IL NIDO “I piedi della follia”

IL NIDO

I Piedi Della Follia

Gaiden Records

cover x web

Ritornano i funambolici abruzzesi che dopo l’EP dello scorso anno anno si chiudono nello studio di registrazione e in una settimana sfornano I piedi della Follia. E folli lo sono veramente, mischiando con una non misurata dose di pazzia tanti generi che si intrecciano e si rincorrono follemente. Tra aperture sinfoniche (L’inutile epicità) e chitarre punk rumorose (Lex Intro) si innestano sax tromba e tastiere che vagano inquiete in improbabili swing jazzati (Danza Cutturu). Suonato egregiamente e altrettanto egregiamente prodotto, il disco lascia semplicemente sbigottiti, se non perplessi, al primo ascolto. Ma poi si entra in sintonia con questi personaggi che vanno a rispolverare Squallor e Mr. Bungle, il disco si ascolta come puro divertimento, scoprendone a più riprese gli anfratti nascosti. Sorprendenti ma di non facile assimilazione, non abbandonateli con un ascolto superficiale perché potrebbero riservarvi soprese.

Ascoltatelo dal link qui sotto in streaming!

Daniele Ghiro

https://w.soundcloud.com/player/?url=http%3A%2F%2Fapi.soundcloud.com%2Fplaylists%2F10669924

ELLIOTT SHARP “Haptikon”

ELLIOTT SHARP

Haptikon

Long Song Records

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Non credo ci sia bisogno di dilungarsi troppo su chi sia ELLIOTT SHARP. Dalla fine degli anni ’70 ad oggi, il suo nome sarà apparso in un centinaio di dischi almeno, a volte intestati a lui, a volte ad ensemble quali i Carbon, i Terraplane o l’Orchestra Carbon, oppure in qualcuna delle sue numerosissime collaborazioni, in formazioni a due, in quartetto, o in gruppi maggiormente compositi. Multistrumentista e grande sperimentatore Elliott Sharp, sempre in bilico tra avanguardia, jazz, blues, rock e qualsiasi altro tipo di musica sia riuscito ad attirare la sua inesauribile curiosità. Con Hapticon si presenta da solo, essenzialmente nelle vesti di funambolico chitarrista, ma impegnato pure al basso, agli electronics, ai campionamenti e al drum programming. Il suono è quello di una band, fortemente materico e tattile, come in qualche modo il titolo allude. Lunghe jam chitarristiche, mai sotto i sette minuti, in alcuni frangenti anche più dilatate, che esplorano i suoni della sei corde muovendosi fra mondi diversi, facendoli alla fine risultare liminari. E se quindi in Umami pare sia il blues acustico a voler prendere il sopravvento, nell’allucinata Phosphenes sembra Hendrix reincarnatosi nel Robert Fripp più furioso, in Sigil Walking ci fa perdere in scenari avant privi di confine, in Messier 55 ingloba risvolti etno, giusto quell’attimo prima di concedere un’oasi di maggior meditatezza tramite i paesaggi desertici dell’evocativa Finger Of Speech. Da sentire!

Lino Brunetti

SHINING “ONE ONE ONE”

