ROBERT WYATT “His Greatest Misses”

ROBERT WYATT
HIS GREATEST MISSES

Domino Recordings LP

Difficile che una singola selezione di brani possa essere considerata rappresentativa di una personalità complessa e di un percorso artistico articolato quanto quelli di Robert Wyatt, ma in questo senso His Greatest Misses è probabilmente la migliore e non di meno una delle tante possibili o almeno la più esauriente introduzione all’opera che riguarda la carriera solista dell’iconico cantautore inglese.

Pubblicata nel 2004 esclusivamente per il mercato giapponese oggi viene ristampata in un doppio vinile che raccoglie 17 tracce estratte dal catalogo dell’artista, documentando il periodo che va da Rock Bottom del ’74 fino a Cockooland del 2003. Assecondando il carattere eccentrico del personaggio, la collezione si intitola Le Sue Più Grandi Sconfitte, prendendo spunto dal fatto che Robert Wyatt non è mai stato un artista da successi in classifica, anche se é evidente che molte di queste canzoni farebbero la differenza nel repertorio di qualsiasi musicista e avrebbero meritato tutt’altra attenzione da parte del grande pubblico.

Del resto Wyatt è una delle voci più sensibili del cantautorato britannico e la sua musica è una complessa combinazione di rock canterburiano, pop, folk, jazz e avanguardia che sfugge qualsiasi classificazione commerciale come testimoniano l’immensa Sea Song, una canzone che da sola dovrebbe valere la gloria al suo autore anche se non avesse composto altro o la stupenda Shipbuilding, scritta per lui da Elvis Costello e interpretata come nessun altro saprebbe.

Non ci sono inediti, ma le rarità e le curiosità non mancano, tra queste la versione di I’m A Believer di Neil Diamond inclusa in un singolo di inizio carriera o i 52 secondi di stranianti vocalizzi di Muddy Mouse (b), in ordine sparso gran parte del resto è prossimo al capolavoro a partire da Free Will And Testament, una magnifica ballata dall’aura folk rock presa da Shleep del ’97, passando per la progressiva Little Red Robin Hood Hit The Road da Rock Bottom, per il jazz rock canterburiano di Solar Flares, per l’esotismo di Arauco e della percussiva Alien, fino all’elegante duetto swing con Karen Mantler di una struggente Mister E da Cuckooland.

Perfetta introduzione per il neofita al meraviglioso mondo di Robert Wyatt, per tutti gli altri His Greatest Misses è l’occasione per riscoprire alcuni classici di uno degli autori più influenti e rispettati dell’intero rock britannico, specialmente in un momento in cui sembra aver purtroppo rallentato la produzione.

Luca Salmini

ANE BRUN “After The Great Storm” + “How Beauty Holds The Hand Of Sorrow”

ANE BRUN
AFTER THE GREAT STORM
HOW BEAUTY HOLDS THE HAND OF SORROW
Baloon Ranger Recordings

Ane Brun è una cantautrice norvegese, ormai da moltissimo tempo residente in Svezia. Di buona fama sia nel paese d’origine che in quello adottivo, dalle nostre parti è nota giusto agli appassionati di cantautorato al femminile e questo nonostante, coi due qui recensiti, arrivi ad almeno nove album in studio, a cui vanno aggiunti live, EP e altre cose collaterali. Sebbene negli ultimi anni sia rimasta attiva e abbia continuato a pubblicare opere a suo nome, in realtà era dal 2015 che non pubblicava un nuovo album di inediti. La morte del padre, nel 2016, è stato uno shock anche superiore a quello che avrebbe potuto immaginare, tanto da inibire la sua scrittura, solitamente il mezzo da lei usato catarticamente per superare qualsiasi trauma o per sublimare le emozioni. Questo fino all’anno scorso, periodo in cui ha ricominciato a scrivere, tanto da arrivare a pubblicare oggi addirittura due album, inizialmente pensati per essere un doppio, ma poi separati per via del loro diverso carattere, più estroverso e ardito il primo, decisamente più raccolto e introspettivo il secondo.

