Aldous Harding live a Torino, 31/10/2017

ALDOUS HARDING
SPAZIO 211
TORINO
31 OTTOBRE 2017

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Nonostante gli allarmistici comunicati circa l’insostenibile inquinamento di Torino – ma non è che a Milano l’aria profumi di mughetto e, comunque, fino a che non si capirà che i vari blocchi del traffico sono solo delle cazzate tampone e che l’unica via percorribile è quella di una conversione sostanziale all’elettrico, ci sarà ben poco da fare – mi metto (ehm) in macchina e proprio nel capoluogo piemontese mi reco per il concerto di Aldous Harding, aperto tra l’altro da un cantautore altrettanto interessante quale HH Hawkline. Ad una prima occhiata, non pare che il pubblico torinese abbia risposto granché al richiamo dei due, ma poi, per fortuna, qualcuno arriva e alla fine la partecipazione sarà buona. Volendo essere sincero, devo dire che la performance del gallese non è stata di certo imperdibile: le sue canzoni, in questa veste voce e chitarra (a parte l’ultima al piano), perdono del tutto la loro verve frizzante e sbarazzina, assumendo piuttosto un’aria dimessa e sotto tono, né particolarmente intensa e neppure troppo marcata dal punto di vista melodico. Se non avessi avuto modo di vederlo con la band un paio d’anni fa e non conoscessi i suoi dischi, diciamo pure che del suo passaggio sul palco mi sarei dimenticato in un battibaleno. Tutt’altra storia invece per quando riguarda l’esibizione della cantautrice di Lyttleton, Nuova Zelanda. Il suo disco più recente, Party, esordio su 4AD dopo un primo album omonimo su una piccola etichetta neozelandese, ha fatto accrescere la sua fama e ha messo in campo una maturazione di scrittura ed esecutiva tale da lasciare pochi dubbi circa il suo talento. Per certi versi quelle di Aldous Harding – il suo vero nome sarebbe Hannah – sono delle folk song, brumose e quasi sempre malinconiche. Nei fatti, però, assumono le sembianze di ovattate e notturne elucubrazioni oniriche, in qualche modo in linea con le velature psichedeliche di un’altra cantautrice folk sui generis quale Marissa Nadler. Laddove quella è però quasi sempre gentile e sognante, la Harding è capace di imprimere ai suoi pezzi un tono più conturbante, profondo, venato d’oscurità (e in questo senso, l’approdo su 4AD appare più che logico). Anche nel suo modo di porsi on stage, ha un che di austero la Harding: la sua mimica facciale assume connotati al limite del teatrale e lo stesso fanno i suoi movimenti rallentati, la loro studiata compostezza. Allo stesso modo la sua musica vive in bilico tra algido rigore e un’intensità che può essere straziante, con le linee vocali capaci di essere filiformi o scivolare verso più gotici abissi. Accompagnata dallo stesso Hawkline al basso e dal multistrumentista Invisible Familiars, per poco più di un’ora la Harding ha trasformato lo Spazio 211 nel Bang Bang Bar, il locale in cui, nella nuova stagione di Twin Peaks, alla fine di ogni puntata si esibisce una band. Canzoni bellissime come Imagining My Man o la stessa Party, per non citarne che due tra quelle eseguite stasera, avrebbero potuto benissimo rientrare nell’immaginario e nel mood dell’opera di Lynch e vi basti questo per farvi capire la magia della serata, intaccata appena, sul finale, dall’arrivo di barbari pronti a tuffarsi nella lunga notte di Halloween. Noi, le ombre e gli spettri (dell’anima) avevamo avuto modo di frequentarli un attimo prima.

