MELAMPUS “Hexagon Garden”

MELAMPUS

Hexagon Garden

Riff Records-Sangue Disken-Old Bicycle

melampus-Hexagon-Garden-e1419241936752

Duo formato da Francesca Pizzo (voce, chitarra, tastiere) e Angelo Casarubbia (loop e batteria), i MELAMPUS pubblicano in questi giorni il loro terzo album in poco più di due anni di vita. Hexagon Garden ripropone le loro canzoni new wave di gusto gotico, portando un po’ più in avanti la loro ricerca sul suono, qui in parte ottenuto partendo da field recordings captati nelle più varie situazioni, poi riprocessati elettronicamente ed utilizzati come loop ritmici o fondali su cui stendere la chitarra e la bella voce di Francesca. Ne viene fuori un electro-rock mediamente lento ed oscuro, reso più pop unicamente dalle melodie. Il mood dark di May Your Movement si stempera grazie ad una maggiore ariosità del ritornello; Poor Devil, tra chitarre, suoni saturi e qualche rimando alla White Rabbit dei Jefferson Airplane, si tinge d’umori blues; Simple Man e Question #3 fanno aleggiare lo spettro di PJ Harvey; la pulsante e drammatica Sun, col santur di Luigi Russo, in qualche modo ha qualcosa dei primi Dead Can Dance. Belli gli esperimenti casalinghi d’interazione tra suoni e voci di Worthy e Pale Blue Gemstone, mentre Second Soul e Night Laugh mettono le loro melodie al servizio di suoni plumbei ed elettronici. A tratti un filo monocorde, ad Hexagon Garden avrebbe giovato una maggiore varietà compositiva; rimane comunque un ascolto intrigante, senz’altro consigliato ai fan del genere.

Lino Brunetti

Annunci

MICROLUX “Geküsst”

MICROLUX
Geküsst

XXXV

Microlux_Gekusst

Progetto a due formato da Linda Edelhoff (voce) e Fabio Colasante (synth e programmazione elettronica), i MICROLUX sono autori di un pop elettronico di gusto wave, di cui è facile avere un buon assaggio tramite il loro recente EP Geküsst. Sei tracce cantate in inglese, tedesco ed italiano, in cui l’attenzione maggiore viene data alle melodie cantate da Linda, comunque ben servite dalle trame strumentali messe a punto da Fabio. Sia pur inglobando qualche suggestione anni ’80, queste riescono comunque a stare alla larga dai cliché electro-pop, facendo risuonare l’elettronica in maniera calda e vicina all’idea di musica suonata, soprattutto in questo memori della lezione new wave. Con una giusta spinta potrebbero imporsi anche tra il pubblico mainstream, visto il forte appeal pop delle loro canzoni, mai criptiche e, al momento, fortunatamente anche ben lontane dalle banalità che si sentono in radio.

Lino Brunetti

PLAYONTAPE “The Glow”

PLAYONTAPE

The Glow

La Rivolta Records

cv_playontape

Un deciso scarto in avanti e se vogliamo anche anche un po’ di lato per il quartetto leccese che bissa l’esordio con un deciso arricchimento di suoni e atmosfere. Casualmente avevo sulla scrivania insieme a questo disco l’ultima fatica degli Interpol (El Pintor) e le similitudini tra i due gruppi ci sono, ma la battaglia è stata vinta dagli italiani per distacco. Con questo non voglio dire che siano meglio dei newyorkesi ma di certo la parabola discendente degli Interpol incomincia ad avere ormai poche speranze di risalita e se siete amanti del genere i Playontape dimostrano che si possono ancora fare dischi new wave, derivativi quanto volete, ma decisamente vivi e pulsanti, ricchi di intensità e colmi di energia. Ci sono tastiere ed elettronica a rendere più corposo il suono, ci sono effetti di registrazione creati ad arte, ci sono tutti i trucchi del genere, ma se alla fine non hai in mano un buon songwriting tutto diventa fine a se stesso e i pugliesi di canzoni notevoli ne sfornano una discreta manciata. Basti prendere ad esempio un brano come There’s No Tomorrow che sbrodola atmosfere dark e pulsanti a valanga, condite da tocchi elettronici glaciali, chitarre che si infiammano e un finale drammatico (ripresa anche come ghost track finale). La titletrack fila deliziosamente indietro nel tempo Faith, Lies e Pandora’s Box sanno mettere sul piatto anche pesanti chitarre punkwave e graffianti riff, poi God And The Fall saluta con il botto, colma e ricca di atmosfera. Disco bello e piacevole, ricco di ottimi spunti e che porta con se nemmeno briciolo di noia.

