MARCO CAPPELLI’S ITALIAN SURF ACADEMY “The American Dream”

MARCO CAPPELLI’S ITALIAN SURF ACADEMY

The American Dream

Mode Records

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Girava da un bel po’, questo disco, per casa mia – è uscito nel luglio 2012 – e mi scuso sia con voi lettori che con gli stessi autori se solo oggi arrivo a parlarvene. Lo faccio oggi per due ben distinti motivi: il primo perché, ovviamente, è un ottimo lavoro e merita in pieno di essere conosciuto ed ascoltato da più gente possibile, il secondo, intendendo questa recensione come una forma di omaggio nei confronti del maestro Armando Trovajoli, recentemente scomparso, la cui Sesso Matto figura tra le tracce coverizzate in The American Dream. Ma procediamo con ordine. MARCO CAPPELLI, napoletano ma ormai da tempo residente a New York, è un chitarrista assai versatile, capace di stare in bilico tra gli avventurosi sentieri dell’avanguardia e dell’improvvisazione, così come in quelli della musica contemporanea, senza però dimenticare la ricerca sulle radici del folk e del blues e qualche sconfinamento in direzione del pop e del rock più ricercato. Con una cospicua ed eterogenea discografia alle spalle (su etichette quali Mode e Tzadik), molteplici collaborazioni con musicisti come Marc Ribot, Elliot Sharp, Butch Morris e Kato Hideki (giusto per dirne qualcuno) e l’importante esperienza dell’Ensemble Dissonanzen, Cappelli, qui, si unisce al noto batterista Francesco Cusa (Feet Of Mud, Skrunch, Switters, fra i suoi moti progetti) ed al bassista Luca Lo Bianco (anche lui con all’attivo moltissimi lavori) e dà vita all’ITALIAN SURF ACADEMY. La genesi di questo progetto e di questo disco nasce da una serie di conversazioni avute con Marc Ribot, il quale sosteneva che, volendo capire l’essenza della chitarra elettrica, bisognava necessariamente ascoltare la surf music. The American Dream non è però necessariamente solo un disco di surf music, bensì ingloba quel linguaggio in un discorso ben più ampio, sia musicalmente che culturalmente. Inanzitutto è un sentito omaggio all’opera di compositori come il citato Trovajoli, come Bacalov, Umiliani, Morricone, Ortolani, Rustichelli, le cui colonne sonore hanno segnato ben più che un’epoca. Ma è inoltre una testimonianza d’affetto nei confronti di un’America mitica, quella che veniva fuori dai suoni elaborati da un manipolo di grandi compositori italiani che proprio alla surf music americana guardavano per orchestrare le loro musiche destinate a film quali Django, 5 Bambole per la luna d’Agosto, Il Buono, il Brutto e il Cattivo, 6 Donne per l’assassino. I tre, con la collaborazione della brava cantante Gaia Mattiuzzi in un paio di tracce, danno vita ad un inestricabile mescolarsi di surf e tendenze avant, lounge music dai risvolti jazz, scampoli di temi da spy story (in Secret Agent Man di Steve Barri e P.F. Sloan, l’unica cover non italiana), risvegliando, in maniera assai creativa e brillante, tutto quell’immaginario così ben raccontato nel “Mondo Exotica” di Francesco Adinolfi e ben esemplificato dall’immagine posta in copertina. La chitarra di Cappelli si dimostra eclettica e capace di muoversi fra mille sfumature, così come è a dir poco ottima la base ritmica fornita da Cusa e Lo Bianco. Chi ama gruppi come Sacri Cuori, Guano Padano e Calibro 35, non potrà che innamorarsi anche di questo disco.

Lino Brunetti

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SHIJO X “…If A Night”

