ARCTIC MONKEYS & THE STRYPES live @ Mediolanum Forum, Assago (MI) – 12 novembre 2013

ARCTIC MONKEYS + THE STRYPES

MEDIOLANUM FORUM

ASSAGO (MI)

13 NOVEMBRE 2013

Che gli Arctic Monkeys siano una delle band più brillanti, intelligenti e capaci del rock contemporaneo, non credo possa essere messo in discussione. Lo ha dimostrato recentemente anche l’uscita del loro quinto album, l’ottimo AM, fin dal titolo un piccolo omaggio agli immensi Velvet Underground, ma poi disco capace di accostamenti arditi, in grado di essere sintesi tra l’energia dei primi dischi e la maggior raffinatezza e ambiziosità di quelli successivi, colmo inoltre di canzoni in grado di piacere al pubblico più raffinato, così come a quello che un po’ meno si dedica alla scoperta di gemme nascoste. E’ anche per questo che, nonostante la sua perfezione, l’inappuntabilità della musica scaturita dal palco, la cura con cui è stato seguito ogni aspetto – vedi il tutto sommato semplice ma efficace spettacolo delle luci – il loro concerto mi ha lasciato almeno in parte dubbioso. Perché da una band come loro, mi aspettavo qualcosa di più di un bel compitino di un’ora e venti (andiamo, con cinque album alle spalle?) e di una resa delle canzoni sì potente e spesso esaltante, ma pure sempre fin troppo ligia a ricalcarne la versione su disco. Il solito rimbombo del Forum c’ha messo poi del suo, livellando a sonorità boombastic tutte le sfumature che eppure c’erano. Scaletta in buona parte incentrata sull’ultimo disco, ma con ovvie puntate nel repertorio precedente, che ha senza dubbio trafitto il cuore di buona parte del, come al solito, calorosissimo pubblico milanese, il quale, proprio per questo, a mio parere meritava qualcosina di più. Discorso diverso per i giovanissimi The Strypes, che la serata avevano aperto. Sia pur meno estrosi e creativi musicalmente di Turner e soci, i quattro irlandesi hanno infiammato la platea con un sound che, dal vivo, è ancora più ruvido, selvaggio ed eccitante che su disco. Il batterista martella senza posa come un ossesso, il bassista gli va dietro accrescendo più il tasso elettrico che non segnando il ritmo, mentre il chitarrista svisa, si lancia in assoli infuocati e fa fluire feedback ed elettricità quasi come un novello Jimmy Page. Bravo anche il cantante, solo giusto un po’ troppo impalato e statico come frontman. Quarantacinque minuti al fulmicotone per loro, dove al loro repertorio ultra sixties, come anche su disco, hanno aggiunto qualche cover, lasciandosi andare, tra l’altro, pure a qualche momento jammante, che ha dimostrato, semmai ce ne fosse stato bisogno, la solidità di una band che non è un fuoco di paglia. Immagino cosa possano combinare tra le mura di un club, probabilmente la loro dimensione ideale!

Lino Brunetti

arctic-monkeys-2013

Arctic Monkeys

The Strypes

The Strypes

 

NINE INCH NAILS “LIVE – Milano, Forum, 28 agosto 2013”

