RAVEN “ROCK UNTIL YOU DROP” DVD

RAVEN

Rock Until You Drop

SPV/Steamhammer

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Il lavoro di recupero delle radici dell’heavy metal continua con questi documentari che testimoniano la nascita e l’esplosione (e l’oblio, a volte) di alcune band fondamentali. I lavori fatti da Iron Maiden, Motorhead, Saxon nel recupero dei loro primi anni di vita è veramente divertente ed interessante, ma la loro storia, lastricata di successi e notorietà, è ben diversa da quelle band minori che pur avendo avuto nei primi anni di crescita del metal un ruolo primario, l’hanno poi inopinatamente perso. Emblematica in questo senso la storia raccontata nel magnifico film sugli Anvil, ed è proprio sulla stessa falsariga che si dipana la vicenda raccontata in questo doppio DVD degli altrettanto “fondamentali” Raven. Gli inizi sono i soliti, i fratelli John e Mark Gallagher e l’amico Rob Hunter vivono il proprio sogno musicale nell’inghilterra industriale e depressa dei primi anni ottanta, cattiveria, fame e tanta voglia di fare casino. La nascita dello speed metal e del thrash passa anche attraverso loro, i primi album furono schegge impazzite di rock’n’roll che tanto doveva agli Sweet quanto al punk più intransigente. Poi le cose non sono andate proprio per il verso il giusto, l’ispirazione è scemata e i tempi sono cambiati, ma la voglia di NWOBHM di questi ultimi anni li ha nuovamente riportati in tour per il mondo. Il DVD è assemblato in maniera quasi amatoriale, una sorta di copia e incolla di tutto il materiale che sono riusciti a recuperare, alcuni filmati sono veramente d’epoca, ma di certo si trasformano in autentici cult per i loro estimatori. Il tutto è condito con la solita sfilata di “rockstar” che tributano il loro plauso alla band, tra questi Chuck Billy, Udo, Dee Snider, Lars prezzemolo Ulrich. Quei tempi se ne sono andati ma è giusto ricordare chi ha contribuito in maniera esaltante alla nascita di una scena che ancora oggi seppur trasformata, modificata e “diversa” è ancora viva, pulsante, e ovviamente spaccatimpani.

Daniele Ghiro

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MINISTRY “ENJOY THE QUIET” DVD

MINISTRY

Enjoy The Quiet – Live At Wacken DVD

13 Planet Records

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Non certo il miglior momento nella vita di Al Jourgensen, che pure di momenti sbagliati ne ha passati tanti nel corso del suo turbolento percorso artistico e umano. Dopo aver decretato la fine dei Ministry qualche anno fa è ritornato sui suoi passi rimettendo in gioco la band, disco e tour nuovi, accompagnato come sempre dal fedele amico di una vita Mike Scaccia. Ma il chitarrista si è accasciato sul palco durante un concerto a Dallas lo scorso 22 dicembre, non rialzandosi più, stroncato da un infarto. La pubblicazione di questo DVD è dedicato alla sua memoria e vede i Ministry muoversi sul palco del famoso Wacken Festival, davanti a migliaia di persone che, ad esser sinceri, sembrano non molto interessate a quanto la band stà facendo sul palco. Il problema di un festival, non tutti sono li per te, e a parte le infuocate prime file il resto della gente se ne sta semi tranquilla con le mani in tasca. Ed è un peccato perché sul grandissimo palco i Ministry sfoderano una prestazione esemplare, scatenando una potenza di fuoco devastante. Grossi schermi accompagnano con video l’esibizione, sostenendo egregiamente la performance di un Al Jourgensen indiavolato e sinistro, che presenta buona parte dell’allora fresco (e non memorabile) Relapse, ma che non si dimentica di mettere sul piatto i classici che hanno reso immortale la band. E allora Just One Fix, No W, New World Order scatenano un inferno fatto di Metal e Industrial, mischiati sapientemente come solo loro (e pochi altri) sono riusciti a fare durante i propri dischi, con un impianto visivo e di luci impressionante e riprese televisive notevoli e per nulla ripetitive. Recentemente, dopo la morte dell’amico Mike, Al ha detto che “Questa volta i Ministry cesseranno definitivamente la propria attività, perché non ci sarà un altro disco senza Mike. E’ morta una parte di me, sono finiti i Ministry ma non è finito Al Jourgensen. Farò altro, ho un nuovo gruppo, continuerò”. Gli faccio i migliori auguri e mi porto sulle spalle il grande rimpianto di non averli mai visti dal vivo: questo DVD è una grande testimonianza che medica parzialmente la ferita. Allegato anche l’esibizione del live sempre al Wacken del 2006, meno curata tecnicamente ma che comunque offre anch’essa una reale testimonianza live della più grande band industrial-metal che il mondo rock abbia mai partorito.

