SOLO FEST: KING BUZZO, ADRIANO VITERBINI & DIEGO POTRON @ CARROPONTE, SESTO SAN GIOVANNI, 9 SETTEMBRE 2014

KING BUZZO, ADRIANO VITERBINI, DIEGO POTRON

CARROPONTE

SESTO SAN GIOVANNI

9 SETTEMBRE 2014

 

A causa dell’ennesima giornata temporalesca s’era pure rischiato che il concerto saltasse! Poi, per fortuna, grazie alla concomitante Festa dell’Unità, s’è potuto usare la tensostruttura normalmente adibita ai dibattiti e tutto si è svolto senza intoppi. Sarebbe del resto stato davvero un peccato perché, sotto al cappello Solo Fest, si sono esibiti tre artisti diversissimi fra loro ma tutti, a modo loro, invariabilmente interessanti. Ad aprire le danze ci ha pensato Diego Potron, il meno conosciuto dei tre, col suo ritmato e possente blues, suonato con una grezza e squadrata chitarra costruita in casa e un mini drum-kit suonato col piede. Selvaggia, sporca e divertente la sua versione delle dodici battute, condita inoltre da piccole presentazioni tra il surreale ed il “proletario” che hanno aggiunto ulteriore carne al fuoco. Dopo di lui è stata la volta di Adriano Viterbini, normalmente cantante e chitarrista dei romani Bud Spencer Blues Explosion, ma qui in veste solista. Se anche il blues rimane al centro della scena, con lui il mood cambia. Da solo è artefice di una serie di pezzi strumentali per sola chitarra elettrica (o dobro in un caso) in cui le dodici battute si colorano d’echi afro blues alla maniera dei Tinariwen, di suggestioni faheyane, di un lirismo ipnotico che solo a tratti accellera e si fa più funambolico. Un’ottima performance insomma, sugellata infine da una bella versione di Sleepwalk di Santo & Johnny. L’headliner della serata, colui per il quale la maggior parte del pubblico era presente, era però Buzz Osborne aka King Buzzo, il leader dei Melvins al suo primo tour acustico ed in solitaria. Fresco della pubblicazione del suo recente album solista, This Machine Kills Artists, Buzz non ha esattamente messo in piedi un concerto folk. Del resto, come poteva esserlo se già in partenza piazzi un pezzo oscurissimo proprio dei Melvins ed una cover di Alice Cooper. In sostanza, quello che manca ad un suo concerto in solitaria sono solo gli altri Melvins perché, per il resto, l’energia e la potenza sono quelli di sempre. Certo, in questa veste è più facile apprezzare la sua voce svettante, ma il modo in cui martoria la sua sei corde estraendone power chords schiaffeggianti è immutata. E poi, elemento da non sottovalutare, è un tipo simpaticissimo Buzzo! Saltella e si muove in continuazione da un lato all’altro del palco scuotendo la sua riconoscibilissima chioma, ridacchia come un bambinone, si prende un sacco di tempo per parlare col pubblico e per raccontare aneddoti e storielle divertenti (a noi è capitata quella con protagonista Mike Patton, troppo lunga da riassumere qui, ma davvero spassosissima). Il nucleo portante dello show è stato composto con i pezzi del disco solista, più concisi e tradizionali di quelli dei Melvins, ma sempre con quell’impronta. Un bel sentire, che ha offerto un lato inedito di un’icona del rock americano degli ultimi trent’anni.

Lino Brunetti

 

WARPAINT live @ Carroponte, Sesto San Giovanni, 29 agosto 2014

WARPAINT

CARROPONTE

SESTO SAN GIOVANNI

29 AGOSTO 2014

 