Daniele Ghiro

CLUSTERSUN “Out Of Your Ego”

Da Catania provengono i CLUSTERSUN che pubblicano il loro debutto intitolato Out Of Your Ego (SeaHorse/Audioglobe). Con la loro musica ci si tuffa a capofitto indietro negli anni ottanta, in una stratificazione completa di quello che la new wave ha prodotto in quegli anni, con echi che a volte virano verso i New Order, altre verso i Cure, addirittura alcune fiammate dalle parti dei Simple Mind e non ci si annoia perchè l’album è ben prodotto e le canzoni ci sono. Forse fin troppo sospese e glaciali, magari qualche inserto più sostenuto avrebbe giovato maggiormente per scompigliare un po’ le carte, ma questo è un piccolo parere personale che non inficia la bontà del loro debutto. Ottimo il crescendo wave di Planar I, delicato il dream pop di Floating, per un disco che si chiude con i notevoli sette minuti abbondanti di Clustersun che si dipanano leggiadri in uno shoegaze finalmente fragoroso. Da ascoltare, infatti noi ve lo proponiamo in straming sul web di Backstreets!

Daniele Ghiro

artworks-000076264266-86685n-t500x500

BLESSED CHILD OPERA “The Darkest Sea”

BLESSED CHILD OPERA

The Darkest Sea

Seahorse Recordings/ Audioglobe

a0620875279_10

Da anni il napoletano Paolo Messere è figura importante dell’underground musicale italiano, nelle molteplici vesti di produttore, discografico (sua la Seahorse) e musicista, dapprima in formazioni quali Silken Barb Ulan Bator, poi, dal 2001, a capo dei Blessed Child Opera, senza ombra di dubbio la sua creatura più personale e sentita. In una discografia che, con quest’ultimo, consta ormai di ben sei dischi, Paolo ha costruito un corpus autoriale intenso e denso di grande musica, con una sua sempre marcata coerenza, pur tra i mille cambi di formazione. Il nuovo The Darkest Sea si presenta con una copertina nera ed espressionista, resa affascinante dai disegni di Felice Roscigno, i quali ben introducono ai contenuti dell’album. La base sarebbe come sempre il rock ed il folk americano, ovviamente visto da una prospettiva gotica e profondamente dark. I referenti possibili sono molteplici: da un David Eugene Edwards affiorante in più episodi, al cantautorato sofferto di Mark Kozelek, dalla malinconia folk dei Willard Grant Conspiracy, alle ombre blues di un Hugo Race. Spesso il cuore di queste canzoni è acustico, anche se poi, attorno ad esso, fiorisce un pulsare elettrico e rock, capace d’inglobare anche elementi wave. E se non sempre la scrittura è realmente memorabile, il tutto viene supplito dalla costruzione di un mood unitario ma ricco di sfumature, dal suono veramente evocativo e stellare. Si passa così da ballate dark quali I Had Removed Everything a stilettate rock a là Woven Hand come Blindfold, dalle distorsioni sature di A Lazy Shot In The Belly ad un pezzo degno del migliore Kozelek come In The Morning (I Do Upset The Plans), una delle cose migliori del disco, con un passo ipnotico e mantrico. Ma parlavamo di sfumature diverse: I Look At You (But I Already Know Your Answer) tra rintocchi di banjo ed electronics penetra in oscure ed abissali profondità, sfiorando la ieratica ed allucinata arte dei Current 93; per contro, Friends Faraway ha un più sereno e classico impianto folk, mentre December Wind chiude tra vibrante tensione wave. Registrato in Sicilia, The Darkest Sea guarda oltreoceano virando le musiche di quei lidi in suoni che fanno filtrare ben poca luce. Se gli artisti citati sono nelle vostre corde, una discesa fra queste onde dovrebbe essere di vostro gradimento.

