TIEDBELLY & MORTANGA “Old Joe Gravy & Three More Songs”

TIEDBELLY & MORTANGA
Old Joe Gravy & Three More Songs
Bandcamp

Chiusi in casa per gli effetti della pandemia, sono tanti i musicisti che hanno provato a far sentire la propria voce o a sentirsi vivi nonostante l’isolamento della quarantena: c’era chi cantava dal balcone, chi impartiva lezioni di chitarra dalla cucina, chi improvvisava concerti in salotto e chi come il duo blues Tiedbelly & Mortanga, metteva a fuoco il materiale per un disco, un EP per essere precisi, dall’ispiratissimo titolo Old Joe Gravy & Three More Songs.

Del resto in un periodo in cui angosce, paure e incertezze sono all’ordine del giorno, c’è sempre una buona ragione per del blues, una musica che accompagna i momenti bui e difficili della vita e dell’umanità fin da quando Skip James cantava Hard Time Killin’ Floor o Robert Johnson Hellhound On My Trail. È a quegli spettri, a quell’immaginario e all’effetto che fanno quelle note scolpite nella storia della musica che si ispira il duo romano, anche se le chitarre di Tiedbelly e i tamburi di Morganta ne combinano lo spirito con l’elettricità e la rivoluzione del garage rock, dando vita a un crudo e febbrile rifferama che fa venire in mente una folle serata in un jukejoint del Mississippi più che “la dolce vita” di Trastevere.

Disponibile in formato digitale per l’ascolto o il download dalla loro pagina Bandcamp, Old Joe Gravy & Three More Songs comincia dal punto in cui si era interrotto Satan Built A House, l’esordio lungo dello scorso anno, lustrando a dovere le lapidi di Blind Lemon Jefferson, Charly Patton o Leadbelly con quattro rauche parabole ispirate al loro vangelo e trattate con tutta la furia del punk, a partire dal boogie apocalittico di Old Joe Gravy, passando per l’adrenalinico urlo rock’n’roll dell’esplosiva Honey Honey, per il selvatico rollio hillbilly di una anfetaminica Call Me Ray, fino alle ipnotiche cadenze blues di The Chain.

Magari non inventano nulla Tiedbelly & Mortanga, ma è probabile che siano i primi a rendersene conto e che nemmeno ne avessero le intenzioni quando provavano a sconfiggere la noia della quarantena con un pugno di nuove registrazioni, ma l’anima e il sangue che buttano in queste canzoni e il temperamento feroce con cui le interpretano, fanno in modo che Old Joe Gravy & Three More Songs suoni autentico e sincero come fosse appena esalato da un sobborgo di Detroit o dalle paludi del profondo Delta (che si tratti di quello del Mississippi o di quello del Tevere ha davvero poca importanza). 

Luca Salmini

MEGANOIDI “Mescla”

MEGANOIDI
MESCLA

LIBELLULA

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È uscito il 6 marzo scorso il nuovo disco dei genovesi Meganoidi, formazione partita dallo ska punk, ma col tempo attestatasi nell’alveo di un alternative rock melodicamente pop. Nell’anno in cui festeggiano i vent’anni di attività, Mescla consolida il loro fare musica con dieci nuove canzoni frizzanti e chitarristiche, spesso caratterizzate da una base funky, come evidenziato da pezzi come Condizione Non Indugio, o da trame chitarristiche che ben si sposano alle melodie tratteggiate da una voce sempre in primo piano nel mix.

Personalmente, però, penso che il meglio lo diano non tanto nei brani più uptempo come la title-track o l’iniziale Ora È Calmo Il Mare, facilmente memorizzabili, ma non così originali da essere anche memorabili (e scusate il bisticcio di parole), quanto più nei brani un po’ più lenti, vedi la bella 1982, la dinamica ballata rock Esercito In TV e soprattutto quella Persone Nuove, nella quale ben s’infila la tromba di Luca Guercio, che proprio oggi viene pubblicata come secondo singolo tratto dall’album e che nelle parole della stessa band vuole raccontare esattamente ciò che stiamo vivendo in questo momento: l’isolamento, le distanze, la riflessione, ciò che eravamo e ciò che, se lo vogliamo, potremo essere.