Nello stesso giorno in cui partiva l’edizione annuale della festa dell’Unità milanese – sia pur ormai in pianta stabile in quel di Sesto San Giovanni – con tutti il suo corollario di stand gastronomici, librerie e bancarelle varie, nella stessa sede, al Carroponte, sul suo palco saliva il quartetto tutto al femminile delle losangeline Warpaint. Scoperte qualche anno fa dal chitarrista dei Red Hot Chili Peppers, John Frusciante, al mixer per il loro EP d’esordio, Exquisite Corpse, le quattro si sono fatte conoscere con due ottimi album, l’ultimo dei quali, omonimo, prodotto in tandem con un veterano quale Flood. Le radici del loro sound stanno sicuramente nel post-punk ma, tutto sommato, di tutte le versioni che abbiamo sentito negli ultimi anni, la loro rischia di essere una delle più intriganti, moderne ed in qualche modo addirittura originali. Al pulsare ritmico tipico del genere, messo a punto dall’ottima accoppiata Jenny Lee Lindberg (basso)/ Stella Mozgawa (batteria, a lungo session musician che ha suonato pure con Tom Jones), si sovrappongono le melodie pop fornite dalle due chitarriste, cantanti e songwriter della formazione, Emily Kokal e Theresa Wayman, sempre affascinanti e sottilmente inusuali. A ciò aggiungiamo il fatto che sono molti gli elementi che finiscono poi per arricchire la loro proposta: a partire da un’ariosità eterea quasi a là Cocteau Twins; passando per delle dilatazioni che verrebbe da definire psichedeliche; per il mood malinconico/elettronico di molte tracce, al confine con reminiscenze trip-hop; per la solidità di una scrittura che farebbe stare in piedi le canzoni probabilmente anche con solo voce e chitarra. Un bella dose di glamour sexy, che non guasta mai, fa il resto – due di loro sono pure attrici e tutte assieme, come band, sono state protagoniste di uno spot di Calvin Klein. Quasi ovvia l’ottima risposta del pubblico, che si è presentato numeroso all’appuntamento della loro unica data italiana. Per un’ora e mezza le Warpaint hanno scandagliato il loro repertorio, andando a pescare da un po’ tutti i loro lavori, con una leggera prevalenza dell’ultimo album, a partire da una Keep It Healthy che, dopo l’Intro, ha aperto le danze e poi con bei brani come Disco/Very, Drive, Hi. Alcune canzoni sono risultate essere già dei piccoli classici, penso soprattutto ad un pezzo come Undertow, accolta da un boato, ma pure alla recente, anche se per me non uno dei loro brani migliori, Love Is To Die. Bellissimi i recuperi dal primo EP, Beetles e Elephants, più nervose e chitarristiche e soprattutto dilatatissime e psichedeliche, con le quattro lanciate in parti strumentali improvvisative che, sia pur un po’ sfilacciate a tratti – magari la tecnica strumentale non è proprio il loro forte – ne hanno mostrato ulteriormente la versatilità. Divertente, infine, il finale con una cover di Pump Up The Jam dei Technotronic, vecchio successo dance, qui rivisto in salsa post-punk. Decisamente, una scelta capace di far inorridire qualsiasi serio purista rock. Io, che purista e serio non lo sono per nulla, me la sono invece goduta con gran diletto. Prima di loro, sul palco erano saliti i Julie’s Haircut. Purtroppo ho intercettato soltanto i loro ultimi dieci minuti di show, quanto basta per rammaricarmi di non essere riuscito ad arrivare prima. Da quel poco che ho visto mi sono sembrati davvero notevoli anche in sede live.

Lino Brunetti

All photos © Rodolfo Sassano

Emily Kokal

Emily Kokal

Theresa Wayman

Theresa Wayman

Jenny Lee Lindberg

Jenny Lee Lindberg

Stella Mozgawa

Stella Mozgawa

UN ALTRO FESTIVAL 2014 – Magnolia, Milano, 14 – 15 luglio 2014

UN ALTRO FESTIVAL

MAGNOLIA

MILANO

14 e 15 LUGLIO 2014

L’idea, già attuata con maggior sistematicità all’estero, è buona e da usare più spesso: scelti i gruppi atti a formare la line up del festival, li si fa suonare alternatamente in due diverse città. Questo è stato fatto per questa seconda edizione de Un Altro Festival, rassegna musicale su due giorni, divisa appunto fra due città, Milano e Bologna, con line up invertite (la prima serata di Milano era la seconda di Bologna e viceversa, per intenderci). Noi abbiamo assistito all’edizione milanese, svoltasi su due palchi (uno grande, il secondo un po’ più piccolo) al Circolo Magnolia, vicinissimo all’Idroscalo e all’aeroporto di Linate. Non so bene come sia andata a Bologna, ma nel capoluogo lombardo era lecito attendersi una maggiore affluenza di pubblico: le ragioni di un parziale insuccesso – che ci auguriamo non compromettano future edizioni – possono essere diverse, dall’inclemenza del tempo (almeno nella prima serata) ad un prezzo d’ingresso forse un filo eccessivo visti i nomi in campo (anche se immagino bene che meno sarebbe stato decisamente improbabile), per non parlare della vicinanza ad altri e numerosi eventi che, visti i tempi che corrono, impone indubbiamente delle scelte anche agli appassionati di musica. Aldilà di queste considerazioni, Un Altro Festival è stato però un bell’appuntamento, di certo capace di offrire show interessanti e divertenti. La prima sera, aperta dai Kuroma sotto un diluvio biblico, ha visto sfilare l’elettronica danzereccia dei M + A, assurti all’onore delle cronache per essere stati gli unici italiani a suonare quest’anno a Glastonbury (non proprio my cup of tea), e il rock spesso e variegato degli His Clancyness, decisamente bravi nell’offrire buone vibrazioni tramite i pezzi tratti dal loro Vicious. Head-liner della serata erano però Panda Bear e gli MGMT: il primo, già membro degli Animal Collective, ha dato vita ad una quarantina di minuti favolosamente onirici ed intrisi di psichedelia elettronica, affascinanti anche grazie agli ottimi visuals che scorrevano dietro di lui; i secondi, una band che, devo confessare, mai ho frequentato più di tanto, ha invece divertito oscillando tra pop-rock psichedelico, qualche scampolo di electro-pop ed un pugno di canzoni, tra cui molti loro hit, davvero niente male. Per il sottoscritto, era però la serata del 15 quella più interessante, in larga parte all’insegna della neo-psichedelia, a partire dagli italianissimi (e competenti) Foxhound, a cui è spettato il compito di aprire le danze. Dopo di loro i britannici Telegram, moderatamente ruvidi e garagisti, nonché impregnati fino al midollo di aromi ’60s e ‘70s. Stessa cosa che si potrebbe sostenere per i Temples, autori di uno degli esordi più freschi dell’anno e che, forse addirittura inaspettatamente, hanno convinto senza mezze misure, palesandosi quale ottima live band, in grado pure d’imprimere qualche momento improvvisativo alle loro splendide canzoni. Chi temeva di trovarsi di fronte ad un bluff ha avuto modo di convincersi del contrario, probabilmente i migliori di tutto il festival. Non sono stati male, però, neppure i due, veri nomi di punta del Day 2, The Horrors e The Dandy Warhols. I primi, forti di un album riuscito quale il recente Luminous, sono stati in bilico tra la psichedelia pulsante e dalle striature elettroniche delle ultime prove ed il rumore chitarristico del passato; i secondi, da tempo dati per superbolliti discograficamente, dal vivo rimangono una rock’n’roll band divertente ed efficace, con diverse belle canzoni all’attivo, come i super successi Bohemian Like You e Not If You Were Last Junkie On Earth, puntualmente piazzati in scaletta, per la gioia generale. Una piacevolissima e stuzzicante due giorni insomma, a cui speriamo di poter presenziare pure l’anno prossimo!