Lino Brunetti

SOFT MOON “Soft Moon”

SOFT MOON

Soft Moon

Captured Tracks

The-Soft-Moon-The-Soft-Moon

The Soft Moon è il progetto di Luis Vasquez da San Francisco. Soft Moon è la prima opera di questo sperimentatore americano; disco perfettamente  riuscito (è uscito nel 2010 e gli sono già seguiti un EP, una collaborazione con John Foxx ed un secondo album), che recupera in maniera intelligente i suoni di molteplici generi degli anni ’80 come la new wave ma soprattutto post punk e dark wave, senza snaturarne la vena sperimentale.  Il disco si apre con quello che potremmo definire il capolavoro dell’album, Breathe The Fire, nel quale l’imperterrito battito della drum machine, fa da base sia alle atmosfere da film noir create dal synth, che alla voce sussurrata e psicotica di Vasquez, quasi un omaggio ai Joy Division di Trasmission e Atmosphere. In Circles, le sensazioni create sono di angoscia e depravazione, con il regolare battito delle percussioni a far da contraltare all’incessante alone industrial e ai deliri nonsense di Vasquez, e dove l’intermezzo noise-rumoristico porta alla mente sia il noise rock americano che quello giapponese. Il disco continua  senza sosta la sua corsa apocalittica con Out Of Time, una sorta di Ghost Rider del duemila e con la ballata When It’s Over, con la chitarra minimalista che renderebbe veritieri i paragoni con certo post-rock – Slint su tutti –  non fosse per l’inondazione di synth che avvolge il brano. Il basso e il synth sono padroni indiscussi anche dell’ incalzante Dead Love, hit che non avrebbe certamente sfigurato in qualche discoteca alternativa eighties. I Joy Division sono senza dubbio i padri spirituali di questo disco e, a dimostrarlo, sempre se ce ne fosse ancora bisogno, è Parallels, altro vertice del disco, aperto da una rimbombante linea di basso, che porta alla mente il capolavoro strumentale di Ian Curtis and co., Incubation, tutto ciò fino a quando uno sciame di synth prende il sopravvento destrutturandolo completamente. Accenni di noise rock si trovano anche nell’orgia chitarristica di We Are We, mentre l’incalzante boogie di Sewer Sickness, con la chitarra a mo’ di sirena, fa presagire l’imminente fine del mondo (sarebbe sicuramente un brano di punta nelle feste di qualche serial killer!). Into The Depths è un’altra macabra danza vicina tanto ai Ministry di Twich, quanto a certe sonorità kraute.  Angosciosa e cupa è invece Primal Eyes,  dove un’inquietante  voce di sottofondo crea un’atmosfera desolata e gelida, seguita da una sferzata noise. Il disco si chiude con Tiny Spiders, più vicino al dream pop che al post-punk, un attimo di tranquillità rispetto ai sentieri orrorifici intrapresi da Vasquez fino ad ora. Disco lineare e geometrico, che non disprezza citazioni importanti, i citati Joy Division ma anche Sister Of Mercy, Cure e certo kraut-rock, senza dimenticare qualche riferimento ai primi Ministry. Con questo disco Vasquez non cerca nulla di rivoluzionario, si limita a rivisitare il periodo d’oro della new wave, ma con un’intelligenza e una sincerità riscontrabili in pochi altri artisti. Assolutamente da seguire!

Alessandro Labanca

BEST OF THE YEAR 2013 – LINO BRUNETTI

E così eccoci qui anche quest’anno, proprio appena s’affaccia il 2014, impegnati nel solito giochetto dei migliori dischi usciti nei dodici mesi appena passati. Una rassegna – così come sottolineato nella propria dall’amico Zambo – che non può che essere che la risultante dei gusti e degli ascolti solo di chi scrive. Non rappresentativa quindi del Buscadero – quella la troverete sul numero di gennaio della rivista – e alla fine neppure di questo blog – auspico però, che almeno il buon Daniele Ghiro voglia dire la sua su questa pagina. Che anno è stato, musicalmente parlando, dunque, il 2013? Per quel che mi riguarda, molto buono direi. Non sono mancati i dischi belli e, anzi, il problema è stato il solito di questi tempi impazziti, ovvero il districarsi tra le mille uscite che invadono un mercato, magari asfittico dal punto di vista delle vendite, ma sicuramente vivace per numero e qualità delle uscite. E se è vero che manca il disco rappresentativo e che i capolavori veri latitano – ma è così facile poi riconoscere all’istante un disco che rimarrà nel tempo? – e che la musica del presente mai era sembrata così pesantemente rivolta ai vari passati della popular music, è anche vero che un appassionato curioso di muoversi fra i generi, di dischi in cui perdersi, nel 2013, ne ha potuti trovare molti.

