TY SEGALL & MIKAL CRONIN “Reverse Shark Attack”

TY SEGALL & MIKAL CRONIN

Reverse Shark Attack

In The Red/Goodfellas

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Anche se sarebbe stato lecito crederlo, vista l’incredibile prolificità del soggetto, Reverse Shark Attack non è il nuovo album di Ty Segall, bensì la ristampa, ad opera della benemerita In The Red, di un disco uscito sul finire del 2009, solo in LP, per la piccolissima Kill Shaman. A tenergli compagnia in questa sortita, c’era il vecchio amico e sodale MIKAL CRONIN, cointestatario dell’opera e coautore degli originali in scaletta. Dischetto piuttosto strampalato e bizzarro questo, sia pur irresistibile sotto molti aspetti. Tanto per iniziare dura appena venticinque minuti ed ha una forma a dir poco schizofrenica: i primi sei pezzi sono uno sputacchioso e super eccitante concentrato di garage rock rumorosissimo e lo-fi, che definire selvaggi è poco ma che, altrettanto sicuramente, garantiscono divertimento a profusione. Durata media, inferiore ai due minuti, superati giusto in un paio di occasioni. A seguire, quasi come un intermezzo, c’è un’allucinata e caotica (anche se per molti versi fedelissima) cover di Take Up Stethoscope And Walk, pezzo appartenente al primo repertorio dei Pink Floyd. Consumato anche questo passaggio, l’album si completa con i dieci minuti della title-track, una lunga escursione che alterna garage folk psichedelico, surf indiavolato e momenti rumoristi, per una girandola continuamente cangiante. Che dire? Che gran personaggio Ty Segall!

Lino Brunetti

LOWER PLENTY “Hard Rubbish”

LOWER PLENTY

Hard Rubbish

Fire Records/Goodfellas

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Continua l’esplorazione, da parte della Fire Records, del nuovo rock australiano. Gli ultimi a finire sotto contratto per la label londinese, sono i LOWER PLENTY, quartetto di Melbourne formato da ex membri di bands quali Deaf Wish, Total Control, UV Race e The Focus. Hard Rubbish è il loro esordio e, dopo aver raccolto bei consensi in patria (lì è stato pubblicato l’anno scorso), oltrepassa i confini della terra dei canguri, per farsi conoscere dal mondo intero. Quelle dei Lower Plenty sono pigre ballate lo-fi, a volte impregnate di psichedelia attonita e sognante, altre di quella ruvida precarietà tipica dei gruppi bazzicanti l’alternative country (qui e là potrebbero ricordare i primi Silver Jews). Sempre attraversate da un feeling dimesso e malinconico, alternativamente cantate da voce maschile e femminile, difficilmente troppo rifinite, ma proprio per questo dirette e coinvolgenti, quelle di Hard Rubbish sono canzoni che circuiscono con fare discreto, che attirano col piglio naif di brevi bozzetti capaci di aprire squarci sulle vite ai margini. Ascoltatevi canzoni come Strange Beast, come la più mossa Dirty Flowers, come How Low Can A Punk Get, come la visionaria Close Enough, per testare le loro capacità. Il disco è brevissimo, non dura neanche mezz’ora, ma senz’altro merita di non passare sotto silenzio.

Lino Brunetti

THE EVENS – The Odds

THE EVENS

The Odds

Dischord

Prendetene e bevetene tutti, questo è il sangue dei Fugazi, prendetene e mangiatene tutti, questo è il corpo dell’indie a stelle e striscie. Malinconici e disperati dalla perdita di uno dei più grandi gruppi della storia del rock non abbiate paura ed avvicinatevi senza timore al nuovo lavoro di Ian MacKaye e di sua moglie Amy Farina. Ritroverete tutto quello che vi serve per calarvi nuovamente nel passato glorioso senza ritrovarsi smarriti in un gusto rancido e che sa di vecchio. Le corde del tempo sono solleticate in continuazione da quell’estetica minimalista all’apparenza calma e senza sbavature ma che nella forma finale si propone su temi battaglieri e tremendamente attuali. La tensione elettrica che Ian riesce a creare con una musica così scarna (ma neanche troppo direi) è incredibile, basti ascoltare King Of Kings e Architects Sleep che del gruppone di cui sopra ne recuperano spirito e non solo. Il fantasma dei Fugazi non è mai stato così vicino e nonostante una strumentazione limitata si materializza alla grande in Wanted Criminals, Broken Finger o This Other Thing tanto da farci disperare e chiederci perché menti ancora così attive e pensanti non possano riunire le forze sotto il monicker originale. Ma bisogna accontentarsi e la famiglia Evens prova, riuscendoci almeno in parte, a colmare la nostra perdita, andando a percorrere anche nuove strade con la vena jazzata di Competing With The Till, con la semplice e scurissima I Do Myself, con la stupenda costruzione sonora di Warble Factor. La banalità e il riempitivo non sono atteggiamenti contemplati, tutto è incastonato al posto giusto con una semplicità disarmante, come esplica al meglio la inaspettatamente melodica, struggente e malinconica Let’s Get Well. Un disco che potrebbe risultare normale a chi non conosce il passato ma che suona superbo per chi ha ben chiaro nella testa quali sono i personaggi che di questo sound ha fatto la storia.