Lino Brunetti
Tutte le foto © Lino Brunetti

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Micah P. Hinson live a Lugano (CH), 28/10/2017

Micah P. Hinson
Studio Foce
Lugano
28 ottobre 2017

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“Una Storia Americana”, si sarebbe potuta intitolare la serata che ha visto Micah P. Hinson esibirsi sul palco dello Studio Foce di Lugano, visto che il concerto ha messo in scena attraverso parole e canzoni i contenuti epici, tragici e romantici dell’ultimo album di studio del cantautore texano The Holy Strangers, un concept album costruito intorno ad una saga familiare, che potrebbe perfino evocare le pagine di un romanzo come Il Figlio di Phillip Meyer. In verità di storie se ne è potute ascoltare più d’una, perchè in apertura gli svizzeri The Lonesome Southern Comfort Company hanno messo in musica le loro personalissime visioni di un’America desertica e periferica, magari meno vissute e “vere” di quelle di Hinson, ma senza dubbio altrettanto autentiche ed affascinanti: ballate scenografiche e dolenti tracciate nella polvere dei sogni, della fantasia e dell’immaginazione dalle vibrazioni di un paio di chitarre acustiche ed elettriche, dal malinconico fraseggio di un violino e dai soffici rintocchi di una batteria. Un’ottimo preludio all’immaginario evocato dalla performance acustica di Micah Paul Hinson, personaggio bizzarro a partire da un’aspetto hip che lo fa sembrare un Buddy Holly reincarnatosi nei panni di uno skater, che per un’ora e mezza ha raccontato e si è raccontato attraverso canzoni, che paiono tra le cose più personali e profonde che l’artista abbia mai composto. A partire dalla sua genesi, che, come spiega l’autore, in origine prevedeva un ciclo fatto da 28 brani per 3 ore di musica, successivamente ridotto alle 14 tracce che si ascoltano nel disco, The Holy Strangers è probabilmente il lavoro di Hinson che necessità un maggior impegno e una maggiore attenzione da parte dell’ascoltatore per essere apprezzato fino in fondo: un’opera, “A Modern Folk Opera” la definisce l’autore, di carattere biblico e letterario che tratta di amori, violenze e tragedie, sviscerando la particolare weltanschauung del cantautore di Denison, Texas. Anche dal vivo per cogliere lo spessore del materiale, c’è stato bisogno del silenzio e dell’attenzione garantiti da una sala relativamente intima come quella dello studio Foce, dove le lunghe introduzioni di Hinson non sono state sommerse dalle chiacchere e hanno fatto luce sull’oscura natura della poetica delle liriche. In parte Hank Williams, in parte Johnny Cash e Woody Guthrie (quest’ultimo chiaramente evocato dalla scritta stampata sulla cassa della chitarra “This Machine Kills Fascists”), Micah P. Hinson ha cantato e suonato diverse canzoni di The Holy Strangers tra cui Oh, Spaceman e Micah Book One, recuperato qualche vecchio pezzo con una qualche attinenza tematica col nuovo materiale come Take Off That Dress For Me o reinterpretato antichi traditionals come Leaning On The Everlasting Arms, senza abbandonarsi alle etiliche stramberie che avevano pregiudicato alcune sue passate esibizioni, ma rimanendo concentrato sulle storie con l’attitudine narrativa dello storyteller. Pur combattendo contro i capricci di un monitor, Hinson ha saputo mantenere viva l’attenzione del pubblico per l’intero concerto, modulando spesso gli effetti della sua chitarra acustica e cantando in modo appassionato ed emozionate di un’America in bianco e nero, in cui il fatidico sogno rimane una fatua illusione. Considerando l’arduo compito imposto dall’esecuzione in solitaria di un’opera complessa come The Holy Strangers, in generale il concerto ha suscitato un discreto entusiasmo e confermato l’estro di Micah P. Hinson, un’artista mai banale o minimamente prevedibile.

Luca Salmini

Tutte le foto © Lino Brunetti

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Fushitsusha live a Tokyo, 5/10/2017