Lino Brunetti

All photos © Lino Brunetti

A + M

A + M

His Clancyness

His Clancyness

Temples

Temples

Panda Bear

Panda Bear

The Horrors

The Horrors

The Dandy Warhols

The Dandy Warhols

THE WAR ON DRUGS live @ Mojotic Festival, Sestri Levante (GE), 16 luglio 2014

THE WAR ON DRUGS

MOJOTIC FESTIVAL

SESTRI LEVANTE (GE)

16 LUGLIO 2014

lineup.png.pagespeed.ce.tpd-z8WXA5

 

A volte è davvero facile fare gli esterofili, però, ormai da qualche anno, solo chi non vuole veramente guardare in faccia alle cose come stanno, potrebbe lamentarsi della programmazione live estiva italiana. Magari manca ancora il grosso festivalone – a quello forse non arriveremo mai – ma l’offerta per quanto riguarda quelli più piccoli o il numero e la qualità di rassegne musicali è senza dubbio difficilmente minimizzabile: pensiamo, per citarne qualcuna, alla storica Strade Blu, all’Ypsigrock, allo Zanne Festival, allo stesso Buscadero Day, tutte manifestazioni dalla programmazione eccelsa e punte di spillo in un panorama davvero ricco e variegato. Tra i tanti, qui ci piace segnalare il bellissimo Mojotic Festival, giunto alla sesta edizione e messo in piedi dall’omonima associazione culturale nella splendida cornice di Sestri Levante, cittadina ligure che già di per sé basta e avanza a giustificare il viaggio. Una dozzina di concerti in programma, sparsi tra metà giugno e metà agosto, che hanno visto sfilare personaggi amatissimi anche su queste pagine quali Jonathan Wilson, M. Ward, Steve Earle, Conor Oberst, Ethan Johns, Anna Calvi, Scott Matthews, Jacco Gardner, tra gli altri. Con a disposizione una location fascinosa quale il cortile dell’ex convento dell’Annunziata, in alto a dominare l’incantevole Baia del Silenzio, quelli di Mojotic hanno messo in piedi un’edizione senza dubbio da ricordare. Fra le tante, quella a cui ho deciso di presenziare, mettendomi in viaggio da Milano, è stata la serata con protagonisti The War On Drugs. Nessun dubbio che, fino ad ora, sia proprio il loro Lost In The Dream il mio disco dell’anno e quindi, non essendomi bastata la loro comparsata al Primavera Sound, era ovvia la decisione di tornare a vederli. Cosa assai saggia, perché la band di Philadelphia dal vivo è ancora meglio che su disco! Formazione a sei, ovviamente capeggiata da Adam Granduciel a voce e chitarra, con alle spalle basso, batteria, sax, tastiera ed un secondo chitarrista/tastierista. La grande forza ed originalità dei War On Drugs sta nel mescolare una scrittura fortemente classica – gli echi di Springsteen, Dylan, Petty si sprecano nel loro canzoniere – a sonorità dilatate e liquide che hanno parentele con generi apparentemente distanti quali il kraut-rock (l’ipnosi metronomica del ritmo), l’ambient (le stratificazioni tastieristiche, l’utilizzo in funzione texturale dei fiati), la new wave più pop. Ne viene fuori un ibrido strano, capace potenzialmente di colpire la fantasia di un pubblico assai vario. A Sestri, per quasi un’ora e 50 minuti, di fronte ad un pubblico forse meno numeroso di quanto era lecito attendersi, hanno stupito ed esaltato sia quando sono stati i pezzi più rock ad uscire dalle casse (una mai così appropriata, visto il posto, An Ocean Between The Waves; un’ipnotica e lunghissima Under The Pressure; una magistrale, allungata e cangiante Red Eyes; una Burning puro Springsteen anni ‘80), sia quando hanno scelto la ballata o la reminiscenza dylaniana per portare a termine il loro discorso (Lost In The Dream, In Reverse, la pettyana Eyes To The Wind). L’ultimo album ha fatto la parte del leone, ma non sono mancate puntatine anche dai due dischi precedenti, Slave Ambient in particolare. Dal vivo i War On Drugs assecondano una preventivabile tendenza all’allungo e all’improvvisazione, esplicitata soprattutto dall’impeto younghiano dato dagli assolo chitarristici di Granduciel, non solo un ottimo songwriter ma pure un eccellente chitarrista. Musica visionaria e d’ampio respiro, capace di farti andar via letteralmente con la testa, perfettamente accordatasi alla brezza proveniente dal mare ed all’incanto di una notte difficilmente dimenticabile. In apertura una riuscita performance degli His Clancyness.