NINE INCH NAILS

Forum Assago

Milano

28 agosto 2013

Nine_Inch_Nails,_live_at_Mediolanum_Forum,_Milan_28-08-2013

La delusione di Hesitation Marks sarebbe arrivata da li a pochi giorni, ma in sostanza a date posticipate, cioè il concerto dopo l’uscita dell’album, nulla sarebbe cambiato per quanto riguarda lo show dei NIN e a nessuno sarebbe fregato comunque dell’ultimo album. A prescindere da quanto sia bello (o brutto) l’ultimo disco a vedere i NIN ci si va e basta. Dal vivo per loro le cose sono sempre state diverse, sin dalle prime esplosive esperienze live a supporto di Pretty Hate Machine. Infatti il concerto, al solito, è una bomba sonora e visiva che pochi altri gruppi si possono permettere. In un Forum ancora distratto e con le luci accese Trent si presenta in solitario sul palco e comincia a snocciolare le prime frasi di Copy Of A. Progressivamente si aggiungono gli altri musicisti, tutti in fila davanti e quando al secondo ritornello si spengono le luci della sala ed esplodono quelle sul palco lo spettacolo, in un boato, ha inizio. Sanctified e Come Back Hounted proseguono questo inizio particolare che si conclude con la deflagrazione di 1,000,000 e March Of The Pigs. Sembra impossibile ma il suono del Forum è decente, la musica esce bene dagli amplificatori e la band suona compatta, anche se la furia selvaggia degli scorsi tour è solo un ricordo. I Nine Inch Nails sono attenti e non si lasciano andare troppo, Trent si fa un giro tra le prime file e la scaletta ora va a pescare nel passato (recente e remoto) registrando una fase centrale del concerto ad alto tasso energetico. Le coreografie sono come sempre di livello superiore (e non avete ancora visto quello che è l’impressionante impianto luci del Tension Tour appena cominciato negli USA) coinvolgendo lo spettatore in un caleidoscopio di colori e raggi laser da far girare la testa. Reznor manda al diavolo i festival che si è dovuto sorbire e aggiunge qualcosa in scaletta. La sequenza Closer, Gave Up, Help Me I’m In hell, Me I’m Not è strepitosa mentre in un crescendo costante si arriva alla devastazione di Wish, alla potenza di Survivalism, al grido lacerante di Only per concludersi con la consuesta festa che Head Like A Hole scatena in platea. Chiusura con la classica Hurt e tutti contenti la si canta in compagnia (anche se la canzone è di una tristezza inenarrabile). Proprio qui faccio il mio personalissimo appunto (e ciascuno avrà il suo): avrei preferito Hurt spostata in un’altra posizione perché come ultima canzone desidererei qualcosa di decisamente più violento per spendere le ultime energie e quindi (secondo appunto visto che non le hanno fatte!) ci metterei Reptile, Mr. Self Destruct, Somewhat Damaged o la fine ideale cioè We’re In This Together. Per il resto negli occhi rimarrà un concerto dal grande impatto visivo e un Trent Reznor che non ha perso un grammo del suo carismatico vigore, mettendo in bella mostra bicipiti da culturista e pose da consumato showman. E’ un lavoro sporco ma qualcuno deve pur farlo, lui al suo pubblico si concede sempre con generosità e le quasi due ore portate a termine sono trascorse in un attimo.

Daniele Ghiro

END OF THE ROAD 2013 – UN RACCONTO PER IMMAGINI

senza titolo-124Un po’ come abbiamo fatto per il Primavera Sound, vi raccontiamo qui l’edizione 2013 del bellissimo festival End Of The Road – si tiene nel Dorset, in Inghilterra, ogni anno alla fine di agosto – attraverso una galleria di immagini, rimandandovi ad un più completo report che apparirà sul prossimo Buscadero. Per il momento, buona visione quindi.

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Annie Eve

Annie Eve

Widowspeak

Widowspeak

Diana Jones

Diana Jones

Landshapes

Landshapes

Ralfe Band

Ralfe Band

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Pins

Pins

Pins

Pins

Pins

Pins

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Futur Primitif

Futur Primitif

Allo Darlin'

Allo Darlin’