Daniele Ghiro

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Mike Scaccia e Al Jourgensen

MARIA FORTE “CARNE”

MARIA FORTE

Carne

Autoproduzione

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Maria Forte è un solitario che si getta nel torbido mondo dello stupro e della soppraffazione, primo capitolo di una trilogia che dovrebbe andare a scavare nel lato più buio della deviazione sessuale. Tutto questo si riflette anche nella musica, tesa, nervosa e con gli spigoli che raramente vengono smussati. Quando questo succede (Bisogno di Te) ne viene fuori un impasto dal gustoso sapore pop, senza eccedere in sentimentalismi (anzi, tutt’altro) e di forte impatto musicale. Se da una parte il rock vira verso sensazioni dark industriali molto intriganti (Il Gatto di Schrodinger) in altre l’impatto diventa quasi gotico (Jargar), sensazioni che finiscono per confluire in un mood generale di scontro fisico intenso (Maciste contro Maciste), con le chitarre in evidenza e liriche veramente interessanti. Un disco che si scolla decisamente dalla classica produzione italiana, seguendo la via più interessante, inevitabilmente la più difficile e immagino al solito anche povera di riscontri pratici, ma chiaramente la più soddisfacente sotto il profilo dell’indipendenza e della soddisfazione personale.

Daniele Ghiro

ANTEPRIMA STREAMING!