Lino Brunetti

Nel momento in cui scrivo, al Mojotic sono ancora in programma i concerti di Steve Earle (30 luglio), Jonathan Wilson (31 luglio), Boy & Bear (5 agosto), Conor Oberst (19 agosto), oltre alla nottata con la “Silent Disco” prevista per l’8 agosto. Il consiglio, ovviamente, è di non mancare. Per info, il sito di riferimento è http://www.mojotic.it

CARTOLINE DAL PRIMAVERA SOUND 2014

Testo e foto © Lino Brunetti

C’è chi lo definisce il Coachella europeo, ed in effetti non ci sono grossi dubbi circa il fatto che il Primavera Sound di Barcellona sia nel tempo diventato il più importante festival musicale d’Europa, quantomeno di quella continentale, capace di rivaleggiare anche con i grossissimi festivals inglesi ed americani. Era un successo annunciato quello di questa quattordicesima edizione, iniziato con l’originalissimo modo con cui ne avevano annunciato la line up (il film “Line Up” appunto) e concretizzatosi definitivamente con le oltre 190.000 persone che hanno affollato gli spazi del Parc Del Forum e i suoi quasi 350 concerti. Un pubblico – per il 40% fatto di stranieri, tra di essi moltissimi italiani – che cresce di anno in anno in maniera spaventosa, ma incapace di far vacillare un’organizzazione evidentemente efficientissima ed altamente professionale, capace di tenere assieme un numero impressionante di eventi e di saper gestire in maniera sempre più efficace sia il suo pubblico (con la possibilità, attraverso l’acquisto di pacchetti VIP, di assistere da posizioni privilegiate i vari concerti) che il solito enorme numero di professionisti e giornalisti accreditati, riducendo al minimo code ed intoppi. Musicalmente parlando, pur mantenendo una vocazione che potremmo definire vagamente indie, il Primavera Sound è da tempo un festival orientato all’eclettismo più sfrenato. Forse mai eterogeneo come quest’anno, stavolta davvero qualsiasi genere e tendenza era rappresentata, attraverso, tra l’altro, la consueta abilità di far ondeggiare il cartellone tra grossi nomi paladini del grande pubblico, musicisti storici amatissimi, cult-heroes e astri nascenti, senza dimenticare il grosso drappello di musicisti spagnoli e tutte quelle piccole bands provenienti un po’ da ogni dove a cui viene data la possibilità di esibirsi in quest’enorme kermesse (ben quattro quest’anno gli italiani: C+C=Maxigross, Junkfood, The Vickers, LNRipley). Ad ogni edizione, inoltre, aumentano pure i palchi e i vari e possibili appuntamenti anche al di fuori del Parc Del Forum, in giro per i locali di Barcellona e per la città stessa. Una monumentale festa della musica, insomma, a cui, pur con tutta la fatica (fisica soprattutto) che comporta e lo stress dettato dal dover prendere decisioni impossibili, è sempre un piacere partecipare. Il report completo sarà sul numero di luglio/agosto del Busca. Qui, la consueta galleria d’immagini.