SHIJO X

…If A Night

Bombanella/Audioglobe

Salutiamo la nascita della neonata Bombanella Records, label di Maranello, nata attorno allo studio di Davide Cristiani, a cui facciamo i nostri migliori auguri. In questo periodo, qualsiasi cosa nasca non può che essere salutata con gioia. Prima uscita dell’etichetta è questo secondo disco degli SHIJO X, quartetto contrassegnato dalla bella e versatile voce di Laura Sinigaglia, accompagnata dal piano e dai synth di Davide Verticelli, dal basso di Federico Fazia e dalla batteria di Federico Adriani. Racconta una sorta di storia questo disco, la storia di una notte costellata di sogni, di odori, di ricordi, di sensazioni che al mattino rimangono per un attimo, prima di evaporare. Opportunamente, le canzoni del quartetto assumono proprio i contorni di una musica sinuosa e notturna, elegante, minimale, raffinata ed avvolgente, evocativa eppur sempre concreta. Immaginatevi atmosfere fumose da jazz-club all’ora di chiusura, servite in salsa trip-hop ed inizierete ad avvicinarvi alla loro idea di musica. Le melodie cantate da Laura svettano con gran maestria sopra ogni cosa, ma non sono da meno i fraseggi ammallianti del pianoforte, oppure una sezione ritmica che tutto lega con fantasia, sia quando si fa aiutare da un po’ d’elettronica, che quando swinga, affrescando in maniera convincente un mood organico e vibrante. Una gran bella prova insomma, curata in tutti i minimi dettagli. Bello anche l’artwork, approntato da Caterina Sinigaglia.

Lino Brunetti

REKKIABILLY “Banana Split”

REKKIABILLY

Banana Split

Volume! Records/ Venus

Da Louis Prima a Fred Buscaglione, è sempre esistita una qualche corrispondenza tra lo swing e l’Italia, ed anche se  nel nostro paese il genere non è mai confluito in una scena come è successo negli Stati Uniti nella seconda metà degli anni ’90, non sembra mancare qualcuno ancora capace di credere nell’intramontabile fascino dell’era aurea del rock’n’roll. I baresi Rekkiabilly, un’oriunda contrazione tra il piatto principe della cucina pugliese e lo stile proposto, sono tra coloro che non hanno mai smesso di sognare l’ebrezza di una Ford Thunderbird, il sole nascente della storica Sun Records o l’aria fumosa ed equivoca dei jazz club degli anni ’50: una passione che trapela da ogni singola nota di Banana Split, la seconda prova discografica del quintetto e forse, al momento, il più eccitante esempio di rockabilly targato Italia. Dalla brillante rilettura garagista di una delle pagine meno celebri della Motown, come Six By Six di Earl Van Dyke, fino allo strepitoso psyco-surf della traccia fantasma, Banana Split è un’esplosivo e furioso condensato di rock’n’roll, swing, soul, country e surf, che suona fresco e divertente come se il leggendario singolo di Elvis Presley That’s Alright (Mama) fosse uscito oggi, passando attraverso una varietà di atmosfere che vanno dalle fiammate rock’n’roll della surreale L’astronauta; al country&western di Mezzanotte di fuoco, sospeso tra Johnny Cash, la cronaca nera ed le strisce di Morris per Lucky Luke; al jazz fascinoso di Lulù Swing; fino al mood notturno e waitsiano di Compare, che sembra sfuggita ad una qualsiasi produzione di Joe Henry. Accanto ad un suono ispirato ai classici d’oltreoceano, l’uso della lingua italiana impiegato nelle liriche risulta inoltre particolarmente interessante, dato che la poetica dei Rekkiabilly non contempla solo divertenti aneddoti legati alle ore piccole (la titletrack e Notte Notte Notte) o agli incerti del mestiere dell’artista (Questo è il rock ‘n’ roll), ma seppur con una certa ironia e perfino un pizzico di sarcasmo, affonda anche nella contemporaneità (Sisma) o nel sociale (La Pensione), svelando il lato più profondo di una musica che non è solo semplice intrattenimento, ma che in un certo senso tiene vivo quello spirito ribelle che è alla base di tutto il rock’n’roll. Oggi i Rekkiabilly suonano come la versione “orecchiette e peperoni” di formazioni come Heavy Trash o Jim Jones Revue e ad esse non hanno nulla da invidiare.

