzoni qui non ne rimane traccia alcuna. A voler insistentemente continuare a scarnificare i suoni si arriva ad avere solo l’osso, che per forza di cose è meno succulento di una sostanziosa coscia. Ammetto le mie debolezze nei loro confronti e riuscirò ad ascoltarlo ancora trovando conforto in quei cinque o sei pezzi che mi stuzzicano, da vero estimatore del gruppo sin dai tempi dei loro primi singoli però non posso far altro che riporre Hesitation Marks tra i punti più bassi della loro discografia, non tanto perché sia un disco inascoltabile (già detto che è confezionato in maniera sublime) ma quanto perché di Nine Inch Nails, qua dentro, c’è veramente poco.

Daniele Ghiro

MINISTRY “ENJOY THE QUIET” DVD

MINISTRY

Enjoy The Quiet – Live At Wacken DVD

13 Planet Records

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Non certo il miglior momento nella vita di Al Jourgensen, che pure di momenti sbagliati ne ha passati tanti nel corso del suo turbolento percorso artistico e umano. Dopo aver decretato la fine dei Ministry qualche anno fa è ritornato sui suoi passi rimettendo in gioco la band, disco e tour nuovi, accompagnato come sempre dal fedele amico di una vita Mike Scaccia. Ma il chitarrista si è accasciato sul palco durante un concerto a Dallas lo scorso 22 dicembre, non rialzandosi più, stroncato da un infarto. La pubblicazione di questo DVD è dedicato alla sua memoria e vede i Ministry muoversi sul palco del famoso Wacken Festival, davanti a migliaia di persone che, ad esser sinceri, sembrano non molto interessate a quanto la band stà facendo sul palco. Il problema di un festival, non tutti sono li per te, e a parte le infuocate prime file il resto della gente se ne sta semi tranquilla con le mani in tasca. Ed è un peccato perché sul grandissimo palco i Ministry sfoderano una prestazione esemplare, scatenando una potenza di fuoco devastante. Grossi schermi accompagnano con video l’esibizione, sostenendo egregiamente la performance di un Al Jourgensen indiavolato e sinistro, che presenta buona parte dell’allora fresco (e non memorabile) Relapse, ma che non si dimentica di mettere sul piatto i classici che hanno reso immortale la band. E allora Just One Fix, No W, New World Order scatenano un inferno fatto di Metal e Industrial, mischiati sapientemente come solo loro (e pochi altri) sono riusciti a fare durante i propri dischi, con un impianto visivo e di luci impressionante e riprese televisive notevoli e per nulla ripetitive. Recentemente, dopo la morte dell’amico Mike, Al ha detto che “Questa volta i Ministry cesseranno definitivamente la propria attività, perché non ci sarà un altro disco senza Mike. E’ morta una parte di me, sono finiti i Ministry ma non è finito Al Jourgensen. Farò altro, ho un nuovo gruppo, continuerò”. Gli faccio i migliori auguri e mi porto sulle spalle il grande rimpianto di non averli mai visti dal vivo: questo DVD è una grande testimonianza che medica parzialmente la ferita. Allegato anche l’esibizione del live sempre al Wacken del 2006, meno curata tecnicamente ma che comunque offre anch’essa una reale testimonianza live della più grande band industrial-metal che il mondo rock abbia mai partorito.

Daniele Ghiro

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Mike Scaccia e Al Jourgensen

BORIS “PRAPARAT”