senza titolo-1-3

Full Blast

Full Blast

The Ex

The Ex

Shellac

Shellac

The Brian Jonestown Massacre

The Brian Jonestown Massacre

Colin Stetson

Colin Stetson

Julian Cope

Julian Cope

Rodrigo Amarante

Rodrigo Amarante

senza titolo-157-2

Pond

Pond

Warpaint

Warpaint

Chrome

Chrome

Arcade Fire

Arcade Fire

Arcade Fire

Arcade Fire

Drive By Truckers

Drive By Truckers

Mick Harvey

Mick Harvey

Dr. John

Dr. John

senza titolo-122-3

Sharon Van Etten

Sharon Van Etten

The War On Drugs

The War On Drugs

Slint

Slint

Slint

Slint

Jesu

Jesu

Wolf Eyes

Wolf Eyes

Silvia Pérez Cruz & Raul Fernandez Mirò

Silvia Pérez Cruz & Raul Fernandez Mirò

senza titolo-502

Hebronix

Hebronix

Islands

Islands

Courtney Barnett

Courtney Barnett

Superchunk

Superchunk

Caetano Veloso

Caetano Veloso

Caetano Veloso

Caetano Veloso

Godspeed You! Black Emperor

Godspeed You! Black Emperor

Sean Kuti & Egypt 80

Sean Kuti & Egypt 80

Junkfood

Junkfood

Junkfood

Junkfood

Black Lips

Black Lips

Hospitality

Hospitality

Mark Eitzel

Mark Eitzel

Dum Dum Girls

Dum Dum Girls

Joana Serrat

Joana Serrat

Grouper

Grouper

Juana Molina

Juana Molina

Angel Olsen

Angel Olsen

Cloud Nothings

Cloud Nothings

THE DREAM SYNDICATE live @ Live, Trezzo d’Adda – 5 maggio 2014

THE DREAM SYNDICATE

LIVE

TREZZO D’ADDA (MI)

5 MAGGIO 2014

A troppi, l’anno scorso, era rimasto l’amaro in bocca a causa dell’essere rimasti fuori da un Bloom stipatissimo, in occasione del ritorno in Italia dei mitici Dream Syndicate che, stavolta, è stata scelta la più capiente sala del Live di Trezzo. L’affluenza di pubblico è buona, ma non ci troviamo di fronte all’atteso sold out questa volta. Poco male, Steve Wynn, in giacca rossa e cravattino, è comunque sorridente ed in grandissima forma. Scherza dicendo di aver visto fuori dal locale il banchetto con le magliette tarocche, manco fossero i Rolling Stones e ci ricorda l’avvenimento che ci troviamo a festeggiare: proprio la prima settimana di maggio di trent’anni prima, era il 1984, usciva infatti uno dei loro dischi più amati – quantomeno qui da noi – il celeberrimo The Medicine Show. Negli anni, mi è capito di vedere Wynn dal vivo innumerevoli volte, con le più disparate formazione e mai, dico mai, sono uscito deluso. Un concerto dei Dream Syndicate è però un’altra cosa; era stato evidente l’anno scorso, lo è stato ancora di più in quest’occasione in cui sono parsi incredibilmente ancora più determinati. Jason Victor, alla chitarra, si è confermato un validissimo sostituto sia di Karl Precoda che di Paul B. Cutler, riuscendone a miscelare gli stili, ma offrendo nel contempo un proprio tocco personale. Sta forse nella metronomica e martellante sezione ritmica di Dennis Duck – l’uomo che ha suonato ogni nota in ogni disco ed in ogni show dei DS, lo presenta Wynn – e Mark Walton la peculiarità di un suono che, bypassando qualsiasi legittimo sentire nostalgico, ancora oggi è vivo e potente come non mai: il loro incedere inesorabile fa da solide fondamenta al lirismo acido delle chitarre, a quel miscuglio inestricabile di rock metropolitano, psichedelia lisergica e punk, passato alla storia come Paisley Underground. A salire per primo sul palco è Victor: il lungo feedback di chitarra che lascia fluire dagli amplificatori è una sorta di chiamata alle armi, l’intro di quel capolavoro intitolato When You Smile. E qui arriviamo al motivo vero per cui un loro concerto non può che dirsi sempre e comunque memorabile: le canzoni dei DS sono ancora oggi semplicemente bellissime, dei classici ormai, e una loro scaletta, per i numerosi fan della formazione, suona praticamente come composta esclusivamente da singoli. Il nucleo dello show stasera è ovviamente The Medicine Show, suonato per intero ed in sequenza, non prima però di aver buttato lì due versioni devastanti di That’s What You Always Say e Forest For The Trees: chiaramente, seguendone la scaletta, manca l’effetto sorpresa, ma come ci si può lamentare quando sfilano pezzi come Burn, Merritville, la title track stessa o Bullet With My Name On It? L’apoteosi ovviamente sta nella lunghissima e come sempre visionaria John Coltrane Stereo Blues, stasera particolarmente efficace nell’alternare momenti di ferocia assassina ad altri di liquida psichedelia blues. La generosità di Wynn e soci è però ben nota, non sono amanti delle sveltine loro, e così lo spettacolo continua, finendo col superare le due ore. C’è spazio per pezzi tratti da tutti i loro rimanenti tre album: dall’esordio arrivano alcuni dei brani più selvaggi, canzoni come The Days Of Wine And Roses, Definitely Clean, una poderosa, velvettiana e rumorosa Halloween; da Out Of The Grey estraggono Now I Ride Alone ed un’immancabile, sempre evocativa Boston; dal mitico Ghost Stories The Side I’ll Never Show, il blues di See That My Grave Is Kept Clean e la ballata noir When The Curtain Falls. A questo punto ci sarebbe pure di che essere soddisfatti, ma c’è un’ultima sorpresa a saltare fuori dal cilindro, una travolgente versione di Rock’n’Roll dei Velvet che, oltre che un omaggio a Lou Reed, suona proprio come la quadratura del cerchio. Serata perfetta, concerto della madonna!