After The Great Storm è un disco di cantautorato pop moderno, piuttosto lontano dalla Ane Brun più classica, quella armata di chitarra acustica dei primi tempi. Qui si mette in mostra un certo amore per il moderno soul/R&B contemporaneo, accolto tra le maglie del proprio songwriting in pezzi come Honey o We Need A Mother, brani in cui la fanno da padrone beat elettronici e tastiere, così come avviene anche in altre parti del disco, vedi il pulsare dei sequencer in Take Hold On Me, il ritmo hip hop a là Streets Of Philadelphia di Don’t Run And Hide, il groove incalzante di The Waiting. Non che qui ci si scrolli del tutto di dosso la malinconia, perché a un bel pezzo pop come Crumbs, rispondono ballate orchestrali come After The Great Storm o Fingerprints. Il tutto è buono, ma alcuni lo potrebbero trovare fin troppo mainstream e, un po’ paradossalmente, non sempre del tutto coinvolgente.

Per il sottoscritto meglio, diciamo almeno una mezza stella in più, How Beauty Holds The Hand Of Sorrow (c’è da dire che entrambi i titoli sono parecchio evocativi), disco decisamente più in linea con la Ane Brun che forse conoscete, più malinconico e cantautorale, ma anche più libero di far fluire i sentimenti senza filtri e in maniera più autentica e toccante. Vi basterà del resto sentire la versione che c’è qui dentro di Don’t Run And Hide, l’unica canzone in comune fra i due dischi, a cui bastano la voce e il piano per raggiungere il cuore. Sono canzoni queste che si spostano dai club alla solitudine di una stanza dalle luci fioche e le finestre rigate dalla pioggia. Il pianoforte domina brani toccanti, intensi e tristissimi quali Last Breath e Closer, la prima anche spolverata dagli archi. Il tono generale è quello della canzone d’autore, magari ingentilita da una bella melodia (Song For Thrill And Tom) o permeata da una limpidezza abbagliante, quasi a là Joni Mitchell (una Meet You At The Delta per voce, acustica e qualche nota di piano). Qui ovviamente le ballate la fanno da padrona: vale per le più arrangiate Trust e Gentle Wind Of Gratitude, così come per l’ipnotica, bellissima Breaking The Surface o l’accorata Lose My Way (con un featuring di Dustin O’Halloran). Sul primo decidete voi, ma quest’ultimo disco io vi consiglio d’ascoltarlo.

Lino Brunetti

VICTOR HERRERO “Hermana”

VICTOR HERRERO
HERMANA
El Volcàn Music

“...Una grandiosa miscela di folk spagnolo e esplorazioni psichedeliche…magari difficile da descrivere…ma semplicemente straordinaria...”: in genere è questo il tenore dei commenti che la musica di Victor Herrero suscita tra gli addetti ai lavori come il chitarrista Buck Curran e del resto basta ascoltare i suoi preziosi accompagnamenti nei dischi della cantautrice americana Josephine Foster, il suo lavoro nell’album Canzoni della Cupa di Vinicio Capossela o l’esotica meraviglia di un disco come il nuovo Hermana per intuire quali siano le ragioni di tanto entusiasmo.

Se lo si chiedesse a lui, Victor Herrero direbbe magari che le sue fonti d’ispirazione sono le canzoni di protesta di Violeta Parra e Victor Jara, ma c’è anche chi nella sua musica riesce a fantasticare di suggestioni con l’arte di Leonard Cohen, Robbie Basho o Fred Neil e nonostante lo sforzo d’immaginazione, almeno per quanto riguarda Hermana potrebbe effettivamente essere il disco che i suddetti personaggi sarebbero stati in grado di realizzare se solo fossero nati a Toledo in Spagna, avessero studiato musica classica e canto gregoriano in un monastero nei dintorni di Madrid e infine avessero suonato una chitarra spagnola con la stessa sensibiltà di Victor Herrero.