https://soundcloud.com/roberto-maria-forte/sets/carne/s-PXvLc

SOLO MACELLO FESTIVAL

SOLO MACELLO FESTIVAL

Circolo Magnolia

Milano

26 giugno 2013

Ok, per prima cosa bisognerebbe recuperare una bella pila di Marshall, portarli davanti a Palazzo Marino e accenderli a palla sistematicamente, per fare in modo che quelli del comune la smettessero di rompere il cazzo con stà storia dei decibel. Detto questo, passiamo alle cose serie e vediamo un po’ cosa hanno combinato quest’anno in quel del Parco dell’Idroscalo gli organizzatori di questo splendido evento, quest’anno dedicato alla memoria di Jeff Hanneman, chitarrista degli Slayer, che recentemente e andato ad occupare il posto che gli spetta nel suo South Of Heaven. Il Magnolia si presenta, al solito, in splendida forma: il main stage (grande grandissimo), il palco messicano (piccolo e infuocato) e la “gabbia” (piccolo spazio all’entrata), poi tre bar che scaraffano birra a fiumi e la cucina che sforna pizze e stuzzichini. Un capannone pieno di stand (dischi, CD, DVD, serigrafie, mailorder, spille, teschi, magliette), uno stand di merchandising delle band. In mezzo (e intorno) tanto spazio per fare un po’ quello che si vuole. E in effetti c’è ne è per tutti i gusti e tutti i colori. C’è l’infoiato che non vuole perdersi nemmeno un minuto di musica e sgomma nervoso per i vari palchi, c’è quello che è venuto solo per una band e aspetta con noia che arrivi il suo momento, c’è chi sembra sia venuto solo per mangiare e bere e passa tutto il tempo o a ingurgitare pizza o a bere birre una dietro l’altra. C’è anche chi dorme sulle sdraio, chi si imbosca sulle collinette, chi non gliene frega un cazzo di niente e chi si chiede cos’è tutto quel casino visto che probabilmente ci è capitato per caso. E il bello di questa location fantastica è proprio questo, cioè che ti lascia libero di vagabondare dove vuoi e con chi vuoi, incontrando amici, amiche, parenti e conoscenti, senza sottovalutare il fatto che tutto questo ha come sottofondo la musica, in ogni istante, per sei ore ininterrotte, dalle 18,30 alla mezzanotte e mezza. Eh già, la musica, metal ma non solo, perché il pubblico del Solo Macello ormai non si accontenta, siamo zozzi e ignoranti (ascoltiamo metal, persatana) ma c’è anche dell’altro che non si disdegna, tutt’altro. Perché è una questione di attitudine e, faccio un esempio, Diego Deadman Potron, all’opera nella gabbia è tutto tranne che metal, ma ha quel quid che lo rende super appetibile a tutti coloro che di musica alternativa se ne intendono riuscendo con il suo blues spurio a far scuotere capelli (per chi ce li ha ancora), lo stesso vale per Graad, decisamente più metallico quest’ultimo che in solitaria fa scuotere le teste dei presenti con le sue cavalcate ai confini del black. Piccole, ma intense, realtà. Però tutto era cominciato con i Veracrash ai quali spettava l’infame compito di aprire il festival (la peggior posizione possibile, diciamolo) e non hanno deluso le attese perché la compattezza della loro esibizione ha scaldato a dovere il discreto pubblico che già cominciava ad affluire. Appena dopo partono i Black Moth, da Leeds, che a mio giudizio hanno fatto un ottimo album (The Killing Jar, tra l’altro prodotto da Jim Sclavunos, non il primo pirla che passa per strada) e complice l’accattivante voce (e presenza) della singer Harriet Bevan (maglietta degli Sleep: bonus) hanno completato un set onesto e coinvolgente, tutto su ritmi doom-stoner che devono ai Black Sabbath praticamente tutto. A seguire quattro braccia rubate all’agricoltura: gli Zolle arano il palco del messicano manco fosse un campo di grano, chitarra, batteria e via andare su volumi indicibili. Mi vado quindi a vedere i primi dieci minuti dei Nero di Marte sul main stage, tecnicissimi, precisi e penalizzati un po’ dal contesto (il sole e la luce) ma capaci di offendere pesantemente gli amplificatori. Mi sposto verso la gabbia e vengo ipnotizzato dai Gordo. Voce, basso, batteria, tastiere, armonica: una versione di Mr. Crowley che è tra le più belle in assoluto che io abbia mai sentito, suoni perfetti (per forza, siamo a mezzo metro) e pure la Wrathchild maideniana che si trasforma in un blues malato con l’armonica che fa la chitarra… quando parlavo di attitudine… eccola qui! Ovviamente vado al loro banchetto e mi trovo di fronte due pezzi di legno serigrafati con in mezzo il CD chiuso da vite e bullone: packaging dell’anno! I Fuzz Orchestra nella classica uniforme in giacca e cravatta aizzano con corna a profusione e metal a valanga. I loro straordinari audio sample di Pasolini e Volontè scombinano le carte e creano quel tocco originale che li rende una delle realtà più accattivanti ed originali della penisola. A questo punto il piccolo evento della serata, direttamente dal Botswana, per la prima volta al di fuori del loro paese, con tanto di colletta per il viaggio, arrivano i Wrust alfieri della scena metal dello stato africano (esiste davvero!) con al seguito le telecamere che stanno registrando il documentario March Of The Gods. Evidentemente emozionati, sopperiscono con grande entusiasmo a canzoni e capacità tecniche non certo di prim’ordine, ma questo non è assolutamente un problema o un freno, scatenando il proprio black metal thrash per l’orda sotto il palco che supporta e gradisce. Alla fine arriva addirittura l’urlo one more song! ma i tempi stretti non lo permettono e i quattro africani si presentano a vendere magliette (brutte, quindi bellissime) raccogliendo cinque e strette di mano. Gli In Zaire sono particolari, suonano bene e suonano pesante. Il loro è uno stoner psych a tratti lisergico e a tratti durissimo, con confini che musicalmente potrebbero allagarsi a dismisura. Non conosco i motivi per i quali il bassista Mullins era assente, ma rimane il fatto che i rimanenti Karma To Burn, vale a dire Mecum e Oswald, sono saliti sul main stage come se nulla fosse e hanno devastato le orecchie con il loro stoner ultra amplificato come se fossero in cinque. Hanno pescato (bene) dal loro repertorio fatto di numeri e senza nessun fronzolo, asciutti e monolitici, si sono imposti alla grande. Praticamente la loro continuazione sono stati gli Zeus! e che dire ormai su questi due pazzi che scatenano sul palco un’energia mozzafiato da morte istantanea e dopo averli già visti un discreto numero di volte mi ritrovo sempre a domandarmi come facciano a fare tutto quel casino. Sono le 23.30, lo spazio davanti al main stage è già tutto saturo in attesa dei simpaticissimi Red Fang. Nell’ora a loro disposizione sfornano tutte le canzoni migliori dei loro due lavori, riescono a scatenare un pogo selvaggio e cattivo, fanno alzare le braccia al cielo a tutti e suonano dritti, diretti e concentrati. Uno show un po’ meno cazzone del solito, meno stronzate dette al microfono da quel simpaticone di Aaron (che praticamente si è visto sotto i palchi delle varie band per tutta la durata del festival) ma tanta energia sprigionata da una band che ha qualcosa in più di molte altre. La fine giunge quindi inaspettata perché di roba buona non si è mai stanchi ed è bello passare la serata in mezzo a questa sana bolgia che come al solito è stata ben organizzata, solidamente impiantata e gioiosamente portata a termine. Quando si arriverà ad avere tre(centosessantacinque) Solo Macello all’anno sarà un gran bell’anno.