FUSHITSUSHA
HIGH KOENJI
TOKYO
5 OTTOBRE 2017

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Pur in questi tempi iper connessi e globalizzati, la musica proveniente dal Giappone è ancora in larga parte sconosciuta agli ascoltatori occidentali. Pochi, pochissimi i nomi di una certa notorietà alle nostre latitudini, il che se vogliamo è strano vista l’incredibile varietà e il valore di musiche e musicisti che da quelle terre, dove la musica ha ancora mercato e molta importanza, arriva. Non è questa la sede per affrontare un simile argomento – ci vorrebbe più di un libro, probabilmente – visto che lo scopo di questo scritto è quello di raccontarvi del concerto di una delle band storiche della psichedelia e della sperimentazione sul tessuto rock (appunto) d’origine giapponese. La possibilità di poter vedere in azione una band quale i Fushitsusha arriva grazie ad una vacanza proprio in Giappone. Da appassionato di musica, ovviamente non mi son fatto mancare un po’ di shopping discografico – doveste passare da Tokyo, il consiglio è di andare nel quartiere di Shinjuku e recarvi da Disk Union: in un unica via ha quattro sedi divise per generi e quella dedicata alla musica rock occupa un palazzo di ben otto piani!! – e di controllare la lista dei concerti in programma mentre ero lì. Potendone vedere uno, la scelta è caduta proprio sui Fushitsusha, band di una certa notorietà, almeno tra i fan delle musiche più estreme, anche dalle nostre parti, forse perché uno dei loro dischi uscì per la Avant di John Zorn e perché il deus ex machina della formazione, il cantante e chitarrista Keiji Haino, di collaborazioni con musicisti occidentali (Alan Licht, Loren Mazzacane Connors, Jim O’Rourke, Oren Ambarchi, Derek Bailey tra i tanti) ne ha fatte davvero moltissime. Attivi fin dal 1978, ma esordienti discograficamente solo nel 1989, i Fushitsusha sono arrivati tra diversi cambi di formazione fino ad oggi. Morto lo storico bassista Yasushi Ozawa nel 2008, oggi accanto ad Haino troviamo il batterista Ryosuke Kiyasu e il bassista Nasuno Mitsuru. La venue del concerto è l’High Koenji, bellissimo club posto in uno dei quartieri occidentali della città: decisamente piccolo, avrà si e no un centinaio di posti a sedere, bar con tanto di birre artigianali da una parte e grosso palco con, manco a dirlo, acustica a dir poco perfetta, dall’altra. IMG_0643.jpegSono le 19.40 – incredibile, 10 minuti dopo l’orario stabilito – quando Haino sale sul palco, imbraccia una piccola arpa e dà inizio al concerto con una breve composizione acustica dal sapore folk orientale. È giusto un’illusione, perché quando ancora risuona l’ultima nota, caccia un urlo e la band inizia a furoreggiare, cosa che farà ininterrottamente per le tre ore successive. Haino, lunghi capelli bianchi, vestito nero e occhiali da sole d’ordinanza, è un chitarrista spettacolare: i suoni pazzeschi che fa uscire dalla sua Gibson elettrica sono fendenti rumoristici che si sciolgono in liquide divagazioni psichedeliche, riff che a volte si fanno metallici e a volte lambiscono arzigogolature jazz, in bilico tra spasmi free ed evocative oasi ambientali. I vari pezzi hanno una sorta di canovaccio, legato soprattutto alle parti cantate con la sua insolita voce da Haino, ma a contrassegnare la performance è soprattutto la capacità di improvvisare dei tre. Tecnicamente dei mostri, sia Nasuno Mitsuru – straordinario nel suo allestire giri di basso al limite dell’assolo – che Ryosuke Kiyasu – un vero fantasista, capace di suonare tempi dispari anche su partiture in 4/4 – sono dei partner perfetti per le umorali elucubrazioni di Haino, intento a passare dalle più placide, ancorché rumorose, bolle estatiche, alle più schizofreniche delle esplosioni hardcore. Improvvisazione, noise e psichedelia fusi in un tutt’uno estremo e per certi versi indecifrabile, con punti di contatto con alcune delle musiche che siamo usi consumare qui da noi, ma con una peculiarità tutta giapponese, specchio di una cultura millenaria proiettata inesorabilmente nel più futuristico dei mondi. Concerto a dir poco epocale, per farla breve. Una piccola curiosità: molti gli occidentali in mezzo al pubblico giapponese.

