MIDLAKE live @ Tunnel, Milano – 8 marzo 2014

MIDLAKE

TUNNEL

MILANO

8 MARZO 2014

Tolto il consueto, assai discutibile trattamento che alcuni club milanesi, tra cui il Tunnel, riservano agli spettatori di concerti quando è sabato sera – apertura porte alle 20 ed istantaneo inizio del concerto dell’artista di spalla, in questo caso Israel Nash Gripka, davanti a tre persone tre; fine tassativa del tutto entro le 22.30 o poco più, per poi lasciare spazio alla discoteca – la serata dell’8 marzo per il concerto dei Midlake si è confermato il classico evento da non perdere. Se la qualità superlativa di un disco quale Antiphon aveva già provveduto a testimoniare che la defezione del cantante e chitarrista Tim Smith, colui che fino a ieri era stato considerato il leader della formazione, era stata assorbita e superata ben oltre le più rosee previsioni, rimaneva giusto da testare la qualità dei Midlake 2.0 sul palco. Nessun problema in questo senso: chi c’era ve lo potrà confermare, quello messo in scena sulle assi del Tunnel è stato un concerto di livello superiore e i Midlake rimangono una live band fenomenale. Se Eric Pulido e soci, poi, ancora avevano dei dubbi circa la positiva ricezione di questa nuova fase da parte del pubblico, sicuramente si saranno tranquillizzati, perché raramente ho visto una reazione così entusiastica provenire dalla sala. Pubblico caldissimo quindi, che di certo ha molto colpito la band ed in particolare un Pulido un po’ timido, ma sempre più sciolto e sereno col proseguire dello show. La deriva vagamente neo-prog del repertorio più recente, dal vivo riverbera in un sound potentissimo e magmatico, dove una formazione a sei – che prevede due chitarre, basso, batteria e due tastieristi che aggiungono, a seconda della bisogna, una terza chitarra o il flauto – garantisce lirismo, passione ed infinito calore. Il grosso dei pezzi è venuto ovviamente da Antiphon, anche se non sono mancati diversi episodi provenienti dal repertorio dell’era Smith. Da questo punto di vista, è stato interessante notare come, non sapendolo, nessuna reale cesura fra i due tipi di brani si sarebbe notata. Le vecchie canzoni sono, nella realtà, perfettamente armonizzate con le nuove e il fatto che i sei facciano fluire i pezzi ciascuno dentro quella successivo, crea una unitarietà ed una coerenza sonora che lascia estasiati. Le armonizzazioni vocali, spessissimo a più voci, si mescolano così alla fantasia ed alla potenza della sezione ritmica, nonché all’estatica magia affrescata da chitarre e tastiere. Le radici folk s’intingono in un sound fortemente rock, a tratti addirittura deflagrante e dagli accenti hard. La partenza con le nuove Ages e Provider detta la linea di quello che seguirà, con un primo tuffo nel passato effettuato con le bellissime Rulers, Ruling All Things, Young Bride e We Gathered In Spring, sparate una via l’altra. E si continua così fino alla fine, alternando pezzi vecchi e nuovi, fino al magniloquente ed esaltante finale con una applauditissima Roscoe ed una devastante The Old And The Young. Poi, rimane lo spazio giusto per un bis e, dopo un’ora e mezza di grande musica, la discoteca incombe e fuori ci aspetta una Milano carnevalesca e con venditori di mimose ad ogni angolo della strada.

Lino Brunetti

Setlist Milano

Setlist Milano

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POND “Hobo Rocket”