Daniele Ghiro

PUBBLICO

Pubblico

VERACRASH

Veracrash

BLACK MOTH

Black Moth

ZOLLE

Zolle

NERO DI MARTE

Nero Di Marte

GORDO

Gordo

FUZZ ORCHESTRA

Fuzz Orchestra

WRUST

Wrust

GRAAD

Graad

IN ZAIRE

In Zaire

DIEGO DEADMAN POTRON

Diego Deadman Potron

KARMA TO BURN

Karma To Burn

ZEUS

Zeus!

RED FANG

Red Fang

QUEENS OF THE STONE AGE “…Like Clockwork”

QUEENS OF THE STONE AGE
…Like Clockwork

Rekords Rekords/Matador

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E’ andato avanti per la sua strada il buon Josh Homme, molti lo davano ormai per defunto, impantanato senza scampo con le sue regine in un vicolo cieco di scarsa creatività, di velenose diatribe, di manie di grandezza. Non aiutava certo il fatto che in questo disco venivano annunciati ospiti quantomeno “atipici”, numerosi, incongruenti. Alla fine, ora che le carte sono sul tavolo, aveva ragione lui perché è riuscito a dar vita a una nuova era dei Queens Of The Stone Age, cercando di tenersi stretto il buono del passato e muovendosi nel futuro in una direzione che scontata non è. Sarà la sua voce, sarà la sua chitarra, sarà quello che volete ma i suoi pezzi, pur essendo a volte lontani anni luce dalle sue prime mosse, suonano sempre e comunque come Queens Of The Stone Age. Proprio per questo dal mazzo possiamo pescare un po’ a caso e ci troviamo a confrontarci con un disco che cresce, inevitabilmente, alla distanza. Questo perché la scelta di non percorrere le facili vie del già conosciuto, ma per contro percorrere le tortuose strade della sperimentazione lasciano all’inizio leggermente interdetti. The Vampyre Of Time And Money è una ballata che potrebbe benissimo ricercare la semplice melodia ma che appena sembra pronta ad esplodere si racchiude su se stessa, If I Had A Tail vede Dave Grohl alla batteria, scura, dura e lunatica. Keep Your Eyes Peeled è pesante e spuria con Jake Shears dei Scissor Sisters di supporto alla voce. Sat By The Ocean è incredibilmente viziosa, sexy e calda, con una chitarra che sembra cantare. My God Is The Sun è un’autentica bomba sonica, desertica, solare, potente. Kalopsia vede Trent Reznor e Alex Turner in un carosello a metà strada tra musica easy listening ed esplosivo rock ad alto voltaggio. In Fairweather Friends c’è pure Elton John, insieme a Mark Lanegan e Nick Olivieri… beh, un viaggio nel nome del rock. Che dire poi di Smooth Sailing? Io ci vedo un Prince in pieno trip hard funky. Grandissima melodia per I Appear Missing e finale che non ti aspetti con la dolcissima …Like Clockwork. I QOTSA tornano quindi con un gran disco, completamente diverso dallo zoppicante Era Vulgaris, ma perfettamente riconducibile alla lucida mente di un Josh Homme che si priva di funambolismi chitarristici per mettersi al servizio, più funzionale, di un album ricco, completo e dalle molteplici sfaccettature che a me hanno ricordato a volte il Rocky Erickson era Evil One, o comunque con quelle caratteristiche di musica fatta da gente che non sceglie la via facile bensì procede, a fatica, in salita. Non chiamatelo più stoner o desert rock perché siamo su paralleli diversi, ma la lucida follia della terra cotta al sole ancora spazia tra i solchi (o le tracce) di questo suo nuovo lavoro.