Lino Brunetti

ROCK CONTEST 2014, Auditorium Flog, Firenze, 13 dicembre 2014

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Tutte le foto © Lino Brunetti

Giunto alla sua ventiseiesima edizione consecutiva, il Rock Contest di Firenze, come sempre organizzato impeccabilmente dai tipi di Controradio, col contributo del Comune del capoluogo toscano, si conferma più che mai una delle manifestazioni musicali, riservate ad artisti emergenti, tra le più importanti in Italia. Negli anni, tanti i nomi, poi diventati conosciuti tra gli appassionati, usciti da qui. La partnership con l’associazione KeepOn (circuito che raggruppa promoter, direttori artistici e manager di oltre un centinaio di locali dislocati in tutta Italia) – attraverso la quale i gruppi finalisti vengono inseriti nel circuito della musica live – e la possibilità, per il vincitore, di registrare un album in uno studio professionale (tra i migliori in Italia) come il Sam Recording Studio, sono solo alcuni dei motivi che ogni anno spingono centinaia di band ad iscriversi al contest. Da questo punto di vista, il 2014 è stato forse l’anno dei record: oltre seicento i demo giunti agli organizzatori, da cui sono stati estrapolati i 36 gruppi che si sono fronteggiati nelle eliminatorie, definitivamente ridotti a 6 nella serata conclusiva, come sempre svoltasi all’Auditorium Flog, sotto l’occhio attento non solo del numeroso e caloroso pubblico (chiamato al voto), ma pure sotto quello di una giuria tecnica, quest’anno presieduta da Manuel Agnelli degli Afterhours e con al suo interno giornalisti ed operatori del settore (tra cui anche il sottoscritto), ma anche musicisti come Piero Pelù e Max Collini degli Offlaga Disco Pax che, proprio da qui, dieci anni fa, iniziarono la loro fulgida carriera. Delle band arrivate in finale, aldilà di una qualità media in effetti piuttosto alta, pur nell’incredibile eterogeneità di generi, a colpire è stata soprattutto la padronanza tecnica e la professionalità con cui hanno affrontato pubblico e palco, con una sicurezza da formazioni scafatissime, non certo da esordienti.

Lo Straniero

Lo Straniero

I primi ad esibirsi sono stati i piemontesi Lo Straniero, autori di un pop-rock dalle inflessioni wave e con qualche influsso electro-pop, che in alcuni frangenti mi hanno ricordato certe cose ai tempi pubblicate dai Dischi del Mulo, e quindi con più di un contatto col mondo CCCP/CSI, di cui i ragazzi sicuramente saranno fan. Davvero niente male.

Beyond The Garden

Beyond The Garden

Dopo di loro, quelli che alla fine risulteranno essere i vincitori dell’edizione 2014, i fiorentini Beyond The Garden. Il loro è un misto d’indie-rock e post-punk, con l’accento posto fortemente sul ritmo e su un suono sì capace di qualche spigolo, ma sicuramente anche molto accattivante. Immaginatevi dei Liars meno estremi e più pop ed inizierete a farvi almeno un’idea. Di sicuro risentiremo parlare di loro, perché mi sono parsi assai determinati e consci delle loro possibilità. Grande tenuta del palco e brillante l’idea di terminare il proprio set coi tamburi in mezzo ad un pubblico già adorante.

Plastic Light Factory

Plastic Light Factory

Arrivavano invece da Mantova i Plastic Light Factory – si piazzeranno al secondo posto – giovanissimo trio in bilico tra lisergici flash shoegaze e acide escursioni rock psichedeliche tinte di rumore. Abbigliamento vintage d’ordinanza e buona padronanza strumentale messa al servizio di canzoni di grande pregnanza elettrica, magari non ancora personalissime ma di certo indirizzate sulla retta via.

Mefa

Mefa

Ad ulteriore dimostrazione dell’eclettismo perpetrato dal Rock Contest, la performance dell’altro fiorentino in gara, il rapper Mefa. Apparentemente un pesce fuor d’acqua, con la grinta e la sfacciataggine dei suoi 16 anni, Mefa ha pungolato il pubblico con liriche a mitraglia ed un piglio da autentico veterano, cosa che ci porta a credere che l’hip hop italiano potrebbe aver trovato qui un nuovo protagonista.

Mefa

El Xicano

Tutt’altre atmosfere con il cantautore romagnolo El Xicano, probabilmente il più coraggioso fra tutti, visto che si è presentato sul palco forte della sola essenza delle sue canzoni, offerte tramite sola voce e piano. Non è facile mantenere desta l’attenzione del pubblico se sei uno sconosciuto e stai proponendo brani intimi, personali e minimalisti: il fatto che El Xicano ce l’abbia fatta ci dice di un autore bravo e con qualcosa da dire.