Sia pur scritta un anno fa, la band oggi vede la canzone come un pezzo in grado di essere una buona colonna sonora di queste giornate difficili e a noi piace appoggiare questa suggestione, specie dopo aver visto il mini video realizzato con l’aiuto dei fan in lockdown (lo potete vedere sulla pagina Facebook della band qui). Persone Nuove ve la facciamo  sentire qui sotto e vi segnaliamo pure il loro progetto Fotografie d’ascoltare, realizzato assieme alla fotografa Elisa Casanova, in cui ogni foto da lei realizzata per questa serie sarà accompagnata da un verso di una canzone dei Meganoidi.

Lino Brunetti

MARCO DENTI “Forze Speciali”

MARCO DENTI
FORZE SPECIALI
Fragile Libri

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Non è il suo primo libro, ma Forze Speciali è probabilmente quello in cui Marco Denti combina l’amore per la letteratura e la passione per la musica con maggior lirismo e brillantezza: del resto basta scorrere una delle tante recensioni, dei tanti articoli o interviste che ha stilato negli anni sulle pagine di diverse riviste specializzate, non ultima la mainstreet a cui fa capo questo blog, per intuire quanto Marco sapesse padroneggiare acume critico e eccellenti qualità da romanziere (attualmente si possono apprezzare le sue critiche letterarie nella sezione libri del sito Rootshighway).

Forze Speciali è un’opera di fantasia ambientata nell’attualità di un conflitto che sconvolge la vita di una metropoli europea: uno scenario apocalittico a cui ci hanno abituato tante drammatiche cronache dal Medio Oriente e dove l’ultima cosa che possa venire in mente è l’organizzazione di un concerto di Bob Dylan. La trama è quindi quella di un romanzo d’azione con il colonnello Blind, veterano appassionato di Delta blues, come protagonista principale, ma a renderla diversa da quella di qualsiasi altro libro di genere sono i tanti contenuti musicali che danno l’impressione che Forze Speciali possa essere la fantasiosa combinazione tra un volume di Fredrick Forsyth e un saggio di Peter Guralnick.

Marco racconta di armi, mezzi, tattiche e regolamenti con perizia e linguaggio da esperto militare, costruendo una storia drammatica e avvincente a cui la musica fa da sfondo attraverso versi di canzoni, citazioni, titoli e nomi di artisti che danno un’identità ai personaggi e alla sua prosa. Di sicuro la scrittura ha il ritmo e la potenza del rock’n’roll: spesso incalzante, a volte forsennata, altre volte malinconica e perfino romantica con dialoghi serrati e una serie di frasi primarie che paiono raffiche di mitra o scariche di tamburi. Nell’intreccio dell’azione si delinea un particolare ritratto di Bob Dylan e della sua musica, eletto a icona, metafora e presenza spirituale nel contesto del libro come nella realtà. In proposito sono davvero d’effetto le pagine cinematografiche che raccontano del concerto, in cui con poche frasi Denti inquadra emozioni, energie, sensazioni e atmosfere che trasformano la cronaca in esperienza.

Le oltre 300 pagine di Forze Speciali si leggono tutte d’un fiato come fossero quelle di un thriller, anche se non rappresentano una celebrazione dell’eroismo, ma piuttosto una malcelata denuncia dell’assurdità e della cieca crudeltà di qualsiasi guerra e dei suoi meccanismi: una tesi che per quanto non smetta mai di essere d’attualità, può sembrare quasi banale, ma che Marco Denti elabora e argomenta con ingegno, passione e in maniera mai banale.

Luca Salmini

A.A.V.V. “Ten Years Gone: A Tribute To Jack Rose”

A.A.V.V.
TEN YEARS GONE: A TRIBUTE TO JACK ROSE
Obsolete Recordings/ Tompkins Square Records

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Il 5 dicembre del 2009 furono in molti a piangere la morte del chitarrista Jack Rose, forse uno degli artisti più talentuosi e influenti emersi dall’underground weird folk del nuovo millennio, tra questi ci sono la cantautrice Meg Baird che “…pensa alla musica in termini di “prima” e “dopo” la scomparsa di Jack…”; Ben Chasny dei Six Organs Of Admittance che è convinto che sia “...difficile descrivere il suo modo di suonare senza cadere nell’iperbole…” o Steve Gunn che ritiene ci fosse “...qualcosa di estremamente potente e drammatico nel suo modo di suonare…”; ma nessuno deve sentirne la mancanza quanto il chitarrista Buck Curran, che per celebrare l’anniversario dei dieci anni dalla morte si spende con un tributo in suo onore intitolato appunto Ten Years Gone: A Tribute To Jack Rose.