Basico e asciutto come un capolavoro della scuola dei cosiddetti primitivisti, Hermana è una sentita ode alla femminilità per sola voce e chitarra: una raccolta di sognanti ballate e affascinanti componimenti strumentali tracciati con cura nella polvere delle tradizioni popolari della cultura latina, che si tratti di dolci nenie che ondeggiano tra la malizia e la malinconia di una bossa nova come l’incantevole Plancie De Canto, di tenorili serenate come La Mancha, di deliziose combinazioni di note speziate dai sapori piccanti del Messico come Cucharita, di intense parabole folk che potrebbero stare in un qualsiasi disco di un cantautore dell’area mediterranea come Anil, di evocativi solismi strumentali come la virtuosistica Valentina o di desertiche scenografie dall’aura vagamente western come la splendida Barcarola.

La magia che riempie un disco come Hermana ha tutta l’aria di essere frutto di quel sentire che molti chiamano blues, anche se magari Victor Herrero preferirebbe definirlo duende, per avere un’idea di cosa si intenda basta ascoltare la meraviglia di queste canzoni sospese tra la polverosa risonanza della canzone popolare, l’eleganza colta della musica classica e l’immenso estro di un solista mai così ispirato.

Luca Salmini

GORDI “Our Two Skins”

GORDI
OUR TWO SKINS
Jagjaguwar

In misura diversa il flagello della pandemia ha sconvolto la vita di tutti, compresa quella della giovane cantautrice australiana Sophie Payten in arte Gordi, che, avendo da poco conseguito il dottorato in medicina, si è sentita in dovere di indossare il camice e presentarsi in corsia per fronteggiare l’emergenza, mettendo da parte le aspirazioni di carriera e le aspettative per il suo secondo disco in uscita.

Per quanto imprevista possa essere stata la scelta, se non altro Gordi deve essere arrivata preparata al periodo di quarantena, visto che le registrazioni del nuovo album Our Two Skins si sono svolte nell’isolamento di una casetta nei pressi di un impianto di tosatura a Canowindra, una cittadina sperduta del Nuovo Galles del Sud in Australia, dove l’artista insieme ai collaboratori Chris Messina e Zach Hanson ha concepito le tracce per il disco all’insegna della più assoluta austerità, come spiega nelle note stampa: “...l’idea era di tagliarci fuori da qualsiasi cosa, inclusa la possibilità di fare delle scelte, e sforzarci di creare del materiale in maniera molto più minimale…”.

Un metodo che fa venire in mente il processo con cui Bon Iver aveva realizzato l’incantevole esordio For Emma, Forever Ago, non solo perché i tre hanno effettivamente collaborato con Justin Vernon, ma anche perché la magia di quel lavoro sembra in qualche modo aver ispirato le atmosfere rarefatte e sospese di Our Two Skins. Magari si tratta solo del tipo di canzoni che prendono forma da un periodo in cui ci si ritrova a riflettere sul significato della propria esistenza e del proprio ruolo nel mondo come è capitato a entrambe, ma in ogni caso Our Two Skins combina filigrane folk, melodie pop, aerei sfondi d’elettronica e un vago senso di solitudine e malinconia come accadeva in For Emma, Forever Ago, tenendo fede al presupposto minimalista determinato dalla situazione da casa nel bosco in cui è stato realizzato.

Interpretate da una voce calda e affascinante, capace di passare da sussurri intimi e confidenziali a toni tenorili che ricordano vagamente Toni Childs, quelle che riempiono Our Two Skins sono per lo più umbratili ballate dai colori pastello e dai contorni lo-fi come l’intensa Aeroplane Bathroom, la pianistica Radiator, la boniveriana Free Association, l’evocativa folktronica della corale Extraordinary Life o la struggente Look Like You, anche se non mancano momenti liberatori in cui echeggiano le chitarre elettriche e in cui spicca una brillante vena pop come accade in Unready e Sandwiches. Visto quanto si ascolta in Our Two Skins, ci si augura che l’emergenza medica termini rapidamente, non solo per la salute di tutti, ma perché Gordi possa tornare presto a far sentire la propria voce: sarebbe un peccato essere costretti a sentirla cantare solo da un balcone.