Sofia Brunetta

Sofia Brunetta

Ultima infine a salire sul palco tra gli artisti in gara, la salentina Sofia Brunetta, in questo caso accompagnata da una band (si classificherà al terzo posto). Rock, soul e funk per lei, in canzoni pimpanti e tutte da ballare, con una sezione ritmica pulsante, un chitarrista tendente a ficcanti assoli anche dissonanti e, soprattutto, indubbie doti vocali da parte della titolare della band. Bravi anche loro, insomma.

...a Toys Orchestra

…a Toys Orchestra

Mentre la giuria si riuniva per eleggere il vincitore, on stage intanto salivano gli ospiti della serata, gli ormai famosi …A Toys Orchestra, sempre bravissimi dal vivo e qui intenti a presentare soprattutto le canzoni del loro recente, ottimo Butterfly Effect. Tra il loro set ed i bis, la premiazione dei primi tre gruppi e l’assegnazione del premio intitolato ad Ernesto De Pascale che, ormai da qualche anno, viene dato alla miglior canzone cantata in italiano. A vincerlo quest’anno i Lefebo, eletti tramite un messaggio video da Cristina Donà.

Lino Brunetti

SWANS @ Alcatraz, Milano, 12 ottobre 2014

SWANS

ALCATRAZ

MILANO

12 OTTOBRE 2014

Manco si trattasse del Luna Park maledetto de “Il Popolo Dell’Autunno” di Bradbury, gli Swans di Michael Gira ricalano in Italia per un pugno di date fatte a supporto del loro recente To Be Kind. A Milano arrivano una domenica sera di una settimana, tanto per cambiare, piovosa e grigia. La data, al contrario di altre venue, non è sold out, ma c’è anche da dire che l’Alcatraz, sia pur diviso a metà, non è certo piccolo e che la musica della band americana è una delle più oltranziste ed ostiche in cui possiate imbattervi al giorno d’oggi, quantomeno a questi livelli di popolarità. Avendoli visti più volte, da parte mia c’era una forte curiosità nel vedere quanto e come avrebbero mutato pelle, se avrebbero insomma continuato con la potenza annichilente del tour precedente o se avrebbero proposto qualcosa di diverso. Alla fine ne sono uscito soddisfatto, perché quello che hanno fatto è stato mutare nella continuità. Caratterizzato ancora una volta da volumi insostenibili, atti ad abbattere inesorabilmente qualsiasi difesa da parte dell’ascoltatore, il suono degli Swans si è fatto qui più propenso ad adagiarsi su una forma di dilatatissimo, malsano, oscuro e macilento blues (ovviamente in senso più attitudinale e d’intenzione che non sonoro), lasciando parzialmente da parte il martellamento industrial del passato, in favore appunto di vibrazioni più atmosferiche. La parte più debole dello show – quella centrale – è stata infatti quella in cui, riprendendo The Apostate da The Seer, hanno riproposto con un fare fin troppo meccanico, le intuizioni del tour precedente (anche se magari questa è una considerazione fatta a causa delle numerose volte in cui mi sono imbattuto in loro). Superlativo invece tutto il resto, a partire da una Frankie M introdotta da 15 minuti di pura avanguardia, con Thor Harris e Phil Puleo intenti a percuotere gong e percussioni, presto fusi in forma di drone, prima che l’ingresso di tutta la band spedisse tutto in direzione di un deliquio estatico ed allucinatorio durato ben tre quarti d’ora. Tre i pezzi tratti dall’ultimo lavoro: prima un’incalzante A Little God In My Hands, uno dei momenti più tradizionalmente coagulati in forma canzone del concerto, potente e dagli squarci free; poi un’allungatissima discesa negli inferi blues con Just A Little Boy; infine una Bring The Sun – introdotta da un Gira che urlava Amore, Amor! – spogliata dalla sua seconda parte Toussaint L’Ouverture, ma unita ad una assolutamente stratosferica Black Hole Man, vicinissima al verbo kraut-rock ed oasi quasi pop dopo quello che c’era stato prima (tra cui rimane da citare la nuova Don’t Go, ipnotica e salmodiante). Oltre due ore e mezza di concerto, in cui gli Swans hanno come sempre cercato di spingere gli ascoltatori verso l’estasi della luce, attraverso il dolore e l’oscurità. E quando, alla fine, Gira presenta i musicisti storpiandone simpaticamente i nomi in forme tutte italiane, con tutti che s’inchinano riconoscenti di fronte al proprio pubblico, viene fuori anche l’umanità di una band che, ancora oggi, dopo oltre trent’anni dagli esordi, in qualche modo continua ad intimidire. I loro concerti rimangono un’esperienza sensoriale a 360°, sicuramente non per tutti ed oltre il concetto di musica tradizionale, è chiaro; ma sono, altrettanto chiaramente, uno degli act più intensi in cui possiate imbattervi.