Daniele Ghiro

BLACK SABBATH “13”

BLACK SABBATH
13

Vertigo/Universal

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Non voglio parlare di quello che è stato. Non voglio parlare del senso di una reunion che magari una quindicina d’anni fa avrebbe avuto più forza, voglio solo parlare di quello che sono, anno 2013, i Black Sabbath. E sono, ne più ne meno, i profeti del metal, quelli che ne hanno scritto la storia, quelli che hanno creato praticamente tutto il movimento, a sessant’anni. Lascio da parte tante cose, una su tutte la triste diatriba con Bill Ward, lascio da parte soldi e contratti (l’hanno fatto per i soldi, dicono, come se non ne avessero abbastanza, dai…), lascio da parte insomma praticamente tutto e mi concentro solo sulle 8 tracce (+ 3 nella deluxe, + 4 nella best buy) e viene fuori, non ci posso credere, un gran bel disco. Con il fatto, chiaro, che c’è un uomo solo al comando. Brad Wilk è un martello metronomico, il meglio dei turnisti ultralusso che potessero scegliere, Geezer Butler è valorizzato oltremisura dalla ricca produzione di Rick Rubin e non è certo un comprimario, Ozzy Osbourne dopo incendi da dementi alla casa, problemi alla gola, inopinate e tristissime serie televisive ritorna con una voce settata su toni nettamente più bassi, arrochita, ma sempre e comunque da brividi lungo schiena. E poi viene lui, sua maestà Tony Iommi, l’uomo riff, o la chitarra fatta persona, vedete voi, che imperversa come uno schiacciasassi per tutta la durata dell’album. Quante volte abbiamo sentito il riff dell’iniziale The End Of The Beginning? Centinaia, certo, ma l’originale è suo e quindi giù il cappello, zitti e basta. Lui ha il marchio, può fare quello che vuole e non mi importa un fico secco che la canzone è praticamente costruita tale e quale a Black Sabbath (anche se la parte finale è tipicamente ozzyana): è un gran pezzo e tanto mi basta. Prendete il suo assolo in punta di dita di Zeitgeist, e stramazzate al suolo dopo aver ascoltato quello che combina in Age Of Reasons. Il cancro se ne può andare affanculo, e se ritornerà sarà solo per prendersi la sua anima nera, come la pece, come i suoi riff catacombali che sforna senza la minima coscienza, senza soluzione di continuità. Non c’è nulla di sbagliato in questo disco, i detrattori possono dire quello che vogliono, ma la musica è inattaccabile perché è quella che hanno sempre sfornato, se avreste il coraggio di eliminare tutto il contorno e concentrarvi solo su questa manciata di canzoni non avreste argomenti per obiettare, perché esse suonano esattamente come dovrebbero suonare delle canzoni dei Black Sabbath, quindi tutto il resto sono solo chiacchiere. Vecchi? Si. Ricchi? Si. Permalosi? Si. Bastardi (con Bill)? Si. Grandi? Si. Punto.

Daniele Ghiro

THE EROTIK MONKEY “TUTTI I COLORI DEL BUIO”

THE EROTIK MONKEY

Tutti I colori del Buio

Autoproduzione/Believe

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Deciso passo in Avanti per la band sarda che al terzo album assesta il colpo decisivo per rinsaldare le proprie ambizioni. Tutti I Colori Del Buio è un album di ottime canzoni, registrato superbamente nonostante l’autoproduzione e aiutato dal lavoro al mixing di Magnus Lindberg (Cult Of Luna) che ha un tocco metallic superiore, rendendo le tracce decisamente scintillanti (a me ha ricordato il suono dei System Of A Down). Un po’ di tribolati cambi di formazione non hanno indebolito il gruppo e già dall’apertura potente di Golden Gate Bridge si capisce subito che i cinque ci sanno fare, perchè l’assalto potente punk/grunge è impressionante ed hanno anche la sfacciata presunzione, in mezzo a tutto questo casino, di piazzare li in mezzo un chorus estremamente musicale. Calendule è tesa e cupa, si espande su fragorosi riff, vira su liquidi tocchi psichedelici e termina con urla belluine. Una sezione ritmica pulsante ed instancabile caratterizza l’aggrovigliamento chitarristico dello strumentale Alito Del Doposole. Come L’aurora è una bugia, presente nel precedente Samsara, anche qui la parte central è caratterizzata da una sorta di mini suite in tre parti (distinte): Nel Giorno pt1 bilancia cattiverie con dolcezze, Nel Giorno pt2 è nervosa, tesa e tirata, Nel Giorno pt3 è più dilatata, musicale e melodica, ma sempre pesante anche quando I ritmi rallentano. Tempo e Cambiamento è in linea con cose alla Deftones, Asbesto ha tempi spezzati in un contest più tradizionale ma poi si infila in un baratro di distorsione e sporcizia, in Anomia Mortifera e Non Pensi prevalgono le chitarre acustiche, Voci è il finale elettronico un po’ fuori contesto. Disco intenso e di notevole impatto: ascoltatelo!

Daniele Ghiro

https://soundcloud.com/user206027030/sets/giugno2013_tre/s-yOerC