Luca Salmini

LA PIRAMIDE DI SANGUE “Tebe”

LA PIRAMIDE DI SANGUE

Tebe

Boring MachinesSound Of Cobra

Ha un fascino ineguagliabile questo disco de LA PIRAMIDE DI SANGUE, progetto nato sotto l’ombra della Mole Antonelliana, o forse dovremmo dire del Museo Egizio, per mano del multistrumentista (clarinetto, percussioni, chitarra, tastiere) Gianni Giublena Rosacroce (pseudonimo di Stefano Isaia dei Movie Star Junkies), raggiunto poi da membri di Love Boat e King Suffy Generator, tanto che oggi la band consta, oltre al clarinetto, di due chitarre, due bassi, batteria e synths. Pubblicato da Boring Machines, in collaborazione con la berlinese Sound Of Cobra, Tebe è il loro esordio (prima c’era stata solo una cassetta realizzata dal solo Rosacroce) ed esce con una tiratura limitata di 500 copie in vinile rosso. Immaginatevi un sontuoso mix di psichedelia, jazz etiope, suggestioni mediorientali e profumi mediterranei ed inizierete ad inquadrare la loro musica. Nelle sette canzoni di cui è composto l’album, registrate in un’unica take nel Blue Record Studio di Torino, la band dà vita a delle mirabolanti tracce strumentali in cui ritmi ipnotici e mantrici fanno da base ai fraseggi del clarinetto, al dialogo fra questo e le chitarre, le quali, a loro volta, portano una speziatura space-psichedelica che di tanto in tanto esplode in squarci elettrici ed esplosioni di wah-wah. Il potere suggestivo di queste musiche – per non dirne che una, ascoltatevi la tesa, potente e molto free-mediorientale, L’Invasione Delle Locuste – e l’abilità strumentale e compositiva della band, fanno di Tebe un disco immaginifico ed originale, che sarebbe un peccato imperdonabile perdersi. Consigliato a tutti quelli che sono capaci di viaggiare anche con la fantasia.

Lino Brunetti

Cartoline dal San Miguel Primavera Sound 2012 – 31 maggio, day 2

All photos © Lino Brunetti.

Don’t use without permission.

A Storm Of Light

A Storm Of Light

Archers Of Loaf

Archers Of Loaf

The Afghan Whigs

The Afghan Whigs

Mazzy Star

Mazzy Star

Wilco

Wilco

Thee Oh Sees

Thee Oh Sees

The XX

The XX

Spiritualized

Spiritualized

THE PHONOMETAK LABS ISSUES vol. IX e X

WALTER PRATI & EVAN PARKER/LUKAS LIGETI & JOAO ORECCHIA

Phonometak #9

PAOLO CANTU’/XABIER IRIONDO

Phonometak #10

Wallace/Audioglobe

Con i volumi IX e X (questo secondo, fresco di stampa), si chiude la cosiddetta serie gialla, messa assieme tramite lo sforzo congiunto di Wallace Records e Phonometak Labs. L’intera serie è composta da dieci split album (in vinile 10″, tiratura limitata e numerata di 500 copie), il cui unico imperativo è sempre stato la più totale libertà, senza preoccuparsi troppo di seguire una linea precostituita che non fosse, semplicemente, quella di pubblicare grande musica. Ed è così che negli otto volumi precedenti si è passati dall’avanguardia al doom, dal jazz alle sperimentazioni rock e così via, spesso all’interno dello stesso LP. Tanti i nomi importanti che si sono susseguiti, sia italiani che internazionali: gli Zu (con Iriondo) e gli IceburnMats Gustaffson Paolo Angeli, gli OvO e i Sinistri (ancora una volta con Iriondo), Damu Suzuki (con Metak Network e con gli Zu), i Talibam! e i Jealousy PartyGianni Gebbia Miss Massive Snowflake, il trio Uchihasi KazuhisaMassimo PupilloYoshigaki Yasuhiro e gli On Fillmore, gli Scarnella di Nels Cline Carla Bozulich ed i Fluorescent Pigs. Nel nono volume della serie, il primo lato è occupato dalla collaborazione tra il sassofonista (al soprano) Evan Parker ed il compositore e ricercatore musicale Walter Prati (electronics, violoncello), già in passato protagonisti pure in un progetto musicale che vedeva coinvolto Thurston Moore dei Sonic Youth. Due tracce, la prima registrata durante una performance al Vancouver Jazz Festival del 2004, la seconda, invece, a Risonanze, a Venezia, datata 1999: The Western Front espone un serratissimo fraseggio di sax, mescolato alle infiltrazioni degli electronics, in modo da dar vita ad un sound brulicante e densissimo; più nebulosa e sospesa è invece Sonanze, decisamente più cinematica ed evocativa, tanto da guidare l’ascoltatore in un paesaggio indistinto, misterioso, fumoso. Sul secondo lato ci sono invece tre tracce fuoriuscite da una session tra Lukas Ligeti (batteria, microfoni) ed il sudafricano Joao Orecchia (electronics, chitarra, armonica, voce). Tre tracce, le loro, che pongono l’enfasi sui ritmi dettati dalle bacchette di Ligeti, attorno ai quali si attorcigliano le folate soniche in bilico tra avant, jazz e sperimentazione rock di Orecchia. In un pezzo come Fox paiono farsi avanti anche delle derive etno che aggiungono ulteriore carne al fuoco. Per il capitolo finale della serie si è, giustamente, deciso di giocare in casa: i titolari dell’ultimo split sono il proprietario stesso di Phonometak Labs, l’Afterhours e molto altro Xabier Iriondo, ed il suo compagno di mille avventure (Six Minute War Madness, A Short Apnea, Uncode Duello, gli ultimi Tasaday), Paolo Cantù. Quattro tracce, sul primo lato, per quest’ultimo, due sul secondo per Iriondo. L’idea di partenza, qui, per le musiche di entrambi è simile, è sta nel far interagire field recordings e reperti etnografici con nuova musica di matrice avant rock/elettronica. Sono assai diverse, però, le modalità che i due utilizzano: Cantù, armato di chitarre, clarinetto, batteria, sanza, organo, zither, voce, electronics e tapes, utilizza le registrazioni del passato come elementi d’arrangiamento, quindi come parti di nuove canzoni vere e proprie, ottimamente orchestrate e musicalmente d’incredibile fascino. Iriondo fa qualcosa di diverso: prende vecchie gommalacche a 78 giri, con registrazioni di vecchi jazzettini, canti delle mondine, voci e ne fa dei collage su cui poi interviene con svantagliate noise e ritmiche sfrangiate e destabilizzanti, creando dei cortocircuiti tra passato e presente di notevole impatto. Una chiusa, insomma, davvero ottima per l’intera serie che, ci auguriamo, possa essere un giorno raccolta in un unico cofanetto, magari anche in CD.

