Outside the Dream Syndicate: omaggio a Tony Conrad

di Lino Brunetti

Sei mesi fa, per la precisione il 9 aprile, all’età di 76 anni se ne andava Tony Conrad, dopo aver a lungo lottato con un cancro alla prostata che alla fine l’ha avuta vinta. Visto che il suo album più noto, Outside The Dream Syndicate, realizzato in tandem con i Faust, è tornato disponibile grazie alla ristampa della Superior Viaduct, ne ripercorriamo la storia. Buona lettura!

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Se un album viene registrato, stampato e pubblicato, ma virtualmente nessuno lo sente quando ciò accade, come può questo fare la storia?” Se lo chiedeva il grande giornalista americano David Fricke, nelle note di presentazione inserite nel booklet della ristampa per il trentennale dell’uscita di Outside The Dream Syndicate, per poi rispondersi subito dopo: “Per la purezza dell’intento, la forza assoluta dell’esecuzione ed il semplice fatto che è stato il Primo. La musica di questo disco è chiara, audace e forte. Fu il Primo, il suono di una nascita, l’inizio di ogni cosa”. Parole pesantissime per un disco che all’epoca venne stampato e circolò poco e male solo in Inghilterra, ottenne giusto uno sparuto numero di recensioni (generalmente poco benevole) e le cui vendite furono pari a zero. Ci sarebbero voluti anni perché se ne riconoscesse il valore e l’importanza e s’iniziasse a conoscere chi diavolo fosse questo sconosciuto violinista americano, finito ad Amburgo, in Germania, a registrare con un manipolo di hippie in una comune.

Sia pur sconosciuto ai più, in quel 1972 in cui avvengono le registrazioni, in realtà Conrad ha già avuto importanti frequentazioni e ha già avuto modo di procurarsi un posticino nella storia della musica. Nato a Concord, nel New Hampshire, il 7 marzo del 1940, Tony Conrad si è da poco laureato ad Harvard in matematica quando, dopo un soggiorno di studio a Copenaghen, si trasferisce a New York. Durante gli anni passati ad Harvard, aveva scoperto il lavoro di compositori d’avanguardia quali John Cage e Karlheinz Stockhausen e aveva iniziato degli studi sulla musica sperimentale presso il violinista Ronald Knudsen. Nel 1962, New York è in pieno fermento artistico: sono gli anni in cui si sta sviluppando il movimento Neo Dada, dalle cui idee prenderanno le mosse sia gli artisti del Fluxus che, più avanti, quantomeno in parte, anche quelli della Pop Art, entrambi i movimenti col proprio epicentro proprio nella metropoli americana. Non ci mette molto Conrad ad inserirsi negli ambienti artistici cittadini, nella scena avant-garde di Manhattan. In particolare, ritrova qui un tipo che aveva avuto modo di conoscere verso la fine degli anni ’50 a Berkeley, in California, un certo La Monte Young, il quale sta mettendo in piedi un gruppo di musicisti con i quali dar vita ad un’idea musicale che ha da tempo in mente. Attorno alla figura oggi mitica di Young – un passato nell’improvvisazione jazz e un fermo sostenitore dell’approccio alla composizione e alla performance proprio di stampo neo-dada – si vanno infatti raccogliendo una serie di personaggi che molto faranno parlare di sé: Marian Zazeela, moglie di Young e con un background nelle discipline artistiche, Angus MacLise, John Cale.

Theater of Eternal Music Performance, 1965

The Theater of Eternal Music (anche conosciuto come the Dream Syndicate) in una performance in un loft privato New York, New York, 12 dicembre 1965. Da sinistra, Tony Conrad, La Monte Young, Marian Zazeela, John Cale. (Foto di Fred W. McDarrah/Getty Images)

Soffermiamoci un attimo su quest’ultimo, vista l’importanza che avrà in futuro, nonché nella nostra storia. Nato in Galles, nel ’40 come Conrad, Cale arriva a New York dopo una serie di studi sulla musica classica e un interesse crescente nei confronti della nuova musica d’avanguardia. Nonostante siano i primi anni ’60 e lui abbia vent’anni o poco più, è completamente a digiuno di qualsiasi cosa abbia a che fare con la musica pop e rock. A New York è proprio con La Monte Young – che lo sconvolge attraverso performance in cui i musicisti parlano al pianoforte o urlano verso una pianta fino a farla morire – e con Tony Conrad – col quale va a vivere in un appartamento nel Lower East Side, al 56 di Ludlow Street – che stringe amicizia. Dichiarerà Cale, nel libro dedicato ai Velvet da Victor Bockris e Gerard Malanga: “La Monte rappresentò probabilmente la parte migliore della mia preparazione e il mio primo contatto con la disciplina musicale. Insieme organizzammo The Dream Syndicate, un violino amplificato e la mia viola, anch’essa amplificata. L’idea del gruppo si basava sul sostenere note per una durata di due ore alla volta. Di solito La Monte teneva le note più basse, io tenevo le tre successive sulla mia viola, sua moglie Marian quella superiore e Tony Conrad teneva la nota più alta. Quella fu la mia prima esperienza in un gruppo, e che esperienza! Era tutto così diverso! […] Anche in India si usa il bordone, ma i musicisti indiani impiegano un sistema di accordature del tutto diverso e, sebbene ci provino a formulare un approccio scientifico, non hanno in realtà uno schema così preciso come quello che avevamo creato noi”.