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Doug Paisley

Doug Paisley

Serafina Steer

Serafina Steer

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Money

Money

Eels

Eels

Eels

Eels

Eels

Eels

Matthew E. White

Matthew E. White

Bob Lind

Bob Lind

David Byrne

David Byrne

St. Vincent

St. Vincent

Savages

Savages

Savages

Savages

King Khan & The Shrines

King Khan & The Shrines

Birthday Girl

Birthday Girl

Fossil Collective

Fossil Collective

Evening Hymns

Evening Hymns

Pokey La Farge

Pokey La Farge

Indians

Indians

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Night Beds

Night Beds

Dawes

Dawes

Dawes

Dawes

Angel Olsen

Angel Olsen

Angel Olsen

Angel Olsen

Leisure Society

Leisure Society

Leisure Society

Leisure Society

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Warpaint

Warpaint

Warpaint

Warpaint

Warpaint

Warpaint

Anna Von Hausswolff

Anna Von Hausswolff

Anna Von Hausswolff

Anna Von Hausswolff

Trembling Bells

Trembling Bells

Trembling Bells with Mike Heron

Trembling Bells with Mike Heron

Mike Heron

Mike Heron

Mike Heron

Mike Heron

Crocodiles

Crocodiles

Barr Brothers

Barr Brothers

Barr Brothers

Barr Brothers

Barr Brothers

Barr Brothers

Barr Brothers

Barr Brothers

Barr Brothers

Barr Brothers

Charlie Boyer & The Voyeurs

Charlie Boyer & The Voyeurs

Charlie Boyer & The Voyeurs

Charlie Boyer & The Voyeurs

Damien Jurado

Damien Jurado

William Tyler

William Tyler

Bo Ningen

Bo Ningen

Bo Ningen

Bo Ningen

Bo Ningen

Bo Ningen

Valerie June

Valerie June

Valerie June

Valerie June

Valerie June

Valerie June

Broken Twin

Broken Twin

Broken Twin

Broken Twin

John Murry

John Murry

John Murry

John Murry

Dinosaur Jr

Dinosaur Jr

Dinosaur Jr

Dinosaur Jr

Barr Brothers with Futur Primitif

Barr Brothers with Futur Primitif

Caitlin' Rose
Caitlin’ Rose

All photos © Lino Brunetti

Don’t use without permission

END OF THE ROAD FESTIVAL 2013

Dopo aver assistito al Primavera Sound di Barcellona, quest’anno chiuderemo idealmente la stagione dei festival partecipando anche all’End Of The Road, da cui vi faremo avere impressioni, foto ed un completo report. Qui sotto trovate il programma completo, più una serie di link attraverso i quali potrete acquistare gli ultimi biglietti disponibili (nel caso vogliate chiudere le vostre vacanze con un bel festival nel sud dell’Inghilterra), ascoltare dei mixtapes con gli artisti in cartellone, avere tutte le informazioni al riguardo. L’End Of The Road 2013 si terrà dal 30 agosto al 1 settembre nei Larmer Tree Gardens, nel North Dorset.

Per i biglietti qui

Per tutte le info qui, ed in particolare qui per avere informazioni su come raggiungere il festival da Londra

Mixtape #1

Mixtape #2

Mixtape #3

Mixtape #4

EOTR2013_runningorder_final

BLUR @ Ippodromo San Siro, Milano – 28 luglio 2013

BLUR

IPPODROMO SAN SIRO

MILANO

28 LUGLIO 2013

Di tutte le bands d’era Britpop, sono sempre stati loro, i Blur, la mia band. Non che non ce ne fossero anche altre e pure molto brave, ma l’unica che ho amato davvero è quella di Damon Albarn e Graham Coxon. Innanzitutto per le loro canzoni e i loro dischi, ovviamente, e poi perché è sempre stato meno facile di quello che poteva sembrare ad ascolto distratto, incasellarli tramite una semplice ed univoca etichetta. Lo dimostrano i loro sette album, progressivamente sempre più complessi, sia musicalmente che a livello d’influenze, testimonianza d’un talento ineccepibile; lo dimostrano le personalità dei due membri principali, anche loro non così facilmente inquadrabili (Albarn l’anima pop e Coxon quella più sperimentale? Spesso, anche in questo, certe certezze son state piacevolmente scompaginate, dai dischi stessi e dalle carriere post Blur). Il loro ultimo album risale ormai a più di dieci anni fa ma, da qualche tempo, hanno ricominciato a calcare i palchi di mezzo mondo, riportando migliaia e migliaia di persone a (ri)cantare i loro inni. Chissà se tutto ciò sarà preludio a del materiale nuovo, attesissimo, oppure no? Nell’attesa che il dubbio venga sciolto, siamo andati a goderci la data milanese del loro più recente tour, in una delle serate probabilmente più torride dell’anno. L’affluenza di pubblico è quella del grande evento, con gli ampi spazi dell’Ippodromo di San Siro colmi in ogni dove. I Blur di quest’ultimo tour sono in versione extra-large, con tanto di sezione fiati e coristi, e quando appaiono sul palco giocandosi fin dall’inizio la carta Girls And Boys, col suo ritmo danzereccio e la sua melodia appicicaticcia, è subito apoteosi. Appare chiaro che il feedback tra pubblico e band darà una marcia in più al concerto e, difatti, Albarn, tra l’altro ottimo frontman, apparirà per tutto lo show pimpante e galvanizzato. La prima fase è roboante, con una caleidoscopica Popscene, una chitarristica There’s No Other Way, tratta dal primissimo album, e la sempre bellissima Beetlebum. Parte qui una sezione un po’ più per fan, chiamiamola così, con pezzi forse meno conosciuti e soprattutto meno platealmente pop: le sinuosità di Out Of Time, le cangianti atmosfere di Trimm Trabb, le allucinazioni psichedeliche di una lunghissima ed appassionante Caramel, con un Coxon chitarrista sfavillante e spesso tendente alla dissonanza. Nella seguente Coffee & TV, Coxon prende il microfono in prima persona; è uno dei momenti più divertenti della serata, anche grazie ad un ragazzo del pubblico vestito da cartone del latte (!), subito prontamente soprannominato “Milky Man”, invitato a salire sul palco a ballare e protagonista di un siparietto surreale. La musica dei Blur rimane attualissima e per nulla invecchiata: emozionantissima Tender col suo coro gospel, una bella sorpresa per il pubblico milanese il ripescaggio di To The End, suonata per la prima volta durante questo tour. Country House, con Albarn in mezzo al pubblico, è sempre una gioia, mentre Parklife è invece sempre un colpo al cuore. Su This Is A Low scendono le luci, ma c’è ancora tempo per qualche altra perla nei bis – Under The Westway, For Tomorrow, The Universal – prima che il pogo su un’indiavolata Song 2, nel quale anche il vostro cronista s’è entusiasticamente gettato, suggellasse nel più scatenato e festoso dei modi una serata da non dimenticare.