Seasons-of-Your-Day-Vinile-lp2

I RITORNANTI

Parallelamente all’immenso mercato di ristampe e box retrospettivi – vera e propria gallina dalle uova d’oro per l’industria musicale nell’ultimo decennio, ne parleremo brevemente più avanti – il 2013 ha visto il ritorno discografico di un nutritissimo numero d’artisti e bands che, chi più chi meno, mancavano dalle scene da tempo innumerevole. Uno dei dischi più favoleggiati degli ultimi vent’anni, il terzo album dei My Bloody Valentine, ha finalmente visto la luce: MBV non ha deluso le apettative, proponendosi sia quale sunto della ventennale attività misteriosa della band di Kevin Shields, che come punto di ripartenza, nuovamente ardito ed originalissimo (gli ultimi tre, quattro pezzi). Altro gruppo di culto, i Mazzy Star, con Seasons Of Your Day, hanno ripreso il discorso interrotto diciassette anni fa, facendoci riprecipitare fra le loro ballate oppiacee, fatte di country, folk e psichedelia velvettiana. Gran disco! Che dire poi di The Argument dell’ex Hüsker Dü Grant Hart, se non che è un’opera coi controfiocchi? Hart, rispetto all’ex compagno Bob Mould, è sempre stato visto come il “Brutto Anatroccolo”, quello sfortunato, il junkie: il suo nuovo album è invece un disco ambizioso e creativo, colmo di bellissime canzoni, servite tramite un mix di raffinata ruvidezza, che come non mai ci mostra Hart autore vario e sopraffino. Mai stato un grande fan di David Bowie, eppure devo dire che il suo The Next Day l’ho apprezzato non poco. Probabilmente non lo metterei tra i miei dischi dell’anno, ma almeno tre/quattro delle sue canzoni svettano in una scaletta che comunque non ha cadute di tono. Uno su cui invece non ho mai avuto dubbi è Roy Harper: il suo nuovo album, parzialmente prodotto da Jonathan Wilson, è un gioiello, magari non per tutti, però dal fascino senza tempo e disco di quelli che non si trovano tutti i giorni. Devo ammetterlo, non ci avrei scommesso un euro circa la bontà del rientro discografico dei riformati Black Sabbath: invece 13 è davvero niente male! I riff, le atmosfere, in parte anche la voce di Ozzy, sono quelli dei primi lavori; nessuna vera novità, però una scrittura ben più che dignitosa, al servizio di un sound che ha fatto epoca ed è ormai leggendario. Come diceva qualcuno, nessuno fa i Black Sabbath meglio dei Black Sabbath stessi! Potremmo aggiungere, nessuno fa gli Stooges come gli Stooges: il loro Ready To Die non è un capolavoro, però è l’ennesimo sputacchio punk che ha permesso ad Iggy e compagni di tornare a sculettare selvaggiamente sui palchi di mezzo mondo e questo ci basta. Mi aspettavo grandi cose invece dai rinnovati Crime & The City Solution e così è stato: American Twilight è un ottimo album di rock vetriolitico e di blues allucinato, in cui il contributo prezioso di Mr. Woven Hand si sente e accresce il feeling gotico emanato da questi solchi. La palma di ritorno più inaspettato e bizzarro è però quello di Dot Wiggin, un tempo nelle famigerate Shaggs, la “peggior band della Storia del Rock”. Garage rock intinto di irresistibile freschezza naif, che ha fatto felice i cultori di questa favolosa leggenda underground. Che altro rimane da citare in questa sezione? Il fascinoso libro/CD delle Throwing Muses, Purgatory/Paradise e, alla voce mezze delusioni, lo sciapo, nuovo EP dei Pixies ed il dignitoso, ma lontano dai vecchi fasti, Defend Yourself dei Sebadoh.