Il Dream Syndicate – il sindacato del sogno, in omaggio al quale Steve Wynn darà il nome alla sua band – poi conosciuto anche come The Theatre Of Eternal Music, fu un’esperienza musicale di cui solo negli anni si riconoscerà l’estrema importanza, visto che fu d’ispirazione per un numero incalcolabile di musicisti a venire, e questo nonostante l’estrema riluttanza di Young a mettere su disco quanto realizzato (ancora oggi è scarsissima la discografia ufficiale, e il modo migliore per approcciarne il lavoro rimane provare a procurarsi l’album Inside The Dream Syndicate Volume 1: Day Of Niagara, pubblicato sempre da Table Of The Elements nel 2000). Attraverso la tecnica della “just intonation”, per sommi capi spiegata da Cale nella frase citata sopra – e che Wikipedia definisce quale: “sistema musicale di accordatura basato sulle successione naturale dei suoni armonici” – Young e compagni diedero in pratica il via a quello che verrà conosciuto come Minimalismo Americano (Terry Riley, Steve Reich, Philip Glass, tra i più noti esponenti), ponendosi come autentici anticipatori di tanta drone music e avanguardia a venire e, come vedremo tra poco, tramite i Velvet Underground, allungarono la loro ombra anche su una gran bella fetta di rock.

Ma torniamo alla cronaca dei fatti. Come si diceva sopra, Conrad e Cale abitano assieme. Al contrario di quest’ultimo, il primo è tutt’altro che insensibile al fascino della popular music: quando i due tornano a casa, Tony è infatti propenso a mettersi a sentire i dischi di Hank Williams, degli Everly Brothers, del rock’n’roll dell’epoca. Come ricordava Conrad stesso: “John iniziò ad interessarsi al rock’n’roll, sebbene gli venissero profondi dubbi relativamente al fatto che una persona potesse provare interesse sia per il rock che per la musica classica. Ma c’era qualcosa di profondamente liberatorio che gravitava attorno a tutta la faccenda del rock e, in un certo senso, il 56 di Ludlow Street finì per significare molto in termini di qualche sorta d’influenza musicale liberatoria”. Nel frattempo, David Gelber, loro vicino di casa e fratello del commediografo Jack Gelber, li esorta ad accompagnarlo a dei party “pieni di ragazze e frequentati da delle persone proprietarie di una casa discografica che stavano cercando gente con i capelli lunghi per formare un gruppo rock”.

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Ad una di queste feste, in effetti, Conrad e Cale conoscono Terry Phillips, un tizio impomatato legato alla Pickwick, una casa discografica specializzata in ristampe. Ecco come Conrad racconta, nel libro di Bokris e Malanga, quello che può ben definirsi un incontro epocale: “Il posto era stracolmo di dischi, dal pavimento fino al soffitto, e sul retro questa gente ripugnante e strana, vestita con abiti in poliestere, aveva una stanzetta, una specie di apertura nella parete, con un paio di registratori Ampex a nastro all’interno. Era successo che si erano ritrovati lì una sera con uno dei loro autori, erano impazziti e avevano registrato un paio di sue canzoni. Avevano deciso che volevano farle uscire su disco, ma avevano bisogno di un gruppo di copertura, perché le registrazioni erano state fatte dai dirigenti e da altri tipi assurdi e quindi non c’era alcun gruppo, era solo una prova di studio. La prima cosa che ci proposero fu di firmare contratti come autori per la durata di sette anni. Ci rendemmo conto, fatta una lettura minuziosa dei contratti, che in base a quelle clausole tutto il nostro lavoro artistico sarebbe stato in effetti proprietà della Lee Herridon Production, ovvero della casa madre della Pickwick, e quindi rifiutammo tutti di firmare. Andammo comunque ad ascoltare il disco. Si chiamava The Ostrich. Si erano ritrovati con questo ragazzo e avevano trascorso tutta la notte, secondo le loro stesse parole, facendosi di tutto. Anche se avevamo rifiutato di firmare i contratti, accettamo la proposta di suonare in qualche occasione per promuovere il disco. Il successivo fine settimana, vennero a prendere con un auto famigliare me, John Cale e Walter De Maria – un batterista nostro amico che tirammo dentro – e cominciammo a fare questi spettacoli nella zona di Lehigh Valley, nel tentativo di lanciare il disco. Il gruppo in realtà era composto da quattro persone, perché c’era anche il tipo che aveva scritto e registrato la canzone, Lou Reed. Aveva 22 anni”.