Lino Brunetti

Blur

Blur

IGGY & THE STOOGES @ IPPODROMO SAN SIRO, MILANO, 11 luglio 2013

IGGY & THE STOOGES

IPPODROMO SAN SIRO

MILANO

11 LUGLIO 2013

Diciamoci la verità: Iggy Pop avrà pure quasi settant’anni (!), sarà sciancato quanto volete e a qualcuno potrà pure risultare un po’ patetico, ma quando si parla di rock’n’roll e di punk-rock, è ancora in grado di dare la zuppa al 99% delle bands in circolazione. Con un disco nuovo alle spalle – Ready To Die, tramite il quale ha riesumato ancora una volta il nome degli Stooges – alla fine ben più efficace di quanto m’era parso durante i primi ascolti, rieccolo ancora in pista a tenere in vita l’aspetto più iconico, viscerale e selvaggio del rock. Quando si presenta sul palco a petto nudo, indifferente ai segni del tempo che quel corpo inevitabilmente porta incisi su di esso, e attacca con Raw Power, è come se non ci fosse più spazio che per questa inesauribile e vitale energia cosmica a cui abbiamo dato il nome di rock. E’ lui, l’Iguana, forse il più autorevole propugnatore del Verbo, il tramite attraverso il quale la fiamma continua a rimanere accesa. Devo proprio confessarlo, era da un sacco che non mi divertivo così tanto. Iggy è una bestia, un animale viscido e cattivo che neppure l’età è riuscito ancora a domare. Corre avanti e indietro sul palco, si batte il petto come uno scimmione in calore, sputa a ripetizione, eppure la sua voce è intatta e riesce ad essere efficace sia nell’urlo che nelle parti più modulate. Dietro Iggy, gli Stooges sono una macchina da guerra: scomparso il compianto Ron Asheton, oggi la chitarra è stata ripresa in mano da James Williamson, un chitarrista che sa come sputare fuori riff e assoli a ripetizione; fuori gioco, almeno dal vivo, pure l’altro Asheton, Scott, le bacchette sono saldamente in mano a Toby Dammit, un macinatore di ritmi infaticabile, supportato dal basso implacabile di un rovinatissimo Mike Watt e dalle infiltrazioni del sax di Steve MacKay, che a vista pare avere 1000 anni. Può un così scombinato assortimento d’improbabili personaggi essere riuscito a farci il culo in un’ora e mezzo di show? C’è riuscito e come! Perché quando la scaletta è composta da canzoni immortali come I Wanna Be Your Dog, Search & Destroy, una Fun House col palco invaso dal pubblico, 1970, un’epocale Open Up & Bleed, Gimmie Danger, Penetration, Down In The Street, da due gioielli tratti dal Kill City di Pop e Williamson (Beyond & Law e Johanna), da una in fondo inattesa ma sempre gradita The Passenger e da un pugno di per nulla secondarie nuove canzoni (Ready To Die, Sex & Money, Gun e Burn), non si può far altro che capitolare. Neanche un momento di pausa, una mitragliata di fuoco che non ha lasciato scampo, chiusa con l’immagine di Iggy che, prima di scendere dal palco, si cala i calzoni per mostrarci il culo. L’ultima, giocosa beffa di un eterno ragazzaccio che non vuole saperne di diventare adulto.

Lino Brunetti

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CAT POWER @ CARROPONTE, SESTO SAN GIOVANNI, 7 luglio 2013