BORIS

Praparat

Daymare Recordings

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Premessa: ascolto i Boris da tanto tempo, mi sono sempre piaciuti, come tanti altri gruppi, ma poi sono stato fulminato da un loro concerto, che mi ha preso per i capelli in un vortice senza fine al quale non ho opposto resistenza e dal quale sono stato catturato. Dal quel giorno per me i giapponesi sono diventati una band superiore. Sarà il fascino del Sol Levante, sarà una pizza mangiata fianco a fianco al Magnolia qualche anno fa, sarà un carisma che cola a secchi dalle loro figure, ma rimane il fatto che quando ascolto la loro musica entro in una dimensione parallela. La dimensione Boris. Che fino a qualche tempo fa era fatta di grezzi riff metallici, molto rumore e tanto altro, ma che negli ultimi anni ha conosciuto sterzate verso la psichedelia, il post rock, lo shoegaze ed anche il pop. Di conseguenza, all’uscita di un loro nuovo album, non sai mai cosa aspettarti dagli eclettici giapponesi e Praparat, uscito un po’ in sordina, si discosta nettamente dal loro precedente Attention Please, (in verità uscito in contemporanea con il più robusto Heavy Rocks II, con il quale Praparat ha più cose in comune). Però, al solito, non tutto è così facile da spiegare, perché la partenza viene per esempio affidata a December e sembra di aver messo su un disco dei Mogwai, tanto rarefatti e delicati sono i tocchi della chitarra. Ancora mi stò chiedendo cosa aspettarmi che la pesantezza tipicamente melvinsiana di Elegy irrompe negli speakers: riff scuro dai contorni sfumati, la voce di Takeshi che pare rubata ad un manga, dolce e sensuale, completamente fuori contesto, ma talmente centrata che l’accelerazione tremenda del finale mi coglie clamorosamente di sorpresa. Monologue, così come Mirano, sono post rock puro, con spruzzate melodiche intriganti dettate dalla chitarra solista mentre le campane a festa su un ritmo lentissimo e cadenzato creano l’effetto straniante e fuori dalle regole che caratterizza Method Of Error. I Boris attraversano i generi musicali e li infilzano a sangue di traverso, raccogliendone gocce e pezzi triturati per poi ricurcirli insieme: a volte sclerano e si immettono nella velocità supersonica della brevissima Perforated Line, altre si imbattono nella pianola stonata e mortuaria di un tristissimo circo (Castle In The Air). Ma poi ci sono anche le fiamme dell’inferno e sono quelle che lasciano di più il segno: Canvas è l’apocalisse infernale dal tremebondo attacco chitarristico, duro urticante, quasi immobile eppur squassante. Bataille Soure è un durissimo mid tempo dai tetri riff, grancassa spaccatimpani, frequenze basse e voci che sembrano provenire dall’oltretomba, un incubo semi industriale dei peggiori. Prendere o lasciare: tra questo brano e l’iniziale December apparentemente c’è un’abisso, ma i giapponesi hanno il dono del tocco divino e ogni singola nota, pur sembrando distante anni luce da quella precedente, viene richiamata all’ordine e condotta sotto lo stesso tetto, vale a dire quello di un grande gruppo che ancora non ha finito di sperimentare. Sperimentazione che ancora li rende ostici ai più, ma una volta trovata la chiave per entrare nel loro mondo vi troverete circondati da un caleidoscopio musicale che vi farà girare la testa.

Daniele Ghiro

SHINING “ONE ONE ONE”

SHINING

One One One

Indie Recordings

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Ormai da un decennio i norvegesi Shining imperversano nei circuiti alternativi con la loro particolare proposta musicale. E dopo aver scorrazzato sulle lame imperscrutabili dell’integralismo sonico indulgendo in dischi affascinanti ma che giocoforza accoglievano tra le loro braccia non certo orde di ammiratori, tanto la loro proposta era particolare, hanno deciso di sintetizzare e rendere fruibile ad un maggior numero di ascoltatori la propria musica. Non so quanto questo percorso sia stato frutto di pianificazione o di naturale evoluzione ma tant’è. Già il precedente Blackjazz lasciava presagire le aperture che puntualmente sono avvenute in questo tremendo e spettacolare One One One. Non abbiate paura però voi fans di vecchia data, gli Shining non sono finiti a fare musichetta per educande, hanno solo portato a termine il loro tortuoso peregrinare ponendo le basi per impostare una nuova fase della propria carriera. E lo hanno fatto con un album che prenderà per la gola molti aficionados della musica più estrema, smussando gli angoli più sperimentali e incanalando in un lotto di canzoni energiche la carica che li ha sempre contraddistinti. Sintomatica di quando vado dicendo è l’apertura superlativa di I Won’t Forget che, credeteci o meno, ha un piglio stoner/sludge, tirata, diretta, potente e melodica, e quasi non ti accorgi che è praticamente supportata dall’elettronica e quando sbuca l’assolo di sax si rimane a bocca aperta, ma si comprende che è una logica conseguenza del loro particolare approccio. E la struttura differente data dalla loro strumentazione particolare (ampio spazio a tastiere, elettronica e sax) donano un impatto diverso a brani quali The One Inside o Paint The Sky Black che altrimenti si potrebbero attribuire ai Dillinger Escape Plan. My Dying Drive è più elettronica, nervosa ed eclettica ma esplode in un ritornello pauroso. Rispetto a Blackjazz si ha un impatto più concreto e fisico, proprio sul lato pratico, meno sinfonici e sperimentali, ma il tutto va preso con le dovute molle perchè la struttura complessa di Off The Hook, fratturata ed incontrollabile contiene una grande prova della voce del fondatore Jorgen Munkeby, in un certo senso un brano melodico, ma anche quest’ultimo termine è sempre da rapportare a qual’è il loro standard di melodia. L’altro membro sempre presente è l’incredibile batterista Torstein Lofthus che marchia a sangue Blackjazz Rebel, devastante assalto sonoro di incredibile potenza. Poi Walk Away inietta linee vocali particolarmente intriganti su di un tappeto jazz/metal, The Hurting Game ha un sax di inusitata potenza che esplode in forzature noise su un tappeto tiratissimo. Avete ancora qualche stilla di energia da spendere? Il tremendo lamento del sax in apertura di How Your Story End chiama a raccolta tutti gli altri strumenti pur continuando a guidare una sinistra ed apocalittica rivolta. Possono risultare estremi, possono non piacere, possono essere criticabili per la loro eccessiva potenza, ma qua dentro non c’è un attimo di respiro, il loro è un’annichilente assalto che lascia le orecchie fumanti e per questo li amo un bel po’.