POND

Hobo Rocket

Modular Recordings/Audioglobe

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Difficile considerare gli australiani Pond un side-project dei Tame Impala, visto che, mentre i primi arrivano con quest’ultimo nientemeno che al quinto album, i secondi ne hanno pubblicato solo due. È però la dura legge dei numeri a regnare; e così, mentre i Tame Impala sono definitivamente sulla buona strada per diventare delle super star, i Pond sono ancora oggi una band di culto, non ancora conosciuta dal grande pubblico, quantomeno qui da noi. Ben due i membri in comune fra le due formazioni, il chitarrista e tastierista Jay Watson ed il batterista Cam Avery, senza dimenticare che il cantante e chitarrista dei Pond, Nick Allbrook, ha fatto parte anche dei Tame Impala, mentre il leader di questi ultimi, Kevin Parker, spesso ha suonato la batteria nei Pond (la band è completata dal chitarrista Joseph Ryan e dal bassista e tastierista Jamie Terry). I punti in comune, musicalmente parlando, fra le due bands, ovviamente non mancano: entrambe fanno ruotare il loro sound attorno ad un concetto il più possibile espanso di psichedelia, anche se poi, da quella base, ognuna prende la propria strada. Il tambureggiare ritmico con cui Hobo Rocket si apre è preludio ad un trip space psichedelico, comune a tutte le sette tracce in scaletta, dove anche elementi prog e glam sono di casa. Le stratificazioni immaginifiche della iper satura Whatever Happened To The Million Head Collide, tra cambi improvvisi e chitarre, tastiere e fiati a mescolarsi, scivolano nella successiva Xan Man, quasi un seventies rhythm & blues, ma come suonato dai Flaming Lips. Una netta influenza quella della band di Wayne Coyne e compagni, specie quelli del periodo The Soft Bulletin, che è facile riscontrare in diversi episodi, vedi la ballata espansa e corale Odarma, o la chiusa epica e caleidoscopica della bella Midnight Mass. Non si può dire che la componente pop non ci sia nella musica dei Pond, però, è altrettanto vero che sono più i suoni che le canzoni a rimanere in mente. Di Alone A Flame A Flower rimangono i riff da potente cavalcata cosmica, di Giant Tortoise le deflagrazioni Motorpsycho incistate su una tavolozza pinkfloydiana, della title-track le derive chitarristiche. Sono trentacinque minuti che non prevedono soste, che gli amanti del moderno suono psichedelico apprezzeranno non poco. Ed intanto, è stato annunciato un altro album in uscita entro fine anno, di cui si sa già il titolo: Man, It Feels Like Space Again. Si attendono nuove notizie dallo spazio, ordunque.

Lino Brunetti

MOTORPSYCHO “STILL LIFE WITH EGGPLANT”

MOTORPSYCHO

Still Life With Eggplant

Stickman

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Bisogna dare ai Motorpsycho quello che è dei Motorpsycho e riconoscerne il valore. Dal 1991, anno in cui pubblicarono Lobotomizer, passando per almeno un capolavoro (Timothy’s Monster) e qualche caduta (The Death Defying Unicorn) fino ai giorni nostri hanno sempre saputo mantenersi ad un livello creativo e compositivo notevole. Sono d’accordo nel dire che spesso si guardano allo specchio e indulgono nell’autocelebrazione, che a volte si dilungano un po’ troppo in jam fini a se stesse, ma ai detrattori posso solo dire che bisognerebbe averne un bel lotto di gruppi che ancora riescono ad essere pulsanti dopo così tanti anni on the road. E poi, quando si mettono in testa di trasporre in musica quello che sanno fanno fare meglio, cioè buttare giù la testa e tuffarsi a bomba nella psichedelia hard degli anni settanta, possono essere veramente imbattibili. Ho già detto che il precedente The Death Defying Unicorn è stato per me una delusione, prolisso sino all’esasperazione, colmo di parti sinfoniche poco centrate e quello che si salvava non era moltissimo. Ma il nuovo disco dei norvegesi è, come spesso ci hanno abituati, ancora una cosa differente. Decisamente breve per i loro standard, 45 minuti per cinque canzoni e l’aggiunta di un secondo chitarrista. Hell, part 1-3 è la loro classica incursione nella storia dello stoner rock visto dal lato più prettamente psichedelico, chitarre che partono sabbathiane, poi condito da coretti al limite del sixtie pop, commistioni con il prog, ma anche robuste sezioni strumentali che dal vivo spesso si trasformano in incendiari momenti di puro hard rock psichedelico. August è la loro particolarissima rivisitazione di un brano dei Love. Barleycorn è invece molto più progressiva in senso stretto, prendete i Genesis dei primi album (si si, è così) e iniettate massicce dosi intramuscolari di proteine heavy rock, che lasciano partire emboli psichedelici in ogni parte del corpo della canzone. Ratcatcher invece è il loro caratteristico monolite: diciassette minuti che sanno fondere psichedelia sixties alla Grateful Dead e decise incursioni nell’hard hendrixiano. Un’altro brano che va ad aggiungersi alla lunga lista di quelli che dal vivo sanno fare faville. La ballata semi-folk The Afterglow chiude delicatamente un album che segna il loro ritorno su territori più concisi, concreti e meno estemporanei. Questo è esattamente quello che si aspetta di trovare quando esce un nuovo album dei Motorpsycho e bastano pochi ascolti per far proprie queste nuove canzoni aggiungendole alla lunga lista di quelle che fanno parte della loro storia, confondendosi, mischiandosi, sovrapponendosi. Fate un gioco, una prova: andate ad estrapolare a caso un brano per ogni disco pubblicato ad oggi dalla band norvegese e avreste una compilation con la stessa vivacità mostrata da ogni singolo disco, anche in questo senso la loro è una jam totale e i continui sold-out ai loro concerti lo confermano appieno.