Daniele Ghiro

theevens

BEST OF THE YEAR 2012 – Lino Brunetti

Come è tipico di ogni fine anno, è giunto il momento dei bilanci. E dunque, come è stato questo 2012 in musica? Partiamo da una considerazione generale: ormai da tempo è impossibile identificare, non dico un album, ma anche solo uno stile, che possa essere rappresentativo dell’anno appena trascorso. Le tendenze musicali, che sono comunque propense a ripetersi ciclicamente, sono da tempo esplose in miriadi di rivoli che, lungi dal potersi (se non in sporadici casi) definire nuovi, hanno perso pure la loro capacità di caratterizzare un’epoca. Se un lascito ci rimarrà di questi anni di download selvaggio e strapotere della Rete, sarà quello di un azzeramento dell’asse temporale, non più verticale bensì orizzontale, dove passato, presente e futuro convivono allegramente assieme in una bolla dove non c’è più nessuna vera differenziazione. Lo si evince dall’enorme numero di ristampe, deluxe edition, cofanetti celebrativi, ma pure dalle musiche contenute nei dischi dei cosidetti artisti “nuovi”, talmente nuovi che a volte suonano esattamente come i loro omologhi di quarant’anni fa. In questo scenario, le cose migliori nel 2012 sono arrivate in larga parte proprio dai grandi vecchi o comunque da artisti sulle scene ormai da parecchio tempo. Bob Dylan è tornato con un disco stupendo, Tempest, celebrato (giustamente) ovunque. Non gli è stato da meno Neil Young che, assieme ai Crazy Horse, ha assestato due zampate delle sue, prima con le riletture di Americana, poi con le cavalcate elettriche di Psychedelic Pill. Dopo due ciofeche quali Magic Working On A DreamBruce Springsteen se ne è uscito finalmente con un disco vitale, intenso, potente sotto tutti i punti di vista. Magari imperfetto, di sicuro non un capolavoro, Wrecking Ball è comunque un album di grandissimo livello, che ha riposizionato il Boss ai livelli che gli competono. Rimanendo sui classici, bellissimo il nuovo Dr. John (Logged Down), splendido il Life Is People di Bill Fay, di gran classe il Leonard Cohen di Old Ideas (un disco che comunque io non ho amato pazzamente come altri hanno fatto), mentre solo discreto è stato il Banga di Patti Smith. Per la serie “e chi se l’aspettava?”, credeteci o no, è ottimo invece il nuovo ZZ TopLa Futura, band a cui la produzione di Rick Rubin ha fatto un gran bene. Ma non solo i “grandi vecchi” ci sono stati, anche se sempre tra i veterani  si è dovuto andare a cercare le cose migliori. Partiamo da quello che è senza dubbio il mio disco dell’anno, The Seer degli Swans, un triplo LP magnetico, ottundente, potentissimo e visionario. Poi, in ordine sparso, il sorprendente ritorno sulle scene dei Godspeed You! Black Emperor (‘Hallelujah! Don’t Bend! Ascend!), i Giant Sand sempre più Giant di Tucson, i loro fratelli Calexico con Algiers, i Dirty Three di Towards The Low Sun, gli Spiritualized di Sweet Heart Sweet Light, i Sigur Ros di Valtari, i Lambchop di Mr Mil Mark Stewart di The