Daniele Ghiro

FABRIZIO TESTA “Mastice”

FABRIZIO TESTA

Mastice

Autoprodotto

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Cosa fare quando ci si trova di fronte ad un’opera spiazzante e molto intensa, tirata in sole cento copie numerate ed inserita in una confezione hand made (realizzata da Elisa Alberghi)? Custodirla gelosamente come un piccolo esoterico segreto o renderne conto nel miglior modo possibile, in modo da condividerla con quanti riusciranno poi ad agguantarla o sentirla? Fabrizio Testa si è fatto conoscere tramite il dark-folk oscuro de Il Lungo Addio e tramite i dischi pubblicati attraverso la sua Tarzan Records, fino ad oggi sempre molto interessanti. Oggi esordisce con questo particolarissimo Mastice, album difficilmente classificabile, in bilico tra racconto e poesia espressionista, avanguardia e canzone d’autore sui generis. Come se si trattasse di un’opera unitaria a più voci, Fabrizio ha chiamato qui a collaborare molti amici musicisti, in larga parte ciascuno intento a donare la propria espressività attoriale alle sette tracce in scaletta. Troviamo così Roberto Bertacchini e le sue declamazioni da teatro dell’assurdo, in una Alce E Martello in cui rifulge pure il sax di Gianni Mimmo, Alessandro Camilletti recitante sul drone spaziale di Marco Pierantoni (amico girovago di Testa, a cui tutto il disco è dedicato) e sui detriti quasi industrial di Cesenautico, Luca Barachetti dar vita all’inquietante Le Terme, un brano in cui la nebulosa e sospesa parte strumentale, concorre non poco a creare una decadente e fantasmatica atmosfera a là “Shining”, Cesare Malfatti affrontare il canto in una notturna e plumbea Senza Orfanità, Alessio Gastaldello far perdere le propria urla tra i suoni di gabbiani, le interferenze e i suoni in reverse di Mastice. Testa che, oltre a scrivere tutti i testi, suona chitarra, tapes, synth, field recording, oggetti e record player, si tiene per sé il momento più musicale di tutto l’album, la crooneristica e tutt’altro che serena Crudo, graziata dal suggestivo pianoforte di Miro Snejdr e con al suo interno la voce e alcune frasi, come sempre pregnanti, di Pasolini. Un disco complesso e chiaramente di non facile ascolto, probabilmente non per tutti. Allo stesso tempo, delirantemente affascinante. Per info: fabritesta@tiscali.it