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Assunto dalla Pickwick come autore – per loro sfornava decine di canzoni al giorno a comando, nello stile che loro gli chiedevano – il giovane Lou Reed si ritrovò quindi ad entrare a far parte di questa bizzarra band, fatta di musicisti d’avanguardia. Vennero battezzati The Primitives e iniziarono a suonare in giro. Bizzarro il fatto che così lo stesso Reed presentò la sua The Ostrich a Conrad e gli altri: “Non vi preoccupate, è facile da suonare perché tutte le corde sono accordate sulla stessa nota”. In pratica quello che loro facevano con La Monte Young, quella che si dice un’autentica predestinazione! Le vendite del disco finiscono per fruttare la bellezza di 78 centesimi di royalties e presto The Primitives si sciolgono. Anche i rapporti con la Pickwick, che continua ad insistere perché firmino un contratto, va a ramengo, ma intanto si è saldato quello tra i vari musicisti, in particolare tra Reed, che prende il posto di Conrad nell’appartamento di Ludlow Street, e Cale, che subisce enormemente il fascino carismatico del nuovo amico. Nel frattempo la faccenda s’ingarbuglia un po’: Lou inizia a presentare agli altri alcune canzoni che aveva sempre tenuto per sé, una di queste è Heroin, che per gli altri è una vera botta; Conrad e De Maria mollano, sostituiti da un vecchio amico di Reed, Sterling Morrison, e da Angus MacLise, altro tizio del giro di La Monte Young; parte uno scambio artistico indissolubile tra i due principali protagonisti, Cale e Reed, col primo che continua il suo approfondimento sulla pop music e il secondo che scopre l’avanguardia (dirà poi che già in questi anni, ispirato dal lavoro di Young, aveva ideato il suo Metal Machine Music). Manca solo un nome per questa nuova band: dopo aver provato The Warlocks e The Falling Spikes, arriva in loro aiuto proprio il nostro Tony Conrad, il quale su un marciapiede della Bowery trova un libro abbandonato e lo porta nell’appartamento in Ludlow Street. Si tratta di un saggio sul sadomasochismo e sui comportamenti sessuali deviati, scritto dal giornalista Michael Leigh e intitolato The Velvet Underground. Visti i rapporti di tutti quanti con l’arte e il cinema underground, il nome viene ritenuto perfetto. Il resto, come si suol dire, è Storia.

Quella che stiamo seguendo noi, di storia, a questo punto però prende altri sentieri. Mentre continua a collaborare sporadicamente con La Monte Young, Conrad inizia a concentrare la sua attività artistica nel campo del cinema d’avanguardia. È del 1966 il suo primo film, “The Flicker”, pellicola di mezz’ora composta unicamente da fotogrammi completamente bianchi o completamente neri, alternati in modo da creare un destabilizzante effetto stroboscopico, accompagnati da una musica elettronico-rumorista e concepito seguendo principi matematici. Per lungo tempo sarà conosciuto molto più come filmmaker che come musicista – con opere quali “Coming Attractions” (1970), “Straight And Narrow” (1970), “Four Square” (1971), poi proiettate in luoghi quali il MOMA o il Whitney Museum di New York, il Louvre di Parigi e altre importanti istituzioni – e fino alla fine per lui l’immagine sarà intensa materia di studio e riflessione. Quando, nel 1972, arriva in Europa, lo fa al seguito di La Monte Young, per dargli una mano con la sua installazione da presentare alla quinta edizione di dOCUMENTA, una delle più importanti manifestazioni d’arte contemporanea europee, tutt’ora attiva. “Il progetto consisteva nell’accordare tra loro tre oscillatori; li tenni accordati con cura per tutta l’estate”.

Mentre fa questo, però, Conrad inizia anche un personale tour europeo, con l’intento di mostrare i suoi film in diversi contesti espositivi. Ed è ad Amburgo, col tramite dell’amico Klaus Feddermann, che conosce Uwe Nettelbeck. Un gran bel personaggio quest’ultimo. Con un passato di giornalista cinematografico e musicale, ben introdotto nell’industria discografica dell’epoca (alla Polydor) e un bel fiuto per gli affari, un paio d’anni prima ha di fatto contribuito a dare il via a quello che poi sarebbe stato riconosciuto universalmente come krautrock, rinchiudendo un manipolo di musicisti, più o meno flippati, in una vecchia scuola tra Amburgo e Brema (Wümme), trasformata in una sorta di comune, allestita con uno studio di registrazione con un ingegnere del suono geniale quale Kurt Graupner a loro disposizione 24 ore su 24, in cui non dovevano pensare a nulla se non a suonare e sperimentare.

Quel gruppo di musicisti sono i Faust, che nei tre anni passati a Wümme, realizzano dischi grandiosi quali il primo omonimo, So Far, The Faust Tapes. A parte i primi due dei Faust, passatigli da Feddermann, Conrad conosce poco del resto del rock tedesco dell’epoca – band quali Can, Amon Düül II, Kraftwerk – ma è consapevole che tra le maggiori influenze di queste formazioni c’è la musica dei Velvet Underground, che in qualche modo lui stesso ha contribuito a forgiare. Si è inoltre appassionato a quanto fatto da Cale nel periodo post-Velvet, in particolar modo alla sua produzione del primo disco degli Stooges. Nell’offerta fattagli da Nettelbeck di realizzare qualcosa coi suoi pupilli, Conrad vede una doppia possibilità: la prima è quella di poter finalmente mettere su nastro le idee messe a punto con Young e compagni ai tempi del Dream Syndicate, ma mai pubblicate ufficialmente per via del veto di La Monte (a questo, probabilmente, si deve anche la scelta di titolare l’album Outside The Dream Syndicate, creando una sorta di connessione e, allo stesso tempo, di orgoglioso distacco da quell’esperienza); la seconda, il suo desiderio di realizzare un disco d’avanguardia, da diffondere però nei circuiti della pop music, una cosa all’epoca mai tentata veramente prima. Da questo punto di vista, i Faust sono la band ideale. Come dimostrato dai due album pubblicati fino a quel momento, anche loro sono degli sperimentatori, degli iconoclasti assoluti, un’allucinato prodotto di laboratorio “capace d’infrangere tutte le regole importate dalla scena angloamericana” (Julian Cope in “Krautrocksampler”), musicisti abbastanza aperti mentalmente da essere in grado di assecondare i suoi intenti.