Politics Of Envy, i redivivi Spain di The Soul Of Spain, i Mission Of Burma di Unsound, gli Om  di Advaitic Songs, Dirty Projectors di Swing Lo Magellan. Deludente il ritorno dei PiL, decisamente buoni quelli di Jon Spencer Blues ExplosionLiars, EarthBeach House (sia pur meno efficace degli album precedenti), Six Organs Of AdmittanceAnimal CollectiveNeurosis, UnsaneThe Chrome CranksThee Oh SeesGuided By Voices (ben tre dischi!), Woven HandGrizzly BearPontiak (memorabile il loro Echo Ono, e non solo perché hanno avuto la bontà di mettere una mia foto sulla copertina della versione in vinile), la doppietta Clear Moon/Ocean Roar dei Mount Eerie, il Moon Duo di Circles, i Tu Fawning di A Monument, i Peaking Lights di Lucifer. Dagli artisti solisti non moltissimi dischi da ricordare a mio parere: di sicuro lo è quello di Hugo Race & Fatalists (We Never Had Control), tra le cose migliori dell’annata, anche superiore al Blues Funeral della Mark Lanegan Band (comunque bello), ma lo sono pure la doppietta di Chris Robinson Brotherhood, i due dischi di Andrew Bird (soprattutto Break It Yourself), l’esordio del leader dei Castanets come Raymond Byron & The White Freighter (Little Death Shaker) ed il The Broken Man di Matt Elliot. Ancora meglio ha fatto il gentil sesso: per una Cat Power a fasi alterne (Sun, solo parzialmente riuscito), ci sono state una Fiona Apple in odor di capolavoro (The Idler Wheel…), una grandissima Ani Di Franco (Which Side Are You On?), la sorprendente Gemma Ray (Island Fire), le sorelline svedesi First Aid Kit (The Lion’s Roar), la Beth Orton di Sugaring Season. Tra le nuove band, la palma di rivelazione dell’anno se la beccano i grandissimi Goat di World Music, seguiti a ruota dai The Men di Open Up Your Heart, dai Big Deal di Lights Out, dagli Islet di Illuminated People, dai Fenster di Bonesdagli Allah-Las e dalla Family Band di Grace & Lies. Tra le cose più sperimentali, vetta incontrastata allo Scott Walker di Bish Bosch, un disco per nulla facile ma di una intensità rarissima. In campo improvvisativo, grandi cose sono arrivate dagli svizzeri Tetras (Pareidolia il titolo del loro album). Altri dischi da non dimenticare, Effigy dei Pelt, msg rcvd dei Neptune, Fragments Of The Marble Plan degli AufgehobenWe Will Always Be di Windy & Carl. E l’Italia? Certo, anche l’Italia ci ha dato grandi cose. Gli Afterhours hanno pubblicato uno dei loro dischi più belli di sempre, Padania. Potente e visionaria l’opera in due parti degli Ufomammut, così come Il Mondo Nuovo de Il Teatro Degli Orrori. E poi: Sacri Cuori (Rosario), King Of The Opera (Nothing Outstanding), Father Murphy (Anyway, Your Children Will Deny It), Paolo Saporiti (L’ultimo Ricatto), Ronin (Fenice), Mattia Coletti (The Land), manZoni (Cucina Povera), Xabier Iriondo (Irrintzi), Sparkle In Grey (Mexico), Guano Padano (2), Calibro 35. E chissà quante altre cose mi son perso o avrò dimenticato! Qui sotto, la selezione della selezione. Ed ora, prepariamoci al 2013!