Push-The-Sky-Away-PACKSHOT3-768x768

SINGER SONGWRITERS

Poche esitazioni, il 2013, sul versante cantautorale, ha dato non poche soddisfazioni. Eletto da più parti (a ragione) disco dell’anno, Push The Sky Away è uno dei migliori Nick Cave degli ultimi tempi. Un disco di ballate straordinarie, intense, toccanti; soprattutto un disco che ci mostra un Cave ancora in movimento, ancora desideroso di cercare strade nuove, fortunatamente lontano dal manierismo che iniziava a far capolino in alcuni dei suoi più recenti lavori. Altro nome capace di mettere d’accordo pubblici anche diversi fra loro, il già citato precedentemente Jonathan Wilson. Vecchio? Prolisso? Può darsi, però anche incredibilmente creativo ed evocativo, il suo Fanfare è un vero tuffo in un verbo rock d’altri tempi, ancora affascinante oggi, grazie soprattutto a grandi canzoni, un suono strabiliante e arrangiamenti sofisticati, serviti inoltre da una band che sa decisamente il fatto suo. Mathew Houck aka Phosphorescent se n’è uscito con quello che è forse il suo miglior lavoro, Muchacho, ottima sintesi di tradizione e modernità, quindi con un occhio al classico ed uno al pubblico independente. Altro grandissimo lavoro è Dream River di Bill Callahan: l’uomo un tempo conosciuto come Smog, è tornato con un disco asciutto ma caldo, fatto di vivide ballate segnate dalla sua inconfondibile personalità e da un’autorevolezza qui al meglio della sua forma. Niente male anche il nuovo Kurt Vile, Wakin On A Pretty Daze, disco fluviale sempre in bilico tra scrittura classica e retaggio indie. Forse giusto solo un po’ monocorde, ma da sentire. Ancora più interessanti mi son sembrati due dischi usciti (forse) sul finire del 2012, ma di cui tutti hanno finito col parlarne nel 2013: Big Inner di Matthew E. White ci ha rivelato tutto il talento di un cantautore con molto da dire e decisamente originale, protagonista tra l’altro di un paio dei più bei momenti live vissuti quest’anno dal sottoscritto; le ballate tormentate di John Murry e del suo The Graceless Age sono uno dei passaggi obbligati di quest’annata, straordinarie per intensità, scrittura e sincerità, la classica situazione in cui la vita vera pare prendere forma sul pentagramma. Ben due i dischi di Mark Lanegan usciti nel 2013, ma mentre il Black Pudding fatto in coppia con Duke Garwood è un disco crudo, disossato e denso di nudo pathos, meno convincente è parso Imitations, secondo disco di covers della sua carriera, purtroppo del tutto privo della potenza di I’ll Take Care Of You e, in più d’un passaggio, piuttosto di maniera e un po’ bolso, quasi come quel jazz da salotto che viene ancora scambiato per musica. Nella migliore delle ipotesi, abbastanza inutile. Il nome è quello di una band, Willard Grant Conspiracy, ma si sa che è quasi interamente sempre stata faccenda del solo Robert Fisher: l’ultimo Ghost Republic è un disco scarno e forse per pochi, però è anche uno di quelli che, se opportunamente sintonizzati su malinconiche frequenze, capace di elargire magia pura. Tutti lo conoscevano quale uno dei più visionari ed originali registi degli ultimi trent’anni: da un po’ di tempo a questa parte, pare però sia diventata l’attività di musicista quella principale per David Lynch. The Big Dream è il suo secondo lavoro, un disco di blues mesmerico e sognante, ovviamente profondamente lynchiano nelle sue conturbanti movenze. Per quello che riguarda le voci femminili, è stata probabilmente Lisa Germano quella che ha allestito il disco più particolare dell’annata, No Elephants, album in cui il suo cantautorato intimo si palesa attraversa un suono minimale e un pizzico di intrigante lateralità. Altro nome che ha avuto un certo eco nel 2013 è stato quello di Julia Holter: il suo Loud City Song se ne sta in bilico tra carnalità e sonorità eteree, tra scampoli di reminiscenze 4AD, pop, qualche inserto cameristico ed un pizzico d’elettronica. Un nome che, per certi versi, potrebbe esserle affiancato è quello di Zola Jesus, il cui passato sperimentale ed underground si riverbera oggi nelle reinterpretazioni ben più pop e “classiche” di Versions. Ma sono altri i dischi da ricordare veramente: il definitivo ritorno a standard altissimi di Josephine Foster con I’m A Dreamer, la brillantezza di Personal Record di Eleanor Friedberger, l’intensa maturità della Laura Marling di Once I Was An Eagle, lo sfavillio di Pushin’ Against The Stone di Valerie June, le ruvidezze di Shannon Wright in In Film Sound, nonché quelle di Scout Niblett in It’s Up To Emma o, per contro, la dolcezza folk-pop delle esordienti Lily And Madeleine.