Lino Brunetti

SWANS @ Locomotiv – 30 novembre 2012

Se state leggendo queste righe, ormai è chiara una cosa: non era la fine del mondo quella profetizzata dai Maya. Ora, a meno che non si riferissero alla ridiscesa in campo di Berlusconi, ci sono forti probabilità che avessero presagito l’apocalisse scatenata dagli Swans durante i loro più recenti concerti. Scherzi a parte, andiamo a raccontare una serata che ha avuto tutte le caratteristiche tali, da rimanere indelebilmente scolpita nella memoria. Il Locomotiv è un locale di Bologna, situato all’interno di un parchetto posto alle spalle della ferrovia e, tutto sommato, non lontanissimo dalla stazione dei treni. La sera del 30 è piovosa e fredda e, complice la luce illividita che si riverbera per le strade, è il classico tempo che induce a cercare un riparo. Il locale apre i battenti verso le 20.30 ed il pubblico – tra cui molti venuti da fuori città, Roma, Milano, Torino, Genova – iniziare a riempirne gli spazi. La data è sold out e quindi, un po’ alla volta, la gente si stipa in quella che sembra in tutto e per tutto una ex piscina coperta, riempita di cemento per essere trasformata in un locale per concerti o una balera. Puntualissimo come un orologio svizzero, alle 21 sale sul palco il grande Sir Richard Bishop. In una mezz’ora buona, l’ex Sun City Girls c’intratterrà con i suoi strumentali per chitarra acustica, in bilico tra tradizione folk, finger-picking faheyano ed ipnosi da raga indiano. Una partenza notevole, anche per via del contrasto con quello che sarebbe venuto dopo. Se qualcuno ha trovato prolisso ed estremo The Seer – per me, molto semplicemente, il disco dell’anno – probabilmente finirebbe con accogliere con un certo terrore gli Swans dal vivo di quest’ultimo tour. L’aveva preannunciato Michael Gira che, in concerto, le canzoni avrebbero continuato a mutare e a trasformarsi in qualcosa di diverso. Forse nessuno, però, si aspettava un simile tour de force ed una prova di così estrema potenza. Sul palco sono posti a semicerchio, con Gira al centro quale direttore d’orchestra: all’estrema sinistra c’è Christoph Hahn alle pedal steel, che mai come in questo caso sono parse uno strumento così poco country; a seguire Thor Harris, una sorta di selvaggio guerriero vichingo, intento a percuotere campane, gong, percussioni in genere; sul fondo, al centro, c’è la batteria del grandissimo Phil Puleo, che molti ricorderanno come l’ex batterista dei mai dimenticati Cop Shoot Cop; alla sua destra, Chris Pravdica, il bassista, nonché membro visibilmente più giovane in formazione, e Norman Westberg, a fianco di Gira da tempo ormai immemorabile, tutto tatuato e con lo sguardo di ghiaccio di un killer prezzolato, la cui arma è però una Fender Telecaster. Di quello che è successo durante le quasi tre ore di concerto, da questo punto in poi, non posso che darvi delle sensazioni sparse, visto che in breve tempo sono stato risucchiato tra le maglie di un suono ottundente e doloroso, talmente ipnotico e reiterato che quasi m’ha fatto perdere la cognizione di spazio e tempo. Dal vivo, i pezzi degli Swans, perdono qualsiasi struttura che non sia quella dettata dall’improvvisazione del momento. Gira si comporta come un vero maestro d’orchestra: guida la sua band spingendola verso sonorità sempre più estreme, facendogli assemblare veri e propri momenti di estasi wagneriana noise, costruiti come blocchi di suono letteralmente materico. Non c’è tregua per il pubblico, ma neppure per la band stessa, costretta a seguire gli ordini di un Gira che compone le sue visioni direttamente sul palco (e ad un certo punto ci sarà anche un palese battibecco, con tanto di fuck you, tra Gira e Pravdica, quest’ultimo colpevole di non essere sufficientemente attento alle direttive del leader). Brandelli di pezzi conosciuti si susseguono nella serata, ma sono resti martoriati, canovacci sanguinolenti su cui infierire con una musica che torna a recuperare macerie industrial. Anche la ripresa della vecchissima Coward (da Holy Money, loro celeberrimo album del 1986) va in questa direzione, suonando, se possibile, ancora più inquietante e pericolosa di come ce la ricordavamo. Quando poi, durante l’esecuzione di una infinita The Seer, prima salta la corrente, lasciandoci al buio storditi (e con gli Swans che continuavano imperterriti a suonare) e poi una ragazza cade svenuta, non si sa se per il caldo (visti anche i fari perennemente puntati sul pubblico), per la ressa o per l’oltranzismo del suono, e come se tutti i pezzi di una scientemente orchestrata dissoluzione della coscienza, andassero al loro posto. Ripristinata la corrente, i sei hanno riattaccato con rinnovata energia, con un ulteriore mezz’ora di lancinante violenza, stavolta si, quasi oltre la soglia del dolore. Un concerto monolitico, estenuante, in bilico tra la forza bruta della materia e l’estasi dettata dalla reiteratività ipnotica delle figure sonore. Mentre molti grandi gruppi dal passato estremo s’ammorbidiscono, Michael Gira, a quasi 60 anni, non dà segni di cedimento. Il suo sorriso sadico, alla fine della maratona, non ce lo dimenticheremo tanto facilmente. A modo suo, il concerto dell’anno (che è continuato anche nei tre giorni successivi, visto quanto mi fischiavano le orecchie!).