CAT POWER

CARROPONTE

SESTO SAN GIOVANNI

7 LUGLIO 2013

Un concerto di Cat Power alla fine è sempre un evento, un po’ perché la bellezza delle sue canzoni è indiscutibile, un po’ perché non sai mai cosa succederà sul palco durante la serata. Le cronache sono piene dei racconti delle bizzarrie di Chan Marshall on stage e, anche se i wild years sono forse e si spera definitivamente alle spalle, sempre di fronte ad un personaggio sregolato ed irregimentabile ci si trova davanti (e lo sanno bene quelli che l’hanno vista la sera successiva a Roma). Smessi i panni a mio parere a lei poco consoni della soul singer, quelli con cui s’era presentata nei suoi tour precedenti, Chan ha finalmente recuperato i concerti cancellati l’anno scorso per motivi di salute ed è calata in Italia per presentare dal vivo le canzoni del suo Sun. Disco discusso e non da tutti giudicato riuscitissimo, devo dire che dal vivo, le sue canzoni, funzionano in maniera eccellente. Accompagnata da una band dall’assetto rock – chitarra, basso, batteria, tastiere/chitarra – minimale e velvettiana nei suoni, penalizzata in parte a causa della solita assurda regola sui decibel, Cat Power s’è presentata sul palco verso le 22:45, un po’ in ritardo sul previsto orario d’inizio, con capigliatura bionda, una tazza in mano, il suo bel sorriso ed il consueto passo ciondolante. L’attacco è con una superlativa e stravolta in senso rock The Greatest, giusto il primo di una serie di momenti emozionanti e memorabili. In rare occasioni come con i concerti di Cat Power il pubblico si divide: chi cerca la perfezione formale, lo stacco musicale che sorprende e l’ineccepibilità tecnica, quasi sempre rimane deluso; Chan è personaggio privo di sovrastrutture, sul palco è fondamentalmente se stessa, o almeno in questo modo appare, ed è più alla ricerca di un feeling, di un contatto emotivo, che non propensa alla costruzione di una spettacolo organicamente perfetto. Rispetto al suo periodo soul, stavolta mi sembra che abbia ripreso in mano, ma con molta meno follia e sgangheratezza del passato, questa sua caratteristica unica. In questo modo rifulgono come non mai le canzoni dell’ultimo album, intento a far la parte del leone nella scaletta, sottoposte in linea di massima ad una cura più rusticamente rock – ci piace tra esse ricordare una bellissima Manhattan, Nothing But Time, Ruin e Cherokee – ma pure tuffi nel passato come la magica e toccante Metal Heart o riletture di brani altrui quali l’intensissima e straziante Angelitos Negros o l’inattesa Shivers dei Boys Next Door di Nick Cave e Rowland S. Howard. La sua voce è calda e più a suo agio sui toni bassi, un po’ meno quando cerca i vocalizzi su più alti registri. Un’ora e un quarto di show – questa la maggior rimostranza che possiamo fare, troppo poco! – interrotto a mezzanotte in punto come da norme comunali. Alla fine Chan rimane sul palco altri dieci minuti a lanciare rose e tutto ciò che trova sul pubblico, godendosi l’abbraccio con esso. Da menzionare almeno l’apertura di concerto ad opera del cantautore australiano Scott Matthew, impegnato per una mezz’oretta ad offrirci una serie di sognanti cover di pezzi di Neil Young, Kris Kristofferson e Joy Division, ma pure di Bee Gees e Whitney Houston, tratti dal suo recente Unlearned, resi con voce e chitarra o ukulele.