(PS devo sentire ancora in modo appropriato il nuovo Billy Bragg, di cui ho letto un gran bene; mentre da ciò che ho orecchiato, John Grant non fa proprio per me).

primalcov-1

BANDS

E’ sempre difficile essere categorici, ma la mia Palma di disco dell’anno se la beccano i Primal Scream di More Light, creativi e potenti come non gli capitava da tempo, calati nei nostri tempi tramite testi ultra politicizzati e musicalmente vari ed esaltanti. Un capolavoro! Politicizzati lo sono sempre stati anche gli svedesi The Knife, di ritorno quest’anno con un mastodontico triplo LP di elettronica livida, oscura ed ostica, che solo labili tracce del loro passato pop continua a mantenere. Disco coraggiosissimo, così come a suo modo coraggioso era il loro spettacolo “live”, di cui potete leggere le mie tutt’altro che entusiastiche impressioni qui sul blog. Livido, oscuro ed ostico sono ottimi aggettivi per un altro album amatissimo dell’anno appena trascorso, il visionario The Terror dei Flaming Lips, recentemente ancora nei negozi anche con l’EP Peace Sword, ennesima dimostrazione dell’inarrestabile stato di grazia della formazione americana. Stato di grazia che continuano ad avere anche i Low con The Invisible Way: è il loro disco più sereno, più arioso, in larga parte costruito sul pianoforte, un disco che non smette di perpetrare l’incanto tipico di buona parte della loro produzione. Non sono gli unici veterani ad aver fatto vedere belle cose: non male, anche se a mio parere inferiore alle loro ultime uscite, Change Becomes Us dei Wire, Re-Mit dei Fall, Fade degli Yo La Tengo, Vanishing Point dei Mudhoney e, soprattutto, Tres Cabrones firmato da dei Melvins in grandissima forma. Uno dei dischi più discussi è stato l’ultimo Arcade Fire, Reflektor: chi lo ha valutato quale capolavoro, ha dovuto scontrarsi con quanti l’hanno visto quale ciofeca inenarrabile. Io mi metto nel mezzo, nel senso che lo considero un album discreto, con qualche buona canzone, un paio ottime e un bel po’ di roba di grana un po’ grossa. Ammetto anche, però, di non avergli ancora dedicato la giusta attenzione, prendete quindi queste considerazioni per quello che sono, impressioni più che altro. Grande credito presso la critica hanno avuto pure AM degli Arctic Monkeys e Trouble Will Find Me dei National, due band che apprezzo ma per cui non stravedo. Non sono invece rimasto deluso dall’evoluzione e dai cambiamenti in casa Midlake: è vero, in Antiphon il prog è pericolosamente protagonista, ma l’insieme mi piace parecchio e, anzi, penso sia questo il miglior lavoro della band americana. Bello ed ambizioso anche l’ultimo Okkervil River, The Silver Gymnasium, così come da sentire è anche il disco di cover dei loro cugini Shearwater, Fellow Travellers. Come sempre di grande livello il ritorno dei Califone con Stitches, mentre il poco invidiabile primato di schifezza dell’anno se lo beccano senza esitazione i Pearl Jam: il loro Lightning Bolt non si può proprio sentire! Come sempre, grandi soddisfazioni arrivano dalle bands dedite alla psichedelia: dagli immensi Arbouretum di Coming Out Of The Fog ai Black Angels di Indigo Meadows, dalle molte incarnazioni di Ty Segall (Fuzz in testa) ai soliti ma sempre esaltanti Wooden Shijps, passando poi per Grim Tower, Dead Meadow e White Hills fra le tante cose sentite. Tra i gruppi più o meno nuovi, da non dimenticare New Moon  dei The Men, i debutti delle Savages, dei Rose Windows e degli Strypes, l’ottimo General Dome di Buke And Gase, Threace dei CAVE e il folle Make Memories dei Foot Village. Tra le cose, diciamo così, più sperimentali o comunque meno rock, l’immenso Colin Stetson di New History Warfare Vol.3 – To See More Light, le doppietta Fire!/Fire! Orchestra, (without noticing)/Exit!, All My Relations di Black Pus, i Boards Of Canada di Tomorrow’s Harvest, i Wolf Eyes di No Answer: Lower Floor, i Matmos di The Marriage Of True Minds e i Fuck Buttons di Slow Focus.