Con competenza da addetto ai lavori (due ottimi tributi in memoria di Robbie Basho da lui curati: We Are All One, In The Sun del 2010 e Basket Full Of Dragons del 2016) e in ricordo del rapporto di amicizia che lo legava a Rose, Curran mette insieme 14 brani originali eseguiti da altrettanti musicisti, non solo chitarristi, selezionati con cura tra quanti gli furono vicini e tra quanti invece se ne sentono in qualche modo influenzati.

La scelta non prevede ovviamente alcun nome celebre, ma tante figure di culto che girano attorno al mondo dei solisti della chitarra acustica e oltre a rappresentare un’eccellente panoramica sull’attuale stato dell’arte dello strumento, riesce a cogliere le molteplici sfumature della musica di Jack Rose, a partire dalla passione per la tradizione old-time con la selvatica The Other Side Of Catawba del violinista Mike Gangloff, qui probabilmente la persona più vicina a Rose, visto che suonarono insieme nel progetto Pelt e collaborarono con i Black Twig Pickers; passando per il fingerpicking faheyiano di Sir Richard Bishop con una bluesata e straordinaria By Any Other Name e per i dinamici cambi di accordi di una brillante A King’s Head di Nick Schillace; per il lato più lirico e minimalista con lo splendido e spettrale gospel di Greenfields Of America (Spiritual For Jack Rose) suonata da un’ispiratissimo Buck Curran; fino ai momenti più sperimentali evocati qui dal violoncello di Helena Espval, impegnata in una mantrica e straniante Alcantara.

A dare un respiro internazionale ci sono inoltre gli italiani Simone Romei, che mostra un gran feeling nel bluegrass Hawksbill Mountain Blues e Paolo Laboule Novellino con il blues spettrale di Scheletri e Spiriti; lo spagnolo Isasa con le note sospese di Saeta De La Calle Mozart e l’argentino Mariano Rodriguez con la magica Raga For Dr. Ragtime.

Tutto questo e molto altro ancora fanno di Ten Years Gone: A Tribute To Jack Rose il miglior omaggio che si potesse immaginare all’arte e al talento del chitarrista che era e che probabilmente sarebbe diventato Jack Rose, se il destino non avesse spezzato il cuore di tutti questi artisti e di molti altri ancora, portandolo via all’età di soli 39 anni.

Luca Salmini

L’album è acquistabile qui.

GRAVE T “Silent Water”

GRAVE T
SILENT WATER
Seahorse Recordings

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Formatisi nel 2015, i Grave T da Torino riescono solo ora a pubblicare il loro debutto. Ed è qualcosa che lascia piacevolmente sorpresi. Metal, ok, ma con tanti ma all’interno della definizione iniziale. Innanzitutto siamo su un livello di produzione e di suoni di grande professionalità, sound pieno, ricco, con quel grasso anni 90 che cola da riff maestosi e una miriade di sfaccettature che si vanno a posizionare una nell’altra, fino a comporre un puzzle eterogeneo e nello stesso tempo costante, posizionato sul confine di vari generi ma centrale nello sviluppo totale dell’album e con un filo logico conduttore che non perde mai la prospettiva giusta. Potreste immaginare un gruppo grunge (diciamo Alice In Chains) che di volta in volta, con il proprio sound, si sposta verso i Motorhead, i Faith No More, l’hardcore e i Pink Floyd. Può essere complicato e tutto sommato fuorviante dare questo tipo di riferimenti, resta il fatto che non riuscire ad inquadrarli perfettamente in un range musicale fatto di settorialità imperante è un bonus non da sottovalutare e si traduce sotto quella piccola parola dal significato importante: originalità. Se del rock si dice ormai che sia tutto stato già scritto, allora prendiamo dischi come quello dei Grave T ad esempio per come si possa ancora declinare con impetuoso ritmo tutta quanto è stato fatto sino ad ora. La band torinese ci riesce alla grande infilando una serie di brani dal sicuro impatto, ricchi di idee, costruiti con un piglio moderno pur avendo evidenti radici nel passato. Per concludere non posso che dare una menzione d’onore alla splendida voce di Marco Magnani, limpida e potente.