Lino Brunetti

Swans © Rodolfo Sassano

Swans © Rodolfo Sassano

SOLO FEST: KING BUZZO, ADRIANO VITERBINI & DIEGO POTRON @ CARROPONTE, SESTO SAN GIOVANNI, 9 SETTEMBRE 2014

KING BUZZO, ADRIANO VITERBINI, DIEGO POTRON

CARROPONTE

SESTO SAN GIOVANNI

9 SETTEMBRE 2014

 

A causa dell’ennesima giornata temporalesca s’era pure rischiato che il concerto saltasse! Poi, per fortuna, grazie alla concomitante Festa dell’Unità, s’è potuto usare la tensostruttura normalmente adibita ai dibattiti e tutto si è svolto senza intoppi. Sarebbe del resto stato davvero un peccato perché, sotto al cappello Solo Fest, si sono esibiti tre artisti diversissimi fra loro ma tutti, a modo loro, invariabilmente interessanti. Ad aprire le danze ci ha pensato Diego Potron, il meno conosciuto dei tre, col suo ritmato e possente blues, suonato con una grezza e squadrata chitarra costruita in casa e un mini drum-kit suonato col piede. Selvaggia, sporca e divertente la sua versione delle dodici battute, condita inoltre da piccole presentazioni tra il surreale ed il “proletario” che hanno aggiunto ulteriore carne al fuoco. Dopo di lui è stata la volta di Adriano Viterbini, normalmente cantante e chitarrista dei romani Bud Spencer Blues Explosion, ma qui in veste solista. Se anche il blues rimane al centro della scena, con lui il mood cambia. Da solo è artefice di una serie di pezzi strumentali per sola chitarra elettrica (o dobro in un caso) in cui le dodici battute si colorano d’echi afro blues alla maniera dei Tinariwen, di suggestioni faheyane, di un lirismo ipnotico che solo a tratti accellera e si fa più funambolico. Un’ottima performance insomma, sugellata infine da una bella versione di Sleepwalk di Santo & Johnny. L’headliner della serata, colui per il quale la maggior parte del pubblico era presente, era però Buzz Osborne aka King Buzzo, il leader dei Melvins al suo primo tour acustico ed in solitaria. Fresco della pubblicazione del suo recente album solista, This Machine Kills Artists, Buzz non ha esattamente messo in piedi un concerto folk. Del resto, come poteva esserlo se già in partenza piazzi un pezzo oscurissimo proprio dei Melvins ed una cover di Alice Cooper. In sostanza, quello che manca ad un suo concerto in solitaria sono solo gli altri Melvins perché, per il resto, l’energia e la potenza sono quelli di sempre. Certo, in questa veste è più facile apprezzare la sua voce svettante, ma il modo in cui martoria la sua sei corde estraendone power chords schiaffeggianti è immutata. E poi, elemento da non sottovalutare, è un tipo simpaticissimo Buzzo! Saltella e si muove in continuazione da un lato all’altro del palco scuotendo la sua riconoscibilissima chioma, ridacchia come un bambinone, si prende un sacco di tempo per parlare col pubblico e per raccontare aneddoti e storielle divertenti (a noi è capitata quella con protagonista Mike Patton, troppo lunga da riassumere qui, ma davvero spassosissima). Il nucleo portante dello show è stato composto con i pezzi del disco solista, più concisi e tradizionali di quelli dei Melvins, ma sempre con quell’impronta. Un bel sentire, che ha offerto un lato inedito di un’icona del rock americano degli ultimi trent’anni.