Lino Brunetti

MICHAEL GIRA, PALL JENKINS, KURT VILE, MARK KOZELEK live @ Milano

MICHAEL GIRA

BLOOM

MEZZAGO (MI)

28 MARZO 2014

KURT VILE + PALL JENKINS

BIKO

MILANO

3 APRILE 2014

MARK KOZELEK

BIKO

MILANO

6 APRILE 2014

Nel giro di poco più di una settimana, tra la fine di marzo e l’inizio di aprile, il pubblico milanese ha avuto modo di assistere alla performance di quattro tra gli artisti più amati in circolazione, nella tipica veste raccolta e intima delle performance acustiche. Ad aprire le danze di questo tutto immaginario “festival acustico” è stato Michael Gira, sulle assi del palco dello storico Bloom di Mezzago. Abituati alla deflagrante violenza del suono dei suoi Swans, uno potrebbe anche rimanere spiazzato da un tipo di performance del genere. In realtà, Gira è un songwriter originale e di prima grandezza – lo ha dimostrato negli anni, sia con gli Swans, che con gli Angels Of Light, nonché con le sue raccolte soliste – ed in questa versione voce più chitarra acustica non fa che sottolinearlo, dando tutto il risalto possibile alla grana delle sue canzoni, alle insondabili profondità della sua voce, ad un repertorio che mantiene un magnetismo spesso raggelante anche senza dover ricorrere al temibile suono della sua band. Il carisma di un personaggio come Gira è infatti innegabile: basta praticamente la sua presenza ha creare un mood e a predisporre l’animo a lasciarsi stregare da canzoni come Jim, My True Body, Helpless Child, Love Will Save You, Piece Of The Sky o God Damn The Sun. Per un’ora e mezza si rimane come sospesi in un mondo oscuro, un mondo dove non serve neppure capire a pieno le parole, ma solo abbandonarsi ad una voce profonda che, come guida per ascendere dalle tenebre alla luce, non potrebbe essere più perfetta. Sold out annunciato quello per l’accoppiata Pall Jenkins Kurt Vile nel Biko, locale in effetti fin troppo piccolo per l’evento, posto in periferia di Milano. Coda chilometrica fuori dalle sue porte, un palchetto basso basso che impediva a chi non era in prima fila di vedere qualsiasi cosa ed un’organizzazione non proprio impeccabile, hanno creato qualche piccolo malumore, anche se poi, facendo sedere buona parte del pubblico in terra, la situazione s’è infine aggiustata. Il leader dei Black Heart Procession – anche con l’aiuto di pedali e di una drum machine – ha presentato le canzoni del suo nuovo progetto allestito con Larry Yes (The Yukon Dreams), canzoni che come sempre veleggiano sulle ali della malinconia ma che qui si sono colorate anche di folk e di un classicismo sixties pop per certi versi inedito nel suo canzoniere. Una quarantina di minuti circa di gran bella musica. Il grosso del pubblico era qui però per Kurt Vile, coccolatissimo astro nascente del cantautorato U.S.A., forte tra l’altro di un album riuscitissimo quale Wakin On A Pretty Daze, seguito dell’altrettanto interessante Smoke Ring For My Halo. In realtà, il sottoscritto ritiene Vile un songwriter un po’ sopravvalutato e ancora troppo monocorde, decisamente più bravo nell’allestimento di un sound che si allarga ad inglobare un po’ di psichedelia, piuttosto che realmente capace di scrivere canzoni che restino. La sua performance per voce e chitarra acustica (e banjo in un brano), pur non avendomi proprio deluso, ha confermato i miei dubbi: senza il suono della band, non tutte le canzoni riescono a spiccare come dovrebbero e pure la voce un po’ strascicata e senza grandi guizzi non ha aiutato. Pochissime vere emozioni e non certo lo show di uno che viene accreditato quale uno dei migliori cantautori della sua generazione. Certo, pezzi come Smoke Ring For My Halo o Wakin On A Pretty Day, tra le altre, mostrano un indubbio talento, ma su di lui non me la sento di sciogliere le mie riserve. Canzoni grandissime senza sé e senza ma, invece, quelle di Mark Kozelek, protagonista pochi giorni dopo, sempre al Biko, di un concerto svoltosi all’insolito orario delle 20. Il recente Benji a nome Sun Kil Moon è uno dei dischi più belli della sua lunga carriera, e nelle quasi due ore di concerto questo disco è stato non poco saccheggiato. Personaggio assai particolare Kozelek, assai ciarliero sul palco, ma sempre un po’ spigoloso, pungente e sarcastico anche nei confronti del pubblico (con pure qualche scivolamento politicamente scorretto di dubbio gusto), capace poi però di spezzarti il cuore con le sue storie disperate, con le sue melodie intrise di struggente malinconia, con l’asciutezza livida di folk songs che non concedono attennuanti in primis a loro stesse ed al loro autore. Ce ne ricorderemo a lungo, insomma, di queste due ore passate con uno dei personaggi più controversi ma intensi del rock degli ultimi vent’anni.