Daniele Ghiro

ZEUS! “Opera”

ZEUS!

Opera

TannenOffset-Santeria-Three One G/Audioglobe-Rough Trade

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A poco più di due anni dall’omonimo esordio, tornano in azione gli ZEUS!, il duo composto dal bassista Luca Cavina (Calibro 35, Craxi, Incident On South Street) e dal batterista Paolo Mongardi (ex Jennifer Gentle, ora anche in Ronin, Fuzz Orchestra, FulKanelli ed al servizio di molti altri). Sono stati due anni intensi questi per i due, due anni passati a calcare palchi e a continuare a fare musica. Due anni che gli hanno permesso di far conoscere il loro nome anche fuori dai confini italiani, tanto che questo nuovo album, oltre che in Italia ed in Europa, sbarcherà pure negli Stati Uniti grazie alla Three One G di Justin Pearson (Locust, Swing Kids, Retox) ed alla distribuzione da parte di Rough Trade. In Opera, la cifra stilistica del duo non cambia rispetto all’esordio, procedendo piuttosto ad un più lucido affinamento. Nelle undici tracce qui contenute, il basso elettrico di Cavina trafigge coi suoi riff ed i suoi fraseggi metallici, mentre Mongardi dimostra ancora una volta di essere un batterista dalla potenza matematica. In bilico tra hardcore punk, metal e prog, i loro pezzi si stendono compressi ed intricati, violenti ed inarrestabili come Panzer, ma a loro modo raffinati per come sono costruiti in sezioni tutt’altro che semplici o figlie soltanto dell’aggressività. In qualche pezzo Cavina fa filtrare in filigrana la sua voce, che è più un urlo tra gli strumenti, in qualcuno appare un filo di tastiera, il theremin di Vincenzo Vasi o qualche noise ad opera di Nicola Ratti. In Sick And Destroy, il citato Justin Pearson dà sfogo ad una viscerale performance vocale, mentre memorabili sono i titoli di molti dei brani, vedi Lucy In The Sky With King Diamond, La Morte Young, Giorgio Gaslini Is Our Tom Araya, Bach To The Future o Blast But Not Liszt. E’ un disco, questo, che piacerà molto a tutti gli appassionati di musica estrema, a quelli che non hanno mai smesso di seguire tutto quanto sta tra gli Hella e le cose più potenti di John Zorn o Mike Patton. Bella anche la confezione e l’artwork curato da Mongardi e Carlotta Morelli, con gli insetti sul retro che, visto il titolo del disco, non possono che far venire in mente l’Opera di Dario Argento. Produzione, registrazione e missaggio di Tommaso Colliva, mastering dell’espertissimo James Plotkin.