Luca Salmini

SEABUCKTHORN “Through A Vulnerable Occur”

SEABUCKTHORN
Through A Vulnerable Occur
IKKI Records

A giudicare dai termini con con cui viene presentata la fotografa di Melbourne Sophie Gabrielle – “...i suoi lavori sono un’esplorazione del mondo del non visto, attraverso ottiche, reazioni chimiche e il processo investigativo usato per fotografare qualcosa di invisibile a occhio nudo…” – è facile intuire come sia scaturita la collaborazione con il chitarrista inglese Andy Cartwright in arte Seabuckthorn, dato che la sua musica mistica e astratta pare applicare ai suoni i principi della ricerca per immagini effettuata dall’artista australiana.

Il progetto consiste nella pubblicazione di un libro e di un disco dal titolo Through A Vulnerable Occur, entità fisicamente distinte e idealmente interdipendenti, che insieme costituisco un’opera d’arte particolarmente suggestiva. Del resto i dischi di Cartwright hanno sempre avuto potenzialità da colonna sonora e che si tratti di insonorizzare le fantasie dell’ascoltatore o le più concrete immagini della Gabrielle, i presupposti di Through A Vulnerable Occur sono quelli di un aereo e pittorico affresco in chiaroscuro in stretta corrispondenza con il bianco e nero degli scatti.

Non ci sono dubbi che, parafrasando quanto accennato riguardo la fotografa, la musica di Seabuckthorn rappresenti un’esplorazione del mondo del non sentito attraverso chitarre elettriche, acustiche e slide, saz (un liuto di origini turche), charango ed effetti, frutto di un’attitudine che qualche tempo fa l’autore definì “...an open mind to the guitar…”. Qualunque cosa intendesse ha davvero poco a che vedere con strofe e ritornelli, cambi di accordi, sequenze di note o quanto di solito può far venire in mente i gesti di un chitarrista, perchè Through A Vulnerable Occur suona “altro” e straniante come gli esperimenti di un iconoclasta quale Loren Connors o almeno è quello che viene in mente quando si ascoltano atmosferiche partiture ambientali quali la lunare Toward The Warmth e l’astrale titletrack, in cui tuba il clarinetto di Gareth Davis, l’insistito arpeggio di una sinistra While There By The Woods, le interferenze aliene di And Bickers Into Colour, i lampi elettrici di Which Is Hid, l’astratto fingerpicking di Other Other, sinfonie minimaliste come Copper & Indigo o ipnotici mantra come Sunken Room.

Magnetico e affascinante, Through A Vulnerable Occur è un disco visionario e spettrale come fosse stato concepito nel corso di una lunga seduta di meditazione più che di una qualsiasi session di registrazione. 

Luca Salmini

TIEDBELLY & MORTANGA “Old Joe Gravy & Three More Songs”

TIEDBELLY & MORTANGA
Old Joe Gravy & Three More Songs
Bandcamp

Chiusi in casa per gli effetti della pandemia, sono tanti i musicisti che hanno provato a far sentire la propria voce o a sentirsi vivi nonostante l’isolamento della quarantena: c’era chi cantava dal balcone, chi impartiva lezioni di chitarra dalla cucina, chi improvvisava concerti in salotto e chi come il duo blues Tiedbelly & Mortanga, metteva a fuoco il materiale per un disco, un EP per essere precisi, dall’ispiratissimo titolo Old Joe Gravy & Three More Songs.

Del resto in un periodo in cui angosce, paure e incertezze sono all’ordine del giorno, c’è sempre una buona ragione per del blues, una musica che accompagna i momenti bui e difficili della vita e dell’umanità fin da quando Skip James cantava Hard Time Killin’ Floor o Robert Johnson Hellhound On My Trail. È a quegli spettri, a quell’immaginario e all’effetto che fanno quelle note scolpite nella storia della musica che si ispira il duo romano, anche se le chitarre di Tiedbelly e i tamburi di Morganta ne combinano lo spirito con l’elettricità e la rivoluzione del garage rock, dando vita a un crudo e febbrile rifferama che fa venire in mente una folle serata in un jukejoint del Mississippi più che “la dolce vita” di Trastevere.