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Non tutto ovviamente andrà secondo i piani di Conrad – troppo anarchici i musicisti tedeschi per attenersi scrupolosamente alle regole della “just intonation” volute dall’americano – ma il risultato non può che definirsi grandioso, seminale. Registrato in soli tre giorni, con Conrad al violino, Jean-Hervé Peron al basso, Werner “Zappi” Diermaier alla batteria e (solo sulla seconda traccia) Rudolf Sosna al synth, Outside The Dream Syndicate è composto da due lunghi pezzi di quasi mezz’ora l’uno. From The Side Of Man And Womankind, sul primo lato, è quello che più risente delle indicazioni del violinista americano: “La mia idea era di mantenere una relazione armonica lungo tutta l’estensione del ritmo: volevo una nota di basso sulla mia nota tonica (sul violino) e il batterista “accordato” ad un ritmo corrispondente alla vibrazione di quel tono. Ciò che stavo facendo era una cosa che loro non avevano mai sentito prima e dovevo mostrarmi un po’ esigente rispetto a ciò che volevo”. Anziché una sola nota, Peron si prese la libertà di suonarne due e una piccola alterazione nell’equalizzazione del violino, modificò anch’essa l’intento di Conrad. Dal punto di vista dell’ascoltatore – rock in particolare – nulla che infici il risultato finale.

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From The Side Of Womankind è un estenuante mantra, “monocorde, epico, austero e tossico” (sempre Julian Cope). Basso e batteria tengono costantemente lo stesso passo monotono e ripetitivo, concedendosi giusto un colpo sul piatto di tanto in tanto. Il violino di Conrad mantiene imperterrito la stessa note, creando un bordone fantasmatico. È musica che a sua volta richiede all’ascoltatore di accordarsi ad essa, sfidando la noia, la stasi, la mancanza di alcun movimento, per penetrare nella più autentica purezza del suono, nella sua dimensione spirituale. Oggi, che siamo stati abituati a sentire di tutto, farebbe forse meno effetto, ma in ambito rock, all’epoca, era musica assolutamente rivoluzionaria questa, la radicale dissoluzione di quello che poteva essere considerato un brano rock. Più orientata alla collaborazione la traccia sul lato B, From The Side Of The Machine, con i synth rumoristi di Sosna ad appaiarsi al violino, in un pezzo ben più ondivago, meno costretto in precise gabbie armoniche, bensì lasciato fluire liberamente attraverso un processo improvvisativo che suona come l’estatico specchiarsi fra loro degli strumenti. Il solito Cope scrive nel suo saggio: “Come la sua enorme foto grigia e bianca in copertina, Conrad è un fantasma nel suo stesso disco. Il suo violino incombe come uno spettro su tutto l’album senza mai fare una piega. Molto, molto più minimalista dello stesso John Cale, ecco un musicista in missione dall’aldilà”. Il disco viene pubblicato in Inghilterra dalla Caroline, sussidiaria della Virgin, nel 1973, al prezzo di 1,49 sterline.

Come abbiamo detto non vende nulla e come Conrad stesso, diventa anch’esso un fantasma, sparendo nel nulla per un ventennio buono. Alle orecchie a cui arriva, però, lascia il segno, s’inocula come un virus, come un germe sottocutaneo che agisce in profondità; fornirà la base da cui partire a musicisti come Glenn Branca e Rhys Chatham e successivamente a formazioni come i Sonic Youth, a certo post-rock e alle molte band intente a sperimentare sul corpo esanime del rock e sulle sue interazioni con la musica avant-garde. Nel 1976 Conrad ottiene una cattedra presso il Department of Media Study dell’università di Buffalo, dove insegnerà fino alla sua scomparsa. Non si avranno sue notizie fino al 1993, l’anno in cui la Table Of The Elements ristampa per la prima volta il disco coi Faust (lo rifarà una seconda volta, appaiandogli un secondo CD, nel 2002). È lo spunto per un ritorno sulle scene: dopo oltre vent’anni, nell’aprile del 1994, Conrad ritrova i Faust per l’esecuzione live del loro album alla Knitting Factory di New York; il 1995 vede il suo vero e proprio ritorno discografico con l’ottimo Slapping Pythagoras (il suo vero esordio in proprio, registrato da Steve Albini e con dentro musicisti quali Jim O’Rourke, David Grubbs, Kevin Drumm) e da lì in poi seguono una serie di pubblicazioni di vecchio e nuovo materiale (particolarmente consigliato Early Minimalism Volume One) e nuove collaborazioni con musicisti come Charlemagne Palestine, Genesis P. Orridge, John Miller. Il lavoro di un uomo che era sempre stato in ombra, ingiustamente dimenticato o al più considerato una nota a margine di storie più celebrate, finalmente trovava giustizia.

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Oggi Tony Conrad non è più fra noi, ma per fortuna ci rimane la sua musica, a partire proprio da Outside The Dream Syndicate, finalmente ristampato e rimasterizzato, partendo dagli originali master tapes, dall’etichetta Superior Viaduct (sia in CD che in vinile), con nuove note a cura di Jim O’Rourke e Branden W. Joseph. Non è il caso di essere tristi: a noi Conrad piace immaginarlo lassù da qualche parte, definitivamente accordato con l’intero universo, ormai oltre tutto e tutti.