Lino Brunetti

EDIBLE WOMAN “Nation”

EDIBLE WOMAN

Nation

Santeria/Audioglobe

 

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A tre anni di distanza dal precedente lavoro, i marchigiani EDIBLE WOMAN, tornano con il loro quarto disco, ancora una volta prodotto da Mattia Coletti e registrato praticamente in presa diretta. Di tutti i loro album, questo è probabilmente il più ambizioso ed il più lucido nel propugnare una forma canzone complessa ed originale, ormai ben oltre le radici post-punk evidenti all’inizio di carriera. Lo dimostra subito una canzone tra pop e post-rock come Heavy Skull e ancora di più l’andamento ben poco lineare, con organo, chitarre e ritmi ad intrecciarsi sapidamente con la voce, di un pezzo art-rock come Safe And Sound. Anche i pezzi che seguono proseguono lungo questo tracciato: vedi il piglio chitarristico wave di Psychic Surgery, l’incalzare allucinato della pianistica A Hate Supreme, il feeling prog di una lunga e vibrante Cancer. Un mood progressive, forse pure troppo, è riscontrabile anche in Money For Gold, mentre Nation ha un tocco più stilizzato ed inquieto, con un battito minimale ed una chitarra dai risvolti quasi blues, sotto un cantato Joy Division. Tutto ad altissimi livelli il finale di programma: Call Of The West/Black Merda è magistralmente ipnotica e visionaria, con una coda chitarristica pregnante, The Action Whirlpool è una ballata psichedelica, graziata da l’innesto di una tromba, subito bissata da un’altra psych-ballad, quasi a là Flaming Lips, come Will. Davvero un’ottima prova per gli Edible Woman, questa.

 Lino Brunetti

SUFJAN STEVENS “Silver & Gold”

SUFJAN STEVENS

Silver & Gold

Asthmatic Kitty/Goodfellas – Box Set 5CD

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E così Sufjan Stevens l’ha fatto ancora! Ricorderete senz’altro il cofanetto del 2006, Songs For Christmas, opera in cui raccoglieva tutti gli EP a tema natalizio, da lui realizzati per essere diffusi fra amici e parenti. Era una bizzaria già all’epoca, visto che la cartella stampa ci rendeva edotti circa l’avversione profonda di Sufjan per i suddetti motivi. Ma il cantautore del Michigan è un tipo ben strano ed imprevedibile, ormai lo sappiamo, e quella tradizione non l’ha di certo interrotta, tanto che oggi vengono raccolti in questo sontuoso Silver & Gold, i cinque volumi successivi, quelli presumibilmente effettuati tra il 2007 ed il 2011. Si tratta di 5 EP – Gloria, I Am Santa’s Helper, Christmas Infinity Voyage, Let It Snow e Christmas Unicorn – per quasi tre ore di musica che coprono all’incirca l’intero range espressivo di Stevens, da quello folk a quello rock, da quello barocco a quello lo-fi minimale, da quello orchestrale a quello capace di flirtare con l’elettronica (quest’ultima cosa particolarmente evidente nei pezzi di Christmas Infinity Voyage, il capitolo più strano ma anche quello meno convincente). Il repertorio non potrebbe essere più vario, includendo sia traditional conosciuti praticamente da tutti (Silent Night, Jingle Bells) che pezzi più o meno celebri dei più disparati autori (per dirne uno di quelli famosi, Santa Claus Is Coming To Town, in una versione stupenda), oltre ovviamente ad una marea di pezzi autografi e perfino una sua versione dell’Ave Maria di Shubert, attribuita inoltre a God Himself! In totale sono cinquantotto canzoni che vi allieteranno il Natale come non mai e che, ancora una volta, mostrano tutto il talento di uno dei più grandi songwriter della sua generazione. E’ infatti impossibile non sciogliersi di fronte a queste piccole carole, a questi bozzetti d’infinita dolcezza, a canzoni che riescono ad avvolgere con l’impagabile calore di una melodia, di un coro di voci o di una musicalità sempre memorabile. Ho fatto scorrere queste canzoni lungo un intero pomeriggio e la loro serena forza positiva mi è come entrata dentro, inducendomi quasi ad attendere il Natale con gioia e commozione. Numerosi gli ospiti ed i collaboratori, da Aaron e Bryce Dessner dei National a Richard Reed Perry degli Arcade Fire, passando per Sebastian Krueger degli Inlets, fino a diversi membri della famiglia Danielson. Essendo, basilarmente, un perfetto regalo di Natale, anche i gadgets non mancano: nel box troverete un bel libretto con note, testi e accordi delle canzoni, adesivi natalizi, tatuaggi temporanei, un poster, dei disegni psichedelici e via discorrendo. Che altro aggiungere? Sia pur con un po’ d’anticipo, tanti auguri a tutti!