SHINING

One One One

Indie Recordings

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Ormai da un decennio i norvegesi Shining imperversano nei circuiti alternativi con la loro particolare proposta musicale. E dopo aver scorrazzato sulle lame imperscrutabili dell’integralismo sonico indulgendo in dischi affascinanti ma che giocoforza accoglievano tra le loro braccia non certo orde di ammiratori, tanto la loro proposta era particolare, hanno deciso di sintetizzare e rendere fruibile ad un maggior numero di ascoltatori la propria musica. Non so quanto questo percorso sia stato frutto di pianificazione o di naturale evoluzione ma tant’è. Già il precedente Blackjazz lasciava presagire le aperture che puntualmente sono avvenute in questo tremendo e spettacolare One One One. Non abbiate paura però voi fans di vecchia data, gli Shining non sono finiti a fare musichetta per educande, hanno solo portato a termine il loro tortuoso peregrinare ponendo le basi per impostare una nuova fase della propria carriera. E lo hanno fatto con un album che prenderà per la gola molti aficionados della musica più estrema, smussando gli angoli più sperimentali e incanalando in un lotto di canzoni energiche la carica che li ha sempre contraddistinti. Sintomatica di quando vado dicendo è l’apertura superlativa di I Won’t Forget che, credeteci o meno, ha un piglio stoner/sludge, tirata, diretta, potente e melodica, e quasi non ti accorgi che è praticamente supportata dall’elettronica e quando sbuca l’assolo di sax si rimane a bocca aperta, ma si comprende che è una logica conseguenza del loro particolare approccio. E la struttura differente data dalla loro strumentazione particolare (ampio spazio a tastiere, elettronica e sax) donano un impatto diverso a brani quali The One Inside o Paint The Sky Black che altrimenti si potrebbero attribuire ai Dillinger Escape Plan. My Dying Drive è più elettronica, nervosa ed eclettica ma esplode in un ritornello pauroso. Rispetto a Blackjazz si ha un impatto più concreto e fisico, proprio sul lato pratico, meno sinfonici e sperimentali, ma il tutto va preso con le dovute molle perchè la struttura complessa di Off The Hook, fratturata ed incontrollabile contiene una grande prova della voce del fondatore Jorgen Munkeby, in un certo senso un brano melodico, ma anche quest’ultimo termine è sempre da rapportare a qual’è il loro standard di melodia. L’altro membro sempre presente è l’incredibile batterista Torstein Lofthus che marchia a sangue Blackjazz Rebel, devastante assalto sonoro di incredibile potenza. Poi Walk Away inietta linee vocali particolarmente intriganti su di un tappeto jazz/metal, The Hurting Game ha un sax di inusitata potenza che esplode in forzature noise su un tappeto tiratissimo. Avete ancora qualche stilla di energia da spendere? Il tremendo lamento del sax in apertura di How Your Story End chiama a raccolta tutti gli altri strumenti pur continuando a guidare una sinistra ed apocalittica rivolta. Possono risultare estremi, possono non piacere, possono essere criticabili per la loro eccessiva potenza, ma qua dentro non c’è un attimo di respiro, il loro è un’annichilente assalto che lascia le orecchie fumanti e per questo li amo un bel po’.

Daniele Ghiro

HOT HEAD SHOW “PERFECT”

HOT HEAD SHOW

Perfect

RBL/Tentacle

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Un’amico l’anno scorso mi dice: ascoltati gli Hot Head Show, sono veramente bravi, è la band del figlio del batterista dei Police. Mmm… non amo particolarmente i Police (anche se so che non c’entra nulla) e quindi la notizia non è che mi faccia girare la testa. Poi però bissa con un’altra informazione, decisamente più interessante: sono in tour con i Primus, aprono per loro. Ecco che allora immediatamente si accende una lampadina, perché a Les Claypool si potrebbe imputare di tutto, ma non di essere uno al quale piacciono le cose convenzionali, laccate e fighette. Chissà perché il gruppo del figlio del batterista dei Police me lo ero immaginato così. Sbagliato. Jordan Copeland con il suo trio si tuffa in una sorta di avant jazz dall’attitudine fortemente punk e innonda il tutto da tonnellate di funk caldo e rumoroso. E’ chiaro e limpido il riferimento ai Primus, anche se di quest’ultimi non hanno la cattiveria hard punk, puntando più che altro su ritmi compressi e completamente sballati, su deliziose armonie vocali e su una carica energetica fuori dal comune. Se ci trovate echi dei Birthday Party del buon Nick Cave, di quel pazzo di Captain Beefheart, o dei primi clamorosi lavori dei Red Hot Chili Peppers (che erano un’altra band rispetto a quella attuale) non avete sbagliato direzione, perché è proprio da lì che i Londinesi partono per arrivare a comporre un album che perfetto non è, ma che sicuramente si propone come una delle novità più interessanti dell’anno. Ora non mi resta che augurarvi buon ascolto, potete ascoltare in streaming l’intero album al link che trovate qui sotto.