 

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OMOSUMO “Surfin’ Gaza”

OMOSUMO

Surfin’ Gaza

Malintenti Dischi/Edel

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Nonostante prima del debutto in lungo, in uscita in questi giorni, avessero pubblicato solo una coppia di EP (di cui uno di remix), gli Omosumo avevano già avuto modo di farsi conoscere in giro tramite un’intensa attività live, che li ha portati anche sui palchi prestigiosi dell’Ypsigrock e del South By Southwest. Trio siciliano formato da Angelo SicurellaRoberto Cammarata (Waines) e Antonio Di Martino (Dimartino), come si diceva, arrivano oggi all’esordio con un disco concepito tra il finire del 2013 e l’inizio del 2014, profondamente ispirato da quanto accadeva in quei giorni nella striscia di Gaza. Surfin’ Gaza parla infatti della guerra tra israeliani e palestinesi, ma lo fa da una prospettiva insolita, prendendo spunto dal documentario diretto da Alexander Klein, “Explore Corps and Surfing 4 Peace”, in cui si raccontava dell’esperienza delle organizzazioni Surf 4 Peace ed Explore Corps, nate con l’intento di unire palestinesi ed israeliani sotto il segno del surf. E se il film parlava della possibilità di rendere uniti due popoli in guerra grazie al potere dello sport e al rifiuto delle armi, gli Omosumo prendono giusto ispirazione, per poi creare una serie di brani dal più sfumato potere evocativo, ovviamente meno documentaristici nel loro voler rimarcare la necessità della pace, ma sicuramente altrettanto potenti e determinati. Le nove tracce dell’album sono fortemente caratterizzate da un sound elettronico, ma al loro interno sono capaci d’inglobare anche elementi più tradizionalmente pop e rock. In questo modo l’electro fluttuante, che in qualche modo simula l’effetto di surfare sulle onde del mare, di Yuk, si specchia in una più classica ballata come Walking On Stars; la pulsante, ai confini col drum’n’bass, Waves, trova il suo contraltare nel feeling krauto di una riuscitissima Nowhere, con un gran giro di basso ed un organo a far da fondale. La title-track ha un suono teso, screziato da chitarre quasi psichedeliche, con un tambureggiare ipnotico che mantiene la tensione senza mai farla esplodere; Dovunque Altrove, quasi un’eco del primissimo Battiato, è impregnata di tristezza cosmica, porta in sé la consapevolezza della difficoltà estrema di liberarsi in un contesto insostenibile e ingovernabile; Nancy alleggerisce con le cristalline chitarre di una romantica pop song, mentre torna nell’oscurità Ahimana, uno strumentale colmo d’intersecazioni sintetiche sovrastate da una voce registrata. Chiude Atlantico, probabilmente il pezzo più tradizionalmente rock in scaletta. Al di là dei suoi meriti tematici, Surfin’ Gaza è un disco più che interessante, un ottimo primo passo per gli Omosumo. Attenderemo quelli successivi.

Lino Brunetti

KANDODO “K2O”

KANDODO

K2O

Thrill Jockey/Goodfellas

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Simon Price è membro dei The Heads. Come kandodo è autore di due album, di cui il secondo, k2o, fresco di stampa. Miscelando strati di chitarre e tastiere, field recordings e la batteria di Wayne Maskell (anche lui nei The Heads), dà vita a composizioni strumentali ultra psichedeliche, il cui culmine sta tutto nei 22 minuti di Swim Into The Sun, un mastodonte pieno di rifrazioni sonore e paesaggi liquidi che pare estrapolato da un disco di dei Neu particolarmente allucinati. Sta diventando un territorio fin troppo affollato ed inflazionato questo ormai, piuttosto manierista – e la Thrill Jockey ne ha diversi in catalogo di esperimenti del genere, quasi sempre dei side-project – ma è chiaro che gli appassionati del genere ci sguazzeranno alla grande qui dentro. Soprattutto il pezzo citato, che occupa l’intera side 2 del vinile, pur senza dir nulla di nuovo, piace non poco.

Lino Brunetti

MARIA FORTE “CARNE”

MARIA FORTE

Carne

Autoproduzione

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Maria Forte è un solitario che si getta nel torbido mondo dello stupro e della soppraffazione, primo capitolo di una trilogia che dovrebbe andare a scavare nel lato più buio della deviazione sessuale. Tutto questo si riflette anche nella musica, tesa, nervosa e con gli spigoli che raramente vengono smussati. Quando questo succede (Bisogno di Te) ne viene fuori un impasto dal gustoso sapore pop, senza eccedere in sentimentalismi (anzi, tutt’altro) e di forte impatto musicale. Se da una parte il rock vira verso sensazioni dark industriali molto intriganti (Il Gatto di Schrodinger) in altre l’impatto diventa quasi gotico (Jargar), sensazioni che finiscono per confluire in un mood generale di scontro fisico intenso (Maciste contro Maciste), con le chitarre in evidenza e liriche veramente interessanti. Un disco che si scolla decisamente dalla classica produzione italiana, seguendo la via più interessante, inevitabilmente la più difficile e immagino al solito anche povera di riscontri pratici, ma chiaramente la più soddisfacente sotto il profilo dell’indipendenza e della soddisfazione personale.

Daniele Ghiro

ANTEPRIMA STREAMING!

https://soundcloud.com/roberto-maria-forte/sets/carne/s-PXvLc

DIECI ANNI DOPO: ONEIDA “Each One, Teach One”

Dieci anni esatti fa, sul Buscadero numero 243 del febbraio 2003, nasceva Backstreets ed iniziava la mia collaborazione con la storica rivista di musica italiana. Al di fuori della rubrica, veniva pubblicata, su quel primo numero che vedeva la mia firma, questa recensione di “Each One, Teach One” degli Oneida, che qui paro paro vi ripropongo. E’ il primo capitolo di un viaggio indietro nel tempo che mensilmente vi proporremo. Buona lettura!