Daniele Ghiro

DIVUS “Divus II”

DIVUS
DIVUS II
Boring Machines

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I Divus sono un duo romano formato da personaggi già noti della scena musicale italiana: si tratta infatti del laboratorio musicale messo in piedi dal musicista elettronico e produttore techno Luciano Lamanna e dal sassofonista Luca T. Mai, che la maggior parte di voi ricorderà almeno quale membro degli Zu.

L’album pubblicato ora segue l’omonimo esordio uscito un paio d’anni fa e vede i due affinare il risultato del loro sodalizio. Nelle sette tracce senza titolo che compongono Divus II, i due musicisti danno vita a una musica che sarebbe perfetta per un futuristico noir espressionista o per un cupo sci-fi movie apocalittico, grazie a un sound le cui evocative qualità cinematografiche sono una delle virtù maggiori.

Si parte quindi col fraseggio di sax quasi ethio-jazz perso tra rumori, effetti e bleep elettronici assortiti di (1), per passare agli scenari da crime movie in bianco e nero di (2), atmosferica, anche se attraversata da un deciso battito ritmico. La terza traccia alza la componente allucinata, virando verso una techno industriale nella quale il sax si perde fra le saturazioni noise. (4) scivola tra landscapes ambient siderali, mentre (5) traghetta, tra echi e riverberi, verso i rimbombi e le lamine taglienti di una (6) nella quale il sax disegna immagini fumose e notturne. Il pezzo più lungo sta alla fine ed evoca la solitudine senza confini dello spazio profondo, facendo brillare davanti agli occhi l’immagine fantasmatica di un’ormai deserta stazione orbitante alla deriva.

Se è cinema per le orecchie quello che stavate cercando, qui lo avete trovato.

Lino Brunetti

Bandcamp Boring Machines

 

CHRISTOPHER PAUL STELLING “Best Of Luck”

CHRISTOPHER PAUL STELLING
BEST OF LUCK
Anti Records

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Visto quanto seminato (cinque dischi dal 2012 ad oggi) e quanto (poco) raccolto in temini di celebrità e successo, è probabile che per la realizzazione del nuovo album Best Of Luck, Christopher Paul Stelling non cercasse solo un produttore all’altezza della situazione, ma anche un nome in grado di offrirgli una certa visibilità e Ben Harper deve essergli sembrata la miglior combinazione possibile delle due cose. D’altro canto è evidente che Harper non deve averci messo molto ad intuire quali talenti custodisse la personalità di Stelling, almeno a giudicare dagli entusiasmi suscitati dall’esperienza – “...E’ stato come scoprire un John Fahey o un Leo Kottke che fosse anche un grande cantante…” – e da quanto si ascolta in Best Of Luck, forse il lavoro più estroverso e versatile realizzato dal giovane chitarrista nato a Daytona Beach in Florida.

Con l’aiuto di una sezione ritmica dai trascorsi importanti composta da Jimmy Paxson alla batteria e Mike Valerio al basso, Christopher Paul Stelling prova a combinare gli accordi da folksinger e le malinconie da loser con lo storytelling della canzone d’autore e qualche fiammata di rock’n’roll, dando vita ad ariose ballate elettroacustiche come la solare Have To Do For Now, a ispirate miniature country-folk come Lucky Star, al soffice soul singing di una splendida Waiting Game, fino alla verve di frizzanti hillbilly dall’aria vintage come Trouble Don’t Follow Me o a deliziose confidenze come la morbida serenata Made Up Your Mind.

Spesso Stelling dimostra doti e raffinatezza da prodigio del fingerpicking come testimoniano gli straordinari solismi dello strumentale Blue Bed o la magia acustica di una cristallina Something In Return, ma a volte prova anche a uscire dalla propria confort zone con un rauco blues come Until I Die, con il colpo di testa di un selvaggio rifferama garage come Hear Me Calling oppure con l’elegante pianismo di una romantica Goodnight Sweet Dreams.