Daniele Ghiro

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https://soundcloud.com/maggio2013-sei/sets/maggio2013_sei/s-dYe2m

CORTEX “CINICO ROMANTICO”

Cinico Romantico: una chitarra jazz anni trenta, un amplificatore valvolare, un’armonica, un pianoforte e una voce distorta sono gli ingredienti che compongono queste 10 canzoni. Il disco, interamente autoprodotto, è stato registrato in casa da AbbaZabba e Cortex tra l’agosto e il settembre 2012 e mixato al Palo Alto Studio di Trieste, tutti gli strumenti sono suonati da Cortex tranne le batterie di “Per avere il tuo cuore” e “Omino luci blu” suonate da Francesco Valente (Il teatro degli orrori). In questo lavoro intimista e diretto, Cortex riflette sulla decadenza del mondo moderno e la perdita dei veri valori, e risponde a tutto questo con forza ed energia positive.
Semplicità compositiva e una forte attitudine chitarristica blues sono la sua formula unita ad echi di Rino Gaetano, Lucio Battisti, Franco Battiato, Lucio Dalla, Fabrizio De Andrè e Ivan Graziani.

BIOGRAFIA

Cortex , al secolo Enrico Cortellino, è un progetto cantautoriale che nasce ufficialmente nel novembre del 2007 quando per il collettivo Arab Sheep stampa il suo omonimo album di debutto dove un’atmosfera psichedelica fa da sfondo alla poetica borderline dell’autore. “Malato d’amore” è il primo fortunato video-singolo estratto dall’album. Nel 2008 Cortex partecipa al concorso internazionale Tourmusicfest, dove viene premiato da Mogol con una borsa di studio per il CET (scuola di musica di Mogol), nel 2009 si diploma al CET come “Interprete di musica leggera Italiana”.
Nel 2010 – 2011 fa delle autoproduzioni di canzoni in italiano pubblicandole principalmente sul Web.

Vi proponiamo il suo nuovo lavoro in streaming, buon ascolto.

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https://soundcloud.com/marzo2013-quattro/sets/maggio2013_quattro/s-qU1ZT

DIECI ANNI DOPO: JANET BEAN AND THE CONCERTINA WIRE “Dragging Wonder Lake” + LAURA VEIRS “Troubled By The Fire”

Torniamo all’appuntamento mensile con le recensioni scritte dieci anni fa: maggio 2003, i dischi di due cantautrici, Janet Bean e Laura Veirs.

JANET BEAN AND THE CONCERTINA WIRE

Dragging Wonder Lake

Thrill Jockey

LAURA VEIRS

Troubled By The Fire

Bella Union

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Non è certo una novità la nascita di una nuova cantautrice dal passato indie-rock o punk. Da Tara Jane O’Neal a Nina Nastasia, fino a a Chan Marshall, gli scaffali dei negozi di dischi sono pieni degli album di queste rockers convertitesi al cantautorato più o meno tradizionale. Prendiamo Janet Bean ad esempio. Conosciuta inizialmente come batterista degli Eleventh Dream Day, nota indie band americana, poi passata a far parte delle maggiormente country-oriented Freakwater, di cui era una delle due cantanti, arriva ora all’esordio solista, con questo album che segna un ulteriore scarto nella sua carriera. Accompagnata dai Concertina Wire, che allineano tra le proprie fila alcuni dei nomi più conosciuti e stimati della Chicago avant e post – ad esempio Fred Lonberg-Holm al violoncello e Douglas McCombs alla chitarra – e assoldato come produttore il Tortoise John McEntire, Janet assembla qui un album che è un concentrato di rock, soul, country e jazz, che sa molto di west-coast anni settanta. Album soffice e dal suono pieno, a tratti un po’ stucchevole (ad esempio nel country-soul All Fools Day e soprattutto in un pezzo come Paper Thin), altre volte fin troppo perfettino, ma capace comunque di piazzare qualche asso vincente. Toccante la cover di Randy Newman The God Song (That’s Why I Love Mankind), con le note del piano che si insinuano nella rete metallica della chitarra elettrica, così come la Soldier di Neil Young dalle tinte jazzate. La melodia struggente tratteggiata dal violoncello in One Shot è il giusto contraltare all’accorata interpretazione vocale della Bean, e il pezzo è uno di quelli che si ricordano, così come notevole è anche la cadenzata e bluesata Cutters,Dealers,Cheaters. Sia pur con le riserve espresse ed una lunghezza forse eccessiva, un disco più che piacevole. Anche Laura Veirs ha un passato da punk-girl, in oscure bands minori. Il suo presente è invece fatto di una musica che si pone in territorio Americana, un suono che ne lambisce perfettamente i territori, ponendosi in un crocevia da cui passano folk, country-rock e qualche reminiscenza indie. Con la produzione di Tucker Martin e con uno stuolo impressionante di collaboratori, generalmente apprezzati in ambito jazz e avanguardistico, tra cui ricordiamo il grande Bill Frisell, Eyvind Kang alla viola e la sassofonista Amy Denio, Laura, dopo qualche produzione di scarsa circolazione, arriva ora a pubblicare un nuovo album per la Bella Union di Simon Raymonde e Robin Guthrie. Nonostante la presenza di questi ospiti importanti, è la sua scrittura ed il suo modo di cantare a colpire. Con un suono molto più limpido e misurato rispetto al disco di Janet Bean, atto a valorizzare il puro songwriting, Troubled By The Fire colpisce anche per una maggiore eterogeneità di atmosfere. Si passa infatti da dolci quadretti folk (Bedroom Eyes) a canzoni dal sapore quasi gotico (la bellissima Songs My Friends Taught Me), da intense polaroid indie-psichedeliche (l’anti militarista Cannon Fodder) a country-folk guthrieani (The Ballad Of John Vogelin). Tom Skookum Road è un moderno bluegrass strumentale, nel quale si sfidano a duello banjo e violino, così come A Shining Lamp è un bozzetto impressionista per sola viola e violino. Ohio Clouds è un’altra bella folk song, dove inconfondibile è il fraseggio di Frisell all’elettrica, così come è stupenda la livida e moderna Devil’s Hootenanny, guidata da uno splendido hammond, dal banjo e dagli splendidi fiati di sapore Dixieland suonati da Amy Denio e Steve Moore. Se avevate in mente, per questo mese, di comprare un solo album di una cantautrice, ebbene lo avete trovato. E di Laura Veirs risentiremo parlare di certo.