Lino Brunetti

Pall Jenkins © Lino Brunetti

Pall Jenkins © Lino Brunetti

Kurt Vile © Lino Brunetti

Kurt Vile © Lino Brunetti

MOGWAI live @ Alcatraz, Milano – 31 marzo 2014

MOGWAI

ALCATRAZ

MILANO

31 MARZO 2014

Negli anni, mi è capitato di vedere dal vivo gli scozzesi Mogwai diverse volte, fin dai loro esordi, ma quando penso ad un loro concerto, inevitabilmente me ne viene in mente uno che tennero all’ormai defunto Rainbow di Milano, ormai tanti anni fa: i volumi di suono e la potenza che vennero sprigionati dal palco in quell’occasione furono tali che, ricordo bene ancora oggi, il pubblico un po’ alla volta si spostò verso il fondo del locale, nel tentativo di difendersi dalle sciabolate di white noise provenienti dal palco. Un’esperienza sensoriale al limite del dolore vero, una di quelle cose che provata una volta non la dimentichi più. Oggi, quei Mogwai lì non esistono quasi più, se non a tratti, quasi a testimoniare il fatto che, al contrario del luogo comune che li vuole sempre uguali a loro stessi, negli anni la loro musica ha continuato a cambiare e ad affinarsi, magari tramite la politica dei piccoli passi. Il recente, ottimo Rave Tapes, addirittura rinuncia quasi totalmente alle loro ondate e ai loro crescendo mastodontici, lavorando per sottrazione, giocando più sulla creazione di atmosfere che non possono che essere definite introspettive. In qualche modo, è quello che si è visto anche sul palco dell’Alcatraz, dove il quintetto di Glasgow ha offerto le varie facce della propria espressione musicale, ricorrendo però meno che al solito all’offensiva chitarristica. Scaletta varia che, pur concentrandosi soprattutto sugli ultimi due album – quattro pezzi ciascuno – ha finito col saccheggiare quasi tutta la propria discografia. In alcuni momenti – diciamo quelli più pop, i rari in cui compare la voce – a livello di mood si sono avvicinati a certe cose a là Sigur Ros. Ottimo il modo in cui in diversi pezzi hanno lavorato sui suoni, miscelando con chirurgica precisione chitarre, tastiere, ritmi ed elettronica. I momenti a mio parere più emozionanti sono stati però tre ben precisi: il crescendo epico, sia pur privo di rumore, ed anzi affidato alle tastiere, della bellissima Remurdered; il vibrare potentissimo di tre chitarre e un basso distorti in Rano Pano, arrivato ad interrompere una sequenza iniziale più atmosferica; i classicissimi pianissimo/fortissimo di una sempre sconvolgente Mogwai Fear Satan, anche in un caso come questo in cui s’è fermata sui dieci minuti anziché andare avanti almeno per il doppio del tempo, come accaduto in altre occasioni. Un’ora e quaranta di grande musica, che ancora non smette di essere visionaria ed evocativa, oggi come oltre quindici anni fa.