Disponibile in formato digitale per l’ascolto o il download dalla loro pagina Bandcamp, Old Joe Gravy & Three More Songs comincia dal punto in cui si era interrotto Satan Built A House, l’esordio lungo dello scorso anno, lustrando a dovere le lapidi di Blind Lemon Jefferson, Charly Patton o Leadbelly con quattro rauche parabole ispirate al loro vangelo e trattate con tutta la furia del punk, a partire dal boogie apocalittico di Old Joe Gravy, passando per l’adrenalinico urlo rock’n’roll dell’esplosiva Honey Honey, per il selvatico rollio hillbilly di una anfetaminica Call Me Ray, fino alle ipnotiche cadenze blues di The Chain.

Magari non inventano nulla Tiedbelly & Mortanga, ma è probabile che siano i primi a rendersene conto e che nemmeno ne avessero le intenzioni quando provavano a sconfiggere la noia della quarantena con un pugno di nuove registrazioni, ma l’anima e il sangue che buttano in queste canzoni e il temperamento feroce con cui le interpretano, fanno in modo che Old Joe Gravy & Three More Songs suoni autentico e sincero come fosse appena esalato da un sobborgo di Detroit o dalle paludi del profondo Delta (che si tratti di quello del Mississippi o di quello del Tevere ha davvero poca importanza). 

Luca Salmini

MEGANOIDI “Mescla”

MEGANOIDI
MESCLA

LIBELLULA

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È uscito il 6 marzo scorso il nuovo disco dei genovesi Meganoidi, formazione partita dallo ska punk, ma col tempo attestatasi nell’alveo di un alternative rock melodicamente pop. Nell’anno in cui festeggiano i vent’anni di attività, Mescla consolida il loro fare musica con dieci nuove canzoni frizzanti e chitarristiche, spesso caratterizzate da una base funky, come evidenziato da pezzi come Condizione Non Indugio, o da trame chitarristiche che ben si sposano alle melodie tratteggiate da una voce sempre in primo piano nel mix.

Personalmente, però, penso che il meglio lo diano non tanto nei brani più uptempo come la title-track o l’iniziale Ora È Calmo Il Mare, facilmente memorizzabili, ma non così originali da essere anche memorabili (e scusate il bisticcio di parole), quanto più nei brani un po’ più lenti, vedi la bella 1982, la dinamica ballata rock Esercito In TV e soprattutto quella Persone Nuove, nella quale ben s’infila la tromba di Luca Guercio, che proprio oggi viene pubblicata come secondo singolo tratto dall’album e che nelle parole della stessa band vuole raccontare esattamente ciò che stiamo vivendo in questo momento: l’isolamento, le distanze, la riflessione, ciò che eravamo e ciò che, se lo vogliamo, potremo essere.

Sia pur scritta un anno fa, la band oggi vede la canzone come un pezzo in grado di essere una buona colonna sonora di queste giornate difficili e a noi piace appoggiare questa suggestione, specie dopo aver visto il mini video realizzato con l’aiuto dei fan in lockdown (lo potete vedere sulla pagina Facebook della band qui). Persone Nuove ve la facciamo  sentire qui sotto e vi segnaliamo pure il loro progetto Fotografie d’ascoltare, realizzato assieme alla fotografa Elisa Casanova, in cui ogni foto da lei realizzata per questa serie sarà accompagnata da un verso di una canzone dei Meganoidi.