Lino Brunetti

PETRINA “Petrina”

PETRINA

Petrina

Ala Bianca Group/Warner

Stampa

Si deve probabilmente al variegato background di Petrina, l’eclettica ricchezza di un disco come questo. Intitolato con lo stesso nome della sua autrice, a voler sottolineare la completa identificazione con le canzoni qui contenute, quest’album segue un’esordio autoprodotto, pubblicato quattro anni fa (In Doma). Petrina è una cantante, pianista, tastierista e compositrice assai versatile; con una formazione di pianista classica e contemporanea, fino ad oggi ha saputo spaziare tra diversi ambiti, muovendosi tra jazz ed avanguardia, pop ed il mondo delle colonne sonore, del teatro e dei balletti. Un curriculum che le ha permesso di farsi notare da artisti di grande fama ma di diversissima estrazione, quali David Byrne, Elliott Sharp o Terry Riley. Il suo mondo lo si trova condensato oggi nelle undici tracce qui contenute, un universo continuamente cangiante e non sempre così facilmente afferrabile. Aiutata da musicisti quali Gianni Bertoncini, Alessandro Fedrigo, Niccolò Romanin, Pier Bittolo Bon e dal co-produttore Mirko Di Cataldo, oltre che da alcuni ospiti, come vedremo, qui Petrina ha tentato una sintesi fra le sue diverse anime e fra mondi apparentemente inconciliabili. Sentitevi ad esempio la traccia strumentale che apre il disco, Little Fish From The Sky, dove la partitura pianistica di sapore jazz, viene sostenuta da un tessuto ritmico elettronico drum’n’bass, oppure la raffinatezza pop, eppur assai poco lineare, di The Invisible Circus. Un possibile paragone internazionale che viene in mente ascoltando queste canzoni, è quello con le analoghe ricerche musicali compiute da un’artista quale My Brightest Diamond: anche qui può capitare d’imbattersi in pezzi dal piglio dinamico e rock come Princess (con John Parish alla chitarra) o come la bellissima Sky-Stripes In August, così come in pezzi più “teatrali” e giocati sulle suggestioni e sul rafforzamento reciproco tra testo e musica come in Niente Dei Ricci, in episodi circensi e waitsiani come I Fuochi D’Artificio, così come in sbarazzini e dolceamari numeri pop come nel dittico Vita Da Cani/Dog In Space. Meno interessante, a mio parere, il jazz-funk rappato, piuttosto mainstream, di Denti (chiaramente scelto come singolo), mentre invece sono assolutamenti coinvolgenti sia il racconto poetico di Lina (sottolineato dal piano, gli archi, una fisarmonica, un cameo di David Byrne), che la versione orchestrale di Sky-Stripes In August, approntata con Jherek Bischoff e posta in chiusura di scaletta. Eccellente sia sotto il profilo canoro che musicale, qui e là si riscontra solo una certa freddezza, data forse da un perfezionismo in alcuni casi pure eccessivo. Ma sono forse considerazioni da vecchio rockettaro, il disco è nel suo insieme assai riuscito.