SWANS “THE SEER”

GOAT “WORLD MUSIC”

FIONA APPLE “THE IDLER WHEEL…”

PONTIAK “ECHO ONO”

GODSPEED YOU! BLACK EMEPEROR “‘ALLELUJAH! DON’T BEND! ASCEND!”

AFTERHOURS “PADANIA”

TETRAS “PAREIDOLIA”

MOUNT EERIE “CLEAR MOON/OCEAN ROAR”

HUGO RACE FATALISTS “WE NEVER HAD CONTROL”

THE MEN “OPEN UP YOUR HEART”

SCOTT WALKER “BISH BOSCH”

BRUCE SPRINGSTEEN “WRECKING BALL”

BOB DYLAN “TEMPEST”

NEIL YOUNG & CRAZY HORSE “AMERICANA/PSYCHEDELIC PILL”

FIRST AID KIT “THE LION’S ROAR”

GIANT GIANT SAND “TUCSON”

BOX SET: CAN “THE LOST TAPES”

SUFJAN STEVENS “Silver & Gold”

SUFJAN STEVENS

Silver & Gold

Asthmatic Kitty/Goodfellas – Box Set 5CD

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E così Sufjan Stevens l’ha fatto ancora! Ricorderete senz’altro il cofanetto del 2006, Songs For Christmas, opera in cui raccoglieva tutti gli EP a tema natalizio, da lui realizzati per essere diffusi fra amici e parenti. Era una bizzaria già all’epoca, visto che la cartella stampa ci rendeva edotti circa l’avversione profonda di Sufjan per i suddetti motivi. Ma il cantautore del Michigan è un tipo ben strano ed imprevedibile, ormai lo sappiamo, e quella tradizione non l’ha di certo interrotta, tanto che oggi vengono raccolti in questo sontuoso Silver & Gold, i cinque volumi successivi, quelli presumibilmente effettuati tra il 2007 ed il 2011. Si tratta di 5 EP – Gloria, I Am Santa’s Helper, Christmas Infinity Voyage, Let It Snow e Christmas Unicorn – per quasi tre ore di musica che coprono all’incirca l’intero range espressivo di Stevens, da quello folk a quello rock, da quello barocco a quello lo-fi minimale, da quello orchestrale a quello capace di flirtare con l’elettronica (quest’ultima cosa particolarmente evidente nei pezzi di Christmas Infinity Voyage, il capitolo più strano ma anche quello meno convincente). Il repertorio non potrebbe essere più vario, includendo sia traditional conosciuti praticamente da tutti (Silent Night, Jingle Bells) che pezzi più o meno celebri dei più disparati autori (per dirne uno di quelli famosi, Santa Claus Is Coming To Town, in una versione stupenda), oltre ovviamente ad una marea di pezzi autografi e perfino una sua versione dell’Ave Maria di Shubert, attribuita inoltre a God Himself! In totale sono cinquantotto canzoni che vi allieteranno il Natale come non mai e che, ancora una volta, mostrano tutto il talento di uno dei più grandi songwriter della sua generazione. E’ infatti impossibile non sciogliersi di fronte a queste piccole carole, a questi bozzetti d’infinita dolcezza, a canzoni che riescono ad avvolgere con l’impagabile calore di una melodia, di un coro di voci o di una musicalità sempre memorabile. Ho fatto scorrere queste canzoni lungo un intero pomeriggio e la loro serena forza positiva mi è come entrata dentro, inducendomi quasi ad attendere il Natale con gioia e commozione. Numerosi gli ospiti ed i collaboratori, da Aaron e Bryce Dessner dei National a Richard Reed Perry degli Arcade Fire, passando per Sebastian Krueger degli Inlets, fino a diversi membri della famiglia Danielson. Essendo, basilarmente, un perfetto regalo di Natale, anche i gadgets non mancano: nel box troverete un bel libretto con note, testi e accordi delle canzoni, adesivi natalizi, tatuaggi temporanei, un poster, dei disegni psichedelici e via discorrendo. Che altro aggiungere? Sia pur con un po’ d’anticipo, tanti auguri a tutti!

Lino Brunetti

PS per attenuare un po’ il serpeggiante buonismo del post qui sopra, uno dei video che vi metto qua sotto, oltre a rendere evidente l’ironia che il buon Sufjan mette in questi suoi dischi, propone un bel Natale… horror!!

Ten Years Of Secret Mixtapes Kept Under My Bed

AUTORI VARI

Ten Years Of Secret Mixtapes Kept Under My Bed

Under My Bed

Gran bella compilation questa pubblicata dalla minuscola UNDER MY BED records, allestita per celebrare il decennale dalla nascita della stessa. Ten Years Of Secret Mixtapes Kept Under My Bed è un’ottima raccolta per più motivi: innanzitutto perché porta (si fa per dire) alla luce del sole, una serie di nomi che definire carbonari è poco. E poi, soprattutto, perché i suddetti nomi sono autori di una musica per molti versi notevole e portatori di un’idea sonora assai coerente, unitaria, veicolante uno stesso mood. Entrando nel dettaglio, un po’ tutti i nomi qui contenuti, offrono un suono cantautorale ombroso e malinconico, venato di quella weirditudine tipica di certo misterioso new-folk americano, stando più o meno in bilico tra certe scarne trame acustiche del primo Oldham o degli Smog e una tendenza alla (moderata) sperimentazione al limite della psichedelia. E sono davvero bravi tutti, i partecipanti al progetto, dai meno conosciuti (Onq, Lebenswelt, My Shell, Baggage Claim, Campofame, gli americani Empty Vessel Music) ad altri che magari avrete sentito nominare (il My Dear Killer proprietario dell’etichetta, Andrea Rottin, i rockisti Prague, Santo Barbaro), fino a nomi apparsi anche sul Buscadero in passato (i sempre bravi Morose, dei Father Murphy più sfasati che mai, gli Sparkle in Grey). Sono solo 150 copie, affrettatevi!

Lino Brunetti