Lino Brunetti

Swans © Lino Brunetti

Swans © Lino Brunetti

Swans © Lino Brunetti

Swans © Lino Brunetti

Swans © Lino Brunetti

Swans © Lino Brunetti

SWANS “The Seer”

SWANS

The Seer

Young God/Goodfellas

Il ritorno in vita degli Swans, un paio d’anni fa, era stato unanimamente salutato come uno degli avvenimenti dell’anno. Il disco con cui Michael Gira aveva ridestato la sua creatura più celebre, My Father Will Guide Me Up A Rope To The Sky, aveva dimostrato quanto la band avesse ancora da dire ed il tour che gli era seguito, tra l’altro testimoniato da un doppio CD dal vivo, aveva reso evidente che razza di macchina da guerra potessero essere in concerto. Il nuovo album, come ampiamente preannunciato, è un mastodonte di due ore – in doppio CD, triplo LP o doppio CD Deluxe con DVD allegato – che lo stesso Michael così ha inteso presentare: Ci sono voluti trent’anni per arrivare a “The Seer”. E’ il culmine di ogni album realizzato dagli Swans, di ogni altro mio disco precedente e di qualsiasi altra cosa a cui io abbia mai collaborato. Ed è così davvero! The Seer è un album per molti versi epocale, un masterpiece in cui rifulgono in maniera sconvolgente tutte le anime del Gira autore. Nelle undici tracce di cui è composto l’album, è infatti facile trovare l’oltranzismo noise ed industriale degli inizi, ma anche il romanticismo folk-noir degli Angels Of Light e dei dischi degli ultimi anni, così come tutto l’immaginario poetico-apocalittico dell’autore che, comunque, sempre nelle note di presentazione all’album, dichiara che lo scopo della sua musica è sempre stato, a dispetto delle apparenze, il portare gioia e luce nel mondo. Suoi sodali in questa nuova sortita, gli stessi compagni del disco e del tour precedente – Norman Westberg, Christoph Hahn, Phil Puleo, Thor Harris, Chistopher Pravdica – a cui va aggiunto lo Swan onorario Bill Rieflin, ed una gran messe di ospiti – i nomi più importanti: Alan e Mimi dei Low, la vecchia compagna Jarboe, gli Akron/Family, Karen O degli Yeah Yeah Yeahs, Ben Frost, i Big Blood, Jane Scarpantoni – intenti ad aggiungere, a quelli della band, strumenti come archi, fiati, tastiere varie, voci e quant’altro. La Lunacy posta in apertura ci accoglie col suo mood oscuro ed incombente, con l’aspetto di un’ipnotica filastrocca dark, virata folk nel finale. Viene subito raddoppiata dall’allucinata Mother Of The World, inquieta nella prima parte, poi sempre più simile ad una ballata pianistica dai contorni ombrosi. Se The World è un semplice bozzetto acustico, giusto attraversato da lamine di rumore, è letteralmente imponente e per certi versi atterrente la title-track, trentadue apocalittici minuti aperti da un intro massimalista, un gorgo di rumore krauto-ossessivo che ad un certo punto s’infrange in una parte più rarefatta, con un’armonica fantasmatica che sottintende paesaggi desertici, privi di presenza umana, prima che il finale evolva definitivamente in passaggi più sinuosamente rock. Usciti vivi a stento da The Seer, è la volta di The Seer Returns, pezzo dal groove sostenuto e sorta di fumoso talking “blues” avvolgente. Chiaramente di blues non c’è davvero nulla, come non ce n’è, a dispetto del titolo, in 93 Ave. B Blues, canzone che porta alla mente reminiscenze industrial, tra voci cavernose, tonfi percussivi da pellicola horror e schegge acuminate di rumore bianco. Arrivano a questo punto, assai ben accolte, le più quiete tre canzoni che seguono: The Daughter Brings The Water è sostanzialmente acustica e avrebbe potuto far parte del repertorio degli Angels Of Light, Song For A Warrior è una stupenda country song visionaria, splendidamente interpretata da Karen O, Avatar è un ballata a là Gira al 100%, ritmata ed ipnotica, ma con una bellissima melodia e degli arrangiamenti a sorreggerla strepitosi (piano, archi, chitarre). Ci si prepara alla conclusione con gli ultimi due pezzi, non fosse che questi, da soli, superano i quaranta minuti. A Piece Of The Sky si apre con dieci minuti di drones siderali, prima di virare nei dieci successivi in una solenne, ma al contempo dolcissima, ballata. La conclusiva The Apostate è invece qualcosa che sta a metà tra distruzione totale ed estasi mistica: inesorabile passo tombale, una chitarra liquida che guizza tra le macerie, e poi l’esplosione noise-wave ululante della lunga sezione finale, che davvero ci riporta agli Swans che furono. Non è certo un disco facile o conciliante The Seer, ed in alcune parti chiede qualcosa in più del solito agli ascoltatori. Chi però saprà e vorrà penetrarlo si troverà di fronte ad uno dei capitoli più alti nell’opera di un grandissimo gruppo e ad un disco grandioso di per sé. Spero arrivino presto dal vivo dalle nostre parti!