Lino Brunetti

 

WARPAINT live @ Carroponte, Sesto San Giovanni, 29 agosto 2014

WARPAINT

CARROPONTE

SESTO SAN GIOVANNI

29 AGOSTO 2014

 

Nello stesso giorno in cui partiva l’edizione annuale della festa dell’Unità milanese – sia pur ormai in pianta stabile in quel di Sesto San Giovanni – con tutti il suo corollario di stand gastronomici, librerie e bancarelle varie, nella stessa sede, al Carroponte, sul suo palco saliva il quartetto tutto al femminile delle losangeline Warpaint. Scoperte qualche anno fa dal chitarrista dei Red Hot Chili Peppers, John Frusciante, al mixer per il loro EP d’esordio, Exquisite Corpse, le quattro si sono fatte conoscere con due ottimi album, l’ultimo dei quali, omonimo, prodotto in tandem con un veterano quale Flood. Le radici del loro sound stanno sicuramente nel post-punk ma, tutto sommato, di tutte le versioni che abbiamo sentito negli ultimi anni, la loro rischia di essere una delle più intriganti, moderne ed in qualche modo addirittura originali. Al pulsare ritmico tipico del genere, messo a punto dall’ottima accoppiata Jenny Lee Lindberg (basso)/ Stella Mozgawa (batteria, a lungo session musician che ha suonato pure con Tom Jones), si sovrappongono le melodie pop fornite dalle due chitarriste, cantanti e songwriter della formazione, Emily Kokal e Theresa Wayman, sempre affascinanti e sottilmente inusuali. A ciò aggiungiamo il fatto che sono molti gli elementi che finiscono poi per arricchire la loro proposta: a partire da un’ariosità eterea quasi a là Cocteau Twins; passando per delle dilatazioni che verrebbe da definire psichedeliche; per il mood malinconico/elettronico di molte tracce, al confine con reminiscenze trip-hop; per la solidità di una scrittura che farebbe stare in piedi le canzoni probabilmente anche con solo voce e chitarra. Un bella dose di glamour sexy, che non guasta mai, fa il resto – due di loro sono pure attrici e tutte assieme, come band, sono state protagoniste di uno spot di Calvin Klein. Quasi ovvia l’ottima risposta del pubblico, che si è presentato numeroso all’appuntamento della loro unica data italiana. Per un’ora e mezza le Warpaint hanno scandagliato il loro repertorio, andando a pescare da un po’ tutti i loro lavori, con una leggera prevalenza dell’ultimo album, a partire da una Keep It Healthy che, dopo l’Intro, ha aperto le danze e poi con bei brani come Disco/Very, Drive, Hi. Alcune canzoni sono risultate essere già dei piccoli classici, penso soprattutto ad un pezzo come Undertow, accolta da un boato, ma pure alla recente, anche se per me non uno dei loro brani migliori, Love Is To Die. Bellissimi i recuperi dal primo EP, Beetles e Elephants, più nervose e chitarristiche e soprattutto dilatatissime e psichedeliche, con le quattro lanciate in parti strumentali improvvisative che, sia pur un po’ sfilacciate a tratti – magari la tecnica strumentale non è proprio il loro forte – ne hanno mostrato ulteriormente la versatilità. Divertente, infine, il finale con una cover di Pump Up The Jam dei Technotronic, vecchio successo dance, qui rivisto in salsa post-punk. Decisamente, una scelta capace di far inorridire qualsiasi serio purista rock. Io, che purista e serio non lo sono per nulla, me la sono invece goduta con gran diletto. Prima di loro, sul palco erano saliti i Julie’s Haircut. Purtroppo ho intercettato soltanto i loro ultimi dieci minuti di show, quanto basta per rammaricarmi di non essere riuscito ad arrivare prima. Da quel poco che ho visto mi sono sembrati davvero notevoli anche in sede live.

Lino Brunetti

All photos © Rodolfo Sassano

Emily Kokal

Emily Kokal

Theresa Wayman

Theresa Wayman

Jenny Lee Lindberg

Jenny Lee Lindberg

Stella Mozgawa

Stella Mozgawa