ONEIDA

Each One Teach One 

Jagjaguwar

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E’ sempre stata una prerogativa della stampa musicale quella di creare ad hoc qualche trend, di vedere scene laddove non ce n’è, di creare dal nulla etichette contenitore per facilitarsi la vita (ah, il famigerato post-rock!). Da quando gli Strokes hanno fatto il botto, i riflettori sono tornati a puntarsi su New York ed ora, pare che tutto ad un tratto in città sia un fiorire di gruppi, tutti raggruppati in un unico calderone, responsabili di una non meglio definita rinascita rockista. Che poi tra le varie bands i contatti, sia diretti che musicali, siano meno che inesistenti non conta; la scena di New York c’è ed è un bel toccasana per le nostre orecchie disabituate alle chitarre. Ironia a parte, negli ultimi mesi si è molto parlato, oltreché degli Strokes, dei vari Interpol, Moldy Peaches etc. (bands mediamente più che valide) quando il vero fermento, verrebbe quasi da dire la scena, a New York c’era veramente ed in una zona ben precisa della città, ossia Brooklyn. Accomunati dalla frequentazione dello stesso ambiente, underground all’ennesima potenza, i gruppi a cui mi riferisco sono responsabili di alcuni dei CD più interessanti usciti l’anno scorso. Un microcosmo di concerti effettuati fuori dai soliti canali ma, piuttosto, privilegiante garage, capannoni, parcheggi, luoghi abbandonati ed un approccio alla materia musicale trasversale, senza regole, con una freschezza sì inedita. Qualche nome ? I Liars ad esempio, il cui disco d’esordio ha riportato in auge una forma di post-punk ampiamente rivitalizzato o gli Yeah Yeah Yeahs (tralaltro visti dal vivo anche in Italia mesi fa in apertura al concerto di Jon Spencer) la cui wave garagista, per ora, si è concretizzata solo in un comunque interessante mini CD. Ampia premessa per arrivare a parlarvi degli Oneida, che di tutto questo presunto movimento sono dei veterani, visto che Each One Teach One è il loro quinto album. Pubblicato in origine come doppio mix in edizione limitata da una minuscola etichetta indipendente, l’album è stato ristampato dalla Jagjaguwar in doppio CD (al prezzo di uno), anche se la sua durata è inferiore all’ora. Mediamente la musica degli Oneida è descrivibile come una sorta di garage psichedelico, ma talmente mutante è la loro proposta che tentare di irreggimentarla in un genere è impresa da insani di mente. Il primo dei due CD contiene solo due pezzi, da un quarto d’ora circa l’uno, ed è senz’altro il più ostico; il secondo contiene invece sette brani maggiormente strutturati in una più “classica” forma canzone (è probabilmente per questo che si è preferito mantenere i due cd separati). Il disco si apre con Sheets of Easter, un ipnotico riff da stoner rock ripetuto per un quarto d’ora, con un tappeto di chitarre e organo acidi che vanno a formare un delirio sonoro, dove la componente retrò dello stoner si va’ a sfaldare lambendo i Velvet di Sister Ray. Antibiotics parte furiosa con le chitarre e le tastiere che si intrecciano a formare ghirigori epilettici, ma è nel finale che la nemesi ha il suo svolgersi; i ritmi scompaiono, gli strumenti si autodissolvono in una nuvola di white noise e dal nulla appaiono le voci come sopravvissuti di uno scenario post atomico. Il secondo CD è aperto dalla title-track, un pezzo d’assalto dove garage e new-wave sono un tutt’uno. In People of the North c’è spazio per un ritmo elettronico e per un riff d’organo che lotta con la dissonanza delle chitarre e l’insistere del synth. Synth che la fa da padrone in Number Nine, pezzo molto vicino alla moderna visione che gruppi come Trans Am o El Guapo hanno dato del rock elettronico dei primi anni ottanta. Di proprio gli Oneida ci aggiungono un massimalismo sonoro che non dà scampo. Discorso analogo si può fare per Sneak into the Woods, mentre Rugaru si regge sul tribalismo delle percussioni, sulle quali si distendono suoni slabbrati ed una melodia dal sapore malinconico, il cui contrasto dona al brano un senso di minaccia malato. Black Chamber, col suo sottile ritmo in levare, è perfetta per una discoteca del terzo millennio e No Label la segue a ruota virando in una forma di dub mutante. Gli Oneida, con Each One Teach One, sono riusciti nell’incredibile intento di centrifugare generi e suggestioni anche diversissimi tra loro, risultando personali e dando vita ad un’operazione di sintesi come di rado accade. Un disco non sempre di facile fruizione ma con cui, statene certi, si dovrà fare i conti in futuro parlando del rinnovarsi del rock’n’roll.