In generale, dal punto di vista delle melodie e degli arrangiamenti Best Of Luck può sembrare forse il disco più levigato e mainstream fin qui realizzato da Christopher Paul Stelling, ma di certo è quello che meglio mette a fuoco i molteplici talenti e la straordinaria versatilità di un cantautore che fino a questo punto non ha mai ricevuto tutta l’attenzione che avrebbe meritato.

Luca Salmini

PURR “Like New”

PURR
LIKE NEW
Anti. Records

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Secondo il protagonista del film Taxi Driver, Travis Bickle “...questa città fa proprio schifo e da tutte le parti poi gentaccia. Roba da rivoltare lo stomaco…”, ma negli ultimi anni New York è cambiata parecchio e agli occhi del mondo oggi rappresenta sempre più l’idea del Grande Sogno Americano, il luogo dove tutto sembra possibile: devono vederla in questa luce anche Eliza Barry Callahan e Jack Staffen dato che è in uno scantinato del centro di Manhattan che i loro sogni da adolescenti hanno cominciato ad assumere la concretezza di una carriera.

I due giovani iniziano a scrivere canzoni ed esibirsi semplicemente come Jack & Eliza quando ancora frequentano l’università, ma è solo nel 2017 che le loro identità si coagulano nel progetto Purr e un paio di registrazioni fatte in casa cominciano a circolare. Hanno poco più di vent’anni e sono appena al loro secondo concerto quando salgono sul palco del Terminal 5 in apertura ai Foxygen di Jonathan Rado, che rimane incantato dalla loro musica al punto da invitarli nel suo studio di Los Angeles per produrre il debutto Like New.

Con l’aggiunta di Sam Glick al basso, Max Freedberg alla batteria e Maurice Marion alle tastiere, i Purr diventano una band che sparge acidule melodie pop dal vago respiro psichedelico intorno alle deliziose armonie vocali della Callahan e di Staffen, a cui Rado, in qualità di produttore, conferisce una seducente aria vintage, quasi avesse preso a modello le romanticherie sixties di Sonny & Cher.

Le canzoni di Like New simboleggiano il passaggio dall’innocenza dell’adolescenza alla presa di coscienza dell’età adulta, come spiegano gli autori nelle note della cartella stampa, “...Stavamo provando a resistere e (a volte) accettare gli inevitabili cambiamenti nell’ambito delle nostre relazioni e amicizie, un momento, uno specifico e strano lasso di tempo nelle nostre vite…e, naturalmente in questo…mondo…” e i Purr lo cantano con tutto l’entusiasmo dei vent’anni e l’ingenua spontaneità dei debuttanti.

Sospeso tra le armonie vocali degli anni ’50 e le atmosfere pop dei primi ’60, Like New allinea seducenti blueyed soul come Hard To Realize, sinfonici pop come Giant Night, lisergiche ballate folk rock come Gates Of Cool, sognanti corali come Wind, riverberate serenate da spiaggia come Cherries, tintinnanti florilegi melodici come Bad Advice o marcette beatlesiane come Take You Back.

Fragranti come jingles e luccicanti come abiti di paillettes, le canzoni dei Purr vivono della spensieratezza e dell’innocenza della gioventù insieme a una piacevole sensazione di nostalgia per i favolosi anni ’60, un periodo che Eliza Barry Callahan e Jack Staffen coniugano al presente in maniera semplicemente incantevole.

Luca Salmini

ROLAND S. HOWARD: le ristampe dei dischi solisti

ROLAND S. HOWARD
TEENAGE SNUFF FILM
POP CRIMES
MUTE

Il suono di chitarra di Roland Howard ha definito una generazione. Era il migliore di tutti noi. La sua influenza continua a riverberare, attraverso gli anni, fino a oggi. Veramente uno dei più grandi. Parola di Nick Cave, uno che Roland S. Howard aveva avuto modo di conoscerlo bene.