Lino Brunetti

KILLING JOKE Live

KILLING JOKE

Live Club

12 aprile 2012

Non ci sono compromessi di sorta, o si è con loro oppure no. I Killing Joke hanno dato tanto, hanno deragliato, sono sprofondati, e poi, alla fine, risorti dalle proprie ceneri. Ma sono ancora tra noi. E gli ultimi due album, Absolute Dissent  e MMXII, sono due dignitosissimi album che ancora, in alcuni brani, fanno addirittura sussultare. Il loro punk, mischiato new vawe, mischiato industrial, mischiato metal, mischiato… chi più ne ha più ne metta, è ancora di facile lettura e ancor più di facile ascolto per chi, come me, certi suoni ce li ha nel dna. E’ quindi con lo spirito del tempo che fu ma anche di quello che è, che una discreta moltitudine decide di recarsi al Live Club per celebrare il loro rito, non c’è il sold out ma il locale è pieno. Reduci dark, sopravvissuti punk, quaranta/cinquantenni che si ritrovano a distanza di tanti anni ancora li, davanti ad un palco. Uomini e donne che hanno fatto famiglia, che hanno figli ormai grandi, con i tatuaggi sbiaditi, i capelli rasati, gente che probabilmente avrò incontrato ai tempi al Plastic o al Motion, ma con ancora vivo all’interno del loro cuore il sacro fuoco della devastazione. Jaz Coleman è un sopravvisuto che ancora ha voglia di fare il pazzo sui palchi di mezzo mondo, la band segna il tempo trascorso con le rughe evidenti sui volti, perché noi siamo abituati a guardarci allo specchio ogni giorno e non ci accorgiamo di quanto tempo sia passato fino a quando non guardiamo una fotografia, per confrontarci, per capire che di acqua sotto i ponti ne è passata tanta. L’unico giovane è un tastierista che dà il suo contributo consentendo di variare ulteriormente il sound, che rimane caratterizzato, anzi marchiato a fuoco, dalla chitarra granulosa e industriale di Geordie Walker. La tetra introduzione di Eyes Wide Shut saluta l’ingresso della band e lo stentoreo riff di Requiem incendia subito la folla. Suoni perfetti (come al solito del resto al Live Club) luci cupe e un Jaz in tenuta militare che si muove come un’automa. E’ lui indubbiamente che catalizza l’attenzione e nonostante probabilmente non da tutti ancora assimilate anche le canzoni dell’ultimo disco vengono apprezzate. Ma è ovviamente con i classici che si scatena la bagarre, le canzoni sono trattate in maniera moderna, ritmiche e potenti, è così che si alternano una dopo l’altra (Asteroid distrugge tutto) fino alla doppietta finale di The Wait e Pssyche. Pochi attimi d’attesa e Wardance più una versione monumentale di Pandemonium galvanizzano un’audience che attenta e coinvolta ha tributato onore ad una delle pietre miliari della musica rock. Vecchi si, ma non bolliti e sinceramente me ne frega poco di quanti anni ha un musicista se la sua proposta è ancora viva e pulsante.

Daniele Ghiro