massimovolume_aspettandoibarbari-1440x1440px-72-rgb

ITALIANI

Nessun italiano in questa classifica? Eccoli qui! Per il sottoscritto il titolo italiano dell’anno è Aspettando I Barbari dei Massimo Volume, intenso, scuro e potente. Bellissimo come sempre il nuovo Cesare Basile (con un disco omonimo), così come anche Quintale dei Bachi Da Pietra, sorta di svolta “rock” per il duo. Ambiziosissimo, monumentale, straordinario, il nuovo Baustelle, Fantasma. Tra le altre cose da recuperare assolutamente, lo splendido esordio dei Blue Willa, il recente album di Saluti Da Saturno, Post Krieg di Simona Gretchen, Without dei There Will Be Blood, il nuovo Sparkle In Grey e Hazy Lights di Be My Delay.

WATERBOYS

RISTAMPE

Se possibile, escono ancora più ristampe e cofanetti retrospettivi che dischi nuovi. Questa sezione potrebbe pertanto essere la più lunga di tutte. Voglio però limitarmi a citarne solo due, perché sono state quelle per me più importanti e significative dell’annata. Non potrebbero essere più diverse l’una dall’altra e questa è un’altra cosa che mi stuzzica non poco. Inanzitutto il box in sei CD sulle session di Fisherman’s Blues dei Waterboys: Fisherman’s Box è uno scrigno colmo di tesori, un oggetto a cui tornare e ritornare più e più volte, con tanta di quella musica immensa dentro che quasi non ci si crede. A lui affianco la ristampa (rigorosamente in vinile) di ½ Gentlemen/Not Beasts degli Half Japanese, uno dei dischi più rumorosi, grezzi, folli, infantili, per molti versi agghiacciante dell’intera storia del rock. Per farla breve, un capolavoro!

Qui sotto i miei venti dischi dell’anno, in rigoroso ordine alfabetico. E’ tutto, buon 2014!

ARBOURETUM – COMING OUT OF THE FOG

BLACK ANGELS – INDIGO MEADOWS

BILL CALLAHAN – DREAM RIVER

NICK CAVE & THE BAD SEEDS – PUSH THE SKY AWAY

THE FLAMING LIPS – THE TERROR

FUZZ – FUZZ

LISA GERMANO – NO ELEPHANTS

ROY HARPER – MAN AND MYTH

GRANT HART – THE ARGUMENT

THE KNIFE – SHAKING THE HABITUAL

LOW – THE INVISIBLE WAY

MASSIMO VOLUME – ASPETTANDO I BARBARI

MAZZY STAR – SEASONS OF YOUR DAY

MELVINS – TRES CABRONES

JOHN MURRY – THE GRACELESS AGE

MY BLOODY VALENTINE – MBV

PHOSPHORESCENT – MUCHACHO

PRIMAL SCREAM – MORE LIGHT

MATTHEW E. WHITE – BIG INNER

JONATHAN WILSON – FANFARE

BOX SET: THE WATERBOYS – FISHERMAN’S BOX