Lino Brunetti

MARCO DENTI “Forze Speciali”

MARCO DENTI
FORZE SPECIALI
Fragile Libri

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Non è il suo primo libro, ma Forze Speciali è probabilmente quello in cui Marco Denti combina l’amore per la letteratura e la passione per la musica con maggior lirismo e brillantezza: del resto basta scorrere una delle tante recensioni, dei tanti articoli o interviste che ha stilato negli anni sulle pagine di diverse riviste specializzate, non ultima la mainstreet a cui fa capo questo blog, per intuire quanto Marco sapesse padroneggiare acume critico e eccellenti qualità da romanziere (attualmente si possono apprezzare le sue critiche letterarie nella sezione libri del sito Rootshighway).

Forze Speciali è un’opera di fantasia ambientata nell’attualità di un conflitto che sconvolge la vita di una metropoli europea: uno scenario apocalittico a cui ci hanno abituato tante drammatiche cronache dal Medio Oriente e dove l’ultima cosa che possa venire in mente è l’organizzazione di un concerto di Bob Dylan. La trama è quindi quella di un romanzo d’azione con il colonnello Blind, veterano appassionato di Delta blues, come protagonista principale, ma a renderla diversa da quella di qualsiasi altro libro di genere sono i tanti contenuti musicali che danno l’impressione che Forze Speciali possa essere la fantasiosa combinazione tra un volume di Fredrick Forsyth e un saggio di Peter Guralnick.

Marco racconta di armi, mezzi, tattiche e regolamenti con perizia e linguaggio da esperto militare, costruendo una storia drammatica e avvincente a cui la musica fa da sfondo attraverso versi di canzoni, citazioni, titoli e nomi di artisti che danno un’identità ai personaggi e alla sua prosa. Di sicuro la scrittura ha il ritmo e la potenza del rock’n’roll: spesso incalzante, a volte forsennata, altre volte malinconica e perfino romantica con dialoghi serrati e una serie di frasi primarie che paiono raffiche di mitra o scariche di tamburi. Nell’intreccio dell’azione si delinea un particolare ritratto di Bob Dylan e della sua musica, eletto a icona, metafora e presenza spirituale nel contesto del libro come nella realtà. In proposito sono davvero d’effetto le pagine cinematografiche che raccontano del concerto, in cui con poche frasi Denti inquadra emozioni, energie, sensazioni e atmosfere che trasformano la cronaca in esperienza.

Le oltre 300 pagine di Forze Speciali si leggono tutte d’un fiato come fossero quelle di un thriller, anche se non rappresentano una celebrazione dell’eroismo, ma piuttosto una malcelata denuncia dell’assurdità e della cieca crudeltà di qualsiasi guerra e dei suoi meccanismi: una tesi che per quanto non smetta mai di essere d’attualità, può sembrare quasi banale, ma che Marco Denti elabora e argomenta con ingegno, passione e in maniera mai banale.

Luca Salmini

A.A.V.V. “Ten Years Gone: A Tribute To Jack Rose”

A.A.V.V.
TEN YEARS GONE: A TRIBUTE TO JACK ROSE
Obsolete Recordings/ Tompkins Square Records

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Il 5 dicembre del 2009 furono in molti a piangere la morte del chitarrista Jack Rose, forse uno degli artisti più talentuosi e influenti emersi dall’underground weird folk del nuovo millennio, tra questi ci sono la cantautrice Meg Baird che “…pensa alla musica in termini di “prima” e “dopo” la scomparsa di Jack…”; Ben Chasny dei Six Organs Of Admittance che è convinto che sia “...difficile descrivere il suo modo di suonare senza cadere nell’iperbole…” o Steve Gunn che ritiene ci fosse “...qualcosa di estremamente potente e drammatico nel suo modo di suonare…”; ma nessuno deve sentirne la mancanza quanto il chitarrista Buck Curran, che per celebrare l’anniversario dei dieci anni dalla morte si spende con un tributo in suo onore intitolato appunto Ten Years Gone: A Tribute To Jack Rose.