Lino Brunetti

SOLO MACELLO FESTIVAL

SOLO MACELLO FESTIVAL

Circolo Magnolia

Milano

26 giugno 2013

Ok, per prima cosa bisognerebbe recuperare una bella pila di Marshall, portarli davanti a Palazzo Marino e accenderli a palla sistematicamente, per fare in modo che quelli del comune la smettessero di rompere il cazzo con stà storia dei decibel. Detto questo, passiamo alle cose serie e vediamo un po’ cosa hanno combinato quest’anno in quel del Parco dell’Idroscalo gli organizzatori di questo splendido evento, quest’anno dedicato alla memoria di Jeff Hanneman, chitarrista degli Slayer, che recentemente e andato ad occupare il posto che gli spetta nel suo South Of Heaven. Il Magnolia si presenta, al solito, in splendida forma: il main stage (grande grandissimo), il palco messicano (piccolo e infuocato) e la “gabbia” (piccolo spazio all’entrata), poi tre bar che scaraffano birra a fiumi e la cucina che sforna pizze e stuzzichini. Un capannone pieno di stand (dischi, CD, DVD, serigrafie, mailorder, spille, teschi, magliette), uno stand di merchandising delle band. In mezzo (e intorno) tanto spazio per fare un po’ quello che si vuole. E in effetti c’è ne è per tutti i gusti e tutti i colori. C’è l’infoiato che non vuole perdersi nemmeno un minuto di musica e sgomma nervoso per i vari palchi, c’è quello che è venuto solo per una band e aspetta con noia che arrivi il suo momento, c’è chi sembra sia venuto solo per mangiare e bere e passa tutto il tempo o a ingurgitare pizza o a bere birre una dietro l’altra. C’è anche chi dorme sulle sdraio, chi si imbosca sulle collinette, chi non gliene frega un cazzo di niente e chi si chiede cos’è tutto quel casino visto che probabilmente ci è capitato per caso. E il bello di questa location fantastica è proprio questo, cioè che ti lascia libero di vagabondare dove vuoi e con chi vuoi, incontrando amici, amiche, parenti e conoscenti, senza sottovalutare il fatto che tutto questo ha come sottofondo la musica, in ogni istante, per sei ore ininterrotte, dalle 18,30 alla mezzanotte e mezza. Eh già, la musica, metal ma non solo, perché il pubblico del Solo Macello ormai non si accontenta, siamo zozzi e ignoranti (ascoltiamo metal, persatana) ma c’è anche dell’altro che non si disdegna, tutt’altro. Perché è una questione di attitudine e, faccio un esempio, Diego Deadman Potron, all’opera nella gabbia è tutto tranne che metal, ma ha quel quid che lo rende super appetibile a tutti coloro che di musica alternativa se ne intendono riuscendo con il suo blues spurio a far scuotere capelli (per chi ce li ha ancora), lo stesso vale per Graad, decisamente più metallico quest’ultimo che in solitaria fa scuotere le teste dei presenti con le sue cavalcate ai confini del black. Piccole, ma intense, realtà. Però tutto era cominciato con i Veracrash ai quali spettava l’infame compito di aprire il festival (la peggior posizione possibile, diciamolo) e non hanno deluso le attese perché la compattezza della loro esibizione ha scaldato a dovere il discreto pubblico che già cominciava ad affluire. Appena dopo partono i Black Moth, da Leeds, che a mio giudizio hanno fatto un ottimo album (The Killing Jar, tra l’altro prodotto da Jim Sclavunos, non il primo pirla che passa per strada) e complice l’accattivante voce (e presenza) della singer Harriet Bevan (maglietta degli Sleep: bonus) hanno completato un set onesto e coinvolgente, tutto su ritmi doom-stoner che devono ai Black Sabbath praticamente tutto. A seguire quattro braccia rubate all’agricoltura: gli Zolle arano il palco del messicano manco fosse un campo di grano, chitarra, batteria e via andare su volumi indicibili. Mi vado quindi a vedere i primi dieci minuti dei Nero di Marte sul main stage, tecnicissimi, precisi e penalizzati un po’ dal contesto (il sole e la luce) ma capaci di offendere pesantemente gli amplificatori. Mi sposto verso la gabbia e vengo ipnotizzato dai Gordo. Voce, basso, batteria, tastiere, armonica: una versione di Mr. Crowley che è tra le più belle in assoluto che io abbia mai sentito, suoni perfetti (per forza, siamo a mezzo metro) e pure la Wrathchild maideniana che si trasforma in un blues malato con l’armonica che fa la chitarra… quando parlavo di attitudine… eccola qui! Ovviamente vado al loro banchetto e mi trovo di fronte due pezzi di legno serigrafati con in mezzo il CD chiuso da vite e bullone: packaging dell’anno! I Fuzz Orchestra nella classica uniforme in giacca e cravatta aizzano con corna a profusione e metal a valanga. I loro straordinari audio sample di Pasolini e Volontè scombinano le carte e creano quel tocco originale che li rende una delle realtà più accattivanti ed originali della penisola. A questo punto il piccolo evento della serata, direttamente dal Botswana, per la prima volta al di fuori del loro paese, con tanto di colletta per il viaggio, arrivano i Wrust alfieri della scena metal dello stato africano (esiste davvero!) con al seguito le telecamere che stanno registrando il documentario March Of The Gods. Evidentemente emozionati, sopperiscono con grande entusiasmo a canzoni e capacità tecniche non certo di prim’ordine, ma questo non è assolutamente un problema o un freno, scatenando il proprio black metal thrash per l’orda sotto il palco che supporta e gradisce. Alla fine arriva addirittura l’urlo one more song! ma i tempi stretti non lo permettono e i quattro africani si presentano a vendere magliette (brutte, quindi bellissime) raccogliendo cinque e strette di mano. Gli In Zaire sono particolari, suonano bene e suonano pesante. Il loro è uno stoner psych a tratti lisergico e a tratti durissimo, con confini che musicalmente potrebbero allagarsi a dismisura. Non conosco i motivi per i quali il bassista Mullins era assente, ma rimane il fatto che i rimanenti Karma To Burn, vale a dire Mecum e Oswald, sono saliti sul main stage come se nulla fosse e hanno devastato le orecchie con il loro stoner ultra amplificato come se fossero in cinque. Hanno pescato (bene) dal loro repertorio fatto di numeri e senza nessun fronzolo, asciutti e monolitici, si sono imposti alla grande. Praticamente la loro continuazione sono stati gli Zeus! e che dire ormai su questi due pazzi che scatenano sul palco un’energia mozzafiato da morte istantanea e dopo averli già visti un discreto numero di volte mi ritrovo sempre a domandarmi come facciano a fare tutto quel casino. Sono le 23.30, lo spazio davanti al main stage è già tutto saturo in attesa dei simpaticissimi Red Fang. Nell’ora a loro disposizione sfornano tutte le canzoni migliori dei loro due lavori, riescono a scatenare un pogo selvaggio e cattivo, fanno alzare le braccia al cielo a tutti e suonano dritti, diretti e concentrati. Uno show un po’ meno cazzone del solito, meno stronzate dette al microfono da quel simpaticone di Aaron (che praticamente si è visto sotto i palchi delle varie band per tutta la durata del festival) ma tanta energia sprigionata da una band che ha qualcosa in più di molte altre. La fine giunge quindi inaspettata perché di roba buona non si è mai stanchi ed è bello passare la serata in mezzo a questa sana bolgia che come al solito è stata ben organizzata, solidamente impiantata e gioiosamente portata a termine. Quando si arriverà ad avere tre(centosessantacinque) Solo Macello all’anno sarà un gran bell’anno.