Lino Brunetti

BEST OF THE YEAR 2012 – Lino Brunetti

Come è tipico di ogni fine anno, è giunto il momento dei bilanci. E dunque, come è stato questo 2012 in musica? Partiamo da una considerazione generale: ormai da tempo è impossibile identificare, non dico un album, ma anche solo uno stile, che possa essere rappresentativo dell’anno appena trascorso. Le tendenze musicali, che sono comunque propense a ripetersi ciclicamente, sono da tempo esplose in miriadi di rivoli che, lungi dal potersi (se non in sporadici casi) definire nuovi, hanno perso pure la loro capacità di caratterizzare un’epoca. Se un lascito ci rimarrà di questi anni di download selvaggio e strapotere della Rete, sarà quello di un azzeramento dell’asse temporale, non più verticale bensì orizzontale, dove passato, presente e futuro convivono allegramente assieme in una bolla dove non c’è più nessuna vera differenziazione. Lo si evince dall’enorme numero di ristampe, deluxe edition, cofanetti celebrativi, ma pure dalle musiche contenute nei dischi dei cosidetti artisti “nuovi”, talmente nuovi che a volte suonano esattamente come i loro omologhi di quarant’anni fa. In questo scenario, le cose migliori nel 2012 sono arrivate in larga parte proprio dai grandi vecchi o comunque da artisti sulle scene ormai da parecchio tempo. Bob Dylan è tornato con un disco stupendo, Tempest, celebrato (giustamente) ovunque. Non gli è stato da meno Neil Young che, assieme ai Crazy Horse, ha assestato due zampate delle sue, prima con le riletture di Americana, poi con le cavalcate elettriche di Psychedelic Pill. Dopo due ciofeche quali Magic Working On A DreamBruce Springsteen se ne è uscito finalmente con un disco vitale, intenso, potente sotto tutti i punti di vista. Magari imperfetto, di sicuro non un capolavoro, Wrecking Ball è comunque un album di grandissimo livello, che ha riposizionato il Boss ai livelli che gli competono. Rimanendo sui classici, bellissimo il nuovo Dr. John (Logged Down), splendido il Life Is People di Bill Fay, di gran classe il Leonard Cohen di Old Ideas (un disco che comunque io non ho amato pazzamente come altri hanno fatto), mentre solo discreto è stato il Banga di Patti Smith. Per la serie “e chi se l’aspettava?”, credeteci o no, è ottimo invece il nuovo ZZ TopLa Futura, band a cui la produzione di Rick Rubin ha fatto un gran bene. Ma non solo i “grandi vecchi” ci sono stati, anche se sempre tra i veterani  si è dovuto andare a cercare le cose migliori. Partiamo da quello che è senza dubbio il mio disco dell’anno, The Seer degli Swans, un triplo LP magnetico, ottundente, potentissimo e visionario. Poi, in ordine sparso, il sorprendente ritorno sulle scene dei Godspeed You! Black Emperor (‘Hallelujah! Don’t Bend! Ascend!), i Giant Sand sempre più Giant di Tucson, i loro fratelli Calexico con Algiers, i Dirty Three di Towards The Low Sun, gli Spiritualized di Sweet Heart Sweet Light, i Sigur Ros di Valtari, i Lambchop di Mr Mil Mark Stewart di The Politics Of Envy, i redivivi Spain di The Soul Of Spain, i Mission Of Burma di Unsound, gli Om  di Advaitic Songs, Dirty Projectors di Swing Lo Magellan. Deludente il ritorno dei PiL, decisamente buoni quelli di Jon Spencer Blues ExplosionLiars, EarthBeach House (sia pur meno efficace degli album precedenti), Six Organs Of AdmittanceAnimal CollectiveNeurosis, UnsaneThe Chrome CranksThee Oh SeesGuided By Voices (ben tre dischi!), Woven HandGrizzly BearPontiak (memorabile il loro Echo Ono, e non solo perché hanno avuto la bontà di mettere una mia foto sulla copertina della versione in vinile), la doppietta Clear Moon/Ocean Roar dei Mount Eerie, il Moon Duo di Circles, i Tu Fawning di A Monument, i Peaking Lights di Lucifer. Dagli artisti solisti non moltissimi dischi da ricordare a mio parere: di sicuro lo è quello di Hugo Race & Fatalists (We Never Had Control), tra le cose migliori dell’annata, anche superiore al Blues Funeral della Mark Lanegan Band (comunque bello), ma lo sono pure la doppietta di Chris Robinson Brotherhood, i due dischi di Andrew Bird (soprattutto Break It Yourself), l’esordio del leader dei Castanets come Raymond Byron & The White Freighter (Little Death Shaker) ed il The Broken Man di Matt Elliot. Ancora meglio ha fatto il gentil sesso: per una Cat Power a fasi alterne (Sun, solo parzialmente riuscito), ci sono state una Fiona Apple in odor di capolavoro (The Idler Wheel…), una grandissima Ani Di Franco (Which Side Are You On?), la sorprendente Gemma Ray (Island Fire), le sorelline svedesi First Aid Kit (The Lion’s Roar), la Beth Orton di Sugaring Season. Tra le nuove band, la palma di rivelazione dell’anno se la beccano i grandissimi Goat di World Music, seguiti a ruota dai The Men di Open Up Your Heart, dai Big Deal di Lights Out, dagli Islet di Illuminated People, dai Fenster di Bonesdagli Allah-Las e dalla Family Band di Grace & Lies. Tra le cose più sperimentali, vetta incontrastata allo Scott Walker di Bish Bosch, un disco per nulla facile ma di una intensità rarissima. In campo improvvisativo, grandi cose sono arrivate dagli svizzeri Tetras (Pareidolia il titolo del loro album). Altri dischi da non dimenticare, Effigy dei Pelt, msg rcvd dei Neptune, Fragments Of The Marble Plan degli AufgehobenWe Will Always Be di Windy & Carl. E l’Italia? Certo, anche l’Italia ci ha dato grandi cose. Gli Afterhours hanno pubblicato uno dei loro dischi più belli di sempre, Padania. Potente e visionaria l’opera in due parti degli Ufomammut, così come Il Mondo Nuovo de Il Teatro Degli Orrori. E poi: Sacri Cuori (Rosario), King Of The Opera (Nothing Outstanding), Father Murphy (Anyway, Your Children Will Deny It), Paolo Saporiti (L’ultimo Ricatto), Ronin (Fenice), Mattia Coletti (The Land), manZoni (Cucina Povera), Xabier Iriondo (Irrintzi), Sparkle In Grey (Mexico), Guano Padano (2), Calibro 35. E chissà quante altre cose mi son perso o avrò dimenticato! Qui sotto, la selezione della selezione. Ed ora, prepariamoci al 2013!