Australiano come Cave, aveva mosso i primi passi con gli Young Charlatans, ma era quando s’era unito ai Boys Next Door, in seguito diventati The Birthday Party, proprio con Nick, Mick Harvey e tutti gli altri, che il chitarrista aveva posato le basi per entrare nella leggenda, facendo vedere non solo quello che era capace di fare con una sei corde in mano, ma iniziando a mostrare anche grandi doti come songwriter. Quella compagine di talentuosi pazzi non poteva reggere molto a lungo e quando nel 1983 si sciolse, Howard si ritrovò in Europa, dove s’era trasferiti con tutti gli altri, in cerca di nuovi approdi. Il primo lo trovò a fianco di Simon Bonney co-fondando i Crime & The City Solution, gruppo col quale rimase il tempo di lavorare all’EP d’esordio e al primo, mitico album (Room Of Lights), prima di portarsi dietro il fratello Harry Howard e il batterista Epic Soundtracks e, con l’aggiunta della tastierista Genevieve McGuckin, dare vita ai These Immortal Souls, band in cui finalmente prendeva in mano il microfono e le redini. Un EP e un album poco oltre la metà degli anni 80 e un secondo disco nel 92 il lascito della formazione, in anni in cui Howard era anche coinvolto in collaborazioni con Lydia Lunch e molti altri artisti.

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Arriviamo così al 1999 e al vero oggetto di questa recensione, ovvero la succinta carriera solista del chitarrista e songwriter australiano. Teenage Snuff Film fu registrato a Melbourne per l’appunto sul finire degli anni 90. A collaborare con lui, Howard chiamò il vecchio amico Mick Harvey (il quale suonò batteria, organo e chitarra) e il bassista Brian Hooper, ma nel disco fa una comparsata anche la McGuckin e ci sono un paio di musicisti agli archi. Irreperibile da tempo e oggi rimasterizzato da Lindsay Gravina, Teenage Snuff Film viene ristampato da Mute sia in CD che in doppio vinile, ed è davvero un bene perché trattasi di un album straordinario. L’album usciva in uno dei periodi più difficili per il musicista, tornato in Australia dopo la dissoluzione dei These Immortal Souls e artisticamente su un binario morto, decisamente lontano dalla luce dei riflettori. La disperazione che probabilmente lo colpiva viene fuori da liriche che parlano di cuori spezzati, autodistruzione e disagio e trova un contraltare in musiche votate all’oscurità. La chitarra di Howard domina queste ballate gotiche e noir, dall’animo blues e dalle melodie ombrose. Che ci siano affinità con l’universo caveiano è quasi scontato, ma Howard, che comunque era il principale architetto sonoro nei Birthday Party e parecchio influenzò il futuro sound dei Bad Seeds, aveva un rapporto con il rock’n’roll classico maggiormente marcato, che qui viene fuori in pezzi straordinari come l’intensa Dead Radio, la minimale e sferzante Breakdown (And Then…), una She Cried che pare arrivare dritta dai sixties, la pulsante e allucinata Exit Everything. Il mood notturno dell’ottima Silver Chain si stempera nel passo più melodico di White Wedding, sorprendente cover di un pezzo di Billy Idol, mentre la lunga Undone si divide fra parti affilate e incalzanti e più atmosferici rallentamenti dai contorni malinconici e westernati. Il passaggio attraverso la lenta e desolata Autoluminescent conduce verso il finale di Sleep Alone, oltre sette minuti di esplosione chitarristica, dove Roland dà il suo meglio sdoppiandosi fra lirismo e folate di feedback assassino.