Lino Brunetti

MARCO CAPPELLI’S ITALIAN SURF ACADEMY “The American Dream”

MARCO CAPPELLI’S ITALIAN SURF ACADEMY

The American Dream

Mode Records

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Girava da un bel po’, questo disco, per casa mia – è uscito nel luglio 2012 – e mi scuso sia con voi lettori che con gli stessi autori se solo oggi arrivo a parlarvene. Lo faccio oggi per due ben distinti motivi: il primo perché, ovviamente, è un ottimo lavoro e merita in pieno di essere conosciuto ed ascoltato da più gente possibile, il secondo, intendendo questa recensione come una forma di omaggio nei confronti del maestro Armando Trovajoli, recentemente scomparso, la cui Sesso Matto figura tra le tracce coverizzate in The American Dream. Ma procediamo con ordine. MARCO CAPPELLI, napoletano ma ormai da tempo residente a New York, è un chitarrista assai versatile, capace di stare in bilico tra gli avventurosi sentieri dell’avanguardia e dell’improvvisazione, così come in quelli della musica contemporanea, senza però dimenticare la ricerca sulle radici del folk e del blues e qualche sconfinamento in direzione del pop e del rock più ricercato. Con una cospicua ed eterogenea discografia alle spalle (su etichette quali Mode e Tzadik), molteplici collaborazioni con musicisti come Marc Ribot, Elliot Sharp, Butch Morris e Kato Hideki (giusto per dirne qualcuno) e l’importante esperienza dell’Ensemble Dissonanzen, Cappelli, qui, si unisce al noto batterista Francesco Cusa (Feet Of Mud, Skrunch, Switters, fra i suoi moti progetti) ed al bassista Luca Lo Bianco (anche lui con all’attivo moltissimi lavori) e dà vita all’ITALIAN SURF ACADEMY. La genesi di questo progetto e di questo disco nasce da una serie di conversazioni avute con Marc Ribot, il quale sosteneva che, volendo capire l’essenza della chitarra elettrica, bisognava necessariamente ascoltare la surf music. The American Dream non è però necessariamente solo un disco di surf music, bensì ingloba quel linguaggio in un discorso ben più ampio, sia musicalmente che culturalmente. Inanzitutto è un sentito omaggio all’opera di compositori come il citato Trovajoli, come Bacalov, Umiliani, Morricone, Ortolani, Rustichelli, le cui colonne sonore hanno segnato ben più che un’epoca. Ma è inoltre una testimonianza d’affetto nei confronti di un’America mitica, quella che veniva fuori dai suoni elaborati da un manipolo di grandi compositori italiani che proprio alla surf music americana guardavano per orchestrare le loro musiche destinate a film quali Django, 5 Bambole per la luna d’Agosto, Il Buono, il Brutto e il Cattivo, 6 Donne per l’assassino. I tre, con la collaborazione della brava cantante Gaia Mattiuzzi in un paio di tracce, danno vita ad un inestricabile mescolarsi di surf e tendenze avant, lounge music dai risvolti jazz, scampoli di temi da spy story (in Secret Agent Man di Steve Barri e P.F. Sloan, l’unica cover non italiana), risvegliando, in maniera assai creativa e brillante, tutto quell’immaginario così ben raccontato nel “Mondo Exotica” di Francesco Adinolfi e ben esemplificato dall’immagine posta in copertina. La chitarra di Cappelli si dimostra eclettica e capace di muoversi fra mille sfumature, così come è a dir poco ottima la base ritmica fornita da Cusa e Lo Bianco. Chi ama gruppi come Sacri Cuori, Guano Padano e Calibro 35, non potrà che innamorarsi anche di questo disco.