SWANS “THE SEER”

GOAT “WORLD MUSIC”

FIONA APPLE “THE IDLER WHEEL…”

PONTIAK “ECHO ONO”

GODSPEED YOU! BLACK EMEPEROR “‘ALLELUJAH! DON’T BEND! ASCEND!”

AFTERHOURS “PADANIA”

TETRAS “PAREIDOLIA”

MOUNT EERIE “CLEAR MOON/OCEAN ROAR”

HUGO RACE FATALISTS “WE NEVER HAD CONTROL”

THE MEN “OPEN UP YOUR HEART”

SCOTT WALKER “BISH BOSCH”

BRUCE SPRINGSTEEN “WRECKING BALL”

BOB DYLAN “TEMPEST”

NEIL YOUNG & CRAZY HORSE “AMERICANA/PSYCHEDELIC PILL”

FIRST AID KIT “THE LION’S ROAR”

GIANT GIANT SAND “TUCSON”

BOX SET: CAN “THE LOST TAPES”

GOAT “World Music”

GOAT

World Music

Rocket Recordings

Korpolombolo è un piccolo villaggio situato nell’estremo nord della Svezia. Esiste una vecchia leggenda riguardante il luogo: si narra che, nei tempi antichi, gli abitanti del villaggio vennero iniziati alla pratica del voodoo da uno sciamano o da una strega e che a questi culti rimasero fedeli, fino a che i crociati non arrivarono a far piazza pulita sia degli eretici che delle loro credenze. Una simpatica storiella che, oggi, il collettivo dei Goat, originario proprio di Korpolombolo, fa proprio, dichiarandosi discendente di quella stirpe e riprendendone la simbologia fatta di maschere, costumi, riti. Questo è il contorno pittoresco, simpatico finché si vuole, ma solo contorno. Anche perché la sostanza sta invece tutta in un disco d’esordio, World Music, che è una bomba assoluta, uno di quegli album che, una volta messi sul piatto, non riesci più a togliere e che diventano di culto praticamente istantaneamente. L’ultimo posto che può venire in mente ad un ignaro ascoltatore, sentendo queste tracce, probabilmente è la Svezia. Nelle loro canzoni albergano, in misura alternativamente variabile, la psichedelia più selvaggia ed elettrica, l’esotismo dettato da un tribalismo che sa di afro-funk e di ethio-jazz, l’ipnotismo sfatto di certa freakedelia krauta, il paganesimo febbricitante di alcune pagine weird folk. Apparentemente un guazzabuglio inestricabile, nella realtà uno dei suoni più eccitanti sentiti quest’anno. Basta del resto metter su la prima traccia per precipitare in un mondo misterioso e tinto di paganesimo tribale: Diarabi, cover di un pezzo del chitarrista e cantante maliano, Boubacar Traoré, è uno psycho blues tinto d’Africa che, grazie alla sua tirata chitarristica, potrebbe provenire dalle più acide pagine dei Six Organs Of Admittance. La doppietta successiva, Goatman e Goathead, ci spedisce tra le maglie di un africanismo percussivo altamente ipnotico, dove canti femminili e distorsione vanno a braccetto nella ricerca di un ibrido sonoro che fa uscire di testa. Disco Fever è un gancio funky dal basso pulsante, le chitarre serratissime e l’organo a spandere ulteriori good vibrations, per un pezzo che fa pensare all’indimenticato Fela Kuti. E se Golden Dawn è soprattutto un assolo bruciante, Let It Bleed all’afro-rock aggiunge contorni quasi new wave ed un sax grezzo e free che ti prende per le budella, mentre Run To Your Mama pulsa feroce quasi fosse hard-rock. La cosa più simile ad una ballata nel disco è Goatlord, uno sballatissimo pezzo acustico dagli umori sixties, non così difficile da immaginare interpretato da un manipolo di fattoni, nudi attorno ad un fuoco. Il sunto dell’album però è nella conclusiva Dem Som Aldrig Forandras, che nel suo unire organo vintage, percussioni, melodie e ripetitività ipnotica, dà vita davvero ad una sorta di world music totale. Nel finale torna la melodia di Diarabi, in una maestosa versione epica, quasi come a voler chiudere il cerchio di un rito ancestrale. Non è un disco adatto a puristi, agli amanti del bel suono e delle voci precise al loro posto: è un disco dal suono sporco, viscerale, grezzo, un disco che ti prende alle parti basse, che fa cadere le inibizioni, che induce alla danza più sfrenata. Per me, è anche uno dei dischi dell’anno.

Lino Brunetti