Lino Brunetti

mogwai

AFTERHOURS live @ Alcatraz, Milano – 25 marzo 2014

AFTERHOURS

ALCATRAZ

MILANO

25 MARZO 2014

A compendio della recente ristampa (con bonus disco-tributo) del loro album più celebre e celebrato, Hai Paura Del Buio?il miglior disco rock indipendente italiano è stato definito – durante il mese di marzo, gli Afterhours sono andati in tour riproponendo per intero proprio la scaletta di quel disco. Operazione che negli ultimi anni è stata fatta spesso questa, dagli artisti più disparati, e se c’era anche una sola band in Italia a potersi permettere di farlo, questi non potevano che essere proprio gli Afterhours. Ovvio ed adeguato il successo di pubblico, che ha premiato l’operazione lungo tutte e undici le date programmate, con la loro Milano adeguatamente omaggiata da due date andate praticamente subito sold out. Hai Paura Del Buio? è, per gli appassionati del rock anni novanta, una vera e propria pietra miliare, un disco capace di giocarsela con i più titolati lavori degli artisti internazionali dell’epoca: chi ha visto gli After dal vivo lo sa, sono una macchina da guerra. Era ovvio poi che, con una scaletta fatta praticamente solo di classici, il godimento non potesse far altro che raddoppiare. E così è stato: pezzi come Male Di Miele, Pelle, Voglio Una Pelle Splendida, Sui Giovani d’Oggi Ci Scatarro Su, tra gli altri, vengono accolti con boati e celebrati com’è giusto che sia. Ma se omaggio doveva essere, avranno pensato Agnelli e soci, lo doveva essere fino in fondo: ecco così che terminato il set dedicato ad Hai Paura Del Buio?, c’è spazio ancora per tre devastanti pezzi tratti dall’altrettanto mitico GermiGermi, Siete Proprio Dei Pulcini, Plastilina, eseguiti ovviamente vestiti da donna – per quattro tratti dal loro disco più recente, il bellissimo PadaniaSpreca Una Vita, Costruire Per Distruggere, Io So Chi Sono, Padania – quasi come a rimarcare che, va bene un po’ di nostalgia, ma il presente è ancora all’insegna della più alta creatività, ed infine per una notevolissima Televisione, pezzo che all’epoca era rimasto fuori da HPDB? e che qui viene porposta in tutta la sua visionaria potenza. Grandissima band, bellissimo concerto. La serata del 25, quella a cui ho assistito, è stata filmata con l’intenzione di farne un DVD.

Lino Brunetti

MIDLAKE live @ Tunnel, Milano – 8 marzo 2014

MIDLAKE

TUNNEL

MILANO

8 MARZO 2014

Tolto il consueto, assai discutibile trattamento che alcuni club milanesi, tra cui il Tunnel, riservano agli spettatori di concerti quando è sabato sera – apertura porte alle 20 ed istantaneo inizio del concerto dell’artista di spalla, in questo caso Israel Nash Gripka, davanti a tre persone tre; fine tassativa del tutto entro le 22.30 o poco più, per poi lasciare spazio alla discoteca – la serata dell’8 marzo per il concerto dei Midlake si è confermato il classico evento da non perdere. Se la qualità superlativa di un disco quale Antiphon aveva già provveduto a testimoniare che la defezione del cantante e chitarrista Tim Smith, colui che fino a ieri era stato considerato il leader della formazione, era stata assorbita e superata ben oltre le più rosee previsioni, rimaneva giusto da testare la qualità dei Midlake 2.0 sul palco. Nessun problema in questo senso: chi c’era ve lo potrà confermare, quello messo in scena sulle assi del Tunnel è stato un concerto di livello superiore e i Midlake rimangono una live band fenomenale. Se Eric Pulido e soci, poi, ancora avevano dei dubbi circa la positiva ricezione di questa nuova fase da parte del pubblico, sicuramente si saranno tranquillizzati, perché raramente ho visto una reazione così entusiastica provenire dalla sala. Pubblico caldissimo quindi, che di certo ha molto colpito la band ed in particolare un Pulido un po’ timido, ma sempre più sciolto e sereno col proseguire dello show. La deriva vagamente neo-prog del repertorio più recente, dal vivo riverbera in un sound potentissimo e magmatico, dove una formazione a sei – che prevede due chitarre, basso, batteria e due tastieristi che aggiungono, a seconda della bisogna, una terza chitarra o il flauto – garantisce lirismo, passione ed infinito calore. Il grosso dei pezzi è venuto ovviamente da Antiphon, anche se non sono mancati diversi episodi provenienti dal repertorio dell’era Smith. Da questo punto di vista, è stato interessante notare come, non sapendolo, nessuna reale cesura fra i due tipi di brani si sarebbe notata. Le vecchie canzoni sono, nella realtà, perfettamente armonizzate con le nuove e il fatto che i sei facciano fluire i pezzi ciascuno dentro quella successivo, crea una unitarietà ed una coerenza sonora che lascia estasiati. Le armonizzazioni vocali, spessissimo a più voci, si mescolano così alla fantasia ed alla potenza della sezione ritmica, nonché all’estatica magia affrescata da chitarre e tastiere. Le radici folk s’intingono in un sound fortemente rock, a tratti addirittura deflagrante e dagli accenti hard. La partenza con le nuove Ages e Provider detta la linea di quello che seguirà, con un primo tuffo nel passato effettuato con le bellissime Rulers, Ruling All Things, Young Bride e We Gathered In Spring, sparate una via l’altra. E si continua così fino alla fine, alternando pezzi vecchi e nuovi, fino al magniloquente ed esaltante finale con una applauditissima Roscoe ed una devastante The Old And The Young. Poi, rimane lo spazio giusto per un bis e, dopo un’ora e mezza di grande musica, la discoteca incombe e fuori ci aspetta una Milano carnevalesca e con venditori di mimose ad ogni angolo della strada.

Lino Brunetti

Setlist Milano

Setlist Milano