Lino Brunetti

SHIJO X “…If A Night”

SHIJO X

…If A Night

Bombanella/Audioglobe

Salutiamo la nascita della neonata Bombanella Records, label di Maranello, nata attorno allo studio di Davide Cristiani, a cui facciamo i nostri migliori auguri. In questo periodo, qualsiasi cosa nasca non può che essere salutata con gioia. Prima uscita dell’etichetta è questo secondo disco degli SHIJO X, quartetto contrassegnato dalla bella e versatile voce di Laura Sinigaglia, accompagnata dal piano e dai synth di Davide Verticelli, dal basso di Federico Fazia e dalla batteria di Federico Adriani. Racconta una sorta di storia questo disco, la storia di una notte costellata di sogni, di odori, di ricordi, di sensazioni che al mattino rimangono per un attimo, prima di evaporare. Opportunamente, le canzoni del quartetto assumono proprio i contorni di una musica sinuosa e notturna, elegante, minimale, raffinata ed avvolgente, evocativa eppur sempre concreta. Immaginatevi atmosfere fumose da jazz-club all’ora di chiusura, servite in salsa trip-hop ed inizierete ad avvicinarvi alla loro idea di musica. Le melodie cantate da Laura svettano con gran maestria sopra ogni cosa, ma non sono da meno i fraseggi ammallianti del pianoforte, oppure una sezione ritmica che tutto lega con fantasia, sia quando si fa aiutare da un po’ d’elettronica, che quando swinga, affrescando in maniera convincente un mood organico e vibrante. Una gran bella prova insomma, curata in tutti i minimi dettagli. Bello anche l’artwork, approntato da Caterina Sinigaglia.

Lino Brunetti

REKKIABILLY “Banana Split”

REKKIABILLY

Banana Split

Volume! Records/ Venus

Da Louis Prima a Fred Buscaglione, è sempre esistita una qualche corrispondenza tra lo swing e l’Italia, ed anche se  nel nostro paese il genere non è mai confluito in una scena come è successo negli Stati Uniti nella seconda metà degli anni ’90, non sembra mancare qualcuno ancora capace di credere nell’intramontabile fascino dell’era aurea del rock’n’roll. I baresi Rekkiabilly, un’oriunda contrazione tra il piatto principe della cucina pugliese e lo stile proposto, sono tra coloro che non hanno mai smesso di sognare l’ebrezza di una Ford Thunderbird, il sole nascente della storica Sun Records o l’aria fumosa ed equivoca dei jazz club degli anni ’50: una passione che trapela da ogni singola nota di Banana Split, la seconda prova discografica del quintetto e forse, al momento, il più eccitante esempio di rockabilly targato Italia. Dalla brillante rilettura garagista di una delle pagine meno celebri della Motown, come Six By Six di Earl Van Dyke, fino allo strepitoso psyco-surf della traccia fantasma, Banana Split è un’esplosivo e furioso condensato di rock’n’roll, swing, soul, country e surf, che suona fresco e divertente come se il leggendario singolo di Elvis Presley That’s Alright (Mama) fosse uscito oggi, passando attraverso una varietà di atmosfere che vanno dalle fiammate rock’n’roll della surreale L’astronauta; al country&western di Mezzanotte di fuoco, sospeso tra Johnny Cash, la cronaca nera ed le strisce di Morris per Lucky Luke; al jazz fascinoso di Lulù Swing; fino al mood notturno e waitsiano di Compare, che sembra sfuggita ad una qualsiasi produzione di Joe Henry. Accanto ad un suono ispirato ai classici d’oltreoceano, l’uso della lingua italiana impiegato nelle liriche risulta inoltre particolarmente interessante, dato che la poetica dei Rekkiabilly non contempla solo divertenti aneddoti legati alle ore piccole (la titletrack e Notte Notte Notte) o agli incerti del mestiere dell’artista (Questo è il rock ‘n’ roll), ma seppur con una certa ironia e perfino un pizzico di sarcasmo, affonda anche nella contemporaneità (Sisma) o nel sociale (La Pensione), svelando il lato più profondo di una musica che non è solo semplice intrattenimento, ma che in un certo senso tiene vivo quello spirito ribelle che è alla base di tutto il rock’n’roll. Oggi i Rekkiabilly suonano come la versione “orecchiette e peperoni” di formazioni come Heavy Trash o Jim Jones Revue e ad esse non hanno nulla da invidiare.

Luca Salmini