Con competenza da addetto ai lavori (due ottimi tributi in memoria di Robbie Basho da lui curati: We Are All One, In The Sun del 2010 e Basket Full Of Dragons del 2016) e in ricordo del rapporto di amicizia che lo legava a Rose, Curran mette insieme 14 brani originali eseguiti da altrettanti musicisti, non solo chitarristi, selezionati con cura tra quanti gli furono vicini e tra quanti invece se ne sentono in qualche modo influenzati.

La scelta non prevede ovviamente alcun nome celebre, ma tante figure di culto che girano attorno al mondo dei solisti della chitarra acustica e oltre a rappresentare un’eccellente panoramica sull’attuale stato dell’arte dello strumento, riesce a cogliere le molteplici sfumature della musica di Jack Rose, a partire dalla passione per la tradizione old-time con la selvatica The Other Side Of Catawba del violinista Mike Gangloff, qui probabilmente la persona più vicina a Rose, visto che suonarono insieme nel progetto Pelt e collaborarono con i Black Twig Pickers; passando per il fingerpicking faheyiano di Sir Richard Bishop con una bluesata e straordinaria By Any Other Name e per i dinamici cambi di accordi di una brillante A King’s Head di Nick Schillace; per il lato più lirico e minimalista con lo splendido e spettrale gospel di Greenfields Of America (Spiritual For Jack Rose) suonata da un’ispiratissimo Buck Curran; fino ai momenti più sperimentali evocati qui dal violoncello di Helena Espval, impegnata in una mantrica e straniante Alcantara.

A dare un respiro internazionale ci sono inoltre gli italiani Simone Romei, che mostra un gran feeling nel bluegrass Hawksbill Mountain Blues e Paolo Laboule Novellino con il blues spettrale di Scheletri e Spiriti; lo spagnolo Isasa con le note sospese di Saeta De La Calle Mozart e l’argentino Mariano Rodriguez con la magica Raga For Dr. Ragtime.

Tutto questo e molto altro ancora fanno di Ten Years Gone: A Tribute To Jack Rose il miglior omaggio che si potesse immaginare all’arte e al talento del chitarrista che era e che probabilmente sarebbe diventato Jack Rose, se il destino non avesse spezzato il cuore di tutti questi artisti e di molti altri ancora, portandolo via all’età di soli 39 anni.

Luca Salmini

L’album è acquistabile qui.

GRAVE T “Silent Water”

GRAVE T
SILENT WATER
Seahorse Recordings

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Formatisi nel 2015, i Grave T da Torino riescono solo ora a pubblicare il loro debutto. Ed è qualcosa che lascia piacevolmente sorpresi. Metal, ok, ma con tanti ma all’interno della definizione iniziale. Innanzitutto siamo su un livello di produzione e di suoni di grande professionalità, sound pieno, ricco, con quel grasso anni 90 che cola da riff maestosi e una miriade di sfaccettature che si vanno a posizionare una nell’altra, fino a comporre un puzzle eterogeneo e nello stesso tempo costante, posizionato sul confine di vari generi ma centrale nello sviluppo totale dell’album e con un filo logico conduttore che non perde mai la prospettiva giusta. Potreste immaginare un gruppo grunge (diciamo Alice In Chains) che di volta in volta, con il proprio sound, si sposta verso i Motorhead, i Faith No More, l’hardcore e i Pink Floyd. Può essere complicato e tutto sommato fuorviante dare questo tipo di riferimenti, resta il fatto che non riuscire ad inquadrarli perfettamente in un range musicale fatto di settorialità imperante è un bonus non da sottovalutare e si traduce sotto quella piccola parola dal significato importante: originalità. Se del rock si dice ormai che sia tutto stato già scritto, allora prendiamo dischi come quello dei Grave T ad esempio per come si possa ancora declinare con impetuoso ritmo tutta quanto è stato fatto sino ad ora. La band torinese ci riesce alla grande infilando una serie di brani dal sicuro impatto, ricchi di idee, costruiti con un piglio moderno pur avendo evidenti radici nel passato. Per concludere non posso che dare una menzione d’onore alla splendida voce di Marco Magnani, limpida e potente.

Daniele Ghiro