Daniele Ghiro

PUBBLICO

Pubblico

VERACRASH

Veracrash

BLACK MOTH

Black Moth

ZOLLE

Zolle

NERO DI MARTE

Nero Di Marte

GORDO

Gordo

FUZZ ORCHESTRA

Fuzz Orchestra

WRUST

Wrust

GRAAD

Graad

IN ZAIRE

In Zaire

DIEGO DEADMAN POTRON

Diego Deadman Potron

KARMA TO BURN

Karma To Burn

ZEUS

Zeus!

RED FANG

Red Fang

Primavera Sound 2013 – Un racconto per immagini

Primavera Sound - Parc del Forum

Testo e foto di Lino Brunetti

Per tutti gli appassionati di musica, quello col Primavera Sound di Barcellona, è un appuntamento annuale assolutamente da non perdere. Annunciato con lo slogan Best Festival Ever, il Primavera di quest’anno è stato un grandissimo successo sia di pubblico (oltre 170000 le presenze nei tre giorni a pagamento), che in termini di proposta musicale. Veramente tante le cose da ricordare: da un Nick Cave in forma smagliante ad un magico Mulatu Astatke, dall’atmosfera emozionante creata dai Dead Can Dance, all’intensità di gruppi come Neurosis o Swans, per arrivare alla grandezza di giovani songwriters come Matthew E. White o Phosphorescent o al divertimento assicurato da bands quali Goat, Metz o Thee Oh Sees. Un vero e proprio report sulla manifestazione, apparirà sul numero di luglio/agosto del Buscadero; qui, sarà essenzialmente attraverso una galleria fotografica che proveremo a raccontarvi i nostri giorni nella città catalana. Iniziando a contare fin da adesso i giorni che mancano al prossimo Primavera, di cui è già stato annunciato il primo nome: Neutral Milk Hotel! Appuntamento a Barcellona quindi, 29, 30 e 31 maggio 2014!!!!

Parc del Forum

Parc del Forum

Parc del Forum

Parc del Forum

Parc del Forum

Parc del Forum

Parc del Forum

Parc del Forum

The BotsThe Bots

Guards

Guards

The Vaccines

The Vaccines

The Breeders

The Breeders

Wild Nothing

Wild Nothing

Woods

Woods

Savages

Savages

Savages

Savages

Blue Willa

Blue Willa

Blue Willa

Blue Willa

Girl portrait

Girl portrait

Metz

Metz

Parc del Forum

Parc del Forum

Do Make Say Think

Do Make Say Think

Bob Mould (before the show)

Bob Mould (before the show)