Lino Brunetti

EUSEBIO MARTINELLI and the GIPSY ABARTH ORKESTAR “Gazpacho”

EUSEBIO MARTINELLI and the GIPSY ABARTH ORKESTAR

Gazpacho

CD Baby

EUSEBIO MARTINELLI, trombettista classe 1976, dopo una miriade di esperienze con gruppi ed ensemble jazz, rhythm & blues, ma anche folk e rock, nonché la sua presenza nella band di Vinicio Capossela, a partire dal 2011, ha riunito attorno a sé un gruppo di musicisti, per dar vita ad un progetto di fusione tra la musica andalusa e gitana e quella balcanica. Il risultato, realizzato appunto con la sua GIPSY ABARTH ORKESTAR Mario Sehtl (violino tzigano), Nicolò Fiori (contrabbasso rock’n’roll), Jader Nonni (batteria e tapan) e Michele Barbagli (chitarra flamenco), a cui vanno aggiunti, come ospiti nel disco, alcuni musicisti d’origine serba, bosniaca ed inglese, che aggiungono altri strumenti come l’accordeon, il sassofono, il flugelhorn – lo possiamo sentire in Gazpacho, autentico biglietto da visita per le loro infuocate esibizioni live, effettuate letteralmente in mezzo al pubblico. Otto brani, quattro firmati da Martinelli e quattro traditional debitamente riarrangiati. La tecnica dei musicisti coinvolti è naturalmente superlativa, l’interplay tra di loro di assoluto rilievo ed il divertimento assicurato. All’interno di generi tradizionali ben codificati, Martinelli e la sua band, non si propongono di operare degli stravolgimenti e, quindi, sappiate che qui dentro non si propone nessuna operazione di rilettura moderna. Se quello che cercate, però, è una musica che sa essere festosa e sottilmente venata di una sempre aleggiante tristezza, che ondeggia tranquillamente tra le atmosfere più spagnoleggianti di Gazpacho e quelle più chiaramente balcaniche di Balkavalz, questo è il disco che fa per voi. Tra le varie tracce, a me è piaciuta moltissimo Migrant Slow Train, dove il dialogo tra la tromba di Martinelli ed il violino di Sehtl, è da urlo. Va da sé che, un progetto del genere, il suo meglio, lo offre ovviamente dal vivo.

Lino Brunetti