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Nonostante la sua bellezza, Teenage Snuff Film non fece andare il suo autore oltre il solito circuito di culto e per tutto il primo decennio del nuovo millennio di fatto Howard sparì dai radar. Dopo qualche sporadica comparsata qui e là, rientrò in studio con Mick Harvey (organo e batteria) e J.P. Shilo (chitarra, violino, basso) nel 2009 per registrare Pop Crimes, il suo secondo lavoro solista, del quale però riuscì a malapena a vedere l’uscita (nell’ottobre 2009) visto che, per tragica ironia della sorte, due giorni prima del capodanno del 2010 morì a causa di un tumore al fegato, mentre aspettava di avere un trapianto. Pop Crimes non ha la stessa dolorosa urgenza dell’esordio, però è comunque un altro ottimo album ed è sicuramente denso di ottime canzoni a partire dal duetto pop noir con cui si apre, (I Know) A Girl Called Jonny, nella quale la voce di Roland si alterna a quella di Jonnine Standish degli HTRK. Due le cover in scaletta, l’ipnotica e acida Life’s What You Make It, in origine dei Talk Talk, e la Nothing di Townes Van Zandt affogata tra sibili spettrali e lamine chitarristiche, elementi che finiscono per accrescere l’oscurità già presente nell’originale. In Shut Me Down Howard veste i panni del consumato crooner, in quella che è una splendida torch song, mentre nella disillusa e amara Ave Maria fornisce l’appropriato sentimento a una ballata accorata. La title-track si appoggia a un giro di basso da spy-story, Wayward Man incalza livida e potente, mentre The Golden Age Of Bloodshed mette la parola fine a questo involontario testamento ponendosi visionaria e sciamanica.

Entrambe le ristampe non propongono nessun contenuto aggiuntivo, ma nel caso non li conosceste questa è un’occasione ghiotta per riscoprire (o scoprire per la prima volta) due album e un autore che non solo non meritano l’oblio, ma a cui va riassegnata l’importanza che gli compete. Consigliatissimi insomma.

Lino Brunetti

BOLOGNA VIOLENTA “Bancarotta Morale”

BOLOGNA VIOLENTA
BANCAROTTA MORALE
Overdrive/Dischi Bervisti/Truebypass

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Era dal 2017, con l’EP Cortina, che Nicola Manzan, in compagnia del batterista Alessandro Vagnoni non pubblicava niente con il suo monicker Bologna Violenta. Non che se ne sia stato con le mani in mano vista la sua notevole mole di collaborazioni e produzioni. Torna ora al suo primo amore proseguendo l’evoluzione già intravista in Cortina, vale a dire con la quasi totale sostituzione delle chitarre con il violino, la viola e il violoncello, armonizzati da bass pedal, sintetizzatori ed organo.

Con queste premesse si intuisce immediatamente che le furiose scorribande del bellissimo Uno Bianca (2014) sono un lontano ricordo e quei furiosi assalti all’arma bianca sono stati riposti (momentaneamente?) in un cassetto. Questo però non toglie nulla al nuovo corso di BV, che si attesta comunque su livelli di creatività decisamente inusuali, andando a comporre una sorta di partitura classica moderna (intesa proprio come musica classica) imbastardita con scorie attuali di elettronica e campionamenti, imbastita sui tempi assurdi della batteria di Vagnoni.

Nella prima parte del disco rimane la suddivisione in brevi brani che raccontano un mondo fatto di storie reali legate alla meschinità umana. Vengono infatti ricordate le gesta di Manuele Bruni un truffatore attivo a cavallo della seconda guerra mondiale; della Banda Przyssawka che nella Polonia degli anni trenta si rese colpevole di furti e crimini a sfondo sessuale; della famiglia Subito, di Badia Polesine, che riuscì nella circonvenzione di una ricca signora per ereditarne il patrimonio e che in seguito fu uccisa. Infine si ricordano le gesta di Sophie Unschuldig, che in Germania, negli anni venti. grazie alla sua avvenenza circuì un discreto numero di uomini strappandogli beni e poi uccidendoli.

A livello lirico, essendo il disco completamente strumentale, non ci sono testi a supporto, ma la guida musicale si trasforma in una sorta di colonna sonora per un film che non c’è di questo spaccato amorale della nostra società. Ma la sorpresa maggiore e la definitiva evoluzione di Bologna Violenta si manifesta, forse fissando anche una direzione per il futuro, con i diciannove minuti di Fuga, Consapevolezza, Redenzione, una suite dal profumo drone ambient inserita in un contesto che accoglie in sé le dinamiche sia di John Carpenter che quelle di Mozart.

Insomma, ancora una volta Manzan e Vagnoni hanno tirato fuori dal cilindro qualcosa di cui poter parlare e soprattutto ascoltare in tutta libertà, senza preclusioni di genere e con un idea ben precisa in testa.

Daniele Ghiro