Hot Snakes

Hot Snakes

Fucked Up

Fucked Up

Dead Skeletons

Dead Skeletons

Animal Collective

Animal Collective

Animal Collective

Animal Collective

Ethan Johns

Ethan Johns

Mulatu Astatke

Mulatu Astatke

Mulatu Astatke

Mulatu Astatke

Daniel Johnston

Daniel Johnston

Daniel Johnston

Daniel Johnston

Om

Om

Matthew E. White

Matthew E. White

Jesus & Mary Chain

Jesus & Mary Chain

Jesus & Mary Chain

Jesus & Mary Chain

Neurosis

Neurosis

Neurosis

Neurosis

Swans

Swans

Swans

Swans

Goat

Goat

Goat

Goat

Mount Eerie

Mount Eerie

Julia Chirka & Lauren Ashley Eriksson (Mount Eerie) - portrait

Julia Chirka & Lauren Ashley Eriksson (Mount Eerie) – portrait

Sea And Cake

Sea And Cake

Sea And Cake

Sea And Cake

Dead Can Dance

Dead Can Dance

Dead Can Dance

Dead Can Dance

Dead Can Dance

Dead Can Dance

Thee Oh Sees

Thee Oh Sees

Phosphorescent

Phosphorescent

Phosphorescent

Phosphorescent

Nella folla

Nella folla

Cayucas

Cayucas

Girls

Girls

Love is in the air

Love is in the air

il mitico Big Jeff

il mitico Big Jeff

Pubblico

Pubblico

Mac De Marco

Mac De Marco

The Orchids

The Orchids

Julie Doiron

Julie Doiron

Sr. Chinarro

Sr. Chinarro

Come

Come

All photos © Lino Brunetti

Don’t use without permission

CESARE BASILE @ Bloom, Mezzago 5 maggio 2013

Cesare Basile Foto © Lino Brunetti

Cesare Basile
Foto © Lino Brunetti

Nel contesto di una qualsiasi conversazione riguardo lo stato della musica italiana, è probabile che il nome di Cesare Basile sollevi nient’altro che espressioni di perplessità, eppure il cantautore siciliano è uno dei pochi artisti italiani di caratura internazionale (al momento il solo altro nome che mi viene in mente è quello di Vinicio Capossela), con una discografia ed un repertorio senza il minimo calo d’ispirazione: forse l’unica cosa che manca a Basile è proprio una carriera, anche se in tutti i modi ha cercato di costruirsela, formando e disfando rock’n’roll band, lasciando l’amata Catania per Roma, Berlino ed infine Milano, lavorando con John Parish e Hugo Race e pubblicando dischi come Gran Calavera Elettrica, Storia di Caino o l’ultimo omonimo, di certo annoverabili tra i momenti più ispirati della canzone italiana degli ultimi anni. Eppure nell’arco di un ventennio, a stento è riuscito ad uscire dall’anonimato, custodito come un segreto da un piccolo pubblico di appassionati che hanno saputo cogliere la poesia delle sue parole spesso dolenti, amare e scomode, così come il fascino di quei suoni magici e misteriosi, sospesi tra l’America e la Sicilia, tra una tarantella ed un disco dei Giant Sand. La tenacia comunque non sembra mancare a Cesare Basile e per promuovere l’ultimo splendido lavoro di studio, giustamente mette insieme una formazione straordinaria, composta dalle tastiere di Manuel Agnelli e dal violino di Rodrigo D’Erasmo degli Afterhours; dalle ance di Enrico Gabrielli; dal basso di Luca Recchia e dalla batteria di Massimo Ferrarotto, per una manciata di date nelle principali città italiane. In Lombardia la location prescelta è il Bloom di Mezzago, ma seppur affollata, la sala non registra il sold-out che la musica di Basile meriterebbe e che la presenza di una parte degli Afterhours lasciava supporre: chi invece non ha deluso le aspettative sono stati i sei musicisti sul palco che hanno suonato un concerto fantastico, giusto al limite della perfezione, con un meraviglioso impasto di suoni sospeso tra rock, blues e musica popolare. Tra polverose atmosfere folk e furiose tempeste rock, Basile ha cantato di peccati e malinconia, di disagio e morte, d’amore e politica, alternando l’uso schietto e a volte crudo della lingua italiana alla musicalità del dialetto siciliano, una cadenza con cui ha pensato buona parte del suo ultimo disco. Gentile e generoso, Cesare Basile è un folksinger profondo ed intenso, ma anche un rocker trascinante e dall’animo scuro, assecondato dal superlativo violino di D’Erasmo, capace di lirici stacchi come di improvvise esplosioni soniche; dai mille superlativi fiati di Gabrielli; dal corposo basso di Recchia e dai precisi tamburi di Ferrarotto, mentre Agnelli da fondopalco riversa fraseggi di tastiera e cori sulle canzoni. Si parte con la nenia folk Presentazione e Sfida e un paio d’ore passano in un lampo tra momenti che evocano le atmosfere sghembe e desertiche di Howe Gelb; tra parole che seducono o commuovono come poesie, quasi fossero state messe in fila da Fabrizio De Andrè; tra sfuriate elettriche che profumano di oscurità e di Cattivi Semi, quando in sala risuonano le note della potente e bellissima Parangela; dell’aspra Canzone Addinucchiata, dell’impegnata Nunzio e La Libertà; della lirica A tutte ho chiesto meraviglia; della toccante ed intensissima ballata I Camminanti, di un’ombrosa Dite al Corvo che va tutto bene e di una grandiosa versione elettrica della splendida Fratello Gentile. In sala scrosciano gli applausi e Manuel Agnelli, dopo aver letto una poesia dello scrittore John Dos Passos, uno dei momenti più alti dello show, a sottolineare l’impegno che affiora in molte canzoni di Basile, guadagna il proscenio e regala alla platea Ballata per la mia piccola iena dei suoi Afterhours, con Cesare seduto alla batteria. Fosse nato a Londra o a Brooklyn, Cesare Basile sarebbe forse una rock’n’roll star; nel nostro curioso paese riesce almeno ad essere la voce più forte e profonda dell’underground italiano.

Luca Salmini

Rodrigo D'Erasmo Foto © Lino Brunetti

Rodrigo D’Erasmo
Foto © Lino Brunetti

Enrico Gabrielli Foto © Lino Brunetti

Enrico Gabrielli
Foto © Lino Brunetti

Manuel Agnelli Foto © Lino Brunetti

Manuel Agnelli
Foto © Lino Brunetti