Lino Brunetti

PS per attenuare un po’ il serpeggiante buonismo del post qui sopra, uno dei video che vi metto qua sotto, oltre a rendere evidente l’ironia che il buon Sufjan mette in questi suoi dischi, propone un bel Natale… horror!!

RUSH “Clockwork Angels”

RUSH

Clockwork Angels

Roadrunner

Inutile stare qui a raccontare la storia dei Rush. Se non li conoscete vi siete persi un piccolo pezzo di storia, altrimenti saprete già tutto. Altrettanto inutile decantare le strabilianti doti tecniche dei tre, che presi singolarmente, Geddy Lee basso, Alex Lifeson chitarra e Neil Peart, batteria, potrebbero benissimo entrare tra i top ten di sempre dei singoli strumenti. Quello che conta è sapere se i canadesi hanno ancora senso, se hanno ancora forza, se un loro nuovo disco può essere nel 2012 (mancano “solo” cento anni al 2112) ancora accettato. Beh, dopo Vapor Trails, appena decente, e Snake and Arrows, mediocre, la risposta è sì, perche i tre hanno deciso di ritornare la polveriera infuocata che fu, con i distinguo del caso, ci mancherebbe, ma comunque ancora in pista e decisamente pimpanti. Addirittura la potenza che immettono in questo nuovo lavoro è addirittura eccessiva in alcune occasioni, quasi a voler rimarcare ossessivamente che non sono dei vecchi rammolliti. Clockwork Angels è un concept, e fin qui ci stà, dalla storia complicata e fantasiosa fatta di alchimisti, ladri, orologiai implacabili, e qui ci sta un po’ meno, ma i testi di Peart riescono comunque a sorprendere e probabilmente pubblicherà addirittura un libro su questo argomento. Caravan apre le danze e il primo sussulto è servito perché l’inizio è molto simile alla suite di 2112, chitarre e atmosfere sono vecchio stile ma gli squarci melodici sono figli dei loro dischi degli anni novanta. BU2B ha un durissimo riff di chitarra e Geddy Lee incornicia armonie vocali di vecchia data. Che tutto l’armamentario sonico qui presente sia prodotto da un trio sembra incredibile, e non è che la versione in studio sia diversa da quella live, perché se li avete visti dal vivo sarete sicuramente rimasti a bocca aperta nel sentire uscire questà enorme quantità di suoni esplodere dagli amplificatori. Canzoni figlie dei loro dischi di tarda carriera (Roll The Bones, Presto) stanno nel bel mezzo del guado tra pesantezza e melodia, così sono abilmente costruite The Garden, lenta ma non troppo, The Wreckers e Carnies. Poi si dà ampio spazio a quegli anthem hard rock secchi e taglienti che spesso popolavano i loro primi lavori: The Anarchist è indiavolata, Wish Them Well è più standard ma esaltante nella progressione. Halo Effects ricorda per costruzione l’indimenticabile Closer To The Heart, ma nel computo generale del disco, e sono le canzoni che lo rendono decisamente più appetibile degli ultimi loro, ce ne sono almeno tre che hanno una marcia in più. Clockwork Angel si dipana su parti tranquille contrapposte ad altre più dure, il ritornello risulta un po’ forzato, quello sì, ma la sezione ritmica impressionante e un assolo di Lifeson che si tuffa nel blues sono accattivanti. Seven Cities Of Gold ha un giro di basso iniziale che è uno spettacolo e Lee in questo è un maestro, una chitarra liquida che deborda in un riff alla Tom Morello, e questi sono i Rush che non si sentivano da molto tempo, mentre Lifeson ancora imperversa. Headlong Flight è la più bella, ricorda da vicino Freewill e le atmosfere di Permanent Waves, violenta e ben costruita, dallo spaziale drum kit di Peart provengono un’infinità di suoni e la chitarra di Lifeson è semplicemente devastante, un vero mago del suono. Quindi, dopo aver fatto qualche somma, Clockwork Angels passa a pieni voti la prova del tempo, restituendoci anche in studio un gruppo che ancora riesce a mettere insieme i cocci del proprio passato con dignità, dal vivo non l’hanno certo mai persa ed ora sono pronti a mettere ancora sotto scacco i propri fans con il prossimo tour.

Daniele Ghiro