ROCK CONTEST 2014, Auditorium Flog, Firenze, 13 dicembre 2014

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Tutte le foto © Lino Brunetti

Giunto alla sua ventiseiesima edizione consecutiva, il Rock Contest di Firenze, come sempre organizzato impeccabilmente dai tipi di Controradio, col contributo del Comune del capoluogo toscano, si conferma più che mai una delle manifestazioni musicali, riservate ad artisti emergenti, tra le più importanti in Italia. Negli anni, tanti i nomi, poi diventati conosciuti tra gli appassionati, usciti da qui. La partnership con l’associazione KeepOn (circuito che raggruppa promoter, direttori artistici e manager di oltre un centinaio di locali dislocati in tutta Italia) – attraverso la quale i gruppi finalisti vengono inseriti nel circuito della musica live – e la possibilità, per il vincitore, di registrare un album in uno studio professionale (tra i migliori in Italia) come il Sam Recording Studio, sono solo alcuni dei motivi che ogni anno spingono centinaia di band ad iscriversi al contest. Da questo punto di vista, il 2014 è stato forse l’anno dei record: oltre seicento i demo giunti agli organizzatori, da cui sono stati estrapolati i 36 gruppi che si sono fronteggiati nelle eliminatorie, definitivamente ridotti a 6 nella serata conclusiva, come sempre svoltasi all’Auditorium Flog, sotto l’occhio attento non solo del numeroso e caloroso pubblico (chiamato al voto), ma pure sotto quello di una giuria tecnica, quest’anno presieduta da Manuel Agnelli degli Afterhours e con al suo interno giornalisti ed operatori del settore (tra cui anche il sottoscritto), ma anche musicisti come Piero Pelù e Max Collini degli Offlaga Disco Pax che, proprio da qui, dieci anni fa, iniziarono la loro fulgida carriera. Delle band arrivate in finale, aldilà di una qualità media in effetti piuttosto alta, pur nell’incredibile eterogeneità di generi, a colpire è stata soprattutto la padronanza tecnica e la professionalità con cui hanno affrontato pubblico e palco, con una sicurezza da formazioni scafatissime, non certo da esordienti.

Lo Straniero

Lo Straniero

I primi ad esibirsi sono stati i piemontesi Lo Straniero, autori di un pop-rock dalle inflessioni wave e con qualche influsso electro-pop, che in alcuni frangenti mi hanno ricordato certe cose ai tempi pubblicate dai Dischi del Mulo, e quindi con più di un contatto col mondo CCCP/CSI, di cui i ragazzi sicuramente saranno fan. Davvero niente male.

Beyond The Garden

Beyond The Garden

Dopo di loro, quelli che alla fine risulteranno essere i vincitori dell’edizione 2014, i fiorentini Beyond The Garden. Il loro è un misto d’indie-rock e post-punk, con l’accento posto fortemente sul ritmo e su un suono sì capace di qualche spigolo, ma sicuramente anche molto accattivante. Immaginatevi dei Liars meno estremi e più pop ed inizierete a farvi almeno un’idea. Di sicuro risentiremo parlare di loro, perché mi sono parsi assai determinati e consci delle loro possibilità. Grande tenuta del palco e brillante l’idea di terminare il proprio set coi tamburi in mezzo ad un pubblico già adorante.

Plastic Light Factory

Plastic Light Factory

Arrivavano invece da Mantova i Plastic Light Factory – si piazzeranno al secondo posto – giovanissimo trio in bilico tra lisergici flash shoegaze e acide escursioni rock psichedeliche tinte di rumore. Abbigliamento vintage d’ordinanza e buona padronanza strumentale messa al servizio di canzoni di grande pregnanza elettrica, magari non ancora personalissime ma di certo indirizzate sulla retta via.

Mefa

Mefa

Ad ulteriore dimostrazione dell’eclettismo perpetrato dal Rock Contest, la performance dell’altro fiorentino in gara, il rapper Mefa. Apparentemente un pesce fuor d’acqua, con la grinta e la sfacciataggine dei suoi 16 anni, Mefa ha pungolato il pubblico con liriche a mitraglia ed un piglio da autentico veterano, cosa che ci porta a credere che l’hip hop italiano potrebbe aver trovato qui un nuovo protagonista.

Mefa

El Xicano

Tutt’altre atmosfere con il cantautore romagnolo El Xicano, probabilmente il più coraggioso fra tutti, visto che si è presentato sul palco forte della sola essenza delle sue canzoni, offerte tramite sola voce e piano. Non è facile mantenere desta l’attenzione del pubblico se sei uno sconosciuto e stai proponendo brani intimi, personali e minimalisti: il fatto che El Xicano ce l’abbia fatta ci dice di un autore bravo e con qualcosa da dire.

Sofia Brunetta

Sofia Brunetta

Ultima infine a salire sul palco tra gli artisti in gara, la salentina Sofia Brunetta, in questo caso accompagnata da una band (si classificherà al terzo posto). Rock, soul e funk per lei, in canzoni pimpanti e tutte da ballare, con una sezione ritmica pulsante, un chitarrista tendente a ficcanti assoli anche dissonanti e, soprattutto, indubbie doti vocali da parte della titolare della band. Bravi anche loro, insomma.

...a Toys Orchestra

…a Toys Orchestra

Mentre la giuria si riuniva per eleggere il vincitore, on stage intanto salivano gli ospiti della serata, gli ormai famosi …A Toys Orchestra, sempre bravissimi dal vivo e qui intenti a presentare soprattutto le canzoni del loro recente, ottimo Butterfly Effect. Tra il loro set ed i bis, la premiazione dei primi tre gruppi e l’assegnazione del premio intitolato ad Ernesto De Pascale che, ormai da qualche anno, viene dato alla miglior canzone cantata in italiano. A vincerlo quest’anno i Lefebo, eletti tramite un messaggio video da Cristina Donà.

Lino Brunetti

SWANS @ Alcatraz, Milano, 12 ottobre 2014

SWANS

ALCATRAZ

MILANO

12 OTTOBRE 2014

Manco si trattasse del Luna Park maledetto de “Il Popolo Dell’Autunno” di Bradbury, gli Swans di Michael Gira ricalano in Italia per un pugno di date fatte a supporto del loro recente To Be Kind. A Milano arrivano una domenica sera di una settimana, tanto per cambiare, piovosa e grigia. La data, al contrario di altre venue, non è sold out, ma c’è anche da dire che l’Alcatraz, sia pur diviso a metà, non è certo piccolo e che la musica della band americana è una delle più oltranziste ed ostiche in cui possiate imbattervi al giorno d’oggi, quantomeno a questi livelli di popolarità. Avendoli visti più volte, da parte mia c’era una forte curiosità nel vedere quanto e come avrebbero mutato pelle, se avrebbero insomma continuato con la potenza annichilente del tour precedente o se avrebbero proposto qualcosa di diverso. Alla fine ne sono uscito soddisfatto, perché quello che hanno fatto è stato mutare nella continuità. Caratterizzato ancora una volta da volumi insostenibili, atti ad abbattere inesorabilmente qualsiasi difesa da parte dell’ascoltatore, il suono degli Swans si è fatto qui più propenso ad adagiarsi su una forma di dilatatissimo, malsano, oscuro e macilento blues (ovviamente in senso più attitudinale e d’intenzione che non sonoro), lasciando parzialmente da parte il martellamento industrial del passato, in favore appunto di vibrazioni più atmosferiche. La parte più debole dello show – quella centrale – è stata infatti quella in cui, riprendendo The Apostate da The Seer, hanno riproposto con un fare fin troppo meccanico, le intuizioni del tour precedente (anche se magari questa è una considerazione fatta a causa delle numerose volte in cui mi sono imbattuto in loro). Superlativo invece tutto il resto, a partire da una Frankie M introdotta da 15 minuti di pura avanguardia, con Thor Harris e Phil Puleo intenti a percuotere gong e percussioni, presto fusi in forma di drone, prima che l’ingresso di tutta la band spedisse tutto in direzione di un deliquio estatico ed allucinatorio durato ben tre quarti d’ora. Tre i pezzi tratti dall’ultimo lavoro: prima un’incalzante A Little God In My Hands, uno dei momenti più tradizionalmente coagulati in forma canzone del concerto, potente e dagli squarci free; poi un’allungatissima discesa negli inferi blues con Just A Little Boy; infine una Bring The Sun – introdotta da un Gira che urlava Amore, Amor! – spogliata dalla sua seconda parte Toussaint L’Ouverture, ma unita ad una assolutamente stratosferica Black Hole Man, vicinissima al verbo kraut-rock ed oasi quasi pop dopo quello che c’era stato prima (tra cui rimane da citare la nuova Don’t Go, ipnotica e salmodiante). Oltre due ore e mezza di concerto, in cui gli Swans hanno come sempre cercato di spingere gli ascoltatori verso l’estasi della luce, attraverso il dolore e l’oscurità. E quando, alla fine, Gira presenta i musicisti storpiandone simpaticamente i nomi in forme tutte italiane, con tutti che s’inchinano riconoscenti di fronte al proprio pubblico, viene fuori anche l’umanità di una band che, ancora oggi, dopo oltre trent’anni dagli esordi, in qualche modo continua ad intimidire. I loro concerti rimangono un’esperienza sensoriale a 360°, sicuramente non per tutti ed oltre il concetto di musica tradizionale, è chiaro; ma sono, altrettanto chiaramente, uno degli act più intensi in cui possiate imbattervi.

Lino Brunetti

Swans © Rodolfo Sassano

Swans © Rodolfo Sassano

SOLO FEST: KING BUZZO, ADRIANO VITERBINI & DIEGO POTRON @ CARROPONTE, SESTO SAN GIOVANNI, 9 SETTEMBRE 2014

KING BUZZO, ADRIANO VITERBINI, DIEGO POTRON

CARROPONTE

SESTO SAN GIOVANNI

9 SETTEMBRE 2014

 

A causa dell’ennesima giornata temporalesca s’era pure rischiato che il concerto saltasse! Poi, per fortuna, grazie alla concomitante Festa dell’Unità, s’è potuto usare la tensostruttura normalmente adibita ai dibattiti e tutto si è svolto senza intoppi. Sarebbe del resto stato davvero un peccato perché, sotto al cappello Solo Fest, si sono esibiti tre artisti diversissimi fra loro ma tutti, a modo loro, invariabilmente interessanti. Ad aprire le danze ci ha pensato Diego Potron, il meno conosciuto dei tre, col suo ritmato e possente blues, suonato con una grezza e squadrata chitarra costruita in casa e un mini drum-kit suonato col piede. Selvaggia, sporca e divertente la sua versione delle dodici battute, condita inoltre da piccole presentazioni tra il surreale ed il “proletario” che hanno aggiunto ulteriore carne al fuoco. Dopo di lui è stata la volta di Adriano Viterbini, normalmente cantante e chitarrista dei romani Bud Spencer Blues Explosion, ma qui in veste solista. Se anche il blues rimane al centro della scena, con lui il mood cambia. Da solo è artefice di una serie di pezzi strumentali per sola chitarra elettrica (o dobro in un caso) in cui le dodici battute si colorano d’echi afro blues alla maniera dei Tinariwen, di suggestioni faheyane, di un lirismo ipnotico che solo a tratti accellera e si fa più funambolico. Un’ottima performance insomma, sugellata infine da una bella versione di Sleepwalk di Santo & Johnny. L’headliner della serata, colui per il quale la maggior parte del pubblico era presente, era però Buzz Osborne aka King Buzzo, il leader dei Melvins al suo primo tour acustico ed in solitaria. Fresco della pubblicazione del suo recente album solista, This Machine Kills Artists, Buzz non ha esattamente messo in piedi un concerto folk. Del resto, come poteva esserlo se già in partenza piazzi un pezzo oscurissimo proprio dei Melvins ed una cover di Alice Cooper. In sostanza, quello che manca ad un suo concerto in solitaria sono solo gli altri Melvins perché, per il resto, l’energia e la potenza sono quelli di sempre. Certo, in questa veste è più facile apprezzare la sua voce svettante, ma il modo in cui martoria la sua sei corde estraendone power chords schiaffeggianti è immutata. E poi, elemento da non sottovalutare, è un tipo simpaticissimo Buzzo! Saltella e si muove in continuazione da un lato all’altro del palco scuotendo la sua riconoscibilissima chioma, ridacchia come un bambinone, si prende un sacco di tempo per parlare col pubblico e per raccontare aneddoti e storielle divertenti (a noi è capitata quella con protagonista Mike Patton, troppo lunga da riassumere qui, ma davvero spassosissima). Il nucleo portante dello show è stato composto con i pezzi del disco solista, più concisi e tradizionali di quelli dei Melvins, ma sempre con quell’impronta. Un bel sentire, che ha offerto un lato inedito di un’icona del rock americano degli ultimi trent’anni.

Lino Brunetti

 

WARPAINT live @ Carroponte, Sesto San Giovanni, 29 agosto 2014

WARPAINT

CARROPONTE

SESTO SAN GIOVANNI

29 AGOSTO 2014

 

Nello stesso giorno in cui partiva l’edizione annuale della festa dell’Unità milanese – sia pur ormai in pianta stabile in quel di Sesto San Giovanni – con tutti il suo corollario di stand gastronomici, librerie e bancarelle varie, nella stessa sede, al Carroponte, sul suo palco saliva il quartetto tutto al femminile delle losangeline Warpaint. Scoperte qualche anno fa dal chitarrista dei Red Hot Chili Peppers, John Frusciante, al mixer per il loro EP d’esordio, Exquisite Corpse, le quattro si sono fatte conoscere con due ottimi album, l’ultimo dei quali, omonimo, prodotto in tandem con un veterano quale Flood. Le radici del loro sound stanno sicuramente nel post-punk ma, tutto sommato, di tutte le versioni che abbiamo sentito negli ultimi anni, la loro rischia di essere una delle più intriganti, moderne ed in qualche modo addirittura originali. Al pulsare ritmico tipico del genere, messo a punto dall’ottima accoppiata Jenny Lee Lindberg (basso)/ Stella Mozgawa (batteria, a lungo session musician che ha suonato pure con Tom Jones), si sovrappongono le melodie pop fornite dalle due chitarriste, cantanti e songwriter della formazione, Emily Kokal e Theresa Wayman, sempre affascinanti e sottilmente inusuali. A ciò aggiungiamo il fatto che sono molti gli elementi che finiscono poi per arricchire la loro proposta: a partire da un’ariosità eterea quasi a là Cocteau Twins; passando per delle dilatazioni che verrebbe da definire psichedeliche; per il mood malinconico/elettronico di molte tracce, al confine con reminiscenze trip-hop; per la solidità di una scrittura che farebbe stare in piedi le canzoni probabilmente anche con solo voce e chitarra. Un bella dose di glamour sexy, che non guasta mai, fa il resto – due di loro sono pure attrici e tutte assieme, come band, sono state protagoniste di uno spot di Calvin Klein. Quasi ovvia l’ottima risposta del pubblico, che si è presentato numeroso all’appuntamento della loro unica data italiana. Per un’ora e mezza le Warpaint hanno scandagliato il loro repertorio, andando a pescare da un po’ tutti i loro lavori, con una leggera prevalenza dell’ultimo album, a partire da una Keep It Healthy che, dopo l’Intro, ha aperto le danze e poi con bei brani come Disco/Very, Drive, Hi. Alcune canzoni sono risultate essere già dei piccoli classici, penso soprattutto ad un pezzo come Undertow, accolta da un boato, ma pure alla recente, anche se per me non uno dei loro brani migliori, Love Is To Die. Bellissimi i recuperi dal primo EP, Beetles e Elephants, più nervose e chitarristiche e soprattutto dilatatissime e psichedeliche, con le quattro lanciate in parti strumentali improvvisative che, sia pur un po’ sfilacciate a tratti – magari la tecnica strumentale non è proprio il loro forte – ne hanno mostrato ulteriormente la versatilità. Divertente, infine, il finale con una cover di Pump Up The Jam dei Technotronic, vecchio successo dance, qui rivisto in salsa post-punk. Decisamente, una scelta capace di far inorridire qualsiasi serio purista rock. Io, che purista e serio non lo sono per nulla, me la sono invece goduta con gran diletto. Prima di loro, sul palco erano saliti i Julie’s Haircut. Purtroppo ho intercettato soltanto i loro ultimi dieci minuti di show, quanto basta per rammaricarmi di non essere riuscito ad arrivare prima. Da quel poco che ho visto mi sono sembrati davvero notevoli anche in sede live.

Lino Brunetti

All photos © Rodolfo Sassano

Emily Kokal

Emily Kokal

Theresa Wayman

Theresa Wayman

Jenny Lee Lindberg

Jenny Lee Lindberg

Stella Mozgawa

Stella Mozgawa

UN ALTRO FESTIVAL 2014 – Magnolia, Milano, 14 – 15 luglio 2014

UN ALTRO FESTIVAL

MAGNOLIA

MILANO

14 e 15 LUGLIO 2014

L’idea, già attuata con maggior sistematicità all’estero, è buona e da usare più spesso: scelti i gruppi atti a formare la line up del festival, li si fa suonare alternatamente in due diverse città. Questo è stato fatto per questa seconda edizione de Un Altro Festival, rassegna musicale su due giorni, divisa appunto fra due città, Milano e Bologna, con line up invertite (la prima serata di Milano era la seconda di Bologna e viceversa, per intenderci). Noi abbiamo assistito all’edizione milanese, svoltasi su due palchi (uno grande, il secondo un po’ più piccolo) al Circolo Magnolia, vicinissimo all’Idroscalo e all’aeroporto di Linate. Non so bene come sia andata a Bologna, ma nel capoluogo lombardo era lecito attendersi una maggiore affluenza di pubblico: le ragioni di un parziale insuccesso – che ci auguriamo non compromettano future edizioni – possono essere diverse, dall’inclemenza del tempo (almeno nella prima serata) ad un prezzo d’ingresso forse un filo eccessivo visti i nomi in campo (anche se immagino bene che meno sarebbe stato decisamente improbabile), per non parlare della vicinanza ad altri e numerosi eventi che, visti i tempi che corrono, impone indubbiamente delle scelte anche agli appassionati di musica. Aldilà di queste considerazioni, Un Altro Festival è stato però un bell’appuntamento, di certo capace di offrire show interessanti e divertenti. La prima sera, aperta dai Kuroma sotto un diluvio biblico, ha visto sfilare l’elettronica danzereccia dei M + A, assurti all’onore delle cronache per essere stati gli unici italiani a suonare quest’anno a Glastonbury (non proprio my cup of tea), e il rock spesso e variegato degli His Clancyness, decisamente bravi nell’offrire buone vibrazioni tramite i pezzi tratti dal loro Vicious. Head-liner della serata erano però Panda Bear e gli MGMT: il primo, già membro degli Animal Collective, ha dato vita ad una quarantina di minuti favolosamente onirici ed intrisi di psichedelia elettronica, affascinanti anche grazie agli ottimi visuals che scorrevano dietro di lui; i secondi, una band che, devo confessare, mai ho frequentato più di tanto, ha invece divertito oscillando tra pop-rock psichedelico, qualche scampolo di electro-pop ed un pugno di canzoni, tra cui molti loro hit, davvero niente male. Per il sottoscritto, era però la serata del 15 quella più interessante, in larga parte all’insegna della neo-psichedelia, a partire dagli italianissimi (e competenti) Foxhound, a cui è spettato il compito di aprire le danze. Dopo di loro i britannici Telegram, moderatamente ruvidi e garagisti, nonché impregnati fino al midollo di aromi ’60s e ‘70s. Stessa cosa che si potrebbe sostenere per i Temples, autori di uno degli esordi più freschi dell’anno e che, forse addirittura inaspettatamente, hanno convinto senza mezze misure, palesandosi quale ottima live band, in grado pure d’imprimere qualche momento improvvisativo alle loro splendide canzoni. Chi temeva di trovarsi di fronte ad un bluff ha avuto modo di convincersi del contrario, probabilmente i migliori di tutto il festival. Non sono stati male, però, neppure i due, veri nomi di punta del Day 2, The Horrors e The Dandy Warhols. I primi, forti di un album riuscito quale il recente Luminous, sono stati in bilico tra la psichedelia pulsante e dalle striature elettroniche delle ultime prove ed il rumore chitarristico del passato; i secondi, da tempo dati per superbolliti discograficamente, dal vivo rimangono una rock’n’roll band divertente ed efficace, con diverse belle canzoni all’attivo, come i super successi Bohemian Like You e Not If You Were Last Junkie On Earth, puntualmente piazzati in scaletta, per la gioia generale. Una piacevolissima e stuzzicante due giorni insomma, a cui speriamo di poter presenziare pure l’anno prossimo!

Lino Brunetti

All photos © Lino Brunetti

A + M

A + M

His Clancyness

His Clancyness

Temples

Temples

Panda Bear

Panda Bear

The Horrors

The Horrors

The Dandy Warhols

The Dandy Warhols

THE WAR ON DRUGS live @ Mojotic Festival, Sestri Levante (GE), 16 luglio 2014

THE WAR ON DRUGS

MOJOTIC FESTIVAL

SESTRI LEVANTE (GE)

16 LUGLIO 2014

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A volte è davvero facile fare gli esterofili, però, ormai da qualche anno, solo chi non vuole veramente guardare in faccia alle cose come stanno, potrebbe lamentarsi della programmazione live estiva italiana. Magari manca ancora il grosso festivalone – a quello forse non arriveremo mai – ma l’offerta per quanto riguarda quelli più piccoli o il numero e la qualità di rassegne musicali è senza dubbio difficilmente minimizzabile: pensiamo, per citarne qualcuna, alla storica Strade Blu, all’Ypsigrock, allo Zanne Festival, allo stesso Buscadero Day, tutte manifestazioni dalla programmazione eccelsa e punte di spillo in un panorama davvero ricco e variegato. Tra i tanti, qui ci piace segnalare il bellissimo Mojotic Festival, giunto alla sesta edizione e messo in piedi dall’omonima associazione culturale nella splendida cornice di Sestri Levante, cittadina ligure che già di per sé basta e avanza a giustificare il viaggio. Una dozzina di concerti in programma, sparsi tra metà giugno e metà agosto, che hanno visto sfilare personaggi amatissimi anche su queste pagine quali Jonathan Wilson, M. Ward, Steve Earle, Conor Oberst, Ethan Johns, Anna Calvi, Scott Matthews, Jacco Gardner, tra gli altri. Con a disposizione una location fascinosa quale il cortile dell’ex convento dell’Annunziata, in alto a dominare l’incantevole Baia del Silenzio, quelli di Mojotic hanno messo in piedi un’edizione senza dubbio da ricordare. Fra le tante, quella a cui ho deciso di presenziare, mettendomi in viaggio da Milano, è stata la serata con protagonisti The War On Drugs. Nessun dubbio che, fino ad ora, sia proprio il loro Lost In The Dream il mio disco dell’anno e quindi, non essendomi bastata la loro comparsata al Primavera Sound, era ovvia la decisione di tornare a vederli. Cosa assai saggia, perché la band di Philadelphia dal vivo è ancora meglio che su disco! Formazione a sei, ovviamente capeggiata da Adam Granduciel a voce e chitarra, con alle spalle basso, batteria, sax, tastiera ed un secondo chitarrista/tastierista. La grande forza ed originalità dei War On Drugs sta nel mescolare una scrittura fortemente classica – gli echi di Springsteen, Dylan, Petty si sprecano nel loro canzoniere – a sonorità dilatate e liquide che hanno parentele con generi apparentemente distanti quali il kraut-rock (l’ipnosi metronomica del ritmo), l’ambient (le stratificazioni tastieristiche, l’utilizzo in funzione texturale dei fiati), la new wave più pop. Ne viene fuori un ibrido strano, capace potenzialmente di colpire la fantasia di un pubblico assai vario. A Sestri, per quasi un’ora e 50 minuti, di fronte ad un pubblico forse meno numeroso di quanto era lecito attendersi, hanno stupito ed esaltato sia quando sono stati i pezzi più rock ad uscire dalle casse (una mai così appropriata, visto il posto, An Ocean Between The Waves; un’ipnotica e lunghissima Under The Pressure; una magistrale, allungata e cangiante Red Eyes; una Burning puro Springsteen anni ‘80), sia quando hanno scelto la ballata o la reminiscenza dylaniana per portare a termine il loro discorso (Lost In The Dream, In Reverse, la pettyana Eyes To The Wind). L’ultimo album ha fatto la parte del leone, ma non sono mancate puntatine anche dai due dischi precedenti, Slave Ambient in particolare. Dal vivo i War On Drugs assecondano una preventivabile tendenza all’allungo e all’improvvisazione, esplicitata soprattutto dall’impeto younghiano dato dagli assolo chitarristici di Granduciel, non solo un ottimo songwriter ma pure un eccellente chitarrista. Musica visionaria e d’ampio respiro, capace di farti andar via letteralmente con la testa, perfettamente accordatasi alla brezza proveniente dal mare ed all’incanto di una notte difficilmente dimenticabile. In apertura una riuscita performance degli His Clancyness.

Lino Brunetti

Nel momento in cui scrivo, al Mojotic sono ancora in programma i concerti di Steve Earle (30 luglio), Jonathan Wilson (31 luglio), Boy & Bear (5 agosto), Conor Oberst (19 agosto), oltre alla nottata con la “Silent Disco” prevista per l’8 agosto. Il consiglio, ovviamente, è di non mancare. Per info, il sito di riferimento è http://www.mojotic.it

CARTOLINE DAL PRIMAVERA SOUND 2014

Testo e foto © Lino Brunetti

C’è chi lo definisce il Coachella europeo, ed in effetti non ci sono grossi dubbi circa il fatto che il Primavera Sound di Barcellona sia nel tempo diventato il più importante festival musicale d’Europa, quantomeno di quella continentale, capace di rivaleggiare anche con i grossissimi festivals inglesi ed americani. Era un successo annunciato quello di questa quattordicesima edizione, iniziato con l’originalissimo modo con cui ne avevano annunciato la line up (il film “Line Up” appunto) e concretizzatosi definitivamente con le oltre 190.000 persone che hanno affollato gli spazi del Parc Del Forum e i suoi quasi 350 concerti. Un pubblico – per il 40% fatto di stranieri, tra di essi moltissimi italiani – che cresce di anno in anno in maniera spaventosa, ma incapace di far vacillare un’organizzazione evidentemente efficientissima ed altamente professionale, capace di tenere assieme un numero impressionante di eventi e di saper gestire in maniera sempre più efficace sia il suo pubblico (con la possibilità, attraverso l’acquisto di pacchetti VIP, di assistere da posizioni privilegiate i vari concerti) che il solito enorme numero di professionisti e giornalisti accreditati, riducendo al minimo code ed intoppi. Musicalmente parlando, pur mantenendo una vocazione che potremmo definire vagamente indie, il Primavera Sound è da tempo un festival orientato all’eclettismo più sfrenato. Forse mai eterogeneo come quest’anno, stavolta davvero qualsiasi genere e tendenza era rappresentata, attraverso, tra l’altro, la consueta abilità di far ondeggiare il cartellone tra grossi nomi paladini del grande pubblico, musicisti storici amatissimi, cult-heroes e astri nascenti, senza dimenticare il grosso drappello di musicisti spagnoli e tutte quelle piccole bands provenienti un po’ da ogni dove a cui viene data la possibilità di esibirsi in quest’enorme kermesse (ben quattro quest’anno gli italiani: C+C=Maxigross, Junkfood, The Vickers, LNRipley). Ad ogni edizione, inoltre, aumentano pure i palchi e i vari e possibili appuntamenti anche al di fuori del Parc Del Forum, in giro per i locali di Barcellona e per la città stessa. Una monumentale festa della musica, insomma, a cui, pur con tutta la fatica (fisica soprattutto) che comporta e lo stress dettato dal dover prendere decisioni impossibili, è sempre un piacere partecipare. Il report completo sarà sul numero di luglio/agosto del Busca. Qui, la consueta galleria d’immagini.

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Full Blast

Full Blast

The Ex

The Ex

Shellac

Shellac

The Brian Jonestown Massacre

The Brian Jonestown Massacre

Colin Stetson

Colin Stetson

Julian Cope

Julian Cope

Rodrigo Amarante

Rodrigo Amarante

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Pond

Pond

Warpaint

Warpaint

Chrome

Chrome

Arcade Fire

Arcade Fire

Arcade Fire

Arcade Fire

Drive By Truckers

Drive By Truckers

Mick Harvey

Mick Harvey

Dr. John

Dr. John

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Sharon Van Etten

Sharon Van Etten

The War On Drugs

The War On Drugs

Slint

Slint

Slint

Slint

Jesu

Jesu

Wolf Eyes

Wolf Eyes

Silvia Pérez Cruz & Raul Fernandez Mirò

Silvia Pérez Cruz & Raul Fernandez Mirò

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Hebronix

Hebronix

Islands

Islands

Courtney Barnett

Courtney Barnett

Superchunk

Superchunk

Caetano Veloso

Caetano Veloso

Caetano Veloso

Caetano Veloso

Godspeed You! Black Emperor

Godspeed You! Black Emperor

Sean Kuti & Egypt 80

Sean Kuti & Egypt 80

Junkfood

Junkfood

Junkfood

Junkfood

Black Lips

Black Lips

Hospitality

Hospitality

Mark Eitzel

Mark Eitzel

Dum Dum Girls

Dum Dum Girls

Joana Serrat

Joana Serrat

Grouper

Grouper

Juana Molina

Juana Molina

Angel Olsen

Angel Olsen

Cloud